La “guerra santa” contro le commissioni del Risparmio Gestito viene combattuta dall’Unione Europea con ossessività quasi religiosa, ma ad essere penalizzati sono i piccoli risparmiatori e i consulenti finanziari.
Di Alessio Cardinale
Lo scontro tra Unione Europea e prodotti di investimento OICR, dopo 15 anni dal suo inizio, ha ormai assunto le caratteristiche di “assedio medioevale” al tempio del sistema sicav-fondi comuni e alla “fortezza” delle banche di investimento, che dal 2008 rincorrono un forzoso adattamento del proprio equilibrio economico ai nuovi regolamenti europei e alle norme di attuazione, tutte ostinatamente finalizzate al dogma assoluto della riduzione del sistema commissionale.
L’ “assedio al castello” del Risparmio Gestito viene combattuto sulla scorta di alcuni principi portati avanti con ossessività quasi religiosa da parte delle Istituzioni europee ma, alla prova, quegli stessi principi si manifestano persino dannosi per i consumatori-risparmiatori, ossia proprio per coloro i quali questa “guerra santa” al Risparmio Gestito viene combattuta con così tanto mistico ardore. Prova ne sia che, nonostante le due MiFID abbiano portato le banche di investimento e le reti di consulenza finanziaria a dover sacrificare il 55% dei margini di ricavo esistenti fino al 2007, i risparmiatori non ne sanno niente.
Proprio così: un evento tanto importante come quello di un risparmio di costi per la collettività degli investitori dal valore, fino ad oggi, di almeno 9 miliardi di euro – cui corrisponde simmetricamente una pari diminuzione di ricavi per l’industria del Risparmio Gestito – non è mai stato in qualche modo comunicato agli effettivi beneficiari, e di certo non è corretto attendersi che ciò venga fatto dalle stesse banche di investimento, già gravate dagli ammortamenti annuali dei costi sostenuti (circa 2 miliardi di euro solo in Italia) dal 2008 per adeguare il proprio sistema informatico alla normativa europea. Qualunque istituzione a tutela dell’interesse della collettività, al posto degli architetti europei delle MiFID, avrebbe sbandierato ai quattro venti, con apposite campagne istituzionali, questo risultato storico per i consumatori. Invece, a Bruxelles
regna la consegna del silenzio in tema di tagli alle commissioni di distribuzione di servizi di investimento, e “pezzi importanti” dell’Unione Europea continuano a progettare ulteriori norme con cui eliminare altri “inutili orpelli” commissionali, come gli inducements, ossia gli incentivi monetari pagati da terzi agli intermediari finanziari in relazione alla prestazione di un servizio di investimento. Tutto ciò, naturalmente, con l’obiettivo squisitamente politico di ridurre ulteriormente i costi a carico degli investitori, che solo incidentalmente ne traggono vantaggio, essendo loro dei protagonisti del tutto involontari di tutta la faccenda.
In questo contesto è nata la “Retail Investment Strategy“, che dovrebbe essere approvata entro il primo semestre di quest’anno e che, secondo il commissario europeo per i Servizi finanziari, Mairead McGuinness (nella foto), dovrebbe abolire le retrocessioni sui prodotti di investimento, cioè i flussi pagamento che la società di gestione danno alle banche o ad altri intermediari che abbiano venduto i loro prodotti d’investimento presso la clientela. Secondo la McGuinness, tali retrocessioni (inducements) incarnerebbero il “peccato”, poichè determinerebbero per il risparmiatore un costo in media superiore al 35% rispetto a quanto il medesimo prodotto costerebbe senza tali incentivi alle reti di distribuzione. Il punto è che in Italia e in quasi tutti i Paesi UE il modello di distribuzione dei prodotti finanziari si basa, per una parte importante, proprio sulle retrocessioni, che peraltro vengono obbligatoriamente comunicate al cliente e non sono certo un mistero; per cui un intervento di tale portata rischia di incidere molto gravemente sull’equilibrio economico di tutte le reti e mette in pericolo la loro stessa esistenza nel mercato.

Eppure quello dei prodotti di investimento, e più segnatamente l’universo del Risparmio Gestito, altro non è che un normalissimo circuito distributivo “a due stadi”, nel quale è presente l’industria che produce il bene (l’insieme delle case di investimento o società di gestione), i grossisti che lo mettono in distribuzione sul territorio (le banche-reti) ed il “dettagliante“, ossia il consulente abilitato ai servizi fuori sede, che li “vende” al consumatore finale. In pratica, la catena di approvvigionamento della consulenza all’investimento, nella sua essenza, non ha nulla di diverso da quelle di altri settori che producono e distribuiscono altri merci e/o servizi: l’offerta si adegua alla domanda, e non è possibile ridurre all’infinito i margini di ricavo della catena di distribuzione senza causare l’espulsione forzata dal mercato di uno degli anelli della catena. Pertanto, non si comprende dove sia lo “scandalo”, a meno che i commissari europei non dicano con chiarezza che la consulenza finanziaria erogata ogni giorno dalle banche-reti a decine di migliaia di risparmiatori sia un settore senza alcun valore aggiunto.
Invece, è noto che quella dei prodotti di investimento è una vendita assistita da una consulenza professionale di altissimo livello, effettuata attraverso tracciabili percorsi di formazione e una considerevole mole di regole, normative e controlli che, nel caso dei consulenti finanziari, si è sviluppata nel tempo, di concerto con l’adeguamento della normativa italiana ed europea, ed ha richiesto una evoluzione professionale profondissima, traghettando i “venditori di fondi” e le società mandanti della prima epoca verso gli attuali consulenti finanziari e le affermate reti di consulenza finanziaria. Un sistema del genere, così evoluto, richiede il sostenimento di elevatissimi costi di gestione da parte delle aziende del
settore, e per questo dovrebbe consentire di poter generare un equilibrio finanziario totalmente slegato da eventi esterni che ne condizionano il divenire. Invece, le due MiFID hanno causato sensibili tagli ai margini economici delle banche-reti ed hanno costretto l’intero settore a riorganizzarsi per non soccombere, per cui la prospettiva di un ulteriore taglio strutturale “calato dall’alto” non può essere considerata accettabile, a meno non si voglia assistere consapevolmente al sacrificio, solo in Italia, di altri 5.000 professionisti con portafoglio medio-basso (e delle loro famiglie).

Infatti, le retrocessioni sono una parte indispensabile del sistema di distribuzione dei prodotti di investimento al dettaglio, senza i quali l’accesso dei consumatori alla consulenza professionale sarebbe significativamente ridotto. Di conseguenza, tolte le retrocessioni, non solo sorgerebbero dubbi sul destino su decine di migliaia di consulenti oggi impiegati presso banche e altri intermediari, ma anche i piccoli risparmiatori farebbero una brutta fine e, probabilmente, non avrebbero accesso alla consulenza indipendente; come è successo nella “frugale” Olanda, nazione famosa per i suoi diktat (soprattutto se danneggiano l’Italia), dove le retrocessioni sono vietate ma la consulenza finanziaria indipendente, anziché diffondersi, è rimasta un servizio di nicchia che non ha sostituito la consulenza di massa offerta dalle banche retail, lasciando alle famiglie olandesi il rischio di accedere senza sufficiente preparazione ai modelli execution only, e cioè quelli privi di consulenza o raccomandazioni di investimento.
Pertanto, le sollecitazioni della commissaria europea per i Servizi finanziari, Mairead McGuinness, qualora trovassero concreta applicazione in nuove norme regolamentari, raggiungerebbero un risultato che ha dell’incredibile: discriminare i piccoli risparmiatori limitandone la possibilità di accesso alla consulenza professionale oggi prestata indistintamente dai consulenti finanziari e darli in pasto al fai-da-te; i consulenti, infatti, di fronte ad ulteriori tagli dei propri margini di ricavo sarebbero costretti a dare maggiore attenzione alla clientela con masse più ingenti, allo scopo di compensare i minori ricavi generati dal taglio degli incentivi e ottimizzare tempi e costi della professione.
Per rendere più chiare le conseguenze di questa mirabolante idea dei “crociati” europei, prendiamo ad esempio l’industria automobilistica, e ipotizziamo che il prezzo delle auto di qualunque livello venga fatto scendere, in virtù del principio generico che “le auto costano troppo”, a seguito di un regolamento europeo che, pur di abbassarne il prezzo, imponga alle case produttrici di eliminare gli incentivi alla rete distributiva (concessionari e rivenditori). Ebbene, coloro che fino a quel momento non avevano potuto permettersi di acquistare un’auto di fascia alta (Mercedes, BMW, Porsche, fate voi), continueranno a non potersela permettere anche se il prezzo di quei modelli è diminuito di 5 o 10.000 euro; di contro, i produttori di auto di fascia bassa, per recuperare i margini di ricavo persi, comincerebbero a costruire auto di fascia alta, oppure continuerebbero a produrre le stesse auto di fascia bassa risparmiando sui componenti e, di conseguenza, abbassando sia il livello di sicurezza che la qualità dei mezzi prodotti.
E i distributori di auto, che fine farebbero? Migliaia di piccoli rivenditori locali sparirebbero o si dedicherebbero esclusivamente al mercato dell’usato, molte concessionarie di medio fatturato fallirebbero o sarebbero costrette a chiudere i battenti, mentre quelle più grandi si fonderebbero per fare “massa critica” e sopravvivere con i margini di ricavo più bassi. In ogni caso, migliaia di posti di lavoro andrebbero persi, e con essi l’equilibrio finanziario di altrettante famiglie. Le stesse tragiche conseguenze potrebbero accadere ai consulenti finanziari di portafoglio medio, che oggi sono circa 10.000 su un totale di 33.000
circa. Il fenomeno, peraltro, non farebbe bene neanche alla (relativamente) giovane categoria dei consulenti finanziari indipendenti, i quali non potrebbero più competere con la consulenza non autonoma (quella delle banche-reti) facendo leva sul suo più elevato livello di costi applicati alla clientela, poichè la “sforbiciata” proposta dai maghi di Bruxelles abbasserebbe tali costi al livello degli indipendenti e questi ultimi, pur di continuare a competere, dovrebbero abbassarli a loro volta e diminuire i propri ricavi, oppure reinventare di sana pianta le proprie politiche di marketing per i decenni a venire.

Stando così le cose, ci si augura che qualcuno, da tempo piuttosto “distratto” sul tema (fate due nomi a caso, cominciano entrambi con la A…), spieghi all’Unione Europea che questa strategia di contrasto dogmatico alle commissioni del Risparmio gestito è una sciocchezza colossale, capace di creare molti, troppi danni ad una categoria di professionisti che ha già sacrificato sull’altare dell’Europa almeno 3 miliardi di fatturato e lasciato sul campo alcune migliaia di giovani consulenti, costretti anzitempo a lasciare la professione solo perchè qualcuno, a Bruxelles, quindici anni fa ha deciso di competere ad ogni costo con il “famigerato” sistema finanziario americano e dargli una lezione di europea moralità.



Maurizio Novelli (Lemanik Global Strategy Fund) ci regala una lucida analisi sui dati ufficiali del PIL di Stati Uniti e Germania, ritenuti poco affidabili, mentre Volker Schmidt (Ethenea Independent Investors) ci racconta come gli Stati Uniti abbiano già raggiunto il tetto del debito e gli impegni di spesa pubblica siano coperti soltanto fino a giugno, come nel 2011. 
Secondo i dati forniti da una ricerca di Morningstar (Global Investor Experience Study), le commissioni e spese dei prodotti di investimento generate nel nostro paese ammontano a circa 7 miliardi di euro l’anno. Un valore certamente appetibile per tutti gli operatori del settore. Attraverso una accurata rassegna stampa curata dal nostro centro studi di Federpromm, si è cercato di analizzare i diversi punti di vista espressi dai vari intermediari, associazioni di categoria, autorevoli esponenti del mondo accademico e professionisti del settore; punti di vista che molto spesso si pongono in contrapposizione al progetto della Commissione Europea di voler abolire le commissioni (c.d. “inducements“), ovvero di rivedere le modalità di remunerazione della distribuzione dei prodotti finanziari e dell’attività di consulenza finanziaria, in modo da renderli uniformi tra tutti i paesi della stessa comunità europea.
Su questo versante, sono emblematiche le dichiarazioni avanzate dagli esponenti di Abi e di Assoreti, in sintonia con le posizioni delle organizzazioni degli altri paesi europei quali Francia, Spagna e Germania, in contrapposizione a quanto sostenuto invece da Ascofind, Nafop e da Consultique, in rappresentanza dei consulenti fee-only. Il punto di vista di Federpromm è sicuramente noto alla comunità finanziaria, e in questa circostanza viene riconfermato in modo più obiettivo possibile. Ci siamo posti, quindi, una metodologia di analisi che ha preso in considerazione le variabili più significative in grado di generare un giudizio oggettivo, nonchè alcune ipotesi che possano essere di riferimento alla soluzione del “nodo” del conflitto di interesse che oggi sussiste nei vari modelli distributivi della consulenza finanziaria.
Per cominciare, l’attuale configurazione della distribuzione dei servizi e strumenti finanziari dell’industria italiana si pone su posizioni “decisamente contrarie” alle proposte della EU, e qualora dovesse passare la norma sulla abolizione degli incentivi si creerebbero le condizioni per una destabilizzazione di tutto il sistema. In modo particolare:
Federpromm (affiliata Uiltucs e Uilca), nella dialettica degli opposti, è sulla stessa lunghezza d’onda con l’analisi evidenziata di recente in un brillante articolo (cfr. FCHub – febbaio 2023) dal prof. G. Santorsola (nella foto), il quale ha correttamente richiamato l’attenzione sul tema di fondo, che riguarda la “struttura dei modelli di business” e la “tutela del cliente al dettaglio”, che non può essere inquadrata imponendo normative a senso unidirezionale e con un unico modello di servizio, proprio per l’impatto negativo che avrebbe – se introdotto – il divieto degli incentivi per la forma e tipologia già adottata e sperimentata tra i diversi paesi dell’Unione. In particolare, sarebbero fortemente penalizzate l’Italia, la Francia e la Germania, che hanno adottato un sistema c.d. banco-centrico. Né è pensabile adottare nella situazione attuale un modello completamente
indipendente (fee-only), vista l’arretratezza culturale e il basso livello medio di conoscenza degli strumenti finanziari degli italiani. Allo stesso modo, Federpromm crede che debba essere fatta chiarezza sulla convenienza del pagamento della consulenza ad una fascia di investitori di basso profilo, che mancano di una formazione nel settore del risparmio gestito. Su questo versante, siamo anche perfettamente in sintonia con la forma più rispondente ed elaborata dallo storico della promozione/consulenza finanziaria in Italia, il dr. G. Cassol (già presidente di Solfin Sim), che ha dedicato una vita allo studio del “modello ideale” di servizio per l’investitore retail. 

Nella nota, infatti, si afferma che “con la nomina alla vigilanza del senatore
La nota di Federpromm – del tutto incidentalmente – apre una discussione su un tema che rischia di passare inosservato. Infatti, con le elezioni politiche di questi giorni, centinaia di parlamentari si troveranno in esubero, poiché nella nascente legislatura, per effetto della riforma costituzionale, il numero degli eletti sarà ridotto da 945 a 600. Pertanto, è alta la probabilità che molti di essi, dopo essersi allontanati per lungo tempo dalla precedente vita lavorativa, vorranno legittimamente mettere l’esperienza acquisita durante gli anni di attività parlamentare a servizio di qualche incarico di prestigio. Tra questi, i ruoli apicali nelle authority sono tra i più ambiti, perché consentono di dare continuità all’impegno personale già iniziato nei settori di interesse pubblico.
Naturalmente, al netto della innegabile competenza di molti ex parlamentari – alcuni dei quali sono a tutti gli effetti degli autorevolissimi “tecnici” del proprio settore professionale di origine – la provenienza dal mondo della politica di questi professionisti pone degli interrogativi in relazione agli effetti che il loro ingresso potrebbe determinare sull’indipendenza delle varie authority, soprattutto se la nomina avviene in assenza dei requisiti di esperienza e competenza richiesti da un ruolo che – va ricordato – è prettamente tecnico. Infatti, nelle Authority è fondamentale che i propri soggetti apicali abbiano maturato una esperienza specifica nel settore per il quale vengono eletti, e non devono essere condizionati in alcun modo dalla politica. P&F ne ha parlato con
Prof. Marucci, ritiene che la recente nomina del senatore Marino alla vigilanza di OCF possa costituire, in linea di principio, un precedente capace di mettere a repentaglio l’indipendenza delle authority nel campo della Finanza?
quello di inquadrare le nomine tecniche delle Authority in generale all’interno del contesto politico che il paese sta vivendo da molti anni, durante i quali il Parlamento non ha saputo affrontare in modo organico sia la gestione del potere che il passaggio generazionale nelle istituzioni che costituiscono il collante delle attività produttive e di controllo della nostra società. E’ chiaro che le Authority – proprio per la loro funzione istituzionale – devono essere autonome e non condizionate da decisioni politiche, soprattutto nel settore finanziario.
Perché è un bene che la politica resti fuori dal mondo della consulenza finanziaria, limitandosi a raccoglierne le istanze evolutive?
Le nomine politiche alle autority sono state spesso oggetto di proteste da parte delle associazioni dei consumatori. A suo parere è necessario avviare una riforma che liberi questi organismi da qualsiasi condizionamento politico?
sempre più centrale nei confronti del sistema economico, ritengo che la politica tradizionale, ossia quella di origine parlamentare, non abbia influenzato il sistema finanziario se non partecipando, dall’alto del proprio ruolo istituzionale, alla formazione di leggi e regolamenti grazie ai quali oggi in Italia si danno garanzie alla funzione del risparmio privato. Se c’è stata influenza politica, è sicuramente attribuibile a quella europea, che con le due MiFID ha messo il cappello sul risparmio e sulla 
Valerio, qual è la sua visione sul futuro della consulenza finanziaria?
Come è cambiata la professione del consulente finanziario dalla pandemia ad oggi, in termini di relazione con i clienti?
oggi vengono premiati i consulenti che hanno saputo adottare uno stile di comunicazione trasversale, adattandosi alle esigenze di tutti i componenti della
Quali strumenti sono necessari per adottare un approccio olistico di consulenza e gestire la rendicontazione integrale del patrimonio? 
In Fineco come state affrontando la problematica del passaggio generazionale?
Come affrontate la selezione e l’inserimento professionale dei consulenti provenienti dal settore bancario? 
Inoltre, si doveva comunicare – e motivare – al cliente potenziale la presenza di commissioni di ingresso anche del 7,5% (i primi pionieri raccontano di front fee del 10% negli anni ’70), e questo faceva dei
Il marketing operativo del neofita prevedeva sia il contatto “a freddo”con i potenziali clienti (le famose “telefonate a freddo” immortalate nel film “Wall Street” degli anni ’80), sia il contatto “a caldo” con persone già conosciute con cui era meno difficile ottenere un appuntamento insieme al proprio supervisore. Inoltre, si stava tutto il giorno fuori a fare appuntamenti – almeno 4 ogni giorno, era la regola aurea per un buon avviamento dell’attività – si conoscevano tante persone nuove e si andava in ufficio solo ad inizio e a fine giornata, per
consegnare i contratti oppure per confrontarsi con i colleghi sull’efficacia delle tecniche di marketing operativo. Le postazioni di lavoro si condividevano – solo un “anziano” poteva averne una tutta sua – così come tutti i costi dell’ufficio. Lavorare dentro una filiale bancaria non era neanche lontanamente immaginabile. I supervisori, tutti di grande esperienza, tiravano su i nuovi entrati a forza di riunioni, incontri motivazionali e, soprattutto, a furia di costante affiancamento commerciale. Erano anche veri maestri di vita, i supervisori, ed oggi se ne sente la mancanza.
L’offerta di prodotti finanziari era ai minimi termini: un fondo comune obbligazionario (da assimilare ai BTP), uno azionario globale (azioni) e uno bilanciato (fifty-fifty tra il primo ed il secondo), con i quali si proponevano alternative, tutt’altro che fantasiose o ingannevoli, agli strumenti di risparmio più usati allora dagli italiani. Infatti, si lavorava contro i titoli di stato al 12-15%, in una Italia in cui ognuna delle principali città (Milano, Torino, Roma, Napoli e Palermo) aveva la propria borsa valori. Insieme ai fondi comuni si vendevano soprattutto sogni e ideali di risparmio, e non c’è dubbio che i concetti basilari dell’Educazione Finanziaria siano nati proprio in quel tempo, nel quale si parlava già di risparmio per obiettivi, e di sogni di vita vera che spesso si avveravano: nonostante le commissioni di ingresso molto elevate, i primi “risparmiatori/pionieri” che hanno creduto in quella innovazione di prodotto hanno comprato casa dopo appena qualche anno, grazie ai rendimenti stratosferici realizzati in quegli anni dai mercati finanziari.
Intendiamoci, i sistemi cambiano, si evolvono e si adattano ai tempi. E migliorano anche. E’ un fatto quasi naturale, che rientra nelle dinamiche di qualunque sistema produttivo. Le regole che hanno disciplinato per anni la professione dei
Da molti anni le reti preferiscono investire sui
bisognosi di un lungo periodo di adattamento al lavoro autonomo. Eppure, la presenza di giovanissimi all’interno di un ufficio di 

E così, la possibilità di un rapido evolversi di questo conflitto ha lasciato rapidamente il posto allo spettro di uno scontro duraturo – con il probabile seguito di governi in esilio e rapporti internazionali deteriorati – e la “Finanza delle Catastrofi”, nata con la pandemia, è stata sostituita dalla “Finanza di guerra” senza nemmeno un giorno di tregua. Inutile dire che noi consulenti finanziari, tanto per cambiare, ci siamo dentro fino al collo, e non abbiamo sparato un solo colpo.
quando finirà? In pratica, mi ha scambiato per Mago Merlino, ma non posso fargliene una colpa: il cliente si sente come Re Artù sotto attacco del nemico e io devo essere presente ricordandogli che, alla fine, lui possiede Excalibur, ossia il Tempo, che in Finanza tutto sconfigge. In ogni caso, sono risposte difficili da dare, e far prevalere la parte corticale-razionale del mio cervello non è facile. Devo riportare Giovanni a guardare al domani, alla tendenza al progresso ed al miglioramento verso cui il genere umano e i mercati finanziari tendono da millenni nella Storia.
Del resto, chi può farlo meglio di me e di lui? Io conosco bene quali sono i progetti del mio cliente, l’ho seguito e l’ho visto mentre realizzava i suoi sogni: la famiglia, gli studi dei figli, la sua piena realizzazione professionale, il casale a Ragusa. Oggi i suoi risparmi hanno cambiato obiettivo: sono destinati ai suoi nipoti, e servono per assicurare un benessere futuro alla sua famiglia, e questo, ancora una volta, non verrà messo in discussione dalla guerra di Putin né da una eventuale escalation, poiché il tempo ci permetterà di crescere ancora.
scorso non era importante conoscere a fondo i clienti e le loro esigenze, e bastavano le tecniche di vendita professionale per compensare il gap competitivo con le banche. Tutti noi eravamo alla ricerca del “prodotto buono” e di messaggi commerciali innovativi che stupissero i clienti. Il legame tra tempo, rischio e rendimento, così come la costruzione dell’asset allocation, sono arrivati negli anni duemila, e negli anni dieci del nuovo millennio ha cominciato a prendere forma la “consulenza olistica”, quella incentrata sul ciclo di vita del cliente e sulle sue esigenze familiari in funzione del tempo. E’ grazie a questo nuovo corso della consulenza che possiamo effettuare anche un coaching sull’emotività dei nostri clienti nei momenti di profonda crisi.
mercati – dalle torri gemelle alla crisi finanziaria del 2007 alla pandemia – hanno sempre confermato che l’asset allocation strategica massimizza il ritorno nel lungo termine per il cliente. Chi asseconda le ansie del cliente e si presta a fargli ridurre il livello di rischio nel pieno corso delle crisi contribuirà consapevolmente al raggiungimento di una performance peggiore rispetto a chi non ha modificato di una virgola, in quei frangenti pieni di tensione, il proprio programma di investimento. Questo è il compito di un consulente finanziario ai tempi di guerra, e come si può vedere non c’è alcuna differenza rispetto al passato.
da decenni, ed effettivamente qualche effetto lo sta avendo; ma la struttura portante del settore è rimasta saldamente in mano agli advisor indipendenti, in un rapporto di forze che li vede prevalere, nelle abitudini di investimento degli irlandesi, sui c.d. “agenti/consulenti collegati”, i quali guadagnano esclusivamente in base alle 
Sembrerebbe un sistema simile a quello italiano, che vede due figure professionali differenti, ma i rispettivi rapporti di forza sono capovolti; inoltre, rispetto al
Questa commistione, come dicevamo, sarebbe impensabile oggi in Italia e, se non fosse per la trasparenza imposta dalla Banca Centrale d’Irlanda (che disciplina il Registro dei consulenti), difficilmente tale sistema sarebbe attuabile anche nella patria della birra Guinness e degli U2. E allora, cosa ha permesso una tale “mescolanza” di interessi potenzialmente in conflitto? Certamente l’imprinting dato alla consulenza finanziaria dal
Ciò ha permesso una sorta di “supremazia professionale” dei primi sui secondi, nonché un rapporto di strettissima collaborazione tra le due categorie, che sembra funzionare grazie all’abitudine degli irlandesi di chiedere, prima ancora di parlare di obiettivi e orizzonte temporale, la struttura tariffaria del consulente che hanno di fronte, quali sono le fonti del suo guadagno – le eventuali provvigioni ricevute dai tied agent devono essere obbligatoriamente esplicitate, a pena di sospensione e/o radiazione dal registro – e la sua qualifica specifica. Infatti, in Irlanda esistono diverse qualifiche dei
– consulenti multi-agent (tied agent o consulenti “limitati”), che vendono prodotti finanziari dei fornitori a cui sono “collegati“, e non possono offrire prodotti finanziari di altri fornitori;
elevato numero di prodotti di altrettanti fornitori di servizi finanziari, ma si può legare in esclusiva ad un’unica compagnia di assicurazioni, non appartenente a nessun distributore di strumenti finanziari, in relazione alla consulenza e vendita di assicurazioni, per esempio, sulla casa o sulla responsabilità civile/professionale.
Il capovolgimento dei ruoli rispetto al sistema italiano si percepisce anche in merito alla
In ogni caso, qualunque consulente irlandese – ed in special modo quelli indipendenti – deve esplicitare al cliente la natura e l’entità dei pagamenti che riceve, anche indirettamente, come “condizione di procedibilità” per l’erogazione del servizio. Pertanto, i financial planner sono obbligati formalmente a comunicare al potenziale cliente se ricevono anche commissioni dal fornitore (tied agent) presso il quale il 
Di conseguenza, la
Infatti, sempre più bancari con esperienza in gestione della clientela vengono contattati dalle
Marina, quando ha pensato la prima volta a “Onboarding”, e cosa l’ha spinta a tuffarsi in questa iniziativa?
ingaggio. Per questo motivo, una volta andata in pensione e lasciato il mondo della consulenza attiva, mi è venuta l’idea di mettere la mia esperienza a disposizione di chi è attratto dal mondo della 
Usando una terminologia calcistica, vi definireste come i “procuratori” di un aspirante consulente finanziario, oppure come dei possibili “preparatori atletici”?
Quali sono i vostri programmi specifici per i neolaureati o per coloro che vogliono cambiare lavoro scegliendo la consulenza finanziaria?
I sintomi di questa malattia auto-immune, resi ancora più evidenti dall’azzeramento dei tassi di interesse e dalla scomparsa della tradizionale fonte di ricavo delle banche (la “forbice dei tassi”), sono sempre più evidenti: incapacità di trovare nuove fonti di ricavo, necessità di continui processi di accorpamento, affannosa ricerca di economie di scala al proprio interno, perenne
Non sembrano esserci differenze di scenario anche nelle banche-reti, che continuano ad investire nel
In definitiva, nonostante la fase di maturità e declino del core business bancario imporrebbe un
Invece, il passaggio dalla performance di portafoglio alla performance del consulente permetterebbe di scollegare la propria attività dalla performance, e quindi potrebbe essere una opportunità anche per l’industria del risparmio, i cui strumenti finanziari fanno fatica a superare i vari benchmark per via della necessaria presenza dei costi annui. Peraltro, le
Ma come può avvenire tutto ciò, quale può essere la strategia da adottare per un simile cambiamento? Il principio da osservare è simile a quello utilizzato in qualunque azienda multi-prodotto o multi-service, e cioè individuare dei “contenitori” che fungano da volano per servizi di natura diversa da quelli tradizionali ma piuttosto profittevoli. Il contenitore “naturale” delle banche-reti non può che essere l’
Tra i servizi “no core business” a contenuto economico – e quindi con conseguimento di ricavi per la banca-rete ed il consulente – potremmo annoverare, solo a titolo di esempio:
Già oggi, quasi tutti i 








