Aprile 19, 2026
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Rinnovo del contratto di agenti di commercio e consulenti finanziari: chi vuole, dica la sua

Il 7 novembre le organizzazioni datoriali e quelle sindacali del settore riprendono le trattative per il nuovo AEC. Federpromm agli iscritti: inviateci proposte.

In previsione della ripresa del negoziato sindacale per le trattative del rinnovo del contratto per il prossimo 7 novembre 2024, la delegazione Federpromm-Uiltucs si è rivolta agli iscritti per chiedere suggerimenti e proposte in vista dell’incontro con le controparti per il rinnovo dell’Accordo Economico Collettivo di agenti e consulenti finanziari, ancora oggi fortemente discriminati poichè non esiste un riconoscimento a livello strutturale delle rispettive qualifiche e profili professionali, sia sotto il profilo della normativa che sotto quello economico.

Manca, infatti, una declaratoria delle funzioni di tali qualifiche, che Federpromm vuole invece far riconoscere all’interno del contratto, in modo che le aziende che recepiscano tale accordo non possano poi sottrarsi ai vari istituti ed obblighi contrattuali. In particolare, rispetto agli agenti che hanno il vincolo del “monomandato” va trovata la formula migliore affinchè si abbia un compenso economico come corrispettivo dell’esclusiva. Inoltre, rimanendo sul tema del vincolo di mandato, sotto il profilo della previdenza obbligatoria Enasarco si verifica da molti anni una condotta inopportuna (e inadeguata) delle società mandanti, poiché queste assolvono il relativo accantonamento contributivo per i monomandatari pagando la minor quota prevista per i plurimandatari, risparmiando sui costi aziendali ma generando ai danni degli agenti/consulenti gravissime limitazioni sul montante contributivo ai fini della pensione futura.

Chi è interessato a fare proposte utili all’interesse della categoria, potrà inviarle a: federpromm@uiltucs.eu.

Silenti e arrabbiati, il ritorno. Lucaselli: quello di Enasarco un emblema di ingiustizia sociale

La pandemia ha solo rinviato la soluzione delle incongruenze e contraddizioni ai danni degli agenti di commercio che non riescono a maturare venti anni di contribuzione, perdendo o impoverendo il valore dei contributi versati e le relative prestazioni pensionistiche.

“Mentre le istituzioni di Governo si stanno prodigando per racimolare risorse pubbliche e “aggiornare” il sistema pensionistico degli italiani, le loro stesse azioni si rivelano discriminatorie e incostituzionali, essendo rivolte soltanto ai lavoratori che rientrano nella previdenza pubblica INPS e abbandonando tutti quegli altri che fanno parte dei sistemi di previdenza privata ex D. lgs 509/1994. Per i secondi, infatti, le sorti della propria pensione rimangono appese agli ipotetici risultati dei grandi investitori, e non ad un welfare sociale solidaristico in cui la certezza del trattamento pensionistico sia garantita sia in base ai due parametri dell’età pensionabile e degli anni di contribuzione”. Così Cosimo Lucaselli, responsabile del dipartimento Silenti Enasarco di Federcontribuenti.

“La prova di questa aperta discriminazione – afferma Lucaselli – è data dal sistema pensionistico integrativo Enasarco, che negli anni ha portato in pensione solo il 15% degli iscritti e ha trasformato in “silenti” il rimanente 85% che ha versato complessivamente 9,25 miliardi di euro di contributi. Come possiamo definire questa incredibile incongruenza se non come una discriminazione sociale ed economica tra le più gravi oggi in Italia?”. “È discriminatorio – prosegue Lucaselli – non ricevere le attenzioni del Governo su un tema così importante e annoso, e ciò conferma che in Italia esiste un modo “tutto italiano” di interpretare la previdenza, portandola fuori da ogni regola di ragionevolezza  e di equità sociale, se solo fa comodo a certe fasce elitarie del mondo del lavoro”.

Effettivamente, è impossibile non riconoscere che quello degli agenti silenti di Enasarco è un problema volutamente non affrontato, che annovera presso di sé casi eclatanti di agenti che, pur avendo versato contributi per 50-60.000 euro, non si vedono riconosciuti un euro di pensione. Si tratta di una anomalia di rango costituzionale, poiché colpisce lavoratori chiamati a versare obbligatoriamente contributi integrativi che non potranno usare se non a condizioni-capestro che qualunque giudice, in altri ambiti della giustizia civile, dichiarerebbe vessatorie e nulle all’origine. ”Quella di Enasarco, è diventata un emblema di cattiva giustizia sociale e di incostituzionalità – aggiunge Lucaselli – e se Enasarco e i ministeri vigilanti avessero applicato negli anni il principio di ragionevolezza previsto dal Legislatore nella legge 613/1966, all’art. 29, oppure quanto previsto dagli articoli 1,3 e 11 del decreto legge 252/2005, non si sarebbero accumulati 692.000 posizioni di agenti silenti”.

Come occorre affrontare il problema in futuro? “Abbiamo avviato già da tempo – aggiunge ancora Lucaselli – una serie di incontri istituzionali, cosa mai accaduta sino ad oggi, per dare sbocco ad una soluzione positiva per i contributi silenti Enasarco, per cercare di abbattere la barriera di disinteresse manifestato sia dai sindacati di categoria che, naturalmente, della stessa Enasarco, la quale dovrebbe essere riconoscente verso i silenti che, con i propri versamenti, hanno contribuito concretamente a garantire le prestazioni assistenziali e pensionistiche agli altri agenti, nonché stipendi e trattamenti economici di tutto rilievo ai vertici della Fondazione in tutti questi anni. È arrivato il momento di dire basta a questo scandalo”.

“La fondazione Enasarco – conclude Lucaselli – non si sostituisce al regime obbligatorio dell’INPS, ma si limita a gestire una forma integrativa di tutela complementare a INPS. Tuttavia, essa continua a imporre unilateralmente regolamenti interni che limitano ed estromettono coloro che hanno contribuito anche per decine di migliaia di euro, costringendoli a perdere quanto versato come se Enasarco fosse una cassa di previdenza sostitutiva, e non semplicemente integrativa”. “Non si può nascondere che l’universo Enasarco sia complicato in materia previdenziale, ma bisogna riconoscere che esso è diventato così per mano di chi non ha applicato la sufficiente diligenza nell’interpretare la volontà del Legislatore, nel redigere e nell’approvare i regolamenti interni più rispettosi di tutti i contribuenti alla Cassa. La previdenza integrativa-complementare a quella dell’INPS, per sua stessa natura, deve essere erogata senza vincoli di anni di contribuzione nel momento in cui l’iscritto percepisce la pensione di vecchiaia INPS, come recita il decreto legislativo 252/2005″.

Nuova maggioranza in Enasarco. Sarà in grado di governare senza ostacoli?

La governance di Enasarco dovrebbe deliberare immediatamente su un programma di investimenti che fermi l’emorragia di agenti e assicuri la sostenibilità finanziaria della Cassa. La nuova maggioranza sarà nelle condizioni di farlo?

Di nuovo aria pesante in casa Enasarco. Il 14 ottobre scorso il tribunale civile di Roma, infatti, ha accolto il ricorso d’urgenza presentato dalla lista “Fare Presto” (espressione di Anasf e altre associazioni), sospendendo l’efficacia dell’ultima decisione della commissione elettorale, nominata dal vecchio consiglio d’amministrazione di Enasarco, che aveva nominato due consiglieri dello schieramento a sostegno del presidente Marzolla ed un solo consigliere della medesima lista Fare Presto.

Adesso, con la decisione del tribunale di Roma che “ordina l’immediata sospensione della esecuzione della decisione assunta dalla commissione elettorale del 4 agosto 2021 ovvero della deliberazione assunta il 23 dicembre 2020 nella parte in cui la stessa è stata assunta dalla commissione elettorale”, il destino della Cassa di previdenza di agenti di commercio e consulenti finanziari viene di fatto consegnato alla lista Fare Presto e, in particolare, ad Alfonsino Mei (in quota Anasf), che dovrebbe assumere la presidenza della fondazione al posto di Antonello Marzolla. La decisione del tribunale, inoltre, ha effetto immediato, ma la vicenda non finirà qui: è già stato fissato il giudizio di merito per gli inizi del 2022, e questo fa prevedere altri colpi di scena.

Al di là dei toni aspri con cui lo scorso 24 Settembre “Fare Presto” stigmatizzava la decisione della Commissione elettorale, c’è da dire che lo stesso Ministero del Lavoro aveva richiesto ad Enasarco di individuare una soluzione proporzionata al peso elettorale emerso dal voto, ed era evidente che Fare Presto, con il 51% dei voti ottenuti nel corso dell’ultima elezione, avrebbe legittimamente aspirato ad una diversa composizione del CdA e, di conseguenza, alla presidenza.

Forse, vista la situazione di stallo che si era venuta a creare a seguito delle innumerevoli iniziative giudiziarie promosse dalla lista Fare Presto, molti avevano cominciato a chiedere nuove elezioni, ed in considerazione delle circostanze questa soluzione sarebbe stata la migliore. Infatti, chi assicura adesso che Fare Presto potrà governare senza ostacoli di natura giuridica che, nel frattempo, la coalizione facente capo al presidente Marzolla potrebbe – altrettanto legittimamente – incardinare? Inoltre, il giudizio di merito che si aprirà ad inizio 2022 potrebbe “scombinare” nuovamente le carte, e bloccare l’operatività piena della Cassa?

Qualunque sia la risposta a queste domande, sono tanti gli iscritti ad Enasarco delusi da questo lungo periodo di polemiche interne, e molti vengono da un periodo di difficoltà economiche che ha esasperato sia gli animi che il giudizio sulla governance della Cassa. Viste le circostanze, ci si augura che la nuova maggioranza, oltre a poter governare al massimo delle possibilità, possa aprire un tavolo di mediazione con la ex maggioranza appena detronizzata per decidere plebiscitariamente sulle misure urgenti e concrete e lanciare così un segnale di nuovo impegno agli iscritti e ai ministeri, che sulla possibilità di un commissariamento sono andati molto vicini anche in questa occasione.

Sullo sfondo, parecchie migliaia di agenti hanno interrotto l’attività negli ultimi anni, e la pandemia ha amplificato un fenomeno che già esisteva. Il problema è di una gravità percettibile, sia per gli agenti di commercio che (in misura minore) per i consulenti finanziari, pertanto la Cassa dovrebbe deliberare immediatamente su un programma di investimenti che fermi l’emorragia di agenti e assicuri la sostenibilità finanziaria della Cassa insieme al passaggio generazionale.

Fare Presto sarà nelle condizioni di farlo?

Consulenti finanziari e trattamento provvigionale, dove porta la partnership tra Anasf e Assoreti?

I principali attori che rappresentano, per statuto, gli interessi dei consulenti finanziari hanno già anticipato una ennesima limatura delle provvigioni. Marucci (Federpromm): “Le reti di consulenza finanziaria sono gonfie di utili, impossibile tollerare altre riduzioni dei margini”.

“Riflettere sul proprio pensiero, ovvero sviluppare una analisi critica del proprio vissuto in funzione della situazione oggettiva,  delle condizioni di lavoro e della struttura  dei processi di condizionamento legati alle differenziazioni di ruolo e di classe sociale”, così Manlio Marucci, presidente di Federpromm  (affiliata Uiltucs) lancia una provocazione ad alcune prese di posizione espresse dai rappresentanti  delle organizzazioni del “calcolo combinato”, e cioè Anasf ed Assoreti.  “Dopo 12 anni di continui tagli ai margini provvigionali – sostiene Marucci – e dopo alcune stagioni in cui il sistema banca-rete ha conseguito e distribuito alle capogruppo utili da capogiro, dobbiamo sentire ancora parlare di limature dei margini provvigionali, quando invece il sistema dovrebbe distribuire corposi premi di produzione ai consulenti finanziari per come questi hanno saputo reggere e aumentare il fatturato persino in occasione della pandemia che, invece, ha ridotto sul lastrico intere categorie produttive e apparati industriali”. “Certe dichiarazioni non sono più tollerabili – prosegue il presidente del sindacato dei consulenti e agenti del credito – e non escludiamo l’apertura, per la prima volta in questo settore “dorato”, di una vera lotta professionale e sindacale sulla base di una piattaforma di rivendicazioni categoriali concrete e non più rinviabili”.

Manlio Marucci

Cosa ha generato questa presa di posizione di Marucci? Per comprenderne bene la genesi, dobbiamo individuare i fatti, ed in particolare l’enfasi con la quale Anasf ha riqualificato – o semplicemente chiarito, una volta per tutte – il proprio rapporto con Assoreti. Nel sito dell’associazione è possibile leggere un intervento del presidente Conte, il quale affermava a Luglio 2020 “….mettere il consulente finanziario al centro della scena. Come farlo? Sicuramente facendo sistema, anzi mettendo in crisi il sistema (…). Un sistema messo in crisi inizia, infatti, a distinguere ciò che è da fare da quello che non lo è, ciò che è strategico da tutto il resto; così facendo arriva a fare una scelta e a quel punto prende le relative decisioni. Questo è il processo virtuoso al quale dobbiamo tendere. Ma non da soli. Fare sistema significa infatti interessare all’azione tutti gli stakeholder che sono prossimi alla nostra attività. Anzitutto Assoreti, nostra partner professionale. Non possiamo pensare di camminare separati, è assolutamente sconveniente per tutti che ci sia questa divisione (ammesso che ci sia), bisogna convergere invece per le stesse finalità e per gli stessi obiettivi”.

Luigi Conte

Pertanto, per bocca di Conte, Assoreti è “partner” indispensabile di Anasf, ed insieme “sono sistema”, percorrendo e condividendo identici obiettivi. Non c’è niente di moralmente discutibile in questo, si tratta di una strategia da cui certamente deriveranno degli effetti per la categoria, e Assoreti non è “il nemico” dei consulenti finanziari. Da questa partnership, però, derivano anche precise responsabilità storiche per Anasf, perché ogni scelta del “sistema” ricadrà ineluttabilmente su entrambe e, quindi, anche su Anasf.

Quali effetti possono attendersi i consulenti? E’ presto per dirlo, ma l’inizio sembra non essere dei più felici. Infatti, Advisor Online, in un articolo di Dicembre 2020, riporta un altro fatto importante, condito da altrettante dichiarazioni di Conte. “…Il 21 dicembre partirà il primo tavolo inter-associativo tra Anasf e Assoreti, che metterà a punto un programma per consentire ai giovani talenti di entrare nella professione. Lo ha annunciato il presidente di Anasf Luigi Conte nel corso dell’evento di apertura dell’edizione digitale di ConsulenTia 2020. (…..) E anche sulla sostenibilità economica della professione si è creato un asse tra le due associazioni. I consulenti infatti lamentano costi alti e ritorni bassi. Il numero uno di Assoreti, Paolo Molesini,  ‘si aspetta che, in questo momento di mercato dove i rendimenti sono non semplici da cogliere, si assisterà a una limatura dei margini, ma che sarà inferiore all’aumento delle masse in gestione. Luigi Conte ha concluso spiegando che è ‘interesse comune poter offrire i servizi giusti alla clientela e dall’altro lato avere le giuste remunerazioni. …..’”.

Pertanto, mentre Assoreti preannuncia un evento concreto, e cioè quello di una ennesima limatura dei margini alle reti, Anasf, per bocca del suo massimo esponente, risponde con un principio astratto, quello delle “giuste remunerazioni”, che non si sa bene cosa voglia dire con esattezza. Conte, però, chiarisce il concetto in un altro articolo, pubblicato nella rassegna stampa del sito di Anasf, nel quale egli afferma “….Auspichiamo che questa riduzione garantisca ai CF un futuro remunerativo e proporzionale agli sforzi fatti per offrire in modo professionale i servizi attesi alla clientela”.

Oggettivamente, e con tutta la buona volontà, non si comprende come una riduzione dei guadagni possa garantire ai consulenti finanziari un futuro remunerativo e proporzionale agli sforzi fatti, quando a tali sforzi, testimoniati dagli utili distribuiti copiosamente alle capogruppo, dovrebbe corrispondere un aumento dei margini, o almeno una stabilizzazione, e non certo una diminuzione. Inoltre, la motivazione con la quale in questi ultimi 13 anni si è voluto giustificare il progressivo taglio dei margini – quella dell’aumento delle masse amministrate pro capite, che riduce gli effetti dei tagli, ma solo in valore assoluto (a parità di masse, i margini sono diminuiti del 50% circa dal 2008) – non è accettabile neanche in linea di principio, perché l’aumento delle masse è merito indiscutibile dell’impegno degli stessi consulenti finanziari (senza i quali le masse sarebbero confluite alle banche tradizionali, e non alle reti) e, in nome di quelle masse, sono stati sacrificati sull’altare del portafoglio medio sia i praticanti PF, di cui oggi anche il sistema Anasf-Assoreti comincia a sentire la mancanza, sia migliaia di CF con portafoglio sotto la media ma costretti ad uscire dal mercato per iniziativa delle mandanti.  

Vito Ferito

Sul tema, Vito Ferito, Direttore Commerciale Gamma Capital Markets, è intervenuto di recente chiedendosi “…perchè il cliente sta pagando così tanto se il servizio al consulente viene pagato sempre meno? Un’altra verità scomoda con cui dobbiamo fare i conti è che la parte di costo complessivo sostenuto dal cliente, che viene retrocessa ai consulenti finanziari, rimane bassa e si contrae sempre di più. Come abbiamo visto alcuni livelli di costi complessivi sostenuti dagli investitori non sono giustificabili e dovrebbero scendere: è pur vero che i costi medi per il cliente stanno, di fatto, scendendo, ma sono i margini (sia assoluti che in percentuale del costo complessivo sostenuto dal cliente) dei consulenti che scendono ancora di più”. “Un’altra tendenza che noto ultimamente – prosegue Ferito – è quella dell’aumento di varie voci commissionali diverse dalle commissioni di gestione, come ad esempio la shareholders fee o le spese amministrative. E’ risaputo, infatti, (…..) che ogni centesimo in più delle altre voci costituisce un margine netto per la mandante o la SGR del gruppo. (….) Ai consulenti vengono lasciate le briciole….”.

Ecco cosa, in tutta evidenza, avrebbe determinato il cambio di direzione di Federpromm. Manlio Marucci, infatti, afferma che “è maturo il processo di cambiamento che sta interessando alla radice la categoria dei consulenti finanziari non autonomi, che non sono lavoratori subordinati alle reti di consulenza finanziaria, ma veri professionisti dotati di una propria autonomia all’interno di un sistema regolamentato, e oggi avanzano serie perplessità sulla natura “logicamente combinata” della partnership tra Anasf ed Assoreti”.  “Affrontare il problema dei cambiamenti strutturali dei CF – sostiene Marucci – per Federpromm significa, ad esempio, la libertà di assegnare i clienti ai colleghi graditi al CF uscente oppure, in caso di cambio da una società mandante ad un altra, di stabilire una norma che inibisca alla mandante qualunque attività di concorrenza sleale sulla clientela per un periodo non inferiore ad un anno”.  

“Altra elementare forma di tutela – aggiunge il presidente di Federpromm – è quella di porre le condizioni  sul piano contrattuale dell’impossibilità di revocare il mandato se non per giusta causa”. Inoltre, vista l’importanza inconfutabile dei CF all’interno di questo sistema, sarebbe corretto avere un loro rappresentante nel CdA della rete o negli organismi di compliance, eletto democraticamente, in rappresentanza degli interessi dei CF”. “Non solo – prosegue Marucci – In caso di ingresso presso un  nuovo intermediario (mandante) con contratto di agenzia, il pagamento dei bonus andrebbe garantito in totale assenza di condizioni-capestro, trattandosi di un investimento in termini quali-quantitativi della rete in una nuova risorsa umana, e non di un semplice meccanismo condizionato dal do ut des per le masse amministrate. Inoltre, i c.d. patti di stabilità dovrebbero essere inibiti o pagati profumatamente, in proporzione al portafoglio complessivamente considerato anno per anno e per tutta la durata del patto, esattamente come un bonus di ingresso”.

“Infine – conclude Marucci – a livello professionale, come era già previsto dalla Riforma Dini del 1995 sulla riforma delle pensioni,  andrebbe rivista la previdenza obbligatoria dei CF, consentendo così di avere una propria Cassa di previdenza autonoma in cui far confluire tutti i contributi versati fino ad oggi alla Fondazione Enasarco. In alternativa, istituire un Fondo Pensione di tipo negoziale attraverso un Accordo Economico Collettivo (AEC) di tutti gli operatori dell’intermediazione finanziaria, creditizia ed assicurativa, e ciò anche al fine di superare tutte le contraddizioni esistenti legate  a tali figure professionali. Un obiettivo che Federpromm-Uiltucs ha posto tra le sue principali attività sul piano sindacale anche per gli anni a venire”.

Enasarco, la proposta di legge Durigon non risolve le disparità per i contribuenti “silenti”

Quella di Enasarco è una previdenza integrativa, ed in quanto tale deve essere restituita per legge agli aventi diritto sotto forma di integrazione pensionistica rivalutata nel tempo. Cosimo Lucaselli (Federcontribuenti): “la proposta di legge Durigon non è attuabile”.

Il fenomeno dei contributi c.d. silenti o improduttivi, e cioè versati alle casse previdenziali per un numero di anni inferiore a quello oltre il quale matura il trattamento pensionistico autonomo, genera in decine di migliaia di casi – come vedremo – autentiche ingiustizie e immeritati vantaggi finanziari a chi, quel denaro, lo gestisce nell’interesse di altri contribuenti che, nel loro complesso, diventano così beneficiari di somme che non hanno versato ma che entrano nella riserva tecnica delle loro future pensioni; oppure, come nel caso di Enasarco, contribuiscono al pagamento di prestazioni accessorie (anticipazioni per la casa e l’autoveicolo, borse di studio per i figli, spese funerarie etc).

Si tratta di situazioni profondamente ingiuste, dal momento che quei contributi vengono erogati dal lavoratore allo scopo di ottenere una pensione, e pertanto hanno una finalità ed un interesse legittimo che riceve dal nostro Ordinamento la massima tutela costituzionale; eppure, questo denaro, per i silenti, si perde “obbligatoriamente”: nessuna possibilità di restituzione in caso di mancato raggiungimento – anche per cause del tutto involontarie – della durata minima contributiva, né speranza di godere in tempi brevi (o del tutto) di un assegno complementare al raggiungimento dell’età pensionabile.

Certo, esiste la possibilità del proseguimento volontario anche in assenza di fatturato e di mandato, ma i minimi previsti sono elevati e quasi tutti coloro che si trovano privi di fatturato rimandano, fino ad abbandonare gli intenti in caso di uscita dal mondo del lavoro.

Peraltro, il problema riguarda anche quei contribuenti che non hanno la possibilità di ricorrere agli istituti della ricongiunzione (legge 29/1979 e legge 45/1990) e della totalizzazione (decreto legislativo 2 febbraio 2006, n. 42).

Per agenti di commercio e consulenti finanziari, pertanto, esiste una concreta disparità di trattamento rispetto alle altre casse che, invece, prevedono tutele aggiuntive al raggiungimento di una durata minimo contributiva più equa (generalmente pari a 5 anni). A questo si aggiunge una generale ritrosia, da parte degli enti previdenziali, a fornire i dati sui contributi improduttivi, determinando una mancanza di trasparenza sul loro esatto ammontare, anche di fronte a specifici atti di sindacato ispettivo, ed una certa confusione. Federcontribuenti, per esempio, stima in circa 9 miliardi i contributi improduttivi gestiti negli anni da Enasarco, mentre la Cassa ha dichiarato nel corso del 2020 che il loro ammontare sarebbe di poco superiore ai 2 miliardi.

In questo contesto, il caso degli iscritti alla Fondazione Enasarco – ente che gestisce le pensioni integrative obbligatorie a favore degli agenti di commercio e consulenti finanziari è emblematico, anche perché coinvolge circa 218.000 contribuenti attivi, 122.000 pensionati e un esercito di quasi 700.000 contribuenti silenti (secondo i dati forniti da Federcontribuenti). All’interno di questo grande calderone, esistono numerosissimi agenti che hanno contribuito anche per 18 anni – rispetto al minimo previsto di 20 – per ottenere una pensione complementare che non è mai arrivata, e non arriverà mai, nemmeno parzialmente. Secondo Cosimo Lucaselli, responsabile rapporti con il Parlamento di Federcontribuenti, l’ammontare di contributi improduttivi nelle casse della Fondazione sarebbe pari a circa 9 miliardi. “La previdenza Enasarco – afferma Lucaselli – è una previdenza integrativa, ed in quanto tale non può essere soggetta ad equilibrio finanziario, dovendo essere restituita per legge agli aventi diritto come integrazione pensionistica rivalutata nel tempo, come previsto dall’art. 29 della legge 613 del 1966. Detto questo, il problema dell’equilibrio finanziario va ricercato in altre cause di gestione dell’Ente”.

Cosimo Lucaselli

C’è da dire che il Legislatore ha espresso la volontà di trasformare la previdenza Enasarco in previdenza integrativa o complementare a quella INPS, ed Enasarco gestisce la previdenza integrativa “per conto dell’INPS”, come da convenzione prevista dall’art.29 della citata legge 613/1966. “Di conseguenza – aggiunge LucaselliEnasarco ha il compito di erogare una integrazione pensionistica nel momento in cui l’agente di commercio o il consulente finanziario acquisisce il diritto alla pensione erogata da INPS. Questa chiarissima volontà del Legislatore, negli anni successivi al 1966, è stata letteralmente stravolta per mezzo di decreti legislativi e leggi che hanno prodotto interpretazioni capovolte della previdenza Enasarco e che risultano discriminatori, incostituzionali e illegittime, soprattutto nelle parti in cui si obbliga ad una doppia contribuzione previdenziale e si impone l’obbligatorietà della quota 92”.

Claudio Durigon

Le osservazioni di Federcontribuenti sembrano avere solido fondamento. “Nei sistemi democratici – afferma Lucaselli – le previdenze integrative o complementari non possono essere obbligate per legge, nè tantomeno essere soggette ad un numero minimo così elevato di anni di contribuzione, come nel caso di Enasarco. Per questo motivo, la proposta di legge n. 2855 del 11/01/2021, che come primo firmatario l’On. Claudio Durigon, non è attuabile nei punti in cui tratta la previdenza Enasarco, perché non risolve affatto quelle interpretazioni che negli anni hanno causato gravi ingiustizie agli iscritti all’Ente. Sarebbe stato risolutivo, invece, che Durigon richiamasse la competenza sui contributi Enasarco al Decreto Legislativo n.252 del 5 dicembre 2005, il quale disciplina le previdenze integrative-complementari. Le istituzioni si sono colpevolmente “dimenticate” di far confluire in quella legge la previdenza integrativa degli agenti di commercio e consulenti finanziari”.

Secondo Federcontribuenti, basterebbero 50 milioni l’anno per mettere a regime i diritti previdenziali dei silenti, e questo la dice lunga sul fatto che manchi la volontà politica, non certo la copertura finanziaria.

Su tutto, e a superamento di qualunque sfumatura interpretativa del diritto, c’è un principio elementare di realtà che merita una disciplina più equa e che nessuno può contrastare con le parole: la natura obbligatoria della contribuzione Enasarco non può negare l’esistenza del denaro versato dagli agenti poi diventati silenti, e soprattutto non può negare che tale contribuzione sia finita nella disponibilità concreta di Enasarco, che ne ha fatto uso. Permanendo l’asticella della contribuzione obbligatoria ad una durata minima di venti anni, è come se questo fiume di denaro sia sparito con un “colpo di magia”: c’è, eppure non c’è (e poi non c’è più).

C’è una enorme fossa giuridica nel sistema pensionistico degli agenti di commercio e dei consulenti finanziari, ed i silenti ci nuotano dentro, senza vedere un possibile approdo e senza ricevere soccorsi dalla riva.

Vendita qualificata, la crisi dei talenti fa male all’Economia. Maggiori risorse dal Recovery Plan

Vendere è uno dei mestieri più gratificanti al mondo e, con le giuste condizioni di trasparenza e professionalità, crea un valore inestimabile per la Società e per l’Economia.

Di Valerio Giunta*

Da sempre, la vendita di beni e servizi incide fortemente sui settori che rappresentano l’eccellenza dell’Italia nel mondo, come l’Agricoltura, l’Artigianato ed il Turismo. Per questa ragione, esattamente come accade nelle altre professioni, occorre tutelare chi vende professionalmente, valorizzarne il talento, svilupparne le competenze e, soprattutto, attrarre i giovani per la crescita del settore e per il suo necessario ricambio generazionale.

A fronte di queste esigenze non rinunciabili, il Recovery Plan “Next Generation”, che avrà il compito di disciplinare la distribuzione di risorse finanziarie pari a oltre 200 miliardi, dedica al “Piano strategico Nazionale per le nuove competenze per il mantenimento dei posti di lavoro, le transizioni occupazionali e il supporto alla ricollocazione dei disoccupati” solo 3 miliardi, pari all’1,5% dello stanziamento complessivo. Questo dato – spiace dirlo – è in netta contraddizione con lo scopo stesso del Piano, perché con risorse così marginali (in proporzione alla misura totale) dovrebbe garantire un rilancio in termini di “mantenimento dei posti di lavoro, transizioni occupazionali e supporto alla ricollocazione dei disoccupati” che, in relazione allo stato dell’arte dell’Economia, sarà difficile – se non impossibile – assicurare senza un intervento più incisivo.

Invece, proprio in relazione alle finalità richieste – in particolare le transizioni occupazionali e la riallocazione dei disoccupati – il settore della Vendita potrebbe essere idoneo ad accogliere molte risorse umane, in quanto la figura di venditore qualificato continua ad essere fra le più richieste a livello globale. Infatti, nel rapporto LinkedIn “Emerging Job Report” del 2018, 3 tra le 10 professioni emergenti erano legate all’ambito commerciale. Secondo quanto riportato dal Rapporto SIM (Società Italiana di Marketing) già nel  2017, le figure più ricercate dalle imprese sono quelle specializzare nella vendita (67% nel 2010, 71% nel 2015). Eppure, come scrive il Prof. Silvio Cardinali in Contemporary professional selling: Percorsi di ricerca e riflessioni sul nuovo ruolo dei professionisti delle vendite “a questa disponibilità di offerta nel mercato del lavoro non si è sviluppata una “cultura” italiana in ambito commerciale, e gli studenti universitari non considerano come una opportunità la carriera in questo ambito professionale così pieno di soddisfazioni. Negli ultimi dieci anni, diversi studi (Karakaya, Quigley e Bingham, 2011; Manning, Reece e Ahearne, 2010) hanno dimostrato che la reticenza degli studenti verso la scelta di una carriera nella Vendita è rimasta costante, sebbene questo percorso possa offrire risultati economici gratificanti, soprattutto nei contesti BtoB (Business to Business)”.

Pertanto, le aziende cercano venditori qualificati ma non li trovano, e la domanda di lavoro è costantemente inferiore all’offerta. La “barriera all’entrata” per i giovani, inoltre, è sempre più legata agli investimenti in formazione. Infatti, la Sales Education Foundation (SEF) valuta che la quantità di risorse finanziarie richieste per la formazione di un singolo dirigente alle vendite è pari, negli anni, a circa 160.000 euro, determinando quel fenomeno in base al quale le aziende sono costrette ad indirizzare le loro ricerche nei confronti di candidati già formati e operativi sul mercato. Questa situazione – molto marcata in Italia – è una delle cause della “crisi di talenti” che le reti di Vendita stanno attraversando (Miller Heiman Group, report del 2018, “Reti di Vendita e Crisi di Talento“): i costi tangibili di reclutamento, assunzione e formazione associati alle nuove assunzioni e che non vanno a buon fine ammontano al 15,7%, dei quali il 10% è rappresentato dai venditori che abbandonano volontariamente la professione.

Di fronte a questo scenario, di tassi di turnover bassi e quindi di scarsa mobilità delle risorse umane, i costi connessi all’acquisizione e alla formazione delle risorse commerciali rimangono alti. Si pensi, per esempio, ai costi connessi al mancato servizio di assistenza ai clienti gestiti dai venditori che hanno “abbandonato”: le posizioni aperte per i ruoli di vendita rimangono vacanti per una media di 3,7 mesi, e ci vogliono circa 9,2 mesi prima che un neo-assunto raggiunga la piena produttività. Per coprire le posizioni vacanti senza sostenere gli alti costi per la ricerca e selezione, le piccole e medie imprese ricorrono al tradizionale “passa parola” per individuare i possibili candidati, riuscendo ad individuare un numero estremamente esiguo di candidati che, il più delle volte, non consente di individuare le risorse migliori per assicurare che la posizione, dopo poco tempo, sia nuovamente vacante.

Valerio Giunta

In Italia, com’è noto, il fulcro di gran parte della distribuzione commerciale è rappresentato dagli agenti di commercio e, relativamente agli strumenti di risparmio e investimento, dai consulenti finanziari. In totale, si tratta di circa 218.000 professionisti che intermediano il 70% del PIL nazionale, veri e propri imprenditori che dichiarano per intero tutti i redditi – senza alcuna possibilità di evasione, neanche a volerlo fare – e pagano un pesante fardello allo Stato tra imposte e contributi pensionistici obbligatori (doppi: INPS ed Enasarco). A tutti questi, peraltro, si aggiungono tutti i professionisti della vendita che alcune aziende inquadrano con contratto di lavoro subordinato (i c.d. commerciali), ma che svolgono attività di vendita qualificata.

Da anni, ormai, il saldo tra abbandoni e nuovi ingressi è ampiamente negativo, e ciò determina non solo problemi di sostenibilità finanziaria per la cassa di previdenza Enasarco, ma anche la prospettiva di ulteriori uscite dal settore. Senza un massiccio intervento pubblico sulla formazione – in affiancamento alle aziende, con garanzie e verifiche di buon utilizzo dei fondi – che ristabilisca attrattività per i giovani nel settore della Vendita, ogni piano di sviluppo del nostro paese è destinato a fallire.

* CEO di Startup Italia Srl, esperto di formazione e Delegato all’Assemblea di Enasarco

La “disintermediazione” dei beni colpisce gli agenti di commercio. I buyers sono il punto critico

Internet sta radicalmente cambiando i modelli di acquisto dei consumatori, che oggi dispongono di informazioni illimitate sui prodotti all’interno di un mercato globale dove non esistono più confini, e dove si è disposti a sacrificare il possesso immediato del bene in cambio di un prezzo più basso.

Le recenti vicende elettorali in casa Enasarco, con il loro strascico di programmi e contestazioni, hanno comunque portato alla luce un problema strutturale – quello del commercio elettronico – che incide non poco sul futuro della categoria degli agenti di commercio. Anzi, a ben vedere gli effetti si sono già manifestati in tutta la loro gravità. Negli ultimi 6 anni, infatti, in concomitanza della crescita delle vendite online, gli agenti di commercio in attività sono diminuiti di oltre 50.000.

Non c’è dubbio che lo sviluppo dell’e-commerce abbia accelerato un trend che, nel 2020, si è consolidato con la pandemia, che ha fatto registrare un ulteriore repentino aumento delle vendite online. Pertanto, il consuntivo di agenti attivi dell’anno appena finito si prevede in forte diminuzione, e questo dovrebbe sollecitare un dibattito serio non solo in seno alla categoria, ma anche a livello politico nazionale. In gioco, infatti, c’è la sostenibilità della cassa di previdenza (Enasarco) e una buona fetta dell’economia tradizionale, che transita in gran parte proprio attraverso gli agenti di commercio.

Il fenomeno dell’e-commerce, quindi, va governato, anche per via di alcune distorsioni del mercato introdotte dal perfezionamento della tecnologia di vendita online, sempre più concepita come “negozio virtuale” che, di fatto, elimina l’intermediazione degli agenti di commercio (c.d. fenomeno della disintermediazione). Infatti, negli ultimi anni si sono sviluppati il webrooming e lo showrooming virtuali, che insieme aumentano la propensione all’acquisto online degli stessi prodotti distribuiti dagli agenti; questi, però, con il proprio lavoro contribuiscono alla diffusione dei prodotti nei punti vendita, senza ricavare alcun compenso per quella fetta di vendite. Il fenomeno degli acquisti online, in pratica, diminuisce la base economica su cui calcolare le provvigioni degli agenti e rappresentanti di commercio sugli stessi prodotti che, nella medesima zona di loro competenza, vengono venduti direttamente dalle aziende mandanti. Da una ricerca elaborata da Fnaarc, infatti, emerge che il 63,3% degli agenti afferma di avere avuto un ruolo nelle vendite online della propria azienda mandante, ma senza alcun riconoscimento economico. Si tratta quindi una concorrenza interna, con la quale l’azienda mandante “disintermedia” gradualmente il lavoro dell’agente.

Ci sono settori economici dove il Covid ha fatto crollare i fatturati a minimi insostenibili, senza che lo Stato abbia previsto, per questi, alcuna politica di sostegno. Il blocco degli strumenti di aiuto straordinario prese in casa Enasarco, poi, ha aggravato lo scenario, soprattutto per alcuni comparti merceologici, come quello degli articoli per l’illuminazione e materiale elettrico, o quello degli articoli per la ristorazione e della cosiddetta hotellerie. Per quest’ultimo settore, in particolare, la chiusura dei bar, degli alberghi e dei ristoranti ha determinato il crollo della catena economica per lunghi periodi dell’anno.

Internet sta radicalmente cambiando i modelli di acquisto dei consumatori, che oggi dispongono di informazioni illimitate sui prodotti di cui necessitano all’interno di un mercato globale dove non esistono più confini, e dove si è disposti a sacrificare il possesso immediato del bene in cambio di un prezzo più basso. Questo vale soprattutto per  il canale “business to consumer”, ossia la vendita diretta al consumatore finale, che aumenta di anno in anno in modo esponenziale e determina la chiusura di moltissimi negozi su strada. Nel canale “business to business”, e cioè quello tra le aziende produttrici e quelle della distribuzione, l’e-commerce è un fenomeno tutto sommato limitato, che però vale già circa il 17% del totale ed è dominato dalle imprese più digitalizzate, ma la fatturazione elettronica obbligatoria e il lancio anche in Italia della sezione business di Amazon produrranno presto una crescita anche in questo canale, che vede come protagonisti proprio gli agenti di commercio.

Fondamentale, in questo prossimo trend, è il ruolo del buyer, ossia del responsabile acquisti delle aziende della distribuzione. La mansione principale di questa pedina così importante, infatti, passa dalla informazione che riceve dagli agenti di commercio che incontra ogni giorno, e fino ad oggi questo processo di trasmissione “non virtuale” delle informazioni sui prodotti è stato difficile da sostituire con il canale online. Domani, però, allorquando le aziende che operano online anche nel canale business to business cominceranno a dare prova di affidabilità – e cioè quando ci sarà perfetta corrispondenza tra l’informazione ricevuta e le qualità del prodotto acquistato – e i buyers cominceranno a trovare più conveniente sia la diminuzione del tempo da dedicare agli incontri con i rappresentanti che, soprattutto, la consultazione online dei prodotti, tutto questo avrà una sicura conseguenza sul ruolo degli attori della filiera e, probabilmente, sul ruolo degli agenti di commercio. Il buyer infatti sarà sempre più preparato e informato, ed il ruolo del venditore che si limita a raccogliere gli ordini rischia di essere messo in discussione.

Guardando il problema dal lato delle aziende, però, esisterà sempre una fetta di mercato che è riconducibile ai processi di “vendita qualificata o consulenziale” che non possono certamente essere automatizzati, visto l’apporto di valore intrinseco dettato dal lavoro di consulenza costante, di cura della relazione con il cliente e di personalizzazione dell’offerta che implica necessariamente l’intervento umano. E’ proprio questa la “sfumatura” che permetterà di ridurre i danni e condurre la categoria verso uno scenario meno oscuro, che probabilmente comporterà una soluzione del “problema vendite online” (senza corrispettivo per gli agenti) attraverso una maggiore attività di formazione degli agenti, da un lato, e la via della politica, dall’altro.  

Patrimoni&Finanza, i contenuti della settimana dal 4 al 10 Gennaio

Apriamo il 2021 con un focus sulle vicende di Enasarco, la cassa di agenti di commercio e consulenti finanziari che non riesce ad esprimere una governance, se non a costo di infinite polemiche e strascichi legali, in grado di gestire le nuove sfide che attendono i 220.000 iscritti. Sull’argomento, un editoriale del nostro direttore e una interessante intervista a Valerio Giunta, delegato indipendente all’assemblea della Fondazione che si è riunita lo scorso 23 Dicembre, in un consesso tempestoso.

Tra le altre cose, ci occupiamo di Consulenza Finanziaria indipendente, con una intervista a Luca Mainò di Consultique, di Brexit, con la cronostoria di quello che è stato chiamato il “divorzio del millennio”, e di investimenti alternativi (champagne e auto d’epoca).

Questo ed altro ancora, con il consueto approfondimento.

Consulenza Patrimoniale, chi ne avrà la leadership? Una gara appena all’inizio tra SCF e banche reti

Secondo una analisi della Consob, circa la metà degli investitori italiani si dichiara favorevole a valutare la consulenza finanziaria a parcella. La vera partita, però, si gioca intorno alla c.d. Consulenza Patrimoniale. Luca Mainò: “il modello di consulenza finanziaria indipendente arriverà nei prossimi 5 anni a gestire il 10% delle masse complessive. LEGGI

Salta l’opportunità del “governissimo” in Enasarco. Troppa tensione ed obiettivi opachi da ambo le parti

In Enasarco sarebbe servita una maggiore maturità e spirito di collaborazione da parte delle opposte fazioni, una sorta di “governissimo”, basato su larghe intese, che finalmente si potesse occupare delle istanze della categoria, la quale attende ancora gli aiuti economici che solo una maggioranza stabile può finalmente garantire. LEGGI

Enasarco, elezione CdA nella bufera per un voto annullato. Fare Presto e Artenasarco: scendiamo in piazza

Qualunque governance dovesse uscire fuori da questo ennesimo passo falso a danno dei 220.000 iscritti, infatti, difficilmente potrà avere i margini per condurre con serenità e stabilità i piani per il rilancio e lo sviluppo della Cassa. Il commissariamento sembra l’ipotesi più concreta. LEGGI

Enasarco, Valerio Giunta: basta tensioni, chi si richiama al bene comune deve perseguirlo veramente

Una opinione “dal di dentro” sui recenti fatti della Cassa di agenti di commercio e consulenti finanziari, raccolta da chi ha vissuto in prima persona la convulsa giornata del 23 Dicembre che ha segnato l’ennesima fase di tensione. LEGGI

Brexit, storia di un divorzio. Dal 1971 all’epilogo del 2020, l’uscita del Regno piace ai conquistatori europei

Come si è arrivati alla Brexit? La Gran Bretagna è passata da un impegno entusiastico nei confronti dell’UE ad un atteggiamento acrimonioso frutto di errori e calcoli politici. In mezzo, una generazione di delusi che, a distanza di cinquanta anni dai primi trattati, ha prevalso su chi avrebbe voluto rimanere in una Europa che oggi trae un enorme vantaggio dall’uscita del Regno. LEGGI

Per qualunque informazione o suggerimento, scrivete a redazione@patrimoniefinanza.com. Risposte assicurate entro 48 ore.

Enasarco, elezione CdA nella bufera per un voto annullato. Fare Presto e Artenasarco: scendiamo in piazza

Qualunque governance dovesse uscire fuori da questo ennesimo passo falso a danno dei 220.000 iscritti, infatti, difficilmente potrà avere i margini per condurre con serenità e stabilità i piani per il rilancio e lo sviluppo della Cassa. Il commissariamento sembra l’ipotesi più concreta.

Le elezioni, con la larga vittoria della lista Fare Presto, sembrava avessero riportato serenità in casa Enasarco, ma la recente assemblea dei delegati dello scorso 23 Dicembre ha riservato l’ennesima sorpresa negativa e, soprattutto, restituito un clima di rinnovata battaglia per una governance che, oggi più che mai, appare quasi impossibile da realizzare.   

Secondo i rappresentanti di Fare Presto, infatti, si sarebbe consumato “un vero e proprio colpo di mano, che non mancherà di creare strascichi anche a livello giudiziale”. In sintesi, nel pomeriggio del 28 Dicembre la commissione elettorale Enasarco, interpellata per valutare la validità della votazione di uno dei delegati – ritardata, pare, da problemi di connessione – ha deciso di invalidare quel voto, espresso durante l’assemblea del 23 dicembre da uno dei delegati eletti in quota “Fare Presto” e “Arténasarco“, determinando il risultato di dare la maggioranza al gruppo che è espressione della governance uscente.

Naturalmente, la decisione non è piaciuta affatto – per usare un eufemismo – a “chi aveva ottenuto la maggioranza nelle votazioni dello scorso ottobre, a cui avevano preso parte oltre 30.000 agenti e consulenti e più di 2.500 aziende mandanti” (come si legge nel comunicato di Fare Presto).

In una nota congiunta della coalizione composta da “Fare Presto” e “Arténasarco” – a cui oggi fanno riferimento Confesercenti, Confartigianato, Anasf, Assopam, Fiarc e Federagenti – viene espressa tutta la rabbia per questo capovolgimento del risultato elettorale, e non ci si sente di biasimare chi la esprime. Oggettivamente, infatti, quella coalizione aveva ottenuto la maggioranza dei voti totali espressi dagli iscritti, sia dal lato delle società mandanti (dove Confesercenti e Confartigianato hanno ottenuto il 51% dei voti complessivi espressi nelle elezioni del 24 settembre-7 ottobre) sia dal lato degli agenti, dove la coalizione era stata la più votata in Assemblea.

“Adesso, dopo quanto accaduto, – si legge nella nota della coalizione – anticipiamo la nostra intenzione a ricorrere in ogni sede avverso la sconcertante decisione della commissione elettorale e per chiederne conto a chi ha voluto assumersene la responsabilità”. “E’ stato ribaltato il risultato delle elezioni con un colpo di mano. Questo è inaccettabile: noi e le sigle che rappresentiamo agiremo in tutte le sedi giudiziarie e istituzionali. Andremo in strada e manifesteremo, se necessario, ma non lasceremo che la democrazia e la volontà degli elettori, che si sono chiaramente espressi per il cambiamento in seno a Enasarco, venga calpestata”.

Al di là delle legittime recriminazioni, sembra impossibile, a questo punto, un ritorno alla normalità. Qualunque governance dovesse uscire fuori da questo ennesimo passo falso a danno dei 220.000 iscritti, infatti, difficilmente potrà avere i margini per condurre con serenità e stabilità i piani per il rilancio e lo sviluppo della Cassa, nonché per assicurare la soluzione di alcuni problemi che rimangono sullo sfondo (quello degli agenti c.d. silenti, per esempio, e quello della continua perdita di iscritti).

Al punto in cui si è arrivati, l’unico scenario possibile sembra essere quello di un commissariamento.

Enasarco, Fare Presto vince ma non ha maggioranza assoluta. Mei: la Cassa sia una “casa di vetro”

Nonostante una vittoria larghissima, la maggiore lista di consulenti finanziari e agenti di commercio non raggiunge la maggioranza assoluta e potrebbe aprirsi ad alleanze. Mei: per garantire vera trasparenza, Enasarco deve diventare una “casa di vetro”, visibile a tutti dall’esterno e senza segreti per nessuno.

Il bilancio delle elezioni in casa Enasarco, oltre al capitolo di offese reciproche – da cui, oggettivamente, Fare Presto! si è solo difesa – mostra timidi segnali di ripresa dell’interesse da parte degli iscritti, ma soprattutto è destinato a segnare il futuro della Cassa di previdenza di agenti di commercio e consulenti finanziari, e a distruggere i precedenti equilibri su cui si era basata, nel bene e nel male, la Governance uscente.

Se da un lato, infatti, la tornata elettorale per il rinnovo dell’Assemblea dei delegati di Enasarco è stata caratterizzata dalla crescita dell’affluenza alle urne – pari a circa il 14,5% degli aventi diritto, contro l’11,34% del 2016 – dall’altro la vittoria  nettissima della lista Fare Presto!, con 14.019 voti e 18 seggi (a cui si aggiungono 5.919 voti e 7 seggi tra le case mandanti) preannuncia una sorta di rivoluzione, grazie alla quale 7 seggi su 15 sarebbero già sicuri, nel prossimo consiglio di amministrazione, per la lista capeggiata da Alfonsino Mei, e il tradizionale dominio di Confcommercio verrebbe meno.

Alfonsino Mei

Fare Presto!, però, non ha raggiunto la maggioranza assoluta dei seggi in Assemblea, e pertanto si apre in Enasarco una stagione di possibili alleanze, in relazione alle quali sembrerebbe difficile escludere qualsiasi scenario in base al quale venga temerariamente esclusa dalla Governance proprio la lista che ha ottenuto complessivamente circa 20.000 voti, e che tra agenti e consulenti finanziari è stata scelta dal 44,81% degli aventi diritto al voto

Sull’argomento, Alfonsino Mei afferma che “i nostri consiglieri confermeranno il perseguimento degli obiettivi dichiarati in campagna elettorale, e cioè costante dialogo con gli iscritti e massima trasparenza nella gestione di Enasarco. La Cassa deve diventare una ‘casa di vetro‘, aperta a tutti e ben visibile dall’esterno, senza segreti per nessuno. Solo così potremo affermare il valore del cambiamento che abbiamo portato avanti durante i lunghi mesi trascorsi a raccogliere i consensi necessari ad arrivare all’ottimo risultato conseguito. Chi vorrà condividere il nostro programma, verrà ascoltato”.

Antonio Fricano

Antonio Fricano, consulente finanziario eletto anche lui tra le fila di Fare Presto!, dichiara “Sono contento per il grande successo della lista, ma aspetterei i risultati ufficiali per dare un giudizio definitivo. Mi sembra chiaro che, per la gestione futura dell’Ente, non si potrà prescindere dal risultato acquisito dalla nostra lista, e mi auguro che non sorgano strane coalizioni al solo scopo di impedire il cambiamento dentro Enasarco“.

La Governance futura di Enasarco, pertanto, è ancora appesa al filo di possibili (ma non facili) alleanze, ed i tempi non saranno così rapidi. Infatti, da statuto sono concessi fino a 45 giorni dalla fine delle elezioni prima di riunire l’Assemblea dei nuovi delegati, in occasione della quale verranno nominati i 15 consiglieri di amministrazione e, a cascata, le massime cariche della Fondazione