Gennaio 22, 2026
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Il ritorno di Trump e il duello USA-Cina. L’Europa al bivio, in attesa di sapere cosa fare con la Russia

Il probabile isolazionismo americano potrebbe aprire spazi di manovra per l’Europa, qualora il vecchio continente fosse capace di affrancarsi dagli USA e agire in modo veramente unitario.

Di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la sua politica di “America First” si prepara a ridisegnare le dinamiche globali. Al centro di questa strategia, la riaffermazione della supremazia americana in tecnologia, economia e difesa, perseguita attraverso una squadra di collaboratori strettamente legati al Presidente. Il confronto con la Cina, identificata come il principale rivale, diventa il fulcro di una nuova era geopolitica dominata dal cosiddetto “G2“, lasciando l’Europa, terzo attore di primo piano nello scacchiere economico globale, in una posizione di fragilità e incertezza.

Trump ha già dimostrato, nei suoi mandati precedenti, di voler affrontare la Cina come principale rivale globale. Con figure come Marco Rubio al Dipartimento di Stato e Mike Waltz come Consigliere per la Sicurezza Nazionale, il nuovo esecutivo americano appare orientato verso un confronto serrato con Pechino. L’invito simbolico rivolto al presidente cinese Xi Jinping per l’insediamento di Trump, pur sapendo che sarebbe stato rifiutato, è un gesto che mostra l’intenzione di mantenere un filo di dialogo con il rivale, ma alle condizioni dettate da Washington.

Questa tensione costante tra le due potenze, molto probabilmente, porterà ad una escalation del confronto geopolitico, con implicazioni non solo economiche ma anche strategiche per il resto del mondo. Il “G2” rappresenta infatti un sistema bipolare che tende a escludere gli altri attori internazionali, relegandoli a ruoli marginali. L’Europa, in questo contesto, si trova quindi davanti a un bivio. Da una parte, il protezionismo di Trump, con il probabile ulteriore inasprimento dei dazi sulle esportazioni europee, rischia di colpire duramente un’economia già provata. L’obiettivo dichiarato di Trump – come recentemente affermato da autorevoli esperti dell’Economia – è ridurre il surplus commerciale europeo con gli Stati Uniti, minacciando settori chiave per il vecchio continente. D’altronde gli USA hanno un debito pubblico ormai fuori controllo (oltre 36 trilioni di dollari…) e, per non affogare, devono in qualche modo reagire.

Visto da un’altra ottica, il probabile isolazionismo americano potrebbe anche essere un opportunità, poiché potrebbe aprire spazi di manovra per l’Europa qualora fosse capace di agire in modo veramente unitario e con una visione continentale globale, senza distinguere tra paesi del Nord e paesi del Sud. Una politica comune sulle questioni economiche e strategiche, infatti, consentirebbe all’UE di aumentare la propria incidenza a livello globale, rafforzando la sua autonomia geopolitica. Tuttavia, le divisioni interne e le contraddizioni nei rapporti con la Cina – oscillanti tra partnership, competizione e rivalità sistemica – rappresentano un ostacolo significativo. Come spesso sottolineato dai leader cinesi, l’Europa appare come un “semaforo con tutte le luci accese”, incapace di elaborare una strategia chiara.

Un altro scenario non da escludere – e piuttosto preoccupante – è quello di un accordo globale tra Stati Uniti e Cina. In questo caso, l’Europa, priva di coesione interna, rischia di essere schiacciata tra le due superpotenze. La possibilità di una convergenza su questioni economiche e strategiche tra Washington e Pechino, infatti, escluderebbe ulteriormente il vecchio continente dalle grandi decisioni globali, relegandolo a un ruolo di spettatore passivo. Occorre quindi una scelta strategica per il futuro, poiché l’eventualità più destabilizzante per l’ipotesi di un accordo USA-Cina vedrebbe l’Europa includere la Russia – come sarebbe naturale per ragioni storiche, culturali e geografiche – nel novero dei partner economici più stretti. Un simile (e solo per ora) fantasioso scenario rappresenterebbe un vero incubo strategico per Washington e Pechino, entrambe poco propense a confrontarsi con un blocco euroasiatico unito. Ma in questa eventualità è probabile che le due superpotenze facciano – o stanno gia facendo? – di tutto perché ciò non accada.

L’alternativa a tutti questi scenari sono i BRICS più forti di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo; questo scenario costringerebbe l’occidente a smettere di farsi i dispetti. In ogni caso, resta cruciale per l’Europa non solo ritrovare coesione interna, ma cessare di essere supina agli interessi USA, cominciando a ripensare fin da adesso a quale potrebbe essere il proprio rapporto con la Russia subito dopo il possibile cessate il fuoco assicurato da Trump ma in apparenza ancora lontano. La Russia, infatti, possiede le materie prime fossili (Gas soprattutto, ma non solo) che servono all’Europa come l’aria, e che oggi vengono acquistate dagli USA a prezzi quasi doppi rispetto a quelli che gli europei pagavano prima del conflitto russo-ucraino.

Europa e Giappone condannate alla stagnazione per il sostegno al dollaro?

Il dollaro è fondamentale per la tenuta del sistema americano, ma ha bisogno un livello di tassi d’interesse che il sistema ora non può pagare. L’Oro è destinato a proseguire il rialzo e va inserito in portafoglio.

di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy

La narrazione di consenso che sostiene lo scenario di un soft landing globale nasconde in realtà l’esigenza di “sopprimere il ciclo dell’economia” e fare in modo che le fasi di recessione non vengano più rilevate nei dati statistici. Molti dati macro pubblicati negli ultimi anni confermano questa ipotesi e aumentano i dubbi sulla reale situazione dell’economia internazionale. Dal 2020 è aumentata la frequenza delle revisioni di calcolo del Pil, in particolare negli Stati Uniti, e si sono accentuate le manomissioni dei dati con l’applicazione di esasperati aggiustamenti di “destagionalizzazione“. 

Nonostante alcune economie siano in evidente crisi strutturale (Germania, Regno Unito e Cina), i dati di calcolo del Pil dell’economia non hanno mai rilevato cedimenti importanti e le variazioni negative oscillano nell’ordine dello 0,1% – 0,2%. La crisi della Germania, platealmente evidenziata dai Ceo tedeschi e molto documentata nei dettagli, non si rileva nella pubblicazione del Pil, che stando alle statistiche ufficiali si contrae solo di 0,2%. L’economia della Gran Bretagna non ha subito apparentemente alcun danno significativo dall’aumento dei tassi, dalla crisi dei fondi pensione, dalla Brexit e dalla delocalizzazione finanziaria. Sulla Cina non c’è molto da aggiungere a quello che già si sapeva da tempo, mentre sugli Stati Uniti si può solo constatare che il “boom economico” non sembra essere percepito dalla popolazione americana. È la prima volta infatti che un’amministrazione con risultati economici “fantastici” perde le elezioni. Anche la riduzione dei tassi da parte della Fed lascia molto perplessi, dato che, secondo i dati ufficiali, non avrebbe dovuto essere fatta.

Negli ultimi mesi, grazie alle riserve bancarie in eccesso (3,5 Trilioni vs una media di 1,5 Trilioni degli ultimi dieci anni), le grandi banche Usa hanno acquistato titoli del debito pubblico per un importo di quasi 500 miliardi di dollari, mentre il QT (Quantitative Tightening) della Fed si è praticamente fermato. In sostanza sembra che sia ripartito un Quantitative Easing attraverso il sistema bancario, supportato dalla liquidità fornita dalla Fed alle banche. Questo tipo di supporto straordinario di liquidità, attraverso canali non visibili al grande pubblico, conferma quindi una fragilità di fondo di un sistema che pubblica dati macro apparentemente solidi, ma continua a richiedere un supporto monetario e fiscale. Mentre la percezione degli operatori finanziari è accecata dall’andamento dell’indice SPX, non sorprende che la percezione degli operatori economici e dei consumatori sia diametralmente opposta e che Trump, che evidenzia una richiesta di cambiamento, abbia vinto le elezioni. Lo scenario che si delinea all’orizzonte è quindi piuttosto chiaro: è necessario sopprimere il ciclo dell’economia e perseguire ad oltranza politiche fiscali e monetarie espansive di tamponamento.

Ma tali politiche non sono più in grado di produrre crescita reale, salvo con la manipolazione dei dati, poiché il moltiplicatore fiscale e monetario è ormai compromesso da due fattori: 1) il colossale stock di credito speculativo insolvente in circolazione che assorbe in modo improduttivo la liquidità che viene immessa dalla banca centrale e 2) il debito pubblico improduttivo che serve ad erogare sussidi a chi non regge questo modello di sviluppo (il 40% della spesa pubblica Usa per il 25% della popolazione americana). Pertanto, il sistema capitalistico è ormai chiuso in una trappola strutturale creata da 14 anni di QE che hanno favorito l’allocazione del capitale ad attività improduttive o a basso ritorno sugli investimenti e alla creazione di monopoli tecnologici. Questo è il principale problema per il quale il sistema è in crisi e gli strumenti per uscire dalla crisi (fiscali e monetari) non sono più così efficaci. 

La crescita del debito non può però reggere tassi d’interesse elevati su tale debito e richiede quindi un ritorno al QE per controllare i tassi ma contestualmente politiche monetarie mirate a produrre inflazione. Questo è il principale motivo per il quale la monetizzazione del debito sarà implementata in modo strisciante negli Stati Uniti e in molti paesi occidentali, utilizzando il sistema bancario come principale sottoscrittore nelle aste dei titoli del tesoro. L’inflazione sembra la soluzione apparentemente meno dolorosa ma comunque destabilizzante: sebbene anche i dati sull’inflazione possono essere politicizzati, la percezione dell’opinione pubblica si sta certamente rivelando meno incline a credere a quello che Wall Street vuole farle credere. Il rischio di una crisi di credibilità delle istituzioni e dei Policy Makers non può essere quindi esclusa. 

In questo contesto, dove apparenza e realtà sono ormai in evidente contrasto, l’Oro è destinato a proseguire il rialzo e a posizionarsi come una asset class che in qualche modo dovrà essere presente nel portafoglio degli investitori, anche se al momento non sembra che il consenso abbia compreso il reale motivo del suo rialzo, che non è legato solo all’inflazione ma soprattutto al futuro ruolo del dollaro, alla monetizzazione del debito come soluzione di tamponamento e alla tenuta dell’architettura finanziaria basata sul Dollar Standard. Per quanto riguarda i bonds sarà abbastanza difficile per le Banche Centrali controllare la curva nella parte lunga delle scadenze, anche se i tentativi attualmente in corso verranno intensificati. Credo che una posizione remunerativa potrebbe essere quella di implementare una posizione long 10y Bund e short 10y US Treasury, dato che i titoli del tesoro degli Stati Uniti sono molto più esposti a politiche reflazionistiche

Il dollaro rimane un tassello fondamentale per la tenuta del sistema americano, ma per reggere ha bisogno un livello di tassi d’interesse che il sistema non può pagare. Mentre Europa e Giappone stanno cercando di mantenere l’architettura finanziaria del Dollar Standard a loro spese, una buona parte delle economie emergenti (e non solo la Russia) stanno ridimensionando il loro finanziamento al debito americano. Questo calo dei flussi verso il dollaro, di solito supportati dagli avanzi commerciali dei paesi emergenti che tendono a riciclare il surplus verso i Treasuries, deve quindi essere compensato sempre di più da Europa e Giappone. Quindi Europa e Giappone devono risparmiare di più per creare un maggiore surplus finanziario da canalizzare verso il sistema americano, che deve però continuare a fare debito per sostenere l’economia. La minaccia di dazi Usa sull’Europa accentuerà la delocalizzazione produttiva in America e non farà che accentuare la deindustrializzazione Ue. Il risultato di questo meccanismo è la condanna alla stagnazione per Europa e Giappone, che per motivi geopolitici sono obbligati a sottostare alle esigenze americane per sostenere il dollaro.

La Cina, nonostante i problemi, sta invece aumentando l’interscambio commerciale con le economie emergenti e cerca di sottrarsi lentamente al legame economico e finanziario con gli Stati Uniti, indirizzando più risorse in Asia e meno sui Treasuries. Il Giappone ha avuto una coesione sociale che gli ha permesso di reggere vent’anni di stagnazione economica, l’Europa non l’ha mai avuta e non ce l’ha tuttora. Il “ventre molle” del modello economico che sostiene il Dollar Standard è quindi l’Europa, che non reggerebbe uno scenario giapponese. Le politiche fiscali e monetarie possono ritardare gli eventi ma la loro efficacia si riduce progressivamente per i motivi di cui abbiamo parlato prima. L’intera impalcatura su cui oggi è appoggiato il sistema finanziario americano sarà sottoposta ad uno spiacevole e significativo reset, che potrà avvenire da eventi top down (scoppio delle bolle finanziarie) o da eventi bottom up (instabilità sociale). Il problema è che tali eventi oggi sono tra loro interconnessi, e uno non esclude l’altro.

Prospettive di mercato 2024. La fase di rallentamento è già alle nostre spalle

Ci troviamo subito dopo il periodo di stretta più severa degli ultimi quarant’anni, ed è importante evitare altri errori. I movimenti dei tassi da soli non guidano i mercati azionari.

di Walid Koudmani, chief market analysts di XTB

La situazione economica negli ultimi anni è stata molto instabile. Un ciclo economico già maturo è stato interrotto dalla pandemia di COVID e da tutto ciò che ne è seguito: massicci stimoli, inflazione e conseguenti aumenti dei tassi di interesse. Comprensibilmente si temeva che questa stretta monetaria potesse portare alla recessione e tali timori hanno avuto un impatto significativo sui mercati. Tuttavia, finora il rallentamento economico è stato limitato e alcuni indicatori suggeriscono che la fase di rallentamento è già alle nostre spalle.

Ciò è vero per gli indicatori dell’attività economica, ma soprattutto la domanda dei consumatori si è dimostrata resiliente. Le vendite reali negli ultimi due anni sono state più o meno stabili, ma questo valore è ancora al di sopra della tendenza a lungo termine poiché i numeri del 2021 sono stati gonfiati da forti stimoli. Anche se i dati sulla fiducia dei consumatori rimangono modesti e si ritiene che i risparmi aggiuntivi derivanti dal periodo di stimolo siano ormai esauriti, dobbiamo ancora vedere un riflesso di ciò nei dati concreti. Ci troviamo attualmente subito dopo il periodo di stretta più severa degli ultimi quarant’anni. Pertanto, è importante prestare attenzione per evitare eventuali errori. Fino a ora, l’economia degli Stati Uniti ha dimostrato una notevole resistenza. Se la Federal Reserve riuscirà a ridurre significativamente i tassi l’anno prossimo, potrebbe rappresentare un fattore cruciale nel salvare il paese da un rallentamento più grave.

Riuscirà l’Europa a sfuggire alla recessione? Mentre gli Stati Uniti sorprendono al rialzo, l’Europa è deludente. Le attività economiche come i PMI mostrano che la situazione in Europa è già la più difficile tra le principali regioni economiche. Abbiamo assistito a un calo particolarmente profondo nel settore manifatturiero, come risultato dei seguenti fattori: accumulo di scorte post-COVID, prezzi dell’energia molto più alti, deglobalizzazione progressiva, politiche climatiche ambiziose dell’UE. Mentre a livello globale le aziende manifatturiere sembrano ridurre lentamente le scorte, in Europa il peso di altri fattori potrebbe essere eccessivo. Si sperava che i consumatori potessero risollevare l’economia attraverso il settore dei servizi, ma sembra che si stia verificando il contrario. Bisogna ricordare che l’attuale tasso di deposito della BCE è del 4%, mentre è stato negativo negli ultimi anni e vicino allo zero per più di un decennio. Di conseguenza, è difficile essere positivi sulla domanda dei consumatori nel 2024. Mentre l’economia statunitense sembra reggere, l’Europa potrebbe essere pronta per una sorta di recessione, la cui gravità sarà decisa dal contesto globale.

L’inflazione è alle spalle? Il 2021 è stato segnato dall’allarme per l’inflazione, che ha scatenato la più significativa politica di restrizione monetaria nel mondo occidentale degli ultimi decenni, generando contemporaneamente preoccupazioni riguardo a una possibile recessione. Abbiamo già detto che gli Stati Uniti sono sopravvissuti e potrebbero sfuggire alla recessione, mentre l’Europa è molto più debole. Tuttavia, l’esatta entità del rallentamento economico che stiamo attraversando dipenderà dalla durata delle politiche restrittive mantenute dalle principali banche centrali e dall’inflazione.

La buona notizia è che l’inflazione è destinata a diminuire sia negli Stati Uniti che in Europa il prossimo anno, a meno che non si verifichi qualche tipo di shock esterno. Negli Stati Uniti, il principale fattore di riduzione dell’inflazione sarà l’alloggio. I prezzi degli immobili e gli affitti sono ai massimi storici dopo un forte aumento. Tuttavia, ora crescono a malapena e l’inflazione dei beni rifugio CPI reagisce ai prezzi degli immobili con un ritardo significativo (più di un anno). Pertanto, l’anno prossimo abbiamo quasi la garanzia di un’inflazione più bassa per gli alloggi e per una riaccelerazione dell’inflazione complessiva avremmo bisogno di altre fonti. Tuttavia, con i prezzi contenuti dei carburanti e l’inflazione relativamente contenuta dei servizi, ciò non è al momento probabile. In Europa, la debolezza della domanda dei consumatori e l’affievolirsi degli effetti della crisi energetica (i prezzi dell’energia sono più alti rispetto a prima dello shock, ma si sono notevolmente ridimensionati rispetto ai massimi) dovrebbero raffreddare anche l’inflazione IPC. La cattiva notizia è che una parte dell’inflazione potrebbe essere strutturale (cioè di lungo periodo). Ciò deriva dalla deglobalizzazione e dai cambiamenti nei mercati del lavoro, dove l’invecchiamento della società e i cambiamenti post-COVID potrebbero esercitare una pressione maggiore sulla crescita dei salari. Questi fattori non supereranno le tendenze a breve termine indicate sopra, ma potrebbero significare che un ritorno a tassi d’interesse super bassi potrebbe non essere possibile (se non in situazioni di crisi).

Viviamo in un mondo in cui le tensioni geopolitiche sono diventate una parte del quadro a cui un investitore deve prestare attenzione. Nel 2022 c’è stata l’aggressione all’Ucraina, nel 2023 la crisi in Medio Oriente, ma queste sembrano essere solo dei proxy della più grande lotta per il dominio globale tra Stati Uniti e Cina. Sembra che entrambi i Paesi siano in rotta di collisione, a prescindere da ciò che dicono i leader: gli Stati Uniti cercano di contenere la Cina e di impedirle di sviluppare tecnologie di alto livello, soprattutto quelle che potrebbero essere utilizzate in ambito militare. La Cina, al contrario, cerca di mantenere il libero scambio finché ne trae profitto per costruire la propria posizione. È chiaro che gli interessi sono in conflitto e, sebbene sia improbabile che l’anno prossimo si verifichi una svolta estrema (come l’invasione di Taiwan), siamo destinati ad assistere a maggiori attriti sulla scena geopolitica.

Le incertezze sulla Cina non si limitano alla geopolitica. La situazione economica è molto peggiore del previsto. Quando Pechino ha improvvisamente ritirato le restrizioni anti-COVID alla fine del 2022, le aspettative erano davvero alte. Ma dopo una ripresa di breve durata, l’economia è rimasta stagnante e non è stata in grado di riprendere slancio nonostante i tagli dei tassi di interesse e gli sforzi di stimolo (anche se di portata limitata). Potrebbe darsi che la Cina stia pagando il prezzo per aver stimolato per decenni l’economia attraverso il mercato residenziale e ora che questa fonte di crescita è scomparsa, un rallentamento potrebbe essere inevitabile.

Nel 2023 gli indici di Wall Street hanno recuperato gran parte delle perdite registrate l’anno precedente. I guadagni sono arrivati nonostante l’aumento dei tassi da parte della Fed al livello più alto dal marzo 2001. Anche se la banca centrale statunitense non vuole ancora ammetterlo, il ciclo di rialzi dei tassi sembra essere finito e il mercato è sempre più concentrato su potenziali tagli dei tassi di interesse. La domanda sembra non essere se la Fed taglierà i tassi nel 2024, ma quando lo farà. L’opinione generale è che i tagli dei tassi sono positivi per i mercati azionari e per l’economia, mentre gli aumenti dei tassi sono negativi. Tuttavia, l’analisi dei tre precedenti cicli di cali dei tassi della Fed ci porta a una conclusione interessante: i movimenti dei tassi da soli non guidano i mercati azionari e devono essere inseriti in un contesto più ampio. I tagli apportati nel 2001 e nel 2007 sono stati una risposta alla crisi, mentre un taglio dei tassi effettuato nel 2019 è stato una risposta alla debolezza dell’inflazione. Pertanto, saranno più i fattori macroeconomici che alla fine influenzeranno il percorso degli utili.

Lo scudo anti-spread e la trappola della Bce, spiegata bene

Quasi un mese ha impiegato Christine Lagarde per svelare le carte sul c.d. scudo anti-spread, e chiarire che si tratta di una finta ”arma di de-frammentazione di massa”, incapace di svolgere il compito per cui sarebbe nata.  

Di Alessio Cardinale

Dopo più di venti anni dalla sua entrata in funzione, possiamo dire che oggi esistono due Europe. La prima è quella sognata, l’Europa dei popoli mai attuata nonostante le promesse da marinaio della ditta Prodi & co.; la seconda è quella reale, alla quale di unire i popoli europei non importa nulla e, anzi, si nutre delle numerose diversità (climatiche, linguistiche, paesaggistiche, sociali e soprattutto economiche) per bloccare ogni afflato di modernità e conservare accuratamente gli stessi confini – quelli sociali, infrastrutturali e produttivi – che nessun trattato amministrativo potrà mai rimuovere. E così, la seconda Europa ha ucciso ogni giorno, lentamente, il sogno di tanti cittadini del Sud del continente, mostrando il volto severo della Germania e dei paesi c.d. frugali, con la Francia sullo sfondo a cui è sempre interessato non essere infastidita nella sua attività di shopping delle migliori aziende straniere, soprattutto italiane (salvo impedire alle nostre di fare altrettanto).

Sono questi gli equilibri su cui si regge l’Unione Europea, e difficilmente potranno cambiare finchè la Natura non richiamerà a sé l’attuale classe dirigente, cresciuta a “pane e Germania”; quella stessa Germania che, portando dentro di sé i benefici effetti derivanti dall’unificazione post-sovietica, non ha voluto trasmettere all’Unione Europea il suo stesso esempio politicamente illuminante, pensando che sarebbe stato più conveniente far permanere una certa fragilità economica nei Paesi del Sud Europa come l’Italia, che prima del 2000 era un pericoloso competitor da tenere a bada.  Parimenti, da questi equilibri sono derivati gli eventi economici degli ultimi dieci anni e tutte le misure intraprese che, contrariamente al comune sentire, hanno salvato soprattutto Germania e Paesi frugali dallo spettro della disgregazione di questo modello economico a due velocità, tanto conveniente per le economie del Nord.

Seguendo questa scia è stato concepito il bluff dello scudo anti-spread. Dopo essere stato annunciato solennemente, il silenzio sul suo effettivo funzionamento – svelato solo qualche giorno fa, a distanza di circa tre settimane – ha fatto intendere a tutti che si sarebbe trattato di una creatura guidata da ciniche finalità politiche, tirata fuori dal cilindro di un prestigiatore che con una mano regge il mazzo di carte, e con l’altra ti distrae per non svelare il suo trucco. Già il giorno successivo all’annuncio, infatti, la sensazione che la Bce non avesse varato nulla di buono si era diffusa nei mercati, i quali hanno continuato imperterriti a penalizzare i BTP e lo spread. Quando, poi, il board della Banca Centrale si è finalmente  messo d’accordo su come far pagare pegno all’Italia, le condizioni di utilizzo dello “Scudo” hanno confermato la sua incapacità di raggiungere i suoi obiettivi teorici, e cioè di impedire gli attacchi speculativi contro i titoli emessi dal Meridione d’Europa.

Le condizioni imposte per l’entrata in funzione dello Scudo sono ormai note, ma vale la pena riassumerle:
1) verranno acquistati titoli di Stato ed altri titoli con scadenza fra uno e dieci anni;
2) la decisione su quali titoli acquistare, e di quale stato emittente, sarà presa discrezionalmente dal Consiglio Direttivo Europeo in base ad una valutazione “accurata e severa”;
3) il Paese destinatario non deve trovarsi in condizione di elevato disavanzo e non essere sottoposto a procedura di infrazione per eccessivi squilibri macroeconomici;
4) il suo debito pubblico deve essere sostenibile, e la valutazione di tale sostenibilità sarà a cura della Bce, di concerto con la Commissione europea, il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) e il FMI (Fondo Monetario Internazionale);
5) il Paese beneficiario deve rispettare l’impegno preso con il PNRR nell’ambito del semestre europeo;
6) la Bce deve vedere segnali di panico sui mercati obbligazionari per attivare il meccanismo anti-frammentazione.
Relativamente a quest’ultimo punto, il governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco ha chiarito magistralmente come e quando lo Scudo potrebbe essere chiamato in causa: “se domani cominciamo a vedere 250, 255, 260 e così via, e cioè qualcosa che indica che c’è panico nel mercato, noi agiamo e uccidiamo il panico sul mercato”. Nessuna prevenzione, quindi, ma solo un intervento a danni già iniziati, proprio quello che la politica monetaria non deve mai fare. Qualunque banca centrale, infatti, detiene l’onere di agire in anticipo, sulla base degli indicatori economici, in modo da scongiurare gli effetti negativi di una certa congiuntura. Arrivare quando gli eventi che si dovrebbero scongiurare hanno già iniziato a manifestarsi è un contegno tipico della politica, che agisce soltanto di fronte a fatti che, per la loro gravità, richiedono il suo intervento quando sono già accaduti. Pertanto, il c.d. scudo anti-spread è una mossa di natura politica mascherata da strumento tecnico-economico, peraltro privo della sufficiente efficacia.   

Quanta nostalgia del “whatever it takes” di Mario Draghi, con il quale l’ex Presidente del Consiglio improvvisò un discorso per rasserenare gli animi e dichiarò che la Bce “avrebbe fatto tutto ciò che serviva” per difendere la moneta unica. A partire da quel discorso di dieci anni fa, la Bce diventò un po’ italiana, suscitandole proteste della Bundesbank e dell’opposizione, ma l’alternativa alla visione di Draghi sarebbe stata, anche allora, la disgregazione dell’euro, e questo non andava giù ai frugali. Con il meccanismo tracciato dallo Scudo, invece, l’assenza di un percorso di applicazione certo – a titolo di esempio, un livello di spread “di allarme”, a partire dal quale il TPI viene prontamente applicato – e l’ampio margine di discrezionalità nel decidere se attivare il TPI oppure no, farà sì che quando esso verrà invocato l’Italia sarà già in difficoltà e sotto l’assedio dei mercati finanziari, e potrebbe addirittura ritrovarsi nelle condizioni di non poter soddisfare i parametri di applicazione del TPI (quelli descritti al n. 3 e 4), rimanendo così in balia dei ricatti politici dell’Europa e vittima di ulteriori richieste-capestro.

Oltreoceano, l’economia americana è costretta a fare  gli slalom tra sostegno alla crescita e contenimento dei prezzi, ma sembra più propensa a combattere l’inflazione preferendo il rischio recessione al rischio inflazione fuori controllo. Anche l’Europa si trova di fronte lo stesso bivio, e se finora non ha accelerato come gli USA è perché le condizioni del contesto economico sono ancora favorevoli. Tuttavia, se la Russia dovesse limitare o bloccare le forniture di gas, anche l’Unione Europea piomberebbe nel medesimo scenario americano, ma senza le stesse capacità di reazione per via della totale inadeguatezza di questa Europa così divisa. L’Italia, in uno scenario del genere, rischia  di soccombere nonostante lo Scudo, una finta ”arma di de-frammentazione di massa” che non riesce a rassicurare nessuno. Neanche Mario Draghi, che in fatto di politica monetaria ne sa più di tutti e, alla prima occasione, si è sfilato dal ruolo di Premier per non trovarsi a Settembre “al posto sbagliato nel momento sbagliato”, evitando così di intraprendere la fulminea carriera di capro espiatorio, che in tutta evidenza non gli si addice.  

USA vs Cina e Giappone, una lotta impari. L’Europa battezza “l’Inflazione da Valore Aggiunto”

Accanto al conflitto armato tra Russia e Ucraina/NATO si combatte già da qualche anno una guerra silenziosa che fa danni anche senza l’uso delle bombe. Il suo costo è una sorta  di imposta che, come l’IVA, si scarica sui cittadini.

Arrivati al giovedì, dopo la sbornia di aspettative di inizio settimana, è utile effettuare un focus sull’Asia, ed in particolare su Giappone e Cina, le “eterne promesse” fin dai tempi di Marco Polo che periodicamente – dal punto di vista dei mercati finanziari – ci riservano improvvise gioie e repentini dolori. L’analisi assume una certa rilevanza a seconda del punto di osservazione in cui ci poniamo: profonda delusione per gli investitori occidentali – in merito ai risultati dei portafogli di investimento – inerzia mista a una certa soddisfazione per i governi e i cittadini di quei paesi così lontani ma anche così presenti nel nostro quotidiano (con i dovuti distinguo tra di loro).

In Giappone, infatti, l’indice dei prezzi al consumo (IPC) core di Tokyo è aumentato dell’1,9% su base annua ad aprile rispetto allo 0,8% di marzo. Considerato un indicatore anticipatore dell’andamento dei prezzi a livello nazionale, la lettura suggerisce una maggiore probabilità che l’IPC giapponese raggiunga l’obiettivo di inflazione del 2% della Banca del Giappone nei prossimi mesi, mentre la debolezza dello yen ha fornito sostegno agli esportatori, aumentando il valore dei loro guadagni all’estero. In pratica, la lettura dell’indice dei prezzi al consumo di Tokyo suggerisce che, a differenza di USA ed Europa – ancora lontanissime dal vedere la fine del tunnel – la BoJ potrebbe essere più vicina ai suoi obiettivi di politica monetaria, nonostante un debito pubblico vicino al 260% del PIL.

Il problema – ma per i giapponesi è sempre stato un vantaggio – è che a Tokyo storicamente non ha alcun interesse a mantenere alto l’indice dei prezzi al consumo con il segreto obiettivo di “impoverire” della stessa misura, oltre che il potere d’acquisto dei suoi cittadini, anche il valore del proprio debito pubblico. Senza voler fare necessariamente del complottismo, è quello che sta accadendo nei nostri confini, dove di fronte ad una inflazione all’8% i tassi delle banche centrali vengono artificiosamente mantenuti bassi sull’onda della bugia, spacciata da quasi un anno, secondo cui questo tasso di inflazione sarebbe un “fenomeno passeggero”, per cui va bene mantenere i tassi entro il 2.5% o giù di lì “tanto tra poco si sgonfia”, e si torna ad una pressione inflazionistica più sostenibile.

Powell lo va ripetendo da un anno, questo ritornello, e ormai chi ci crede ancora è orbo o un sempliciotto della finanza. Invece, si dovrebbe imparare proprio dai giapponesi, il cui livello del debito non è certo una sorpresa. Infatti, già nel 2010 il Giappone era diventato il primo paese a raggiungere un rapporto debito/PIL del 200%, e per finanziare nuovo debito, emette obbligazioni che vengono acquistate principalmente dalla Banca del Giappone e dai giapponesi stessi, che insieme detengono circa l’80% del proprio debito (la Banca del Giappone, da sola, possiede il 45% dello stock). Anche la BoJ, però, pare stia cominciando a cedere una certa “sovranità intellettuale” – relativamente all’inflazione – agli argomenti farlocchi degli USA, poichè recentemente ha alzato le sue prospettive per l’indice dei prezzi al consumo e, soprattutto, ha cominciato a parlare dell’impatto di un “aumento significativo dei prezzi dell’energia, ma solo come fenomeno temporaneo”. E a proposito di politiche energetiche, il primo ministro Fumio Kishida ha parlato di ridurre la dipendenza del Giappone dall’energia russa, sottolineando che il nucleare e le energie rinnovabili saranno una parte della futura politica energetica del Paese. C’è da giurare che ci riusciranno, a differenza degli ondivaghi governi occidentali, sempre incerti sul da farsi e pronti a litigare anche sull’ovvio pur di dare “un colpo al cerchio e uno alla botte” dei potenti lobbisti di turno.

In Cina, i mercati sono crollati poiché Pechino non ha mostrato alcun segno di allentamento del suo approccio di tolleranza zero al Coronavirus, consci della inefficacia dei propri vaccini e del tutto insensibili di fronte al costo economico dei blocchi che coinvolgono milioni di persone, paralizzando industrie e distribuzione. Peraltro, le dichiarazioni del governo fanno riferimento soltanto alla necessità di evitare le infezioni su larga scala e i decessi, ma non menzionano alcuna misura di conciliazione con la crescita economica e con il bisogno di ridurre al minimo i danni all’economia. Il risultato è che molti dei 25 milioni di residenti di Shanghai rimangono ancora bloccati a casa per paura delle severissime misure di contenimento – lì, se ti trovano per strada, ti arrestano e non sai quando esci – anche se la città ha iniziato ad allentare le restrizioni con il calo delle infezioni. Nel frattempo, Pechino ha annunciato test di massa e maggiori restrizioni in risposta a una crescente epidemia. Questa politica a tratti suicida ha inciso sui consumi interni: la spesa durante i cinque giorni di festa del lavoro in Cina è crollata del 43% rispetto all’anno precedente, tanto per fare un esempio. L’attività del settore dei servizi in Cina si è ridotta ad aprile al secondo tasso più ampio mai registrato, mentre l’indice PMI ufficiale è sceso per il secondo mese consecutivo poiché i blocchi hanno frenato la produzione e interrotto le catene di approvvigionamento.

Nel frattempo, le tensioni con gli Stati Uniti sono rimaste elevate, perché la Securities and Exchange Commission (SEC) ha aggiunto oltre 80 società cinesi quotate negli Stati Uniti al suo elenco di entità che rischiano il possibile delisting dalle borse statunitensi, e sebbene questo elenco di società cinesi che rischiano l’espulsione derivi da una disputa sugli standard di revisione utilizzati dalla Cina – considerate più “morbidi” rispetto alle regole di revisione degli Stati Uniti – è chiaro che il tempismo usato dalla SEC abbia degli obiettivi di politica internazionale che non sfuggono agli osservatori più attenti. E siccome i cinesi non sono meno aggressivi degli americani, il governo di Xi Jinping ha ordinato alle aziende sostenute dallo stato di sostituire entro due anni i personal computer di marca straniera con alternative nazionali, effettuando una delle mosse più aggressive di Pechino fino ad oggi per ridurre la dipendenza del Paese dalla tecnologia statunitense.

Come molti sanno, la banca centrale cinese ormai si muove come entità totalmente decorrelata dal resto del mondo, avendo dentro i suoi confini di competenza un mondo a sé. E così, i rendimenti dei titoli di stato cinesi sono diminuiti dopo che la People’s Bank of China ha dichiarato che utilizzerà strumenti politici incrementali per sostenere una crescita economica costante e stabilizzare l’occupazione e i prezzi. Esattamente il contrario di ciò che sta accadendo in USA ed Europa, alle prese con una utilissima – per i governi mediamente più indebitati – inflazione che, scaricando i suoi effetti sui cittadini, lenirà il peso degli aumenti del rapporto debito/PIL generati nel 2020 per fronteggiare la pandemia.

In pratica, in Europa è ufficialmente nata l’Inflazione da Valore Aggiunto, che al pari dell’IVA (Imposta sul Valore Aggiunto) si scarica ineluttabilmente, di passaggio in passaggio, sul “consumatore finale”, ossia i cittadini europei, che di fatto stanno finanziando di tasca propria i guasti della c.d. finanza delle catastrofi sopportando la perdita del potere d’acquisto di redditi e risparmi.

Cosa aspettarsi dai mercati mondiali questa settimana. Il sentiment ancora giù

Inflazione elevata, guerra in Ucraina e blocchi da pandemia in Cina sono i fattori che pesano sul sentiment. Prosegue il calo di assestamento sul mercato delle vendite online.

I mercati sono saliti all’inizio della settimana dopo che la Federal Reserve ha alzato il tasso di riferimento sui fed funds di 50 punti base (bps) e il presidente della Fed Jerome Powell ha annunciato una traiettoria meno aggressiva per le prossime riunioni politiche. Tuttavia, il “rialzo di sollievo” si è rivelato di brevissima durata, poiché i mercati sono crollati drasticamente giovedì e le perdite estese al venerdì. Per la settimana, il Dow e l’S&P 500 sono scesi dello 0,2% e il Nasdaq dell’1,5%. Nel frattempo, il rendimento del treasury statunitense a 10 anni è salito sopra il 3% per la prima volta dal 2018, chiudendo la settimana al 3,13%, mentre nei mercati obbligazionari globali hanno continuato a prevalere le vendite. I futures sul greggio sono saliti sopra i 110 dollari al barile, poiché l’Unione Europea ha deciso di eliminare gradualmente tutti i prodotti petroliferi e di gas naturale russi entro la fine dell’anno.

Questa la storia recente, nota a tutti. La prossima settimana, ci aspettano gli ultimi aggiornamenti sull’inflazione negli Stati Uniti, con il rilascio dell’indice dei prezzi al consumo (CPI) di aprile e dell’indice dei prezzi alla produzione (PPI), e saranno disponibili dati sull’inflazione anche per Cina e Germania, insieme ai dati sulla crescita della produzione industriale per Europa e Regno Unito. Conosceremo anche i dati sugli utili di due delle più grandi case automobilistiche del mondo, Toyota e Honda, insieme a quelli di Disney, Alibaba, Electronic Arts, Fox Corporation, Warner Music Group e WeWork. In particolare, il Bureau of Labor Statistics rilascerà gli aggiornamenti di aprile per il suo Indice dei prezzi al consumo e Indice dei prezzi alla produzione rispettivamente mercoledì e giovedì; gli economisti prevedono che l’inflazione rallenti fino a un tasso annuo dell’8,1%, in calo rispetto al massimo degli ultimi 40 anni dell’8,5% a marzo. Anche i prezzi alla produzione dovrebbero decelerare leggermente, a un tasso annuo del 10,7%, da un aumento record dell’11,2% a marzo.

Relativamente al sentiment di mercato, il prossimo Venerdì l’Università del Michigan pubblicherà la lettura preliminare del suo indice del sentiment dei consumatori per il mese di maggio. Le stime di consenso prevedono una lettura di 63,6, in calo rispetto al 65,2 di aprile. Il mese scorso, l’indice era salito del 9,8% grazie alle aspettative più alte per l’economia e alle aspettative finanziarie personali per l’anno a venire. Tuttavia, l’indice è rimasto vicino ai minimi decennali poiché l’incertezza sull’aumento dell’inflazione, la guerra in Ucraina e le interruzioni della catena di approvvigionamento legate al blocco del COVID-19 in Cina hanno continuato a pesare sulla fiducia.

In Europa, le azioni sono crollate tra i timori che le banche centrali potrebbero dover intensificare i loro sforzi per controllare l’inflazione, aumentando potenzialmente il rischio per la crescita economica. I blocchi in Cina per frenare la diffusione del coronavirus e il conflitto in Ucraina hanno aumentato l’incertezza. I rendimenti dei titoli di stato core dell’eurozona sono aumentati principalmente in tandem con i rendimenti dei Treasury statunitensi dopo l’aumento del tasso di 50 punti base della Fed, e i rendimenti dei titoli di stato periferici della eurozona hanno seguito i rendimenti dei mercati principali. La BoE ha alzato il suo tasso di interesse di riferimento di 25 punti base all’1,0%, il livello più alto dal 2009, cercando di frenare l’inflazione. Tuttavia, la banca centrale ha ritardato la riduzione delle sue scorte di obbligazioni acquistate nell’ambito del suo programma di acquisto di attività. La banca ha anche evidenziato il potenziale di scivolamento del Regno Unito in una recessione entro la fine dell’anno, e ha avvertito che l’inflazione potrebbe superare la percentuale shock del 10% nel quarto trimestre. Questi sviluppi hanno contribuito a spingere la sterlina britannica al minimo di due anni. Ancora più a nord, la Norges Bank ha mantenuto invariato il tasso sui depositi allo 0,75% e il governatore Ida Wolden Bache ha ribadito che il tasso ufficiale “molto probabilmente sarà aumentato a giugno”.

Sul fronte energetico, gli inviati dell’Unione Europea continueranno a discutere di un possibile embargo sul petrolio russo durante il fine settimana dopo aver incontrato la resistenza di Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, le cui economie dipendono fortemente da queste importazioni di energia. Mentre la maggior parte dei paesi dovrebbe imporre un divieto entro sei mesi, Bruxelles potrebbe ora offrire alla Repubblica Ceca una data limite di giugno 2024, mentre Ungheria e Slovacchia potrebbero avere tempo fino alla fine di quell’anno.

Un numero maggiore di decisori politici della Banca centrale europea sembrava premere per un aumento anticipato dei tassi di interesse dopo la fine del programma di allentamento quantitativo (c.d. quantitative easing) nel terzo trimestre. Il membro del consiglio esecutivo Isabel Schnabel, il governatore della Banca di Francia Francois Villeroy de Galhau, il governatore della Banca di Finlandia Olli Rehn e il governatore della Banca d’Austria Robert Holzmann hanno accennato al fatto che voterebbero per un rialzo dei tassi già a luglio. Gli ordini manifatturieri tedeschi sono scesi a Marzo del 4,7%, molto più del previsto, trainati in basso da ordini esteri inferiori, soprattutto dall’esterno dell’eurozona. La produzione industriale è scesa del 3,9%, il calo più grande dall’inizio della pandemia di coronavirus. L’ufficio statistico ha attribuito il declino alle interruzioni della catena di approvvigionamento dovute alle restrizioni pandemiche e all’invasione russa dell’Ucraina.

Su tutto, continua in modo progressivo il calo delle vendite online, che dopo la “sbornia” vissuta durante la pandemia stanno rientrando verso dati più fisiologici data la fine delle restrizioni. Il cambio strutturale nelle abitudini dei consumatori, in ogni caso, è avvenuto edè irreversibile; pertanto si tratta di un semplice assestamento statistico.

Mercati azionari, la view di BlackRock: eccessiva reazione al ribasso

Secondo BlackRock Netherlands, è un contesto difficile per aggiungere rischio in portafoglio. I mercati mostrano una eccessiva reazione al ribasso, e i movimenti di prezzo non si riconciliano con i dati di esposizione alla Russia o ai paesi limitrofi.

Da inizio anno asset manager e investitori hanno assistito a una discesa dei mercati azionari e dei mercati obbligazionari. Contemporaneamente, si è visto anche un apprezzamento del dollaro, tanto che ci si chiede se in questa fase è meglio essere esposti alla valuta americana.

Secondo BlackRock, “ciò che ha funzionato di recente è non avere euro. L’Europa, infatti, è al centro della crisi, non solo al centro della crisi geopolitica ma anche al centro delle conseguenze della crisi. Non avere euro o essere sottopeso azionario europeo sono le due cose che hanno funzionato maggiormente. È un caso evidente di ricostituzione del premio per il rischio, poichè normalmente solo nei paesi emergenti si ha una situazione in cui il mercato azionario si indebolisce mentre la valuta si indebolisce. Solitamente nei paesi sviluppati avviene l’opposto: la valuta che si indebolisce tende a essere associata a mercati azionari più forti. Quello che è successo nel corso delle ultime due settimane è un classico caso di aumento del premio per il rischio associato agli asset europei, che ha fatto sì che l’euro si indebolisse e contemporaneamente l’Europa ex UK sia stata il peggior mercato. Abbiamo sempre detenuto un po’ più di dollari di quella che è la nostra visione strategica di portafoglio in quanto funzionano come hedging nelle fasi di risk-off. Riteniamo che questa proprietà del dollaro permanga, così come per lo Yen e in parte per il RMB. Il mercato inizia a scontare che non vi sono ulteriori sanzioni in arrivo e potrebbe potenzialmente rimbalzare, e se si arrivasse a una tregua negoziata il rimbalzo potrebbe essere significativamente importante. Dobbiamo essere quindi cauti in fasi così volatili a prendere posizioni che siano giustificabili nel medio termine”.

L’ultima settimana è stata positiva per i flussi degli strumenti obbligazionari. È il momento di incrementare l’esposizione?
No. Riteniamo che l’attuale situazione porti con sè non solo un’inflazione strutturalmente più alta per lungo tempo ma anche una funzione di reazione dei policy makers che è tesa a sostenere la domanda. Non assisteremo a ciò a cui abbiamo assistito durante il Covid, ma riteniamo che la politica fiscale sarà tendenzialmente un po’ più espansiva. Non crediamo ci sarà il coordinamento fiscale e monetario a cui abbiamo assistito durante il Covid. Un conto è che le banche centrali acquistano bond con bassi
prezzi del petrolio e bassi livelli di inflazione, rischiando di entrare in deflazione, un conto è comprare bond con
livelli di inflazione al 6-8%. Questo genera una situazione in cui abbiamo bassi rendimenti a scadenza negli Stati Uniti e in Europa, e livelli alti di inflazione. La nostra view è positiva sui linkers. Siamo positivi anche sull’obbligazionario cinese, tuttavia vediamo un solo rischio che facciamo fatica a prezzare: la Russia non ha tante cose da vendere e sappiamo che una parte rilevante delle riserve è in RMB. È possibile che la Russia decida di ridurre questa esposizione e questo metterebbe un po’ di pressione sia sul RMB che sul mercato obbligazionario cinese. Riteniamo che la Cina non sia alla ricerca di un RMB più forte, ma stabile o al margine un po’ più debole.

Il rischio di stagflazione come incide sulle politiche delle banche centrali?
Quella attuale è a tutti gli effetti una situazione stagflazionistica: la crescita rallenta e l’inflazione aumenta. Tuttavia se confrontiamo l’attuale contesto con quello degli anni ‘70, riteniamo che l’inflazione sia strutturalmente più alta, seppur non ai livelli degli anni ’70. Inoltre, non riteniamo che, a differenza degli anni ’70, la crescita economica sia significativamente più bassa rispetto al decennio precedente. Crediamo che i tassi di crescita economica siano molto simili al decennio precedente, mentre l’inflazione sarà più alta. Non riteniamo che i tassi reali possano diventare positivi. Ciò che è realistico è pensare che le banche centrali adeguino la politica monetaria all’inflazione: più inflazione si accompagna a tassi nomali più alti, ma tassi reali negativi o al massimo vicino allo zero. Guardando all’andamento dei settori nelle ultime settimane, vediamo deflussi dai finanziari e contemporaneamente flussi su energia e settore sanitario.

le nostre view sui settori
Attualmente siamo più positivi nell’aggiungere posizioni nel campo delle energie alternative. È un settore che ha performato molto bene nel 2020, molto male nel 2021, è partito male nel 2022 e più di recente ha fatto bene. C’è una considerazione di breve termine che va contro l’energie alternative dove in una war economy passano in secondo piano. Tuttavia strategicamente nei prossimi anni l’Europa attuerà una politica energetica che la renderà più indipendente. L’energia importata dal resto del mondo presenta rischi geopolitici e questo porterà a significativi investimenti per cercare di dotarsi di indipendenza energetica. Crediamo che il nucleare rimanga off-limits per i paesi europei tranne la Francia. Il tema delle energie alternative diventa centrale dal punto di vista strategico per l’Europa. Il settore sanitario è un settore difensivo. Presenta una sensibilità alle dinamiche dei tassi di interesse, tuttavia è una sensibilità limitata poichè è un settore che tratta a sconto rispetto al mercato. Presenta cashflow che dipendono relativamente poco dall’andamento ciclico e ci sembra quindi un settore che ha sia valore di hedging di breve che valore strategico. Sul settore mining, siamo strategicamente positivi ma non riteniamo opportuno incrementare l’esposizione in questo momento. Un grande tema è il settore dei finanziari, che abbiamo ridotto non per motivi legati al conflitto quanto piuttosto per via del fatto che i tassi sono saliti molto rapidamente. Riteniamo che attualmente ci sia una eccessiva reazione al ribasso. Se guardiamo ai movimenti di prezzo, questi non si riconciliano con i dati di esposizione alla Russia o ai paesi limitrofi. È un’area dove potenzialmente potremmo aggiungere ma vorremmo vedere segnali come la fine dell’escalation. L’attuale è un contesto difficile per aggiungere rischio in portafoglio. Dovremmo iniziare a vedere segni di de-escalation che ad oggi non abbiamo.

DISCLAIMER
Il presente documento è stato predisposto da BlackRock (Netherlands) B.V.. Ogni ricerca disponibile nel presente documento è stata ottenuta e può essere predisposta da BlackRock per finalità proprie. I risultati di tale ricerca sono resi disponibili solo incidentalmente, non costituiscono consulenza in materia di investimenti e/o una raccomandazione ad investire e sono soggetti a modifica. Non riflettono necessariamente, in tutto o in parte, il punto di vista delle società del Gruppo BlackRock, né viene fornita alcuna garanzia in merito alla loro accuratezza. Il presente documento ha esclusivamente finalità informative, pertanto non costituisce un’offerta o una raccomandazione a investire in fondi BlackRock e non è stato redatto in relazione a tale tipo di offerta. Le note precedenti in nessun modo costituiscono ricerca in materia di investimenti e/o raccomandazione ad investire, acquistare o vendere alcun titolo finanziario. BlackRock non assume alcuna responsabilità in merito alle decisioni di investimento prese sulla base delle informazioni comunicate. Le opinioni espresse sono aggiornate all’8 marzo 2022 e sono soggette a modifiche. Ogni investimento comporta dei rischi.

Guerra in Europa, volatilità garantita. Si teme una nuova Cecenia, ma niente recessione

Le sanzioni comminate alla Russia dall’Unione Europea e dagli altri paesi occidentali tradiscono la previsione di un conflitto dagli effetti durevoli. I mercati finanziari dovranno adattarsi rapidamente, sopportando il ritorno della volatilità.

Di Massimo Bonaventura

“L’aggressione della Russia verso l’Ucraina sarà una nuova Cecenia”? E’ questa la domanda che tutti gli analisti, in buona compagnia dei gestori di asset management, si stanno facendo in queste ore, e la sensazione che siamo di fronte ad un conflitto dagli effetti durevoli sull’economia mondiale è sempre più viva, tanto da far intravedere lo spettro di uno scontro bellico simile a quello che la Russia ha portato avanti per un decennio (1999-2009) contro i separatisti ceceni. Del resto, lo stile della propaganda russa per giustificare un atto vile come la guerra è identico a quello usato a fine millennio: gli ucraini, come i ceceni, definiti “terroristi e neonazisti”, e via con le bombe.

Pertanto, solo tra qualche mese sapremo quanto avrà avuto da perdere la Russia, e quanto il resto del mondo da questa aggressione che, se ci fosse stato un briciolo di buona fede politica da parte di Putin, avrebbe trovato migliore – e pacifico – contenitore nella Assemblea della Nazioni Unite. Nel frattempo, gli stati occidentali si chiedono in che modo poter ovviare alle probabili ritorsioni che la Russia indirizzerà ai paesi europei attraverso le forniture di gas. L’Europa, infatti, ha fatto sapere (tramite la Von Der Leyen) che fornirà armi all’Ucraina, ma contestualmente, con un sofisticato atteggiamento diplomatico, ha tenuto fuori alcune banche russe dallo “spegnimento” del canale bancario internazionale Swift per consentire i pagamenti del gas, quasi a voler comunicare allo zar Putin che le porte non si sono chiuse del tutto, e che al gas russo l’Europa non può rinunciare.

C’è da dire che, al momento, l’UE importa circa il 40% del suo gas dalla Russia. Questo Putin lo sa bene, e certamente un tale livello di dipendenza energetica dell’Europa  – la vera forza strategica della Russia, più efficace di qualunque missile  intercontinentale – permetterà il perpetrarsi di un ricatto potenziale contro le sanzioni economiche imposte dall’Occidente. Peraltro, da quando il Cremlino ha ridotto del 25 per cento le forniture i prezzi del gas nell’Unione europea sono quadruplicati, facendo impennare anche i prezzi dell’energia elettrica che viene prodotta attraverso il gas naturale.

Pertanto, la vera incognita non è la guerra in sé, bensì la durata del suo proseguimento e il grado di coinvolgimento degli altri paesi – dall’Europa al Giappone, passando dall’Australia – che in queste ore stanno manifestando la volontà di sostenere in tutti i modi l’Ucraina, che Putin vorrebbe annessa alla Russia. Ebbene, se la guerra dovesse rimanere confinata in Ucraina, è probabile che i mercati finanziari abbiano già scontato tale scenario nelle quotazioni; ma se così non fosse, la situazione si farebbe grave, e la sommatoria di alta inflazione, inasprimento della politica monetaria di Bce e Fed, i problemi sulle filiere di approvvigionamento delle materie prime e semilavorati, e la pandemia che non accenna a finire sono tutti elementi che mettono paura ai mercati.

Tuttavia, nonostante l’aggressione russa sia più estesa del previsto e le sue richieste per un cessate il fuoco addirittura improponibili, sembra improbabile che tutto ciò possa causare una recessione, dal momento che le ripercussioni sul commercio e le attività sarebbero ampiamente compensate dai fondamentali economici molto solidi e dalla ripresa economica ancora in atto, che genera la attuale crescita significativa del reddito da lavoro. Nel breve periodo, però, l’instabilità dei mercati è garantita, poiché gli scambi azionari basati sull’ipotesi di una guerra lampo e di una soluzione rapida del conflitto lasceranno il posto, nei prossimi giorni, ad una serie di notizie contraddittorie che vanno dalla esclusione della banca centrale russa dai circuiti internazionali all’alert nucleare. Inoltre, la violenza della correzione della Borsa russa e il crollo del rublo sono segnali importanti, e senza l’apertura di una trattativa concreta il mercato rimarrà vulnerabile.

In una situazione del genere, molto dipende dall’atteggiamento delle banche centrali, che potrebbero passare dalle politiche restrittive a nuovi scenari temporaneamente accomodanti. Infatti, Christine Lagarde ha già annunciato che la Bce metterà a disposizione la liquidità necessaria per far fronte ai costi della crisi, e i bond dovrebbero festeggiare. Ma per quanto?

Borse EU in caduta nel 2022 per bassa crescita e inflazione. Bene l’azionario USA

Secondo le previsioni di Komorebi, la bassa crescita e l’inflazione sopra al 4% causeranno una caduta degli indici azionari europei intorno al 10%. Al contrario, negli Stati Uniti il mercato azionario salirà ancora e l’inflazione rientrerà.

Nel 2022 le strade di Europa e Stati Uniti torneranno a divergere, con un rafforzamento dell’economia americana e un indebolimento dell’economia europea: è lo scenario prefigurato da Gianluca Gabrielli, strategist e gestore di Komorebi Invest Suisse.

“Nonostante l’output gap sia oggi negativo e simile per l’Europa e gli Stati Uniti, con un differenziale tra produzione effettiva e produzione potenziale del -3,3% al di qua dell’Atlantico e del -4,3% in America, le situazioni sono sostanzialmente diverse”, spiega Gabrielli, “perché in Europa, dove il Pil non cresce ormai da 14 anni, la scintilla inflattiva mondiale rischia di attecchire e svilupparsi, a causa di quei 5.800 miliardi di liquidità riversati sul mercato dalla Banca centrale europea, che non si sono trasformati in investimenti, beni e servizi”. Questa situazione farà salire il livello dei prezzi nell’Area euro al 4-5%, con i tassi decennali destinati a crescere, collocandosi tra il 2 e il 5%, e l’euro che scenderà e raggiungerà la parità col dollaro. Inoltre, la crescita nulla e l’inflazione sopra al 4% causeranno una caduta degli indici azionari europei, stimabile mediamente in un calo del 10%, mentre il trend dei ricavi aziendali non sarà in grado di contrastare questa tendenza.

“Al contrario, l’economia americana proseguirà nella sua capacità di crescere e di trasformare il capitale disponibile in opportunità, innovando prodotti e processi produttivi, grazie al traino offerto dalla sua leadership nel settore trainante del futuro: la tecnologia”, aggiunge Gabrielli. “Da qui il nostro secondo set di previsioni per il 2022 ci porta a stimare l’indice S&P500 a 5.200 e il Nasdaq100 a 18.000, spinti da un solido trend degli utili aziendali. Mentre la graduale chiusura dell’output gap e il rafforzamento del cambio favoriranno il rientro dell’inflazione, che dovrebbe scendere sotto al 3% nel corso dell’anno”.

In conseguenza a questo scenario, le scelte di asset allocation per il 2022 dovranno tener conto del calo sia dei mercati azionari sia di quelli obbligazionari in Europa, dove l’unico asset con rendimenti positivi saranno i titoli legati all’inflazione, il lento recupero delle materie prime e gli indici azionari Usa in crescita mediamente del 10%, con le obbligazioni Usa che rimarranno sui livelli attuali.

Quanto è solida la ripresa economica in Unione Europea?

Cresce l’incertezza sulla ripresa dell’economia europea dalla crisi generata dal Covid-19. La Commissione Europea è ottimista sulla crescita, e stima una espansione dell’economia del 5% e del 4.3% rispettivamente nel 2021 e nel 2022.

di Daniel Gros e Cinzia Alcidi – ceps.eu

Relativamente alla ripresa economica in UE, un numero crescente di analisti giudica il potenziale di crescita smorzato dalle nuove restrizioni che sembrano probabili nel periodo che precede l’imminente Natale, e la quarta (e quinta) ondata dei contagi non saranno meno pesanti delle precedenti in quanto aggravate dalla nuova variante Omicron. Anche l’aumento dell’inflazione, dovuto in parte agli alti prezzi dell’energia e all’interruzione delle catene di approvvigionamento, è vista come una minaccia per l’economia dell’area dell’euro e dell’UE in generale, così come gli elevati livelli di debito pubblico in molti paesi.

All’inizio del 2021, la maggior parte degli economisti, compresi quelli all’interno delle organizzazioni internazionali, avevano previsto che la ripresa dallo scoppio della pandemia di Covid-19 sarebbe stata molto più rapida negli Stati Uniti che in Europa. Un lancio più rapido del vaccino e l’enorme stimolo fiscale annunciato dalla nuova amministrazione Biden, in contrasto con i problemi istituzionali intrinseci dell’UE e i suoi problemi iniziali con la produzione di vaccini, sembravano puntare in questa direzione. Tuttavia, nel giro di pochi mesi la situazione è completamente cambiata. Il miglioramento della situazione sanitaria e l’allentamento delle misure di contenimento della pandemia hanno consentito la riapertura della maggior parte dei settori, compresi i servizi alle imprese e il turismo. E così, in combinazione con un forte aumento dei consumi, la ripresa in Europa ha superato le aspettative, mentre la terza ondata e la resistenza alla vaccinazione in ampie sacche degli Stati Uniti hanno rallentato l’economia.

Il risultato è che l’area dell’euro ha ora recuperato terreno. In termini reali, il PIL dell’area dell’euro è al di sopra del livello del Q12020 e, negli ultimi due trimestri, la ripresa appare più rapida che negli Stati Uniti. Rispetto alla crisi finanziaria globale, il modello è molto diverso con un chiaro recupero della forma a V. Inoltre, gli Stati Uniti hanno fatto molto meglio dell’area dell’euro durante la fase più acuta della crisi finanziaria globale, con un calo dell’attività leggermente inferiore e una ripresa più forte. Quindi, adesso lo scenario sembra diverso sotto due aspetti: la ripresa è stata a forma di V (o quasi a forma di V) su entrambe le sponde dell’Atlantico, e questa volta l’area dell’euro si è ripresa rapidamente quanto gli Stati Uniti.

Questa rapida ripresa dell’economia dell’area dell’euro ha potenzialmente importanti implicazioni per il ruolo della politica fiscale. Negli Stati Uniti il ​​sostegno di bilancio è stato straordinario, con il disavanzo che ha raggiunto quasi il 16% del PIL, mentre nell’area dell’euro il disavanzo di bilancio medio è ora (secondo le previsioni d’autunno della Commissione) stimato solo di poco superiore al 6% del PIL. Nonostante il deficit sia stato superiore negli USA di oltre 9 punti percentuali del PIL – tradottosi in un’enorme differenza nel sostegno alla domanda – l’economia statunitense non sembra essersi ripresa più rapidamente. Questa politica fiscale inefficiente per sostenere la domanda dei consumatori in una recessione (dato che le persone si astengono dalla spesa perché hanno paura per il loro futuro finanziario), era prevedibile, e il confronto transatlantico fornisce un’impressionante conferma di questa ipotesi.

 

Previsioni future: Tutto bene… per ora – Le previsioni autunnali recentemente pubblicate dalla Commissione Europea, intitolate “Dalla ripresa all’espansione, tra venti contrari”, confermano una prospettiva positiva per l’UE con potenziali venti contrari di natura a breve termine (come la cosiddetta quarta ondata già iniziata nell’autunno del 2021). Tuttavia, poiché il virus diventa endemico, il modo in cui i governi lo affronteranno, ovvero se verranno ripristinate alcune misure di contenimento, avrà un impatto sulla crescita, soprattutto attraverso il settore dei servizi.

Un’altra sfida è che, quest’anno, l’economia dell’UE sta ancora ricevendo sostegno da politiche fiscali e monetarie espansive. A livello nazionale i disavanzi inizieranno presto a ridursi, tuttavia il consolidamento della spesa nazionale sarà compensato dai fondi del programma Next Generation EU. Questi fondi hanno già iniziato ad affluire agli Stati membri, ma diventeranno più consistenti l’anno prossimo. Inoltre, come mostrato sopra, il sostegno fiscale non è stato l’unico fattore che ha guidato la ripresa più rapida che l’economia europea abbia mai registrato.

Prendendo una prospettiva più a medio termine, la pandemia ha accelerato l’automazione e alterato i modelli di consumo, presentando la sfida di un cambiamento strutturale più profondo. Questa è la sfida chiave per l’UE. Nel frattempo, gli Stati Uniti dovranno affrontare maggiori esigenze di consolidamento fiscale rispetto all’Europa, ma potrebbero avere un vantaggio nell’adattarsi più rapidamente a una economia “endemica Covid” altamente digitalizzata. L’economia europea ha avuto un impressionante rimbalzo (con sorpresa di molti), ma ora ha davvero bisogno di dimostrare che può crescere, prosperare e avere successo mentre ci muoviamo nel nuovo mondo verde e digitale post-pandemia.