Aprile 24, 2026
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Caso Eurovita, ora si rafforzi la “catena” della fiducia tra cliente, intermediario e istituzioni

Il caso Eurovita vede come potenziali vittime non solo i clienti, ma anche i consulenti finanziari che hanno confidato sulla solidità del sistema assicurativo. Marucci (Federpromm): adesso è necessario rafforzare la “catena” del rapporto fiduciario cliente, consulente, intermediario e istituzioni.

L’IVASS, con provvedimento n. 75800 del 30 marzo 2023, ha prorogato fino al 30 giugno 2023 la sospensione dei riscatti dei contratti di assicurazione e di capitalizzazione stipulati con Eurovita S.p.A.. Con questa decisione, gli organi istituzionali preposti alla vigilanza sul sistema assicurativo italiano hanno posto la compagnia in amministrazione straordinaria (sia per la Holding che per Eurovita spa), ed è stato nominato come commissario Alessandro Santoliquido per la gestione straordinaria. Inoltre, è stato nominato un Comitato di sorveglianza composto da Antonio Blandini (presidente), Sandro Panizza e Monica Biccari, con i quali si spera che entro la data del 30 giugno 2023, coincidente con la fine del commissariamento, tutte le attività ordinarie e le problematiche connesse ai rimborsi o disinvestimenti da parte dei clienti siano state risolte. 

Il tema è caldo, anche perché negli ultimi dieci anni il sistema bancario ha spinto il pedale dell’acceleratore sui servizi di “bancassicurazione”, per via dei maggiori ricavi assicurati al proprio conto economico; pertanto, la “faccenda Eurovita”, con il suo naturale portato di perdita di fiducia, rischia di abbattersi come un ciclone sull’architettura dell’attuale offerta bancaria e sulla sicurezza dei prodotti di investimento suggeriti alla clientela.  Infatti, quando una compagnia assicurativa viene posta in amministrazione straordinaria, vuol dire soltanto che esistono problemi di cattiva gestione, per cui l’obiettivo è quello di proteggere gli interessi dei sottoscrittori delle polizze e degli altri creditori dell’assicurazione. L’amministratore straordinario Santoliquido (nella foto) cercherà di individuare le cause dei problemi della compagnia assicurativa e di stabilizzare la situazione finanziaria dell’azienda. Ciò potrebbe comportare la cessione di parti dell’attività o il risanamento delle finanze attraverso un piano di ristrutturazione, in modo da garantire la continuità della gestione e la restituzione degli investimenti ai sottoscrittori delle polizze. Tuttavia, la situazione può variare notevolmente a seconda della gravità dei problemi della compagnia assicurativa e del successo delle azioni intraprese dall’amministratore straordinario.

In casi estremi, potrebbe essere necessario il fallimento della compagnia, che comporterebbe la liquidazione dell’attività e la distribuzione dei proventi ai creditori, compresi i sottoscrittori delle polizze. Tuttavia, questa ipotesi sembra lontanissima, poichè il governo Meloni sta valutando un’operazione di sistema che coinvolga le banche distributrici e altri assicuratori, mentre Generali, Intesa Sanpaolo e Poste sarebbero pronte a intervenire. A Eurovita in questo momento servono però almeno 300 milioni di euro, dopo che il fondo Cinven ha già messo sul piatto 100 milioni di euro. In ogni caso, il denaro investito dai sottoscrittori delle polizze è protetto innanzitutto dalla natura della polizza sottoscritta: se di Ramo III (unit linked con fondi esterni) la valorizzazione degli investimenti è garantita dall’andamento delle sicav/fondi scelti dall’investitore all’atto della sottoscrizione del contratto (o come modificata in momenti successivi), per cui la mala gestio della compagnia non produce per loro alcun effetto; se di Ramo I (c.d. Gestioni Separate), invece, il denaro è protetto in teoria da una serie di meccanismi di tutela, tra cui il Fondo Nazionale di Garanzia degli Assicurati e dei Risparmiatori (FNGA), che copre fino a una certa quantità di denaro investito.

E’ importante ricordare, però, che ci possono essere limiti e condizioni per l’applicazione di questi meccanismi di protezione e che, in caso di problemi finanziari della compagnia assicurativa, potrebbe esserci un rischio di perdita parziale degli investimenti.  “Il quadro della compagnia Eurovita che ha sconvolto il panorama assicurativo in Italia, sta preoccupando non poco gli operatori del settore, ma in particolare  gli oltre 360mila clienti  che (anche) attraverso il ruolo professionale svolto dai consulenti finanziari e previdenziali hanno ricevuto sempre una consulenza di alto profilo sugli investimenti in questa tipologia di prodotti e servizi”. Così Manlio Marucci (nella foto), presidente di Federpromm (affiliata Uiltucs), si è espresso a seguito delle recenti vicende che hanno interessato il caso Eurovita.

“Mentre tutti si affannano a capire le ragioni che hanno determinato queste circostanze così incresciose per il mondo dei servizi di bancassicurazione – afferma Marucci – gli operatori si chiedono come mai la compagnia non si sia preoccupata di anticipare con la dovuta chiarezza la cause oggettive che ne hanno prodotto lo stato di stress finanziario. Ciò che viene rimproverato, soprattutto, è il non aver informato ex ante e con la consueta trasparenza il mercato e i distributori delle reali condizioni in cui versava la compagnia Eurovita. Ciò ha determinato l’impossibilità, per gli stessi collocatori, di poter dare alle proprie reti di consulenti istruzioni adeguate su come comportarsi in tali condizioni”. “Federpromm sta strutturando un servizio di tutela gratuita per offrire a tutti i clienti coinvolti nelle varie tipologie di polizze di Eurovita sottoscritte, sia del Ramo I che del Ramo III,  suggerimenti sulle azioni da intraprendere affinché  non vi siano sorprese negative negli investimenti fatti; e questo indipendentemente dall’esito delle soluzioni sul piano politico che – conclude la nota del sindacato – ci auguriamo siano pienamente soddisfacenti per gli stessi investitori e gli operatori professionali”.

“Infatti – continua Marucci – i consulenti finanziari e previdenziali, in questo clima di sfiducia ed incertezza, oggi trovano difficoltà a dare spiegazioni plausibili e razionalmente convincenti che siano in grado di dare certezze e sicurezza alla propria clientela sui servizi e prodotti della compagnia Eurovita. E’ mancato e manca tuttora da parte dei soggetti collocatori e distributori una linea unitaria, trasparente e chiara sulla natura delle procedure da seguire, sulla composizione e struttura dei portafogli, sulla valorizzazione del patrimonio investito”. “Affinché sia possibile in termini reputazionali per l’intero sistema assicurativo italiano – conclude Marucci – è necessario che tutti gli interlocutori siano sensibili ed avveduti nel trovare una soluzione al risanamento dell’azienda, ma soprattutto nel dare sostegno ai 400.000 investitori che hanno a cuore i loro risparmi. Un rapporto fiduciario va vissuto e consolidato nel tempo, non può e non deve essere compromesso per problemi di cattiva gestione della compagnia. In questa fase, è determinante rafforzare la “catena” del rapporto fiduciario tra cliente, consulente, intermediario e istituzioni”.

Fa discutere la proposta di tagliare gli incentivi sugli OICR. Federpromm: superare il conflitto di interesse

Separando l’attività di vendita da quella della consulenza, si neutralizzerebbe il conflitto di interessi ancora esistente e si eliminerebbe la conflittualità tra il consulente finanziario non autonomo e il consulente indipendente.

Di Manlio Marucci*

Di recente si è aperto un vivace appassionato dibattito tra tutti gli operatori del settore sul tema della abolizione delle commissioni e degli incentivi (inducements) sulla distribuzione dei prodotti di investimento (OICR), a beneficio degli investitori identificati come clienti retail, avanzate da alcuni commissari europei. Il tema – già ampiamente affrontato dopo l’entrata in vigore della Mifid II – è di sicuro interesse vista l’attenzione riservata dai media nel dare spazio ai vari stakeholders su come intervenire e superare l’ampia questione delle commissioni e retrocessioni ai consulenti finanziari. Un tema complesso, che va inquadrato all’interno di un sistema legato ai vari modelli di gestione con cui sono stati strutturati nel tempo i processi organizzativi aziendali dai vari intermediari finanziari. 

Secondo i dati forniti da una ricerca di Morningstar (Global Investor Experience Study), le commissioni e spese dei prodotti di investimento generate nel nostro paese ammontano a circa 7 miliardi di euro l’anno. Un valore certamente appetibile per tutti gli operatori del settore. Attraverso una accurata rassegna stampa curata dal nostro centro studi di Federpromm, si è cercato di analizzare i diversi punti di vista espressi dai vari intermediari, associazioni di categoria, autorevoli esponenti del mondo accademico e professionisti del settore; punti di vista che molto spesso si pongono in contrapposizione al progetto della Commissione Europea di voler abolire le commissioni (c.d. “inducements“), ovvero di rivedere le modalità di remunerazione della distribuzione dei prodotti finanziari e dell’attività di consulenza finanziaria, in modo da renderli uniformi tra tutti i paesi della stessa comunità europea.

Su questo versante, sono emblematiche le dichiarazioni avanzate dagli esponenti di Abi e di Assoreti, in sintonia con le posizioni delle organizzazioni degli altri paesi europei quali Francia, Spagna e Germania, in contrapposizione a quanto sostenuto invece da Ascofind, Nafop e da Consultique, in rappresentanza dei consulenti fee-only. Il punto di vista di Federpromm è sicuramente noto alla comunità finanziaria, e in questa circostanza viene riconfermato in modo più obiettivo possibile. Ci siamo posti, quindi, una metodologia di analisi che ha preso in considerazione le variabili più significative in grado di generare un giudizio oggettivo, nonchè alcune ipotesi che possano essere di riferimento alla soluzione del “nodo” del conflitto di interesse che oggi sussiste nei vari modelli distributivi della consulenza finanziaria.  

Per cominciare, l’attuale configurazione della distribuzione dei servizi e strumenti finanziari dell’industria italiana si pone su posizioni “decisamente contrarie” alle proposte della EU, e qualora dovesse passare la norma sulla abolizione degli incentivi si creerebbero le condizioni per una destabilizzazione di tutto il sistema. In modo particolare:
– dovranno essere riviste le politiche gestionali e si dovranno elaborare nuove strategie di vendita;
– sarà necessario modificare tutto il quadro dei rapporti con le società prodotto e le SGR;
– dovranno essere rivisti profondamente gli assetti organizzativi che riguardano le società di distribuzione e collocamento, nonché i modelli dei contratti applicati alle figure professionali quali i consulenti finanziari, agenti, mandatari e subordinati.
Tutta l’industria della distribuzione, quindi, ne sarebbe fortemente penalizzata, e sarebbe costretta a rivedere strutturalmente il proprio business e strategie con costi rilevanti.

Peraltro, se l’obiettivo della proposta comunitaria è quello di sostituire il modello “commission-based remuneration” con quello “fee-based remuneration“, ovvero abolire gli incentivi inseriti nei costi dei vari strumenti finanziari per favorire l’attività della “raccomandazione personalizzata” e non generica da parte del consulente, l’abolizione degli inducements potrebbe avere come conseguenza quella che ogni banca-rete sarà portata a potenziare la vendita dei prodotti di investimento “di casa”, allo scopo di avere una marginalità dei ricavi che consenta la sostenibilità economica della gestione.  

Federpromm (affiliata Uiltucs e Uilca), nella dialettica degli opposti, è sulla stessa lunghezza d’onda con l’analisi evidenziata di recente in un brillante articolo (cfr. FCHub – febbaio 2023) dal prof. G. Santorsola (nella foto), il quale ha correttamente richiamato l’attenzione sul tema di fondo, che riguarda la “struttura dei modelli di business” e la “tutela del cliente al dettaglio”, che non può essere inquadrata imponendo normative a senso unidirezionale e con un unico modello di servizio, proprio per l’impatto negativo che avrebbe – se introdotto – il divieto degli incentivi per la forma e tipologia già adottata e sperimentata tra i diversi paesi dell’Unione. In particolare, sarebbero fortemente penalizzate l’Italia, la Francia e la Germania, che hanno adottato un sistema c.d. banco-centrico. Né è pensabile adottare nella situazione attuale un modello completamente  indipendente (fee-only), vista l’arretratezza culturale e il basso livello medio di conoscenza degli strumenti finanziari degli italiani. Allo stesso modo, Federpromm crede che debba essere fatta chiarezza sulla convenienza del pagamento della consulenza ad una fascia di investitori di basso profilo, che mancano di una formazione nel settore del risparmio gestito. Su questo versante, siamo anche perfettamente in sintonia con la forma più rispondente ed elaborata dallo storico della promozione/consulenza finanziaria in Italia, il dr. G. Cassol (già presidente di Solfin Sim), che ha dedicato una vita allo studio del “modello ideale” di servizio per l’investitore retail

Manlio Marucci

In definitiva, la soluzione migliore sarebbe quella di separare l’attività di vendita da quella della consulenza, richiamandoci all’esempio delle farmacie, dove i costi dei prodotti da banco sono legati al prodotto, mentre per vendere prodotti farmaceutici complessi e più evoluti è necessaria la diagnosi e le competenze del professionista (medico), esattamente come quelle del consulente finanziario a parcella per i progetti di investimento più complessi. Questo permetterebbe di neutralizzare il conflitto di interessi attualmente esistente e di eliminare la conflittualità tra la figura professionale del consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede e quella del consulente autonomo (c.d. indipendente), proprio perché strutturalmente sono due modelli funzionali diversi nel contesto industriale del risparmio gestito in Italia. 

* Presidente Federpromm

Rapporto CENSIS, Federpromm: in evidenza il ruolo e l’importanza del consulente finanziario

Il 57,5% dei risparmiatori italiani ritiene “indispensabile” l’assistenza di un consulente finanziario nella scelta degli investimenti da indirizzare su imprese, settori, progetti sostenibili.

Di Rita Casula *

Recentemente, il Censis ha presentato il 56° rapporto sulla situazione sociale del Paese presso il Cnel, da cui emerge un Paese toccato da vulnerabilità e insicurezza. È “la malinconia” a definire oggi il carattere degli italiani, il sentimento proprio del nichilismo dei nostri tempi, corrispondente alla coscienza della fine del dominio onnipotente dell’”io” sugli eventi e sul mondo e alla certezza e al timore di doversi misurare con eventi esterni incontrollabili quali la pandemia, la guerra, la crisi economica e quella energetica.

In questo scenario, fra le tante declinazioni sociali ed economiche esaminate dall’Istituto emerge come le opportunità di lavoro siano inadeguate, come il mito del posto fisso e il lavoro stesso abbia perso la sua leva identitaria. La retribuzione spesso non è all’altezza delle aspettative e, nonostante i giovani siano molto preparati (spesso hanno una laurea con il massimo dei voti e un master post universitario), l’offerta di lavoro consiste quasi sempre in un tirocinio gratuito e stipendi da 800 euro mensili. L’Italia, infatti, è l’unico Paese dell’OCSE con economia avanzata che ha registrato una riduzione del valore della retribuzione negli ultimi 30 anni, esattamente il 30% in meno rispetto al 1990. In Germania, per esempio, il 30% in più. E questo induce molti giovani a lasciare il Paese.

Siamo inoltre i primi nella classifica Neet, quella che comprende i giovani sotto i 30 anni che non studiano e non lavorano, e gli ultimi per occupazione femminile. Un aspetto interessante è dato dalla propensione degli italiani per gli “investimenti green” su cui il rapporto fa interessanti osservazioni. Il 57,4% dei risparmiatori italiani considera positivamente l’idea di investire in prodotti finanziari e in imprese sostenibili. Maggiormente convinti sono i residenti nel Nord-Ovest (61,7%), i laureati (67,9%) e le persone con redditi alti (76,6%). L’89,8% dei risparmiatori vorrebbe, però, che ci fossero istituzioni o enti certificatori terzi per garantire che gli investimenti green siano effettivamente conformi agli obiettivi e ai criteri annunciati dai proponenti.

Quella della “certificazione verde” è uno snodo cruciale dell’attuale mega-trend della Sostenibilità, poichè consentirebbe di concretizzare le intenzioni dichiarate dai risparmiatori sugli investimenti green, permettendo di superare la persistente confusione e diffidenza. Resta irrisolta, ad oggi, la questione della definizione univoca di che cosa sia da intendere per “investimento green” e  il timore di possibili operazioni di greenwashing è assolutamente giustificato. Per questo gli italiani reputano essenziale l’istituzione di intermediari di riconosciuta terzietà che garantiscano che quello che viene dichiarato green lo sia effettivamente. In ogni caso, gli sforzi delle istituzioni europee per pervenire a una uniformità tassonomica e concettuale non sono stati risolutivi. Il 57,5% dei risparmiatori italiani ritiene “indispensabile” l’assistenza di un consulente finanziario nella scelta degli investimenti da indirizzare su imprese, settori, progetti sostenibili. Convinti di avere bisogno di una consulenza fidata e di competente certe per orientarsi in tempi di forte incertezza, lo sono ancora di più quando si parla di investimenti green.

* Ufficio stampa Federpromm

Agenti di assicurazione, i modelli di rappresentanza degli intermediari vanno ripensati

Secondo Federpromm, il settore degli intermediari assicurativi va strutturalmente ripensato in termini di strategie sia da parte dei soggetti abilitati che da parte delle associazioni di rappresentanza.

Attraverso una ricerca sociologica condotta  di recente dal centro studi di Federpromm-Uiltucs, in collaborazione con la società FDP su dati Ivass e altre fonti di informazione del settore della distribuzione assicurativa in Italia, sono emersi elementi di valutazione che mettono in evidenza forti criticità all’interno del panorama della rappresentanza degli intermediari assicurativi.

Esaminando  nel dettaglio i dati aggiornati ai primi di novembre 2022 dei soggetti iscritti alle varie Sezioni del Registro Unico degli Intermediari assicurativi e riassicurativi (RUI), è emerso come la figura classica dell’Agente di assicurazione (iscritto alla Lettera A) – storicamente riconosciuta dalla comunità dei risparmiatori –  sia in fase di decrescita costante anno dopo anno: da 27.441 unità del 2019 si è passati a 26.912 nel 2020, a fronte dei 38.363 iscritti nel 2010 con una diminuzione di ben 11.451 agenti (-29,84%). Pertanto, una figura che si può ipotizzare in fase di estinzione, come sta avvenendo per correlazione al settore del credito che sta ridimensionando notevolmente la presenza del personale e delle agenzie sul territorio, causa l’applicazione dei servizi automatizzati

Indicativi anche i dati riferiti alle altre figure professionali, quali i Broker (iscritti alla Sez B), che da 5.735 del 2019 hanno avuto un decremento in percentuale dello  0,58%, passando a 5.702 unità; nonché i soggetti iscritti alla lettera C (i cosiddetti Produttori diretti), che passano da 3.246 del 2019 a 2.476 nel 2020 (-5,15%); così come gli iscritti alla Sez.D (banche, Sim, intermediari finanziari ex art. 106 del Testo Unico Bancario, Istituti di pagamento ex art. 114 septies del Testo Unico bancario e Poste italiane – Divisione servizi di bancoposta), che da 452 unità nel 2019 scendono a 439 nel 2020. Ma il dato che fa riflettere gli addetti ai lavori è l’esplosione dei soggetti iscritti alla sez E, ovvero dei c.d. sub-agenti o collaboratori, che da circa 160mila unità del 2015 sono cresciuti in modo esponenziale fino a 195.923 iscritti nel 2019, superando nel 2020 la soglia di 200.000 unità (200.884), con un incremento percentuale di +2,47%. 

Da un’analisi del contenuto emerso dalla ricerca – sostiene il presidente Manlio Marucci di Federpromm/Uiltucs – è evidente che tutto il settore dell’intermediazione assicurativa va strutturalmente ripensato in termini di strategie sia da parte dei soggetti abilitati che da parte delle associazioni di rappresentanza di tali categorie professionali, poiché emerge chiaramente la “sfasatura” sul piano delle tutele dei soggetti deboli, quali sono appunto i collaboratori iscritti alla sez. E, privi di ogni tutela sul piano contrattuale, economico  e previdenziale. Infatti a tali figure si applica ancora un incarico di puro mandato di collaborazione (solo a volte di agenzia), con lettera accessoria da parte dei soggetti iscritti di cui alle precedenti lettere A,B e D del Registro. La Tabella precedente esprime una radiografia di sintesi del problema.

Analizzando anche i dati storici tra i vari competitor presenti sul mercato assicurativo italiano dalla ricerca, è emerso come nel Ramo Vita il 60% è rappresentato da Banche e Consulenti Finanziari; mentre nel Ramo Danni  il 35% dei consumatori è disponibile a rivolgersi al concessionario auto per quanto riguarda l’RC auto. Relativamente al mercato polizze legate ai mutui, invece, emerge che il 32% dei soggetti é disponibile ad acquistare il servizio direttamente dai mediatori creditizi. Infine, un dato significativo è quello riferito alla vendita online di polizze, a cui si rivolgono direttamente gli utenti attraverso le piattaforme più evolute: da Google, Amazon, Facebook, E-bay ed altri, anche se al momento poco presenti in Italia. “In conclusione si può affermare – conclude la nota dell’organizzazione – come il processo  di maturazione da parte degli intermediari assicurativi presenti una dinamica molto complessa e frastagliata da cui emerge una serie di problematiche che interessano l’offerta dei prodotti e servizi di natura assicurativa e previdenziale, a cui bisogna assicurare un percorso di crescita che sappia soddisfare al meglio i bisogni della popolazione italiana, sia sotto il profilo delle coperture che della educazione assicurativa e previdenziale

Federpromm: la nomina di Marino alla vigilanza di OCF non mette a rischio la neutralità dell’authority

La nomina di un esponente politico alla vigilanza dell’OCF può pregiudicare la neutralità dell’Authority? No, secondo Manlio Marucci di Federpromm: “l’allora ministro delle finanze prof. Savona divenne presidente Consob tra mille polemiche, ma la rappresenta egregiamente ancora oggi e le polemiche sono sepolte nel dimenticatoio”.

Articolo e intervista a cura di Massimo Bonaventura

Di recente, la segreteria del sindacato Federpromm – che rappresenta gli interessi dei consulenti finanziari in Italia – è intervenuta con una nota in merito alla nomina del senatore Mauro Maria Marino (Italia Viva-Psi) alla vigilanza dell’OCF (Organismo unico dei consulenti finanziari), non nascondendo un monito in relazione alla potenziale perdita di neutralità dell’Authority. Tuttavia, secondo Federpromm, il “bilancio” complessivo di questa nomina non è affatto negativo.

Nella nota, infatti, si afferma che “con la nomina alla vigilanza del senatore Mauro Maria Marino si avvia un nuovo percorso per il ruolo istituzionale assunto da tale organismo. Una compagine di governance che vede nuove figure professionali alla guida di tale istituzione in rappresentanza delle varie associazioni professionali di categoria che sicuramente darà nuovo impulso alla crescita del settore. Apprezzabile anche la nomina a presidente onorario di tale istituzione della prof.ssa Carla Bedogni, che costituisce una garanzia come figura storica nel dare continuità al suo ruolo pubblico di vigilanza, ma dispiace constatare come sia stata esclusa la figura di Massimo Scolari in rappresentanza dell’associazione Ascofind, figura di alto profilo e competenza professionale”. “Inoltre – aggiunge la nota della segreteria generale di Federproomm-Uiltucs – la nomina di un esponente politico e non tecnico può essere vista come una posizione non neutrale, non presente nella realtà di altre Authority, indipendentemente dalle competenze universalmente riconosciute al Sen. Marino” (che in passato ha maturato una significativa esperienza istituzionale anche in altri organismi di vigilanza, n.d.r.). “Pertanto – conclude la nota del sindacato – ci auguriamo che la nuova composizione della rappresentanza dell’Organismo sia anche una valida occasione per rendere maggiormente funzionale il suo ruolo istituzionale di vigilanza e neutralità nelle decisioni che verranno assunte”. 

La nota di  Federpromm – del tutto incidentalmente – apre una discussione su un tema che rischia di passare inosservato. Infatti, con le elezioni politiche di questi giorni, centinaia di parlamentari si troveranno in esubero, poiché nella nascente legislatura, per effetto della riforma costituzionale, il numero degli eletti sarà ridotto da 945 a 600. Pertanto, è alta la probabilità che molti di essi, dopo essersi allontanati per lungo tempo dalla precedente vita lavorativa, vorranno legittimamente mettere l’esperienza acquisita durante gli anni di attività parlamentare a servizio di qualche incarico di prestigio. Tra questi, i ruoli apicali nelle authority sono tra i più ambiti, perché consentono di dare continuità all’impegno personale già iniziato nei settori di interesse pubblico.

Naturalmente, al netto della innegabile competenza di molti ex parlamentari – alcuni dei quali sono a tutti gli effetti degli autorevolissimi “tecnici” del proprio settore professionale di origine – la provenienza dal mondo della politica di questi professionisti pone degli interrogativi in relazione agli effetti che il loro ingresso potrebbe determinare sull’indipendenza delle varie authority, soprattutto se la nomina avviene in assenza dei requisiti di esperienza e competenza richiesti da un ruolo che – va ricordato – è prettamente tecnico. Infatti, nelle Authority è fondamentale che i propri soggetti apicali abbiano maturato una esperienza specifica nel settore per il quale vengono eletti, e non devono essere condizionati in alcun modo dalla politica. P&F ne ha parlato con Manlio Marucci, presidente di Fedepromm.

Prof. Marucci, ritiene che la recente nomina del senatore Marino alla vigilanza di OCF possa costituire, in linea di principio, un precedente capace di mettere a repentaglio l’indipendenza delle authority nel campo della Finanza?
Le qualità professionali del senatore Marino non sono in discussione. Ricordiamo che ha ricoperto un ruolo istituzionale come presidente nella Commissione Finanze e Tesoro del Senato, che è stato sostenitore di diversi disegni di legge nel settore finanziario, nonché membro di Commissioni d’inchiesta parlamentari sul sistema bancario italiano. Pertanto, la nomina del senatore Marino alla vigilanza dell’OCF non mette certamente a repentaglio l’indipendenza di questa Authority. Tuttavia, c’è un problema di fondo, e cioè quello di inquadrare le nomine tecniche delle Authority in generale all’interno del contesto politico che il paese sta vivendo da molti anni, durante i quali il Parlamento non ha saputo affrontare in modo organico sia la gestione del potere che il passaggio generazionale nelle istituzioni che costituiscono il collante delle attività produttive e di controllo della nostra società. E’ chiaro che le Authority – proprio per la loro funzione istituzionale – devono essere autonome e non condizionate da decisioni politiche, soprattutto nel settore finanziario. 

Perché è un bene che la politica resti fuori dal mondo della consulenza finanziaria, limitandosi a raccoglierne le istanze evolutive?
Proprio per limitare le eventuali interferenze, che potrebbero influenzare il processo di crescita e di indipendenza delle strategie di mercato e perseguire obiettivi di crescita in tutto il settore dell’intermediazione creditizia e finanziaria, è indispensabile che la politica non debba far pesare il suo ruolo, che è strettamente influenzato dai rapporti di forza tra le varie correnti ideologiche e di pensiero, a volte non rispondenti allo sviluppo del settore. A mio parere, qualora la politica esercitasse una pressione sulle scelte autonome perseguite dalle imprese di produzione e distribuzione di strumenti finanziari, si porrebbero problemi di funzionamento e funzionalità per l’intero settore, con probabili problemi di crescita e di confronto sui mercati internazionali.

Le nomine politiche alle autority sono state spesso oggetto di proteste da parte delle associazioni dei consumatori. A suo parere è necessario avviare una riforma che liberi questi organismi da qualsiasi condizionamento politico?
Ricordo la polemica a suo tempo emersa con la nomina a ministro delle finanze del prof. Savona, poi ricondotto alla funzione di presidente della Consob, ancora oggi da lui rappresentata egregiamente. Tuttavia sono convinto che vada applicato anche in questo caso il concetto di “check and balance” (controllo e bilanciamento reciproco), ovvero quell’insieme di meccanismi politico-istituzionali finalizzati a mantenere un corretto equilibrio tra i vari ordinamenti dello Stato. 

Il settore della consulenza finanziaria fino ad oggi non ha subito influenze dalla politica nel suo divenire, o almeno questa è la sensazione dall’interno. Ritiene che sia vero, oppure è già successo e semplicemente non ce ne siamo accorti?
E’ una vecchia storia, che limita il giudizio di valore sulla portata politica del problema. In una società in cui l’intelaiatura dei rapporti strutturali, di norme giuridiche interconnesse tra loro e a volte disfunzionali, in cui il settore della finanza e della consulenza finanziaria sono strumenti primari che vanno assumendo un ruolo sempre più centrale nei confronti del sistema economico, ritengo che la politica tradizionale, ossia quella di origine parlamentare, non abbia influenzato il sistema finanziario se non partecipando, dall’alto del proprio ruolo istituzionale, alla formazione di leggi e regolamenti grazie ai quali oggi in Italia si danno garanzie alla funzione del risparmio privato. Se c’è stata influenza politica, è sicuramente attribuibile a quella europea, che con le due MiFID ha messo il cappello sul risparmio e sulla consulenza finanziaria già da molti anni, con alterne fortune, nell’intento di creare un sistema finanziario europeo  che potesse competere con quello americano. Ma questa è un’altra storia.

In vendita il libro di Manlio Marucci: “Il consulente finanziario? Alla mercè degli intermediari”

“…ll consulente finanziario, come un maggiordomo, è alla mercé degli interessi e delle logiche espansive degli intermediari finanziari. In giacca e cravatta, svolge un ruolo subalterno e strumentale ed è alle dipendenze dell’intermediario senza esserlo giuridicamente…”.

E’ già in vendita il libro di Manlio Marucci, presidente di Federpromm (Federazione intercategoriale consulenti finanziari, operatori dei mercati finanziari, creditizi e assicurativi), sociologo e docente di discipline socio-psicologiche, del lavoro e di economia.  

Il tema affrontato dall’autore nel testo dal titolo Consulenti finanziari zelanti maggiordomi degli intermediari (edito da Lightsky), costituisce uno schema di riferimento per comprendere la natura dei reali problemi che hanno governato la formazione della professione di consulente finanziario a partire dagli anni ottanta del secolo scorso fino ad arrivare ai giorni nostri, e cerca di far emergere una serie di contraddizioni, ancora oggi non risolte, che nascono dalla distorsione della qualifica di promotore dei servizi finanziari originariamente attribuita dalla legge sulle SIM del 2 gennaio 1991, n.1.

L’autore, lungo la sua narrazione, fa riferimento all’universo dei consulenti finanziari abilitati per l’offerta fuori sede – i consulenti con mandato e iscritti all’OCF – che sono circa 33.000, e non prende in considerazione i consulenti autonomi (c.d. feeonly) nè le società di consulenza finanziaria (Scf), per via del loro numero ancora molto limitato; però egli dà particolare risalto alle dinamiche di natura politica e socio-culturale sotto le quali si è venuta ad affermare tale professione agli occhi della comunità finanziaria e del vasto popolo dei risparmiatori-investitori nel nostro Paese. Inoltre, dedica alcuni paragrafi alle criticità ancora oggi presenti in relazione al riconoscimento formale del ruolo svolto dai consulenti finanziari, continuamente alla ricerca di un consenso sociale e di uno status più definito come educatori finanziari.

Il libro di Marucci si snoda attraverso una aperta provocazione, che nulla toglie al noto stile dialogante dell’autore, il quale definisce il consulente finanziario abilitato fuori sede come “uno zelante maggiordomo, alla mercé degli interessi e delle logiche espansive degli intermediari finanziari. In giacca e cravatta, svolge un ruolo subalterno e strumentale ed è alle dipendenze dell’intermediario senza esserlo giuridicamente”. Con questo approccio Marucci intende mettere in luce le crepe esistenti nell’immagine mainstream del consulente come di anello di congiunzione tra cliente, società prodotto e rete distributiva, veicolata dalla pubblicistica tradizionale, e ricostruisce la storia di questa professione facendo emergere, da un lato, le contraddizioni di fondo legate ai processi di formazione, alle dinamiche intersettoriali e ai rapporti di forza e lavoro tra i vari soggetti abilitati, e fornendo dall’altro uno strumento di analisi e riflessione critica per affrontare i problemi che hanno coinvolto e continuano a coinvolgere i professionisti dell’intermediazione finanziaria, creditizia e assicurativa.

Il libro è formato da una raccolta di 52 tra articoli e interviste di Manlio Marucci, pubblicati su carta, web e social network nel corso della sua carriera trentennale, durante la quale l’autore ha potuto sia maturare una significativa esperienza personale che ricevere numerosissimi racconti da parte dei colleghi che hanno condiviso con lui le stesse gratificazioni, frustrazioni e talvolta anche umiliazioni legate alla professione di consulente finanziario.

“….Assistiamo quindi ad una realtà certamente sempre più complessa che presenta però al suo interno molteplici criticità, soprattutto se al valore attribuito a queste dinamiche dello sviluppo si associa anche la situazione oggettiva delle aspettative di chi vuole intraprendere – in un mercato sempre più competitivo – l’attività di consulente finanziario e le condizioni umane ed economiche con cui si sono determinate le situazioni di lavoro nel tempo. Dinamiche che vedono in modo subalterno e strumentale la funzione degli stessi consulenti finanziari, alla mercé degli interessi e delle logiche espansive degli intermediari ….”.

Il testo è attualmente in vendita sul sito ManlioMarucci.it.

Consulenti finanziari e società mandanti, il recesso “ad nutum” è un’arma a doppio taglio per entrambi

Secondo Manlio Marucci di Federpromm, non è più tollerabile che i consulenti finanziari con portafoglio clienti inferiore alla media possano subire unilateralmente il recesso senza giusta causa e senza nessuna garanzia per il futuro. In aumento i consulenti che fanno causa alle mandanti.

Articolo e intervista di Massimo Bonaventura

Nel corso del 2020 e 2021, P&F si è occupata più volte di descrivere l’attuale contesto all’interno del quale operano i consulenti finanziari, raccontandone gli aspetti più critici. In particolare, la redazione si è soffermata sull’inquadramento contrattuale vigente in tutte le società mandanti e sulle insufficienti tutele professionali con cui i professionisti della pianificazione finanziaria devono convivere, non senza evidenziare il ruolo fortemente contraddittorio delle organizzazioni che, questa tutela, sarebbero chiamati a garantire e, soprattutto, a migliorare.

Uno degli aspetti più discussi dalle organizzazioni sindacali di categoria – e generalmente sottaciuti dalla comunicazione finanziaria generalista  – è quello della fuoriuscita forzosa, per iniziativa delle mandanti, di consulenti finanziari “colpevoli” di avere un portafoglio clienti dal valore sensibilmente al di sotto della media dell’area geografica di appartenenza e, ad insindacabile giudizio della mandante, non più idoneo a rappresentarla presso la propria clientela. Si tratta del c.d. recesso “ad nutum”, che per un consulente abilitato fuori sede, in virtù del vincolo di mono-mandato, equivale ad un vero e proprio licenziamento senza giusta causa e senza alcuna possibilità di opporsi, poiché la motivazione del recesso dal contratto di agenzia non ha rilevanza giuridica.

Ma se in passato i consulenti – in genere poco avvezzi agli aspetti legali del proprio contratto – subivano senza reagire un evento così doloroso, oggi sono molti quelli che oppongono resistenza durante il periodo di preavviso, ed arrivano anche a citare in giudizio la mandante. Il recesso ad nutum, infatti, può trasformarsi in un arma a doppio taglio per le stesse società mandanti, poiché l’assenza della giusta causa conferisce al recesso un’area di insidiosa indeterminatezza che rende possibile, in molti casi, l’emersione di una giusta causa (con tutto ciò che consegue in termini risarcitori) a beneficio del consulente e ai danni della stessa mandante.

In merito a quest’ultimo aspetto, è utile accostare l’inquadramento giurislavoristico del consulente finanziario al lavoro subordinato, dal momento che un agente monomandatario – quale è, appunto, il consulente – può tranquillamente definirsi come un lavoratore “para-subordinato”, con contenuti e doveri del tutto simili a quelle di un lavoratore dipendente ad eccezione della disciplina fiscale e dell’organizzazione (libera) del lavoro. Tanto è vero che, negli ultimi dieci anni, è stato possibile trasferire diverse mansioni legate alla elaborazione dati, senza la previsione di alcun corrispettivo economico, dalle sedi delle società mandanti alle reti dei consulenti, i quali si vedono gravati da una serie di compiti amministrativi che prima erano appannaggio del personale di sede e che oggi, invece, rappresentano un carico di lavoro aggiuntivo e non retribuito.

Un simile sistema, che pone maggiore attenzione alla consistenza del portafoglio del consulente, non può che reggersi su elementi squisitamente quantitativi; da qui il “dominio” del parametro del portafoglio medio sulle dinamiche di sviluppo della professione, che oggi si scontra con il problema del ricambio generazionale sul quale si fa ancora poco o nulla, quasi come se i principali players del mercato ritengano ineluttabile, nei prossimi anni, un ulteriore giro di vite sul numero dei consulenti attivi. Del resto, valutare la qualità delle risorse umane ed il valore sul mercato di una banca-rete solo in base alla massa critica individuale e aziendale ha chiuso progressivamente le porte alle nuove leve che, in tutta evidenza, non hanno un portafoglio clienti e necessitano di un investimento notevole prima di riuscire ad averne uno vicino ad una media che diventa ogni giorno sempre più alta. La questione è che questo parametro di quantità – e non di qualità – rischia di diventare una sorta di “killer” per i consulenti che, per diverse ragioni di vita, non hanno raggiunto un livello di portafoglio giudicato soddisfacente dalla mandante, e rischiano di essere allontanati dal mercato pur essendo professionisti competenti e pur godendo della fiducia dei propri clienti.

In alcune reti, alcune questioni relative al portafoglio clienti sono state trattate recentemente in un aula di tribunale, con accuse di minacce concluse con la condanna di rappresentanti di autorevolissime banche-reti, i cui manager di rete si sono resi colpevoli, secondo i giudici, di aver messo in atto pressioni e intimidazioni al limite dell’estorsione. E’ evidente che queste condotte così riprovevoli, pur non rappresentando assolutamente la norma, sono figlie di una manifesta assenza di tutele contrattuali. E’ questa la visione del presidente di Federpromm, Manlio Marucci, che abbiamo intervistato di recente.

Buongiorno prof. Marucci. Qual è l’identikit del consulente finanziario “terminato” senza giusta causa?
Cominciamo col dire che si tratta di una rilevante fascia di consulenti finanziari che, dopo anni  di sacrifici e di impegno nel costruire un proprio portafoglio clienti sviluppano un rapporto critico con il proprio intermediario a causa di logiche commerciali sempre più stringenti, che finiscono con il compromettere il rapporto fiduciario tra le parti e a rendere difficoltosa la regolare prosecuzione del mandato. Fare un quadro dello skill development del consulente che si è visto revocare senza giusta causa il proprio rapporto di lavoro, sostanzialmente per non aver raggiunto un target di portafoglio allineato alle logiche richieste dal sistema, diventa molto complesso se non si prendono in considerazione alcune variabili quali il livello di formazione, la sua anzianità di servizio, le condizioni socio-culturali del territorio dove opera, il clima di fiducia trasmesso nella relazione con i potenziali interlocutori, la sua tenuta psicologica in situazione di stress, la dimensione aziendale, ecc.. Tuttavia, un dato significativo che è comune a tanti consulenti è quello di interiorizzare come problemi personali il mancato raggiungimento degli obiettivi, come se fosse esclusivamente “colpa” sua.

Quali potrebbero essere le tutele contrattuali da aggiungere a quelle già presenti oggi, a quanto pare poco efficaci?
Le tutele contrattuali per tale categoria oggi sono quasi del tutto inesistenti. Basti citare la struttura del contratto di agenzia applicato dalla quasi totalità delle reti di consulenza e confrontarlo con il classico contratto che fa riferimento all’AEC in vigore per gli agenti di commercio che, rispetto ai contratti dei consulenti finanziari, può prevedere l’esclusiva e la rappresentanza, elementi che non vengono minimamente riconosciuti agli ex promotori. Inoltre, i mandati dei CF non sono frutto di una negoziazione fra le parti, ma semplicemente mandati “per adesione”: prendere o lasciare.  

Cosa può fare, in concreto, un consulente per contrastare legalmente un recesso ad nutum ricevuto dalla propria mandante?
Essendo il rapporto a tempo indeterminato, purtroppo può fare poco, poiché ognuna della parti può recedere unilateralmente dal contratto. A tutti i colleghi che si rivolgono alla nostra organizzazione sindacale suggeriamo di verificare che effettivamente sussistano gli elementi e i presupposti sul piano giuridico-normativo per impugnare la revoca. Di solito, nel momento in cui il consulente conferisce il mandato al nostro sindacato, interveniamo attivando tutte le fasi previste dalla normativa di legge, dall’impugnativa presso ULP alla elaborazione delle spettanze previste dal contratto e dagli accordi collettivi, fino a fornire l’assistenza legale qualora non vi siano margini di trattativa, per poi agire in giudizio.   

Cosa potrebbero o dovrebbero fare le società mandanti prima di arrivare al taglio unilaterale della posizione lavorativa di un consulente finanziario?
Credo che perdere un consulente che ha dimostrato coerenza ed impegno nel dare il massimo della sua attività professionale sia un grave errore per l’intermediario. Una risorsa qualificata che viene tagliata fuori dal sistema, infatti,  produce distorsioni e instabilità alle relazioni industriali e al mercato, che è sempre più concentrato e competitivo.  Non si può ricondurre tutto alle masse di raccolta, ed invece va posta l’attenzione sui vari interventi di riqualificazione mirata e di sostegno al consulente, mediante tutti i possibili strumenti di supporto, dalla tecnologia ai nuovi modelli di finanza comportamentale

Secondo lei, le mansioni amministrative scaricate negli anni dalle banche sulle reti commerciali hanno un valore economico e, quindi, andrebbero retribuite al consulente? Se sì, in che modo?
Purtroppo, con il recepimento delle stringenti direttive comunitarie e di tutti gli adempimenti normativi a cui sono obbligati gli intermediari, è stato facile scaricare alcune funzioni di carattere amministrativo sui consulenti finanziari, avendo questi l’obbligo regolamentare di responsabilità nella identificazione e profilatura del cliente, nell’antiriciclaggio e in materia di privacy, non dimenticando la formazione obbligatoria ricorrente. E’ sufficiente leggere in modo analitico le obbligazioni in capo al consulente, descritte nel mandato, per rendersi conto che tali funzioni manifestano pianamente i contenuti dell’attività di lavoro subordinato. A titolo di esempio, tali attribuzioni di competenze sono state ampiamente considerate, con il riconoscimento di una retribuzione fissa per il consulente con mandato di agenzia, nell’accordo sottoscritto nel 2013 dalle OO.SS. del credito con Banca Etica, e questo potrebbe essere un buon punto di riferimento.

Quali sono le responsabilità delle società mandanti in relazione al problema del ricambio generazionale della categoria?
Sulla questione sono intervenuto più volte; ormai è da tempo che se ne parla a destra e manca ma nessuno ha una proposta organica su come intervenire e dare concrete soluzioni a quello che oggi è un problema serio e che non riguarda solo il nostro settore. Sostengo, senza polemiche di sorta, che per affrontare in modo funzionale il problema di avvicinare i giovani alla professione di consulente finanziario necessita aprire un tavolo di confronto a livello politico ed istituzionale, coinvolgendo tutti gli stakeholder che hanno a cuore la continuità e la valorizzazione della professione. In termini di sostenibilità economica, per esempio, si potrebbero utilizzare le risorse già esistenti, come i consulenti senior che le mandanti vorrebbero tagliare per via dei portafogli sotto la media, i quali potrebbero benissimo fungere da tutor grazie alla propria esperienza sul campo.   

Qual è la stima di Federpromm sull’investimento finanziario necessario a formare da zero nuovi consulenti per assicurare il ricambio generazionale, e come andrebbero retribuiti?
Abbiamo calcolato che un azienda, per mettere in produzione un consulente ben qualificato, deve effettuare un investimento medio della durata di due anni e dal valore economico di circa 60-70mila euro. Senza considerare che, una volta che il nuovo consulente sarà formato, bisognerà fidelizzarlo onde evitare che diventi facile preda della concorrenza. Tutto ciò potrebbe essere regolato da un Accordo Economico Collettivo di settore che preveda anche i vari istituti contrattuali riservati a tale figure professionali, in modo da evitare le anomalie delle lettere integrative formulate da ogni singolo intermediario e da stabilizzare il sistema.  

Secondo lei, esistono i presupposti per intavolare un dialogo efficace con la partnership Assoreti/Anasf e trovare soluzioni durature ai problemi evidenziati prima?
Al momento non credo vi sia una forte sensibilità da parte di Assoreti e Anasf nel voler aprire un tavolo di confronto, soprattutto sul tema dei giovani, mentre confermo che come Federpromm- Uiltucs (quest’ultima firmataria dell’AEC applicato dalle mandanti) stiamo lavorando unitamente alla Federazione del credito e con la Uilca su come affrontare il problema del nuovo contratto coinvolgendo l’Associazione Bancaria Italiana. Recentemente siamo intervenuti ad un incontro informale con la dirigenza del gruppo Intesa per i problemi dei consulenti di Iwbank, e speriamo che questo sia di buon auspicio. Nel frattempo, rivolgo un invito a tutti i consulenti a sostenere Federpromm per partecipare in prima persona ad una imminente e necessaria stagione di riforme.

Il decreto Sostegni bis e l’”emendamento assassino” contro agenti e mediatori creditizi

Secondo Federpromm, l’emendamento  approvato  alla Camera sul decreto Sostegni Bis pone seri quesiti di sostenibilità economica per agenti finanziari e mediatori creditizi. La norma, se approvata al Senato, colpirebbe anche i consulenti Finanziari.

In generale, il processo di formazione delle norme in materia finanziaria difficilmente è sorretto da ideali o istanze della collettività, poichè gli interessi che ruotano attorno all’oggetto prevedono esclusivamente l’azione dei gruppi di opposte fazioni, e non dei cittadini interessati. Del resto, è ormai noto a tutti che la stessa MiFID – la “regina” delle normative sulla regolamentazione dell’attività degli intermediari finanziari – sia stata voluta non dai consumatori (che rappresentano la domanda) bensì dai maggiori organismi della politica europea, con l’avallo dell’industria continentale del credito (che rappresenta l’”offerta”). Di conseguenza, di fronte agli emendamenti al decreto Sostegni bis a firma dei deputati Bellachioma, Borghi, Cattoi, Cestari, Comaroli, Frassini, Patassini, Paternoster. Giacomoni, Occhiuto, Prestigiacomo, Pella, Paolo Russo, D’Attis, Mandelli e Cannizzaro non si rimane sorpresi, poiché non è certo la prima volta che la Camera approva emendamenti “assassini” contro intere categorie di professionisti o lavoratori.

Questa tipologia di emendamenti, prevedendo un sicuro (e irrisarcibile) danno economico per una universalità di persone, ha sempre un “mandante”, e non è mai frutto delle profonde riflessioni civiche dei suoi firmatari, ai quali quell’emendamento viene di solito “telefonato” testualmente da coloro che, da esso, trarrebbero un sicuro vantaggio economico.

Capitali e consulenza

E’ la politica, baby!”, direbbero ad Hollywood; ma in questo caso non ci troviamo neanche a Cinecittà, e gli attori – anzi, le comparse – di questa sortita parlamentare sono alcune migliaia di agenti in attività finanziaria e mediatori creditizi che, in base all’emendamento in questione, sarebbero costretti a restituire parte della provvigione, legittimamente incassata ad affare concluso (come prevede qualunque contratto di agenzia), in caso di rimborso anticipato di un prestito da parte di un cliente precedentemente finanziato dalla banca per cui gli stessi agenti lavorano.

Nel dettaglio, l’emendamento prevede che “(Art. 125-sexies – Rimborso anticipato) – 1. Il consumatore può rimborsare anticipatamente in qualsiasi momento, in tutto o in parte, l’importo dovuto al finanziatore e, in tal caso, ha diritto alla riduzione, in misura proporzionale alla vita residua del contratto, degli interessi e di tutti i costi compresi nel costo totale del credito, escluse le imposte”….”…Salvo diversa pattuizione tra il finanziatore e l’intermediario del credito, il finanziatore ha diritto di regresso nei confronti dell’intermediario del credito per la quota dell’importo rimborsato al consumatore relativa al compenso per l’attività di intermediazione del credito”…. “….In caso di rimborso anticipato, il finanziatore ha diritto a un indennizzo equo e oggettivamente giustificato per eventuali costi direttamente collegati al rimborso anticipato del credito. L’indennizzo non può superare l’1 per cento dell’importo rimborsato in anticipo, se la vita residua del contratto è superiore a un anno, ovvero lo 0,5 per cento del medesimo importo, se la vita residua del contratto è pari o inferiore a un anno. In ogni caso, l’indennizzo non può superare l’importo degli interessi che il consumatore avrebbe pagato per la vita residua del contratto….”

Si tratta, pertanto, di una riedizione della desueta clausola dello “star del credere”, in base alla quale un agente deve restituire la sua provvigione in caso di inadempimento della ditta a cui è stata fatta una certa fornitura di merce e che non ha pagato le fatture nei termini previsti. La differenza, piuttosto sostanziale, è che nel caso in questione la ”fornitura” (il prestito) è regolarmente avvenuta ed il cliente non solo è adempiente, ma intende adempiere in anticipo, manifestando una volontà che è totalmente indipendente dall’attività dell’agente/mediatore il quale, in tutta evidenza, non può averne alcun controllo nè possibilità di contraddittorio. Da qui la reazione veemente di Federpromm-Uiltucs, sindacato che tutela gli interessi delle categorie colpite (compresi i consulenti finanziari), secondo la quale “…pur  comprendendo le ragioni politiche che sono legate a risolvere un problema quanto mai increscioso – quale appunto l’applicazione della sentenza Lexitor  per gli intermediari del credito – si evidenzia come l’emendamento  approvato  alla Camera sul decreto Sostegni Bis ponga dei seri quesiti alle categorie professionali quali gli agenti finanziari e mediatori creditizi (e indirettamente anche ai consulenti finanziari), che nell’ ambito dello svolgimento della propria attività professionale troveranno serie difficoltà nel proseguire tale qualificata funzione di assistenza e consulenza per la clientela che ha necessità di ricorrere al credito tramite finanziamento.

“Un paradosso dei paradossi – dichiara Federpromm nella sua nota – in piena confusione interpretativa della norma giuridica, che alimenta confusione e scompiglio fra gli operatori del settore e che non risolve il problema di fondo tipico di quegli emendamenti con i quali diverse forze politiche intendono scaricare i costi delle contraddizioni del sistema sulle figure più deboli, quali appunto gli agenti finanziari e i mediatori, che saranno costretti a restituire in quota parte le commissioni percepite ogni volta che si verifica una estinzione anticipata”. “Va anche sottolineato –  afferma l’organizzazione sindacale – che sulle regolari commissioni percepite per il servizio offerto per conto dell’intermediario, l’agente e il mediatore vi hanno regolarmente pagato le imposte, e sarà difficile per loro poterle recuperare.

Tale posizione di forte protesta sindacale è già stata espressa anche da altre associazioni professionali presenti all’interno dell’OAM, e tutte ritengono come la formulazione dei vari emendamenti approvati alla Camera metta in crisi l’intero sistema creditizio e, in realtà, si pone in netto contrasto con i principi stessi della sentenza Lexitor. Nel frattempo, il sindacato ha avviato una forte azione di sensibilizzazione nei confronti delle forze politiche affinchè venga rivisto, modificato o ritirato l’emendamento prima della sua approvazione definitiva al Senato, prevista prima del 24 luglio 2021.

Promotore vs Consulente finanziario, uno “scontro di status” nato nel 1985 e non ancora finito

Richiamare lo status professionale della categoria dei consulenti finanziari prima del varo della legge n.1/91 è utile per inquadrare correttamente il problema della contrastante percezione, sia interna che esterna alla categoria, che ha caratterizzato fino ad oggi la storia di questa professione.

di Manlio Marucci*

A conclusione delle precedenti  riflessioni  da me avanzate sul dibattito ancora aperto circa le varie definizioni attribuite alla figura del consulente finanziario – già “promotore finanziario” per un lungo corso di storia della Consulenza Finanziaria – ritengo che, per obiettività di giudizio e di analisi socio-politica, sia utile richiamare l’attenzione alle dinamiche e alle argomentazioni metodologiche assunte a modello nel lontano 1985 dalla Consob, la quale si è trovata a disciplinare, in assenza di una normativa specifica, la nascita di tale figura professionale. Infatti, l’Autorità di Vigilanza, a seguito della legge n. 216 del 1974 istitutiva della stessa Commissione, aveva un preciso assetto organizzativo e di controllo sui mercati finanziari ancora in formazione, poichè la struttura si richiamava implicitamente ai regolamenti e alle leggi di attuazione che regolavano i modelli di funzionamento dei paesi più avanzati.

Oggi, pertanto, sarà utile richiamare lo status professionale della categoria dei consulenti finanziari prima del varo della legge n.1/91, al fine di inquadrare correttamente il problema della contrastante percezione, sia interna che esterna alla categoria, che ha caratterizzato fin dall’inizio la storia di questa professione, e nel contempo – e una volta per tutte – rendere giustizia al riconoscimento etico, professionale e sociale della figura del Consulente Finanziario, indipendentemente dall’attribuzione dei diversi appellativi  già precedentemente richiamati (compreso l’ultimo, e cioè quello di consulente patrimoniale, ancora in attesa di una concreta codifica).

Le delibere che, a torto o a ragione, sono in qualche modo  sottoposte al giudizio critico e valutativo degli addetti ai lavori, furono varate dalla Consob nel lontano 1985: la n. 1739 e la n.1830, rispettivamente del 10 luglio e 12 settembre dello stesso anno (G.U. n.170 e n.278/85). In applicazione della stessa legge n. 216 del 1974, infatti, la Consob – senza prevederne i conseguenti risvolti – ritenne che “i soggetti  incaricati di promuovere il collocamento di prodotti finanziari e di investimento” dovevano essere  configurati  e assimilati agli “agenti di commercio o di assicurazione o dei brokers”. Con tali provvedimenti impositivi, quindi, la stessa Autority di vigilanza aggiunse che gli incaricati da parte di una società dovessero avere e osservare: a) i requisiti soggettivi minimi; b) le norme di comportamento da tenere nel rapporto con la clientela; c) la natura e il tipo di rapporto lavorativo.

Relativamente all’attività di lavoro autonomo, la stessa Consob – pretendendo l’obbligo di iscrizione al ruolo agenti di commercio o all’albo degli assicuratori – fissava  dei paletti e dettava precise condizioni al che avrebbero  salvaguardato, oltre la tutela del pubblico risparmio,  le società autorizzate al collocamento  da eventuali  contenziosi  di lavoro. I prerequisiti sostanziali dell’iscrizione ad un ruolo quale quello degli agenti di commercio o all’albo degli assicuratori non modificava tuttavia lo “status” in capo al consulente finanziario, potendo questi sempre dimostrare che il rapporto con la società autorizzata alla sollecitazione del pubblico risparmio non derivava né da un contratto di agenzia commerciale né da un atto negoziale consensuale qual è appunto il rapporto di mediazione.

E’ utile ricordare  che la questione allora fu ampiamente portata all’attenzione sia della Magistratura ordinaria che delle Istituzioni, le quali affrontarono il problema alla luce degli eventi necessari generati dall’applicazione di tali provvedimenti  – anche e soprattutto sotto il profilo della previdenza obbligatoria  – e misero in evidenza  le contraddizioni emerse con tali provvedimenti. In proposito, è utile richiamare la Circolare n.291772/ 1994 dell’Eneac del Ministero dell’industria e la circolare Inps n.134/1994, nonché la sentenza n.256/95 del Pretore di Livorno passata in giudicato fino al varo della legge 262/96.

La storia successiva, che ha riguardato l’iter di formazione della figura dell’odierno Consulente Finanziario, del suo formale riconoscimento sia sul piano giuridico-normativo che sul suo status professionale, è stata indubbiamente oggetto di attenzione su svariati campi di interesse, che è meglio lasciare alla riflessione di ognuno, con la consapevolezza che è arrivato – finalmente – il momento storico per porre fine a questo “scontro di status” e far affermare la ricchezza di contenuti  che il profilo professionale del consulente finanziario ha sempre posseduto.

*Presidente di Federpromm

Un manuale per consulenti finanziari, scritto dai consulenti finanziari. Scambia: mettiamoci in cattedra

Un testo utile non solo per i più giovani che vogliano intraprendere questa professione, ma anche per i consulenti più esperti con il desiderio di confrontare la propria storia professionale e, naturalmente, per i bancari che vogliono intraprendere questa bellissima attività.

“Si tratta di una sfida e, insieme, un’opportunità per i consulenti finanziari iscritti all’albo”, dichiara Nicola Scambia* in relazione al prossimo lavoro editoriale. “Per tutte le professioni esistono dei manuali che insegnano ai c.d. novellini a lavorare e a farsi strada nella vita – afferma Scambia – Purtroppo per i consulenti finanziari non c’è ancora nulla del genere. La professione si impara sul campo, siamo d’accordo, ma un vademecum con i ‘segreti’ dei consulenti finanziari più esperti e di lungo corso servirebbe davvero tanto e, probabilmente, riscuoterebbe un certo successo”.

In sintesi, Nicola Scambia propone ai colleghi consulenti di ogni rete di condividere le proprie esperienze, i “segreti del mestiere” e le strategie che hanno imparato sul campo, come se dovessero spiegarle a un giovane esordiente. “Da autentico innamorato di questa professione – aggiunge – da tempo sogno di poter scrivere un libro sui consulenti finanziari, in modo da raccontare e far raccontare tutto quel sapere che non si impara a scuola e che, invece, si accumula nel tempo con l’esperienza”.

Consulenza professionale

Un testo utile, quindi, per un target composito. I più giovani, innanzitutto, desiderosi di intraprendere questa professione con la consapevolezza, però, che la strada del successo di un consulente finanziario è costellata da piccoli fallimenti e da notevole impegno personale (senza limiti di orari); i consulenti più esperti, in particolare quelli che vogliano “rileggere” la propria storia professionale e confrontarla istintivamente con quella degli altri colleghi; ultimi, ma non meno importanti, i bancari che valutano concretamente di intraprendere questa bellissima attività potendo contare, a differenza dei giovanissimi, su un patrimonio di relazioni personali e professionali già ben strutturato.

“Chiedo a tutti i colleghi che vorranno farmi l’onore di collaborare – conclude Scambia – di inviarmi delle note personali, anche semplici opinioni e suggerimenti, che possano costituire argomento di insegnamento o di condivisione. Tutti coloro che avranno inviato un contributo saranno doverosamente citati nel libro. Il tutto, per chi lo chiederà espressamente, nel rispetto della riservatezza, ma con la voglia, almeno per una volta, di mettersi in cattedra e raccontarsi un po’”.

Chiunque fosse interessato al progetto editoriale di Nicola Scambia, potrà scrivere a: ns@nicolascambia.net (con oggetto “Vademecum del CF“).  Il termine di raccolta del materiale scade il prossimo 31 Dicembre 2021, la stesura sarà conclusa entro il mese di Maggio 2022 e la pubblicazione del manuale è prevista per l’autunno 2022.

Il progetto verrà presentato ufficialmente alla comunità dei consulenti italiani (Covid permettendo) in occasione di un evento pubblico a Milano, subito dopo il rientro dalle vacanze; in alternativa, la presentazione avverrà con un live in diretta streaming.

* Nicola Scambia, delegato sindacale Federpromm, consulente finanziario e scrittore, autore di “Jackfy. La Ribellione” e del manuale per investitori “Guadagnare in fondi oggi” – www.nicolascambia.net