Giugno 8, 2026
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Quattro megatrend “su misura” per la professione di consulente patrimoniale

La pandemia sta solo accelerando alcune delle mosse dettate dall’emergenza, ma l’industria del Risparmio era già arrivata lì dove adesso ci si sta dirigendo a passo spedito.  Ecco i quattro megatrend che potrebbero avere un profondo impatto sul lavoro dei consulenti patrimoniali di tutto il mondo.

Di Timothy Welsh (ThinkAdvisor, USA)

Il famoso demografo e futurista John Naisbitt ha scritto il testo fondamentale dei  c.d. Megatrends  nel 1982. Nel suo libro, Naisbitt ed il suo gruppo di ricerca hanno predetto dettagliatamente vari scenari del futuro che stiamo vivendo adesso, e tutto questo senza l’ausilio dei motori di ricerca (sarebbero arrivati solo 12 anni dopo) e solo attraverso la lettura di articoli e riviste specializzate sui cambiamenti demografici, sul progresso della tecnologia e sulla globalizzazione che già allora stava manifestandosi con tutto il suo potenziale di cambiamento.

Questo lavoro di squadra si è trasformato nelle “10 previsioni di Naisbitt”, e la maggior parte degli accademici e dei ricercatori di oggi concordano sul fatto che le sue profezie erano esatte, e si stanno ancora svolgendo quasi quattro decenni dopo.

La rilettura della sua raccolta profetica, mentre ci troviamo in piena pandemia di Covid-19 e abbiamo molto tempo in più per riflettere, diventa fonte ispiratrice e di metodo per replicare quel tipo di ricerca nel campo della consulenza patrimoniale, anche perché oggi il Web ci mette a disposizione lo strumento di ricerca più potente che nel 1982 sarebbe stato persino difficile da immaginare: Google. In base a questo metodo di ricerca, è possibile individuare quattro megatrend che potrebbero avere un profondo impatto sul lavoro dei consulenti finanziari di tutto il mondo.

1) CLOUD NATIVE – I miglioramenti e i progressi tecnologici avvenuti fino ad oggi sono stati esponenziali soprattutto nel modo in cui le informazioni vengono archiviate, elaborate, analizzate e fornite. L’evoluzione dei sistemi operativi – da DOS a Windows e poi a Cloud-based e ora Cloud Native – ha portato, negli anni, a sviluppare applicazioni che guidano il business e i dati necessari per elaborarlo e sono distribuite all’interno di un’architettura di sistemi Cloud, da cui il nome Cloud Native.

Con la tecnologia Cloud Native alimentata da titani tecnologici come Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud, la potenza, l’efficienza, la sicurezza e la flessibilità fornite sono esponenziali e portano nuova speranza al bagaglio tecnologico applicato alla gestione del patrimonio. Infatti, invece di un mucchio di applicazioni autonome, tutte liberamente connesse tramite integrazioni API per trasferire i dati avanti e indietro, la tecnologia Cloud Native consente all’infrastruttura di unire perfettamente queste applicazioni e dati in un unico ambiente.

I vantaggi della tecnologia Cloud Native presto elimineranno i numerosi flussi di lavoro manuali, goffi e laboriosi che limitano la capacità dei consulenti finanziari e la loro crescita, dal momento che il consulente potrà lavorare con più clienti a un livello più personalizzato, liberandolo dalle attività amministrative quotidiane (oggi diventate molto invadenti) e facendogli dedicare la maggior parte del proprio tempo ai clienti.

2) TECNOLOGIA VIDEO – La consulenza patrimoniale è un’attività di relazione, e la finanza comportamentale ci dice che un approccio da uomo a uomo è l’elemento chiave quando si tratta di questioni personali come il denaro. Inoltre, sappiamo che gli investitori sono più che disposti a pagare un premio per i servizi finanziari da un professionista esperto, ma nel periodo storico che stiamo vivendo, dominati dal “nemico invisibile” del Coronavirus, molte di queste interazioni avvengono a distanza di mesi e tra mille cautele. E se questo va bene per i clienti già acquisiti prima della pandemia, risulta difficile pensare di acquisire “a distanza sociale” nuova clientela. Per tale motivo Megan Carpenter, CEO di FiComm Partners, ha messo in atto una strategia denominata “video first”, che in questi tempi di distacco sociale risulta essere stata fondamentale per entrare in contatto con clienti effettivi ed anche potenziali.

Si tratta di un processo graduale, naturalmente, ma un potenziamento (e miglioramento) delle comunicazioni video, associate a siti web certificati e da marchi autorevoli, potrebbero “far passare” il messaggio che è possibile accostarsi per la prima volta a qualsiasi categoria di professionisti (avvocati, fiscalisti, medici generici, ingegneri etc), compresi i consulenti finanziari.

Non è un caso che oggi assistiamo alla adozione universale di piattaforme di videoconferenza come Zoom, che ormai sta entrando nella vita quotidiana di tutte le famiglie, diventando la norma. Durante la prima ondata di pandemia, peraltro, si è calcolato che circa la metà degli investitori non aveva alcun contatto con il proprio consulente, sentito come “assente” in un momento delicatissimo. Pertanto, quei consulenti che utilizzeranno il video con regolarità, saranno molto più avanti nel trovare, convertire e coltivare le relazioni con i clienti.

3) SPECIALIZZAZIONE – Oggi la maggior parte dei servizi di pianificazione finanziaria e di investimento viene offerta online “gratuitamente”, per cui è difficile motivare il maggior valore della consulenza patrimoniale specialistica in un mondo dove le prestazioni più importanti vengono dichiarate come “gratuite”. In più, sul Web chiunque può ottenere servizi generici di consulenza ricchi di funzionalità online, e questo determina la nascita – già avvenuta, sebbene siamo solo agli inizi – di un “megatrend della formazione” in base al quale i consulenti, per prosperare, dovranno riposizionarsi come specialisti in varie nicchie, come quelle basate sui dati demografici dei clienti, le specialità di investimento, le questioni relative all’imprenditore, la pianificazione fiscale e altro, oltre a fare coaching di finanza comportamentale.

Questo cambiamento è simile a quello dell’agente di viaggio – categoria praticamente in via di estinzione –che già prima della pandemia aveva goduto di una rinascita spostandosi dalla vendita di destinazioni alla vendita di “esperienze”.

4) SERVIZI IN ABBONAMENTO – La consulenza patrimoniale sta evolvendosi nel mondo, con gli USA a fare da apripista nei servizi in abbonamento anche in questo settore, dove il modello di business basato sulla commissione AUM (Asset Under Management) sta rapidamente disaggregandosi in nuovi modelli, soprattutto per i clienti medio-piccoli. Di conseguenza, i principali consulenti americani stanno già compiendo questa mossa, e le prime esperienze della crescita e del successo di piattaforme come AdvicePay di Alan Moore forniscono una prova convincente che questa tendenza ha una certa forza.

Mercato immobiliare Milano. Ottima performance nel primo semestre, prezzi in discesa in autunno

Nella prima parte del 2020, i valori immobiliari di Milano hanno messo a segno un aumento del +2%, che fanno della città meneghina la metropoli che ha avuto la performance migliore tra le grandi città. Prezzi in lieve diminuzione nel secondo semestre.

Come sta andando il mercato immobiliare milanese, alla luce del fatto che la Lombardia resta purtroppo una delle regioni italiane maggiormente colpite dalla pandemia di Coronavirus? Secondo i dati provenienti dalla rete Tecnocasa, nei primi sei mesi del 2020 le compravendite residenziali a Milano città sono state 10.138, con una diminuzione del 23,2% rispetto allo stesso periodo del 2019.

Tempi di vendita – I tempi di vendita sono di 56 giorni, e piazzano Milano al primo posto per velocità di vendita.

Nuovi interventi ediliziMilano ha retto meglio di altre città alla pandemia, questo grazie agli interventi di riqualificazione che si stanno facendo in città, in particolare abbiamo visto una buona tenuta nelle aree semiperiferiche interessate dal futuro arrivo della metropolitana. Buono anche il riscontro per le zone interessate dalla riqualificazione dell’ex scalo di Porta Romana e Scalo Farini. Fermento anche in Bovisa, dove proseguono i lavori di riqualificazione su ex aree terziarie ed industriali e per il recupero della Goccia.

ANALISI DELLE MACROAREE

Zone centrali – Il centro ha registrato un incremento dei valori dell’1,8% confermando, nonostante la pandemia, una buona tenuta. Le tipologie più signorili, ristrutturate, raggiungono i valori più elevati: 7000-8000 € al mq.

Porta Romana–Crocetta  – I valori sono invariati. Il segmento alto del residenziale non ha avuto, almeno per il momento, impatti legati al Covid. Il mercato è vivace soprattutto sulla prima casa, mentre sono fermi gli investitori che acquistavano per mettere a reddito, visto il rallentamento delle locazioni.

Zona Isola – si registra un buon movimento sulla prima casa da parte di single alla ricerca di bilocali più ampi. Rallentano le nuove costruzioni, e il lockdown costringe ad allontanare il momento della consegna degli appartamenti.

Bonola–Trenno – In questo comprensorio c’è un aumento di domanda di tagli più grandi, trilocali e quattro locali. Meno presenti gli investitori. La sensazione è che il mercato sia in una fase di attesa, ed infatti i tempi di vendita stanno rallentando. C’è ancora timore per cosa potrà accadere. Gli investitori stimolati dal super-bonus si stanno orientando verso soluzioni da ristrutturare e rivendere. Si ricercano sempre più abitazioni con spazio esterno e metrature ampie.

Vercelli–Lorenteggio – Incremento dell’1,9% nella macro area, che include alcuni quartieri in cui si iniziano ad avvertire i segnali positivi per l’arrivo della linea 4 della metropolitana. La presenza di prezzi più contenuti rispetto alle vicine zone di Savona e Tortona ha determinato una maggiore domanda negli ultimi anni. Della stessa macro area fa parte anche il quartiere di Solari-Foppa, che ormai da alcuni semestri registra valori in aumento, grazie ad acquisti di prima casa e ad investimenti. Ricercate le soluzioni indipendenti, difficili da trovare e che per questo motivo si vendono a qualcosa in più.

Fiera-San Siro – in questa area i valori immobiliari hanno registrato un aumento dell’1%. Tra i quartieri che hanno segnalato un lieve incremento dei prezzi c’è Fiera-Monterosa e Domodossola. Entrambi beneficiano della vicinanza di City Life che ha trascinato al rialzo le quotazioni delle aree circostanti. Il mercato registra una buona tenuta grazie ad una domanda sostenuta ed un’offerta ridotta.  Le quotazioni più elevate si raggiungono per le abitazioni presenti in via Monterosa e strade limitrofe e via Dominichino, dove si concentrano prevalentemente immobili signorili costruiti tra gli anni ’60 e gli anni ’70.

Navigli–Famagosta – Si segnala un mercato vivace, ma si è fatto sentire il rallentamento della domanda ad uso investimento che, dopo un boom degli anni scorsi, sembra essere in leggera contrazione. Stanno comprando giovani coppie e single. Il mercato appare più dinamico su via Ludovico il Moro, in cui l’offerta immobiliare include case con balconi abitabili o vivibili. In più si apprezza il futuro arrivo della metropolitana 4.

Città Studi–Indipendenza –  In diminuzione dello 0,4% i prezzi immobiliari in questa area. In corso XXII Marzo il mercato immobiliare segnala prezzi ancora in lieve aumento sia per la domanda elevata e sia per le attese legate all’arrivo della linea 4 della metropolitana e alla nascita di aree verdi che dovrebbero sorgere non lontano dal complesso di Porta Vittoria. Si sono realizzati soprattutto acquisti di prima casa visto che è in atto un ricambio generazionale in zona che vede molti giovani acquistare, quasi sempre residenti in zona.

Relativamente al secondo semestre, un recente report della startup Maiora Solutions ha analizzato l’andamento dei prezzi delle case in vendita a Milano, basandosi sui prezzi degli annunci di vendita – e non su quelli effettivi di compravendita, come nel report del primo semestre di Tecnocasa – pubblicati sui principali portali immobiliari fino a settembre, osservando 35 quartieri del capoluogo. Un primo dato interessante che emerge è quello che vede alcune tipologie di immobili reggere meglio rispetto ad altre, per via dell’emergenza sanitaria della seconda ondata di Covid.

In linea generale, i prezzi degli immobili sono leggermente diminuiti, con eccezione delle abitazioni di piccola metratura situate in centro, le quali mantengono un andamento più competitivo rispetto a quelle simili situate in periferia: il prezzo medio dei monolocali e dei bilocali ha registrato un decremento dell’1% durante l’autunno 2020. In particolare, soffrono soprattutto i monolocali, che dalla fine del primo lockdown a oggi hanno visto una variazione negativa pari al 14,2%.

Pertanto, nel secondo semestre 2020 si sta assistendo a una lieve discesa dei prezzi, senza differenze particolari a seconda dei diversi quartieri. Il mercato, infatti, si sta muovendo in maniera piuttosto omogenea in tutta la città. Attualmente, secondo le ultime rilevazioni (Ottobre 2020), il prezzo medio per gli immobili in vendita a Milano è di 4.731 €/m², con oscillazioni da 2.358 €/m² e fino 9.478 €/m² medi a seconda delle aree prese in considerazione.

Nessun crollo, quindi, ma solo un assestamento dei prezzi da attribuire al particolare periodo che il mercato sta vivendo.

Compravendita abitazioni, in calo la percentuale degli acquisti per investimento

Dallo studio del Gruppo Tecnocasa sulle compravendite effettuate in Italia emerge un calo della percentuale di chi acquista per investimento. La tendenza è confermata anche nel secondo semestre, ma aumenta l’interesse degli investitori per via delle quotazioni di mercato più basse.

Dopo anni di crescita, nel primo semestre 2020 la percentuale di acquisti per investimento registrava un ribasso dai picchi del 2018 e del 2019 (16,8% contro il 17,9% degli anni precedenti), attestandosi ai livelli del 2016. La frenata, naturalmente, è legata all’incertezza generata dall’emergenza sanitaria ancora in corso, che ha rallentato sia le compravendite di tipologie da mettere in affitto sia gli acquisti di soluzioni per realizzare B&B ed affittacamere.

La tipologia più scambiata da chi vuole mettere a reddito rimaneva il bilocale, con il 35,0% delle preferenze, a seguire i trilocali (28,2%). Anche nel primo semestre del 2019 si registravano percentuali simili.

Nel primo semestre del 2020 il rendimento annuo lordo nelle grandi città si attestava sul 5,1%, in leggera crescita rispetto al primo ed al secondo semestre del 2019 quando si fermava al 5,0%.

Focalizzando l’attenzione su chi ha comprato per mettere a reddito, il 30,2% degli investitori ha un’età compresa tra 45 e 54 anni, seguiti dai soggetti tra 35 e 44 anni (22,7%) e da coloro con età compresa tra 55 e 64 anni (22,2%). Tale composizione sembra confermata, con piccoli scostamenti, nella seconda parte del 2020.

Per questo specifico segmento di acquirenti, buona parte degli acquisti si conclude senza l’ausilio degli istituti di credito (81,7%), e solo il 18,3% degli investitori ricorre al mutuo bancario (un anno fa era al 15,7%).

Il 75,2% degli investitori sono coppie e coppie con figli, mentre il 24,8% è single (celibi/nubili, separati, divorziati e vedovi). In lieve calo, rispetto al primo semestre del 2019, la percentuale di investitori single che si attestava al 25,5% contro il 24,8% attuale.

Relativamente alla estrazione professionale degli investitori, a comprare per investimento sono soprattutto lavoratori dipendenti (41,9%), imprenditori e liberi professionisti (40,2%), e a seguire i pensionati con una percentuale del 9,4%.

Naturalmente, il calo delle compravendite che si sta verificando lungo il secondo semestre dell’anno – e che si è manifestato soprattutto da Settembre in poi – sta coinvolgendo sensibilmente le compravendite per investimento, soprattutto nelle grandi città. Roma, per esempio, sta vivendo un ribasso notevole di acquisti tradizionalmente destinati alla progettazione di B&B e di attività di affittacamere. L’unico aspetto positivo è rappresentato da timidi segnali di interesse per il settore, per via delle quotazioni più basse e della tendenza alla decrescita anche per il primo semestre 2021.  

Alberto Conca: stime sugli utili 2021 troppo prudenti, col vaccino impennata nella curva dei tassi Usa

Secondo Alberto Conca di Zest Asset Management, il rischio di nuovi lockdown mantiene inalterata la leadership dei titoli growth. La ricca disponibilità di cassa come quota del Pil di famiglie e imprese darà impulso alla ripresa economica e alla risalita dei tassi negli Usa.

 “Il risparmio disponibile da parte di aziende e famiglie, mai stato così alto, potrebbe fare in modo che le stime sugli utili per il 2021 siano troppo prudenti, in particolar modo se ci fosse l’approvazione di un vaccino in tempi brevi, cosa plausibile. La rimozione di tale incertezze potrebbe provocare un’impennata della curva dei tassi negli Stati Uniti. Le aspettative di inflazione e i tassi a 10 anni si sono scollati ultimamente, e si potrebbe assistere a un riallineamento nel caso di ripresa economica”. È l’analisi di Alberto Conca, responsabile degli investimenti di Zest Asset Management, società di gestione svizzera indipendente.

“Quest’anno le famiglie statunitensi hanno aumentato i loro risparmi di ben 300 miliardi di dollari dall’inizio della pandemia, grazie allo stimolo fiscale e al fatto che molti dei servizi non erano disponibili durante il lockdown come ristoranti, aerei, alberghi e altre spese discrezionali. Le aziende hanno tagliato i costi e gli investimenti e ora ci troviamo in una situazione senza precedenti”, sottolinea Conca. “Famiglie e imprese oggi hanno una disponibilità di cassa come quota del Pil che non è mai stata così alta. Questo darà ulteriore impulso alla ripresa economica successiva”.

Questo fattore, unito alla probabile approvazione imminente di un vaccino, porterebbe all’eliminazione delle incertezze di mercato, con una conseguente impennata della curva dei tassi Usa. In questa situazione, il mercato azionario dovrebbe comportarsi meglio di quello obbligazionario, in particolare quello governativo. Inoltre, il mercato dei corporate potrebbe far meglio di quello governativo poiché gli spread hanno ancora margini per restringersi in modo significativo. Gli investitori chiedono ancora un premio al rischio elevato rispetto ai titoli di stato a causa dei rischi sopra descritti. La misura del premio al rischio implicito sul mercato azionario (Erp) si attesta intorno al 4,8% per il mercato statunitense. In Europa è leggermente superiore, il che rende il mercato azionario più interessante a medio termine. Il mercato europeo ha un Erp implicito più elevato a causa della percentuale più bassa di settori ad alta crescita come tecnologia, consumi durevoli e health care e una percentuale più alta di settori cosiddetti value. Quei settori non solo sono cresciuti più velocemente negli ultimi cinque anni, ma anche con minore volatilità.

Alberto Conca

Dopo il forte calo dovuto al diffondersi della pandemia, i mercati azionari hanno smesso di seguire la traiettoria dei nuovi contagi giornalieri. L’imponente supporto monetario e fiscale messo in atto in tempi brevissimi ha aiutato, ma questa non è l’unica spiegazione della decorrelazione osservata. Gli investitori hanno trattato la pandemia come fosse un disastro naturale che ha causato enormi danni economici ma non è stato innescato da uno squilibrio finanziario, come avviene generalmente durante una recessione tradizionale.

L’output economico e la ripresa dell’occupazione sono stati sempre molto più rapidi dopo un disastro naturale rispetto a quello avvenuto dopo la grande recessione del 2008-2009. Durante una recessione indotta da squilibri finanziari, la disoccupazione continua ad aumentare per un periodo considerevole a causa del crescente numero di persone che diventano “disoccupati di lunga durata”, mentre in una recessione indotta da calamità naturali la disoccupazione aumenta solo temporaneamente e le tendenze economiche precedenti, passata l’emergenza,  riprendono rapidamente generando una rapida ripresa dell’occupazione.

“In un mondo in cui la crescita è frenata dalla pandemia, i titoli ad alta crescita sono l’unico porto sicuro”, conclude Conca. “L’approvazione di un vaccino potrebbe cambiare temporaneamente la leadership di mercato, ma le notizie dominanti sono per il rischio di un altro lockdown in Europa. Questo non farà altro che mantenere inalterata l’attuale leadership dei titoli growth”.

EPiC Hong Kong, quinta edizione. 150 startup dal mondo a contatto con gli investitori

Una sfida entusiasmante tra 150 startup, che coinvolge ogni anno centinaia di menti brillanti e innovative provenienti da tutte le parti del mondo. In palio un premio da 200.000 USD e la possibilità di entrare in contatto con potenziali investitori.

Giunge alla quinta edizione l’Elevator Pitch Competition (EPiC), che si terrà dal 6 al 13 novembre 2020 ad Hong Kong. Le iscrizioni sono aperte fino al 19 ottobre 2020 (qui il link per la pagina di registrazione). L’evento è organizzato dall’Hong Kong Science and Technology Parks, ed è una sfida entusiasmante che coinvolge ogni anno centinaia di menti brillanti e innovative provenienti da tutte le parti del mondo.

A partire dal 2016, EPiC ha acquisito sempre più prestigio, diventando uno degli eventi più attesi della stagione. Quest’anno oltre 150 startup, provenienti da più di 50 paesi, verranno selezionate per presentare virtualmente, nel tempo massimo di sessanta secondi, il proprio progetto, e vincere un premio in denaro fino ad un massimo di 200.000 USD. Inoltre, le startup selezionate avranno l’opportunità di entrare in contatto con potenziali partner commerciali e investitori, partecipare a corsi di formazione specializzati (come Company Structure & Taxation, IP, Pitching, Corporate Engagement, Digital Marketing and Business Culture) e visitare “virtualmente” le imprese emergenti locali.

Sono ammesse a partecipare all’evento le startup tecnologicamente avanzate costituite da meno di cinque anni, che abbiano ricevuto, entro il 31 marzo 2020, finanziamenti inferiori a 10 milioni di dollari; oppure persone fisiche che non hanno ancora costituito una società. Le aree di interesse sono quattro: Health Technology, Fintech, Smart City, Artificial Intelligence & Robotics.

A proposito dell’Hong Kong Science and Technology Parks (HKSTP), si tratta di un ente statutario che si occupa della costruzione di un ecosistema di innovazione e tecnologia per collegare gli stakeholder, coltivare talenti tecnologici, facilitare la collaborazione, e catalizzare le innovazioni per fornire benefici sociali ed economici a Hong Kong e alla regione.

HKSTP ha guidato lo sviluppo di Hong Kong in un hub regionale per l’innovazione e la crescita in diversi settori mirati tra cui Biomedical Technology, Elettronica, Green Technology, Information & Communications Technology, Ingegneria dei materiali e di precisione. È un centro che consente alle aziende tecnologiche di coltivare idee, innovare e crescere, supportate da strutture di ricerca e sviluppo, infrastrutture, laboratori e centri tecnici.

Il centro offre anche servizi a valore aggiunto e programmi di incubazione completi per le start-up tecnologiche per accelerare la loro crescita. Le aziende beneficiano dei servizi specializzati e delle infrastrutture del Science Park per la ricerca applicata e lo sviluppo di prodotti (maggiori informazioni su HKSTP sono disponibili su www.hkstp.org).

Relativamente ai servizi di assistenza e consulenza per l’acquisizione di relazioni con investitori interessati ad investire nelle startup, Invest Hong Kong ha un ruolo fondamentale. Infatti, InvestHK è il Dipartimento del Ministero dello Sviluppo Economico del Governo di Hong Kong, che fornisce assistenza e servizi di supporto a imprese e professionisti stranieri che intendono avviare o espandere attività economiche nell’omonima regione autonoma cinese (www.investhk.gov.hk).

Tramite l’ufficio di rappresentanza di Milano, InvestHK estende alle imprese italiane i propri servizi gratuiti nei loro processi di internazionalizzazione verso Hong Kong e la Cina, con informazioni e assistenza sulle opportunità di sviluppo commerciale, costituzione e gestione di attività imprenditoriali, fiscalità, incentivi, programmi di ricerca e sviluppo, permessi di lavoro e residenza, presentazione a fornitori di servizi, associazioni, dipartimenti del governo e assistenza personalizzata.

Investimenti alternativi post Covid. Whisky “Rare” sempre più su, vino pregiato tiene le quotazioni

C’è molta attenzione su due dei pilastri del Luxury Index Investment di Knight Frank, Whisky Rare (anche in botti) e Vino Pregiato. Il primo proviene da un apprezzamento del 560% in 10 anni, il secondo del 120%. Nonostante il Covid, la loro domanda è sempre elevata, e non accenna a diminuire.

In un momento in cui i numeri del contagio sembrano aver rialzato la testa, parlare di “post Covid” sembra quasi affrettato. In realtà, la convivenza con la pandemia, impensabile fino a qualche mese fa, ci spinge a pensare che il ricorso ad un “total lockdown”, come quello di Marzo e Aprile, sia altamente improbabile. E’ possibile, in linea teorica, che si procederà ad una eventuale chiusura selezionata di contesti – sociali e/o produttivi – ritenuti ad alta pericolosità, e non ad un blocco indiscriminato e generalizzato, non più adeguato per via dei mutati costumi della popolazione mondiale, resa più responsabile e auto-disciplinata dall’esperienza fatta fino ad oggi.

All’interno di questo scenario, pertanto, la possibilità di tracciare normali previsioni di mercato in base alle mutate circostanze – fino a Maggio, di fatto, non c’era neanche la possibilità di effettuarle, le previsioni – diventa possibile per tutti gli aspetti dell’economia e per tutti i mercati.

In particolare, il mercato degli investimenti alternativi (alternative investment) ha tenuto bene alla prova della pandemia, pur subendo periodi di iniziale blocco della distribuzione. L’industria del vino, per esempio, durante il lockdown ha continuato a lavorare sul campo e sulla vinificazione, ed ora le porte delle cantine cominciano ad aprirsi ai visitatori, mentre i produttori hanno già pianificato la prossima vendemmia.

Dopo i primi due trimestri del 2020, oggi è possibile stimare con esattezza l’impatto del Covid sul mercato del vino, nonché fare previsioni per il resto del 2020. I produttori stanno ancora sperimentando un cambiamento nei canali di vendita, e ciò continuerà per tutto il resto dell’anno. Finora, il retail (in volume) e il canale online (in percentuale) sono i vincitori assoluti, con un miglioramento delle performance, mentre l’on-trade sta ancora cercando di riprendersi dal lungo periodo di chiusura di bar e ristoranti.

Diversi produttori di vino pregiato non hanno subito cali vistosi sul mercato dell’export, e le vendite sono rimaste stabili durante la chiusura, con lievi diminuzioni. Certamente, i distributori hanno dovuto trovare soluzioni creative per mantenere i contatti con importatori e opinion leader, ma gli strumenti online (come le videochiamate) hanno aiutato la gestione  dei rapporti anche con i più importanti collezionisti e con le case d’asta, rendendo tutto più agevole.

Relativamente al comportamento degli investitori, il canale delle aste online è diventato quello principale, ed ha permesso di non interrompere mai la continuità del mercato. Del resto, il circuito delle aste online era già sviluppato nel settore del c.d. passion investment, per cui le case d’asta più conosciute hanno semplicemente adeguato le modalità dell’offerta, risparmiando anche sui costi generali di organizzazione.
Pertanto, come cambierà – se cambierà – il mercato del vino pregiato dopo il 2020?
La domanda più importante (per il 2020 e probabilmente anche per il 2021) è se il canale delle aste “face to face” potrà riprendersi. Il fascino dei battitori d’asta, infatti, rimane oggi, per chi frequenta questi contesti, una perdita notevole, tanto essi sono intrisi di storia e tradizione (un po’ come il mercato azionario “alle grida” di una volta, prima che diventasse telematico). Questa mancanza, peraltro, si rifletterà certamente sulle nuove produzioni di vino pregiato, per le quali si prevede una riduzione delle produzioni di annata del 10-20% (alcune denominazioni di origine abbasseranno le rese).

In definitiva, l’incertezza economica di fine 2019 e la pandemia si sono combinati creando una tempesta perfetta per molti settori dell’Economia, ma non per quello del vino. Così, per esempio, mentre il top del mercato della Borgogna ha raggiunto nuovi picchi all’inizio dell’anno prima di diminuire, i vini Borgogna di livello inferiore hanno goduto di una domanda relativamente forte, aumentando del 6% –8%. Anche il track record storico dei vini pregiati è confortante. Nonostante tutto, infatti, il The Knight Frank Fine Wine Icons Index è aumentato del 120% nell’ultimo decennio.

Un altro pilastro degli alternative investment è quello del Rare Whisky. In termini di crescita del valore, il significativo eccesso di offerta riscontrato nel 2019 e l’indebolimento del leader di mercato, The Macallan, avevano determinato un calo del 2,67% dell’indice Knight Frank di settore nel primo semestre dello scorso anno. La seconda metà del 2019, però, era andata molto meglio, e l’Indice aveva chiuso l’anno in rialzo del 5%. L’epidemia di Coronavirus, e il conseguente crollo dei mercati azionari globali, hanno portato molti investitori e azionisti a subire ripercussioni significative con il crollo dei valori degli investimenti, portandoli a guardare altrove per proteggere la propria ricchezza.

In particolare, le società all’ingrosso di rare whisky in botti hanno assistito ad un aumento dell’appetito da parte di investitori privati ​​e dei gestori di fondi. Il whisky in botte offre agli investitori l’opportunità di possedere una merce e un asset tangibile che protegga dall’inflazione e dalle incertezze dei mercati finanziari.

Il valore del whisky come investimento è aumentato notevolmente negli ultimi dieci anni, diventando rapidamente una delle opportunità di investimento alternative più popolari, con il whisky rare in cima all’indice Knight Frank Luxury Investment. Secondo l’indice 2020, il valore del whisky è aumentato del 564% solo negli ultimi 10 anni. In confronto, le auto d’epoca sono aumentate di valore del 194%, le opere d’arte del 141% e il vino pregiato del 120%. A differenza del whisky rare, il valore del whisky in botte è legato alla sua età piuttosto che ai mercati, rendendolo attraente per gli investitori che si vogliono posizionare nel lungo periodo.

Nei mercati secondari, la domanda sia per il whisky scozzese che per quello irlandese è aumentata di anno in anno. Per il whisky irlandese, ad esempio, la dimensione del mercato è cresciuta in media del 13% negli ultimi due decenni. Le previsioni dell’IWSR, il benchmark globale per i dati sull’alcol, mostrano che la crescita sia del whisky irlandese che di quello scozzese è destinata a continuare. Tuttavia, solo il 16% dei marchi di whisky possiede le proprie distillerie, il che significa che esse acquistano scorte di whisky maturo da stoccare nelle botti invecchiate a da imbottigliare successivamente, per soddisfare le esigenze dei collezionisti. Come risultato di questo crescente interesse, le più importanti distillerie prevedono aumenti di prezzo fino al 20% nei prossimi mesi.

Pertanto, per gli investitori più esperti sembra essere arrivato il momento di investire nel whisky in botte. Le botti contenenti circa 200 litri di whisky possono essere acquistate direttamente da grossisti, a poco più della metà del prezzo di vendita al dettaglio. Ciò consente di assicurarsi un margine notevole in occasione del successivo invecchiamento e imbottigliamento. A differenza dell’acquisto diretto di bottiglie di rare whisky nella speranza che aumentino di prezzo, acquistare whisky in botte è altamente speculativo, e richiede una conoscenza approfondita dell’asset. Tuttavia, se la selezione della qualità è stata felice, l’investimento offrirà rendimenti annuali considerevoli e aumenti di valore costanti. I rendimenti annuali, infatti, sono compresi tra l’8% e il 54,5%, a seconda della strategia di uscita scelta dall’investitore e del periodo di tempo in cui si acquista e si detiene il whisky.

In definitiva, il principio – piuttosto elementare ma efficace – è che più a lungo si tengono le botti, più rare e preziose esse diventano. Warren Buffet, definito “l’oracolo di Omaha” per la sua abilità nel selezionare e detenere nel lungo periodo titoli azionari di aziende “sicure”, ci ha fatto una fortuna seguendo questo principio.

In tempi difficili, un consulente finanziario fa la differenza. Ecco i vantaggi che valgono tutto il suo costo

I consulenti finanziari svolgono un servizio fondamentale, aiutando gli investitori a superare complesse sfide finanziarie come quella che stiamo vivendo. Chi si rivolge  ad un consulente ottiene risultati migliori di chi fa da solo, potendo accedere ad una serie di vantaggi concreti che il professionista deve necessariamente assicurare per giustificare il suo costo.

L’emergere della pandemia globale Covid-19 nel primo semestre del 2020 ha causato gravi shock nel contesto economico mondiale e nei mercati dei capitali, da cui non ci si è ripresi del tutto. I forti ribassi dei prezzi nei mercati azionari – e i picchi di volumi – hanno chiaramente illustrato questa volatilità, che ancora oggi dipende fortemente dalle notizie (e dai possibili ritorni) sul virus.

Lo conferma la chiusura della settimana precedente, con un improvviso -6.9% del NYSE e, a casa nostra, con un -4.9% del FTSE MIB, non appena i dati della pandemia nel continente americano hanno rivelato una preoccupante  inversione della curva dei contagi.

Nel primo trimestre, le azioni statunitensi – mercato borsistico trainante – avevano chiuso con la peggiore performance dopo la crisi finanziaria del 2008 (con lo S&P 500in calo del 21%, il DJIA in calo del 24% e il Nasdaq in calo del 15%. Nel frattempo, l’indice di volatilità CBOE era balzato del 329%, a 53,54 (da appena 12,47 ad inizio d’anno), raggiungendo un picco di 82,69. Nelle settimane immediatamente successive, allorquando i governi del mondo hanno adottato le misure più drastiche ed espansive per sostenere l’economia, i mercati azionari hanno ripreso molto del terreno perduto, ma non è questo il punto. Infatti, nonostante ciò gli investitori in tutti i settori si dimostrano ancora ansiosi di comprendere l’impatto a breve e lungo termine sulle loro finanze e portafogli di investimento, e la volatilità – che ritorna improvvisa e “pesante” ad ogni stormir di fronde – non aiuta a conferire serenità.

Allo stesso tempo, i consulenti finanziari – sia quelli indipendenti che quelli operativi presso le reti di consulenza – continuano a lavorare per non interrompere il flusso delle informazioni, e la pandemia ha finito per rappresentare per loro l’inizio di una serie di sfide che coinvolge tutta la c.d. industria del Risparmio e, “a cascata”, i clienti stessi.

La prima di queste sfide è certamente quella di mantenere i contatti consulente-investitore da remoto, assicurando un servizio adeguato che ha richiesto al sistema bancario e ai fornitori di tecnologia un rapido potenziamento tecnico (soprattutto video). Non da meno, anche le sfide normative necessarie per consentire il proseguimento dei lavori sono state notevoli e, per un certo verso, sono ancora in corso.

Questo primo semestre ha dimostrato che i consulenti finanziari di tutto il mondo svolgono un ruolo importante nel soddisfare le esigenze squisitamente bancarie-finanziarie dei clienti, ma svolgono anche un servizio fondamentale nell’aiutare gli investitori a navigare in mercati finanziari complessi. A questo proposito, negli USA di recente è stato condotto un sondaggio-studio per valutare come le aziende comunicano con i loro consulenti finanziari e come, a loro volta, questi ultimi comunicano con i loro clienti per aiutarli a comprendere meglio le condizioni di mercato e mantenere una connettività continua durante i periodi di alta emotività e volatilità finanziaria come quello attuale, che non ha precedenti. In particolare, lo studio elaborato da SIFMA (Security Industry Financial Market Association) dimostrerebbe che le persone che sono assistite da un consulente finanziario superano in risultati e livello di informazione quelle che fanno da sole. Lo stesso studio, inoltre, spiega come gli investitori più soddisfatti sono quelli maggiormente coinvolti attraverso una varietà di metodi di comunicazione basato su un approccio “olistico”, in cui la fiducia si accresce anche attraverso la capacità di amplificare il livello di comunicazione di base con i clienti a seconda del contesto in cui ci si trova. Ebbene, durante la pandemia tutti i sistemi nazionali di prossimità finanziaria agli investitori hanno dimostrato di saper reagire nel modo giusto, aumentando il grado e la frequenza di relazione al fine di garantire il supporto dei consulenti anche nelle fasi più buie, accrescendo così anche la fiducia.

In Italia, il ruolo del consulente è stato sempre più importante della consulenza finanziaria a sé stante, perché egli ha un grado di prossimità e di conoscenza delle famiglie che pochi professionisti, in altre discipline, sono in grado di costruire in un tempo rapido. Per questi motivi, chi si è rivolto ad un consulente finanziario ha saputo affrontare le circostanze meglio di tutti gli altri, continuando ad esaminare – o a rivedere, se era il caso di farlo – i propri obiettivi e l’orizzonte temporale dei propri investimenti, mantenendo la concentrazione su ciò che conta di più, e non sulle paure irrazionali.

Naturalmente, la scelta del consulente è un momento fondamentale per decidere  di chi fidarsi, ma una volta superato questo importante passaggio si può ragionare sulle aspettative di beneficio – sennò, perché assumerne uno? – sia nel breve che nel lungo periodo.

Il primo vantaggio di avere un professionista della finanza al proprio fianco è che il portafoglio di investimento, grazie al suo lavoro, verrà costantemente aggiornato – non rivoluzionato! – in base ai migliori scenari di mercato, perfezionando sempre di più il livello di appropriatezza agli obiettivi.

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Il secondo beneficio riguarda la conoscenza della vostra reale tolleranza al rischio, che solo un soggetto esterno può valutare con equilibrio. Nulla può sottrarre tutti i rischi agli strumenti di investimento – lo abbiamo visto proprio in occasione di questa crisi – ma esistono metodi per adeguare a priori i portafogli finanziari al reale contesto economico e ottimizzare la scelta degli strumenti, in modo che siano rispondenti al proprio profilo di rischio, senza spingersi mai oltre.

Per avere ancora maggiore controllo del rischio associato alla volatilità del mercato, i consulenti possono accedere ad un ampio menu di opzioni, soprattutto quelle che fanno parte dell’universo del c.d. risparmio gestito (fondi comuni di investimento, sicav, unit linked etc), ma anche quelle relative alle materie prime, al private equity ed agli investimenti alternativi; tutti strumenti che il cliente, in autonomia, non prenderà mai in considerazione, perché non possiede le informazioni necessarie.

Il beneficio più grande, probabilmente, è quello di ricevere dal proprio consulente una collaborazione qualificata per sviluppare un piano finanziario globale della famiglia, analizzando i flussi di cassa, il bilancio personale, le proiezioni del reddito e gli obiettivi per l’istruzione dei figli e la pensione, costruendo così una “tabella di marcia” utile a guidare le decisioni finanziarie verso la direzione voluta, anche quando eventi così difficili, come il Covid-19, costringono tutti a ritornare sulla propria pianificazione.

A monte di tutto, la trasparenza e la rendicontazione, che un consulente può fornire ogni volta che vengono richiesti. Il suo lavoro, infatti, dovrà necessariamente tenere traccia degli apporti e dei prelievi netti, nonché delle commissioni, per poter rendicontare secondo le regole.

In definitiva, gli investitori che hanno ben tollerato la tempesta che si è abbattuta, oltre che sulle persone, anche sul valore dei loro risparmi, sono quelli che avevano già, prima della crisi, un portafoglio allineato alla propria tolleranza del rischio.

Tutti costoro, certamente, avevano un consulente al proprio fianco.

I tre mesi che hanno cambiato la relazione tra consulente ed investitori. Partecipa all’intervista di P&F

Sono trascorsi ormai tre mesi dall’inizio del primo lockdown, e tanti sono i cambiamenti avvenuti, per tutte le categorie di professionisti, nel modo di gestire la relazione con i clienti.

Se sei un consulente finanziario (non autonomo o indipendente, non fa alcuna differenza), racconta ai lettori di Patrimoni&Finanza la tua esperienza professionale vissuta durante i vari lockdown, rispondendo alle domande dell’intervista che segue.

Se ti va, puoi anche scrivere una tua traccia personale, che rivedremo con te in redazione prima di pubblicarla. Tutti i contributi – sia sotto forma di intervista che di articolo personale – verranno pubblicati con cadenza settimanale, senza alcuna eccezione[1], nelle sezioni “In Primo Piano” o “Advisor”, corredate da una foto personale e dai dati professionali più salienti.

Dacci tue notizie, a presto!  

Alessio Cardinale, editore di Patrimoni&Finanza

Prendi un pò di tempo libero, rispondi liberamente alle cinque domande dell’intervista ed invia tutto all’indirizzo e-mail info@patrimoniefinanza.com (c.a. area consulenti finanziari), allegando una tua foto e specificando: nome*, cognome*, territorio/regione*, anno di iscrizione OCF/Albo* (*dati obbligatori); età, banca-rete, ruolo ricoperto, altre informazioni professionali (dati facoltativi).

Se vorrai, potrai allegare alla tua e-mail anche un breve profilo professionale e qualunque notizia utile a “raccontarti” nel modo che ritieni più utile per i tuoi potenziali lettori.

1) Come hai affrontato le emozioni personali scatenate dalla pandemia, e soprattutto come hai gestito l’emotività dei clienti dovuta al crollo dei mercati ed alla contestuale impossibilità di incontrarvi?

2) Che tipo di strumenti hai usato maggiormente (telefono, video-telefono, email,  messaggeria) per mantenere il contatto con i clienti?  

3) Come è cambiata la tua giornata lavorativa-tipo in seguito alla pandemia?

4) Hai approfittato della nuova organizzazione del tempo per fare formazione? Se sì, in quali temi ti sei rafforzato?

5) Secondo te, come cambierà la professione di consulente da qui a tre anni? Quali sono le sfide che ti attendono?

 

[1] La redazione e la direzione editoriale si riserva comunque il diritto insindacabile di non pubblicare dati sensibili di terzi, dati non autorizzati o palesemente infondati, tali da arrecare danno a terzi, contenuti di natura diffamatoria, offensiva e, in generale, lesiva della reputazione di singoli o di intere categorie di individui.

Investire ai tempi del Coronavirus: nervi saldi e spirito di adattamento. Si muore ma…“niente di serio”

I consulenti finanziari ed i private bankers  dovranno trasmettere ai risparmiatori il giusto spirito di adattamento alle circostanze che, in un’epoca di tassi negativi, è l’unica strada da intraprendere per ottenere performance superiori allo zero.

Editoriale di Alessio Cardinale

I lettori che hanno visto il fortunato film “Tre uomini e una gamba”, primo grande successo cinematografico del trio Aldo, Giovanni & Giacomo, certamente ricorderanno la battuta in cui Giacomo, alla domanda della protagonista femminile di cui si era innamorato – Marina Massironi, che chiedeva se si sarebbe sposato di lì a qualche giorno – rispondeva “sì ma…. niente di serio!”. Trasponendo la scena di quella pellicola nel mondo della consulenza finanziaria, sono molti gli investitori che, da qualche giorno, stanno chiedendo ai propri consulenti se, di lì a breve, i propri risparmi potrebbero perdere qualcosa per via degli effetti del Coronavirus sull’economia mondiale; ebbene, nessuno potrà negare che, a tutti costoro, si sta rispondendo più o meno allo stesso modo: “…state tranquilli, ci sarà qualche giornata negativa, ma i vostri risparmi sono al sicuro.…”.

In pratica, è come affermare “potrebbe crollare l’economia mondiale ma…. niente di serio!”.

E mentre ci si sforza di somministrare pillole di fiducia, le borse crollano e – ciò che è peggio per il tanto decantato ottimismo – le notizie sulla diffusione del virus vengono aggiornate dai media in tempo reale. Pertanto, è consigliabile aggiornare in tempo reale anche le proprie modalità di trasmettere ottimismo, perché mentre i consulenti lavorano, i clienti pensano.

L’italietta pervasa dal benaltrismo a tutti i costi, purtroppo, ha manifestato tutta la sua mediocrità anche in questa occasione, preferendo permettere al Paese di raggiungere il primato europeo del contagio “politicamente corretto” (e più di 100 morti, al momento, ma il conteggio si aggiorna ora dopo ora), pur di procrastinare le necessarie misure di sicurezza che, senza osservare questo “doveroso” ritardo, molti idioti della politica avrebbero certamente fatto passare per una pratica antisemita o razzista verso gli “untori” stranieri.

A parte i rischi per la popolazione, il risultato per i mercati è sotto gli occhi di tutti; e così l’Ftse MIB affonda (-5% solo nella mattinata del 24 Febbraio, poi altrettanto nei giorni successivi), e trascina con sè i comparti fondamentali del lusso, dell’industria e del risparmio gestito (Azimut -8,7% e Finecobank -8,2%). Anche in Europa e USA le sedute sono in forte calo: Londra, Parigi, Francoforte e New York lasciano sul terreno una decina di punti, con oscillazioni pazzesche da un giorno all’altro. Lo spread tra Btp e Bund è schizzato subito in su, con i Btp che fanno peggio anche dei titoli greci.

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Le misure di emergenza attuate per contenere la diffusione del virus stanno mettendo uno stop all’attività produttiva del Paese, tanto più grave quanto inaspettato fino a qualche giorno fa. La conseguenza sarà che il nostro misero PIL registrerà una variazione negativa nel primo trimestre del 2020, dopo il calo del quarto trimestre 2019 (-0,3%). E’ un vero peccato, si dirà, perché i progressi registrati in gennaio sul fronte delle attese di ordini e produzione avevano riportato il sistema in area espansiva; ma si trattava, a ben vedere, di progressi concentrati nel settore terziario, mentre quello manifatturiero (la Settimana della Moda milanese è stata disertata dal 50% dei buyer asiatici, e il Salone del mobile pare verrà spostato ad altra data)  soffriva già per le prime conseguenze della possibile epidemia sulle commesse dall’estero. Infine, ma non meno importante, bisognerà fare i conti con il mancato arrivo dei turisti cinesi (numerosissimi in Italia), ed anche i turisti delle altre nazioni, se il contagio si espanderà, ci penseranno su prima di prenotare mete italiche per le loro vacanze.

Questo lo scenario che, al contrario delle grottesche battute sulla sicurezza dei propri risparmi (fino a qualche anno fa lo si diceva anche per le case, il cui valore “era destinato a crescere sempre”), raccomanda innanzitutto una corretta informazione agli investitori, nervi saldi e, per chi è molto liquido, l’opportunità di entrare gradualmente in un mercato “a sconto”, soprattutto quando il c.d. panic selling sarà finito.

E’ proprio così: i consulenti dovranno trasmettere ai risparmiatori questo spirito di adattamento che, in un’epoca infinita di tassi negativi, è l’unica strada da prendere per fare performance superiori allo zero. Qualcuno dirà che basare gli investimenti sul “time to buy” non sia mestiere del consulente, ma qualcun altro dovrà pur dire, ai clienti, che sfruttare il principio applicato ai programmi di accumulazione vale anche per gli importi di taglio medio elevato, investititi sfruttando con ragionevolezza i movimenti improvvisi di ribasso dei mercati. E’ ragionevole pensare, infatti, che le contromisure per fronteggiare il virus riusciranno a debellarne gli effetti in poche settimane (massimo due mesi), e che tenersi pronti ad aumentare un po’ la soglia di rischio del proprio portafoglio sia una buona mossa.

In definitiva, la diffusione del Coronavirus potrebbe portare il mondo verso una diffusa recessione, ma sappiamo che le recessioni non durano per sempre. Anche la Grande Depressione, così come la crisi innescata nel 2007-2008, si sono concluse per quasi tutti i paesi (Italietta esclusa, ovviamente), e le aziende di qualità superano sempre le congiunture negative, permettendo di presentarsi agli investitori con prezzi scontati.

In circostanze come queste, abbiamo bisogno di ricorrere al passato per trovare una guida; e così, ci vengono in aiuto le citazioni più significative di personaggi che hanno fatto la storia dei mercati e dell’economia capitalistica. Benjamin Graham, per esempio, ebbe a dire che “In una vecchia leggenda, i saggi hanno finalmente bollato la storia delle questioni mortali in una sola frase: anche questa passerà“.  Baron Rothschild, dal canto suo, pronunciò la famosa frase “il momento di comprare è quando il sangue scorre nelle strade“. Warren Buffett, oggi ancora vivo e vegeto, disse qualche anno fa: “bisogna essere timorosi quando gli altri sono avidi, e avidi quando gli altri sono timorosi“.

I risparmiatori non sono tutti dei piccoli Warren Buffett (che, per inciso, è gonfio di liquidità), e così anche i loro consulenti, ma se hanno liquidità in conto corrente è ora di cominciare a seguirne l’esempio.

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Il consulente finanziario e le scelte irrazionali degli investitori: la gestione emotiva degli imprevisti

Le scelte degli investitori non sono razionali, ma si basano quasi sempre su esperienze ed emozioni legate ad eventi passati, che non potranno ripetersi più.

Articolo di Filippo Foggetti

Nel suo libro “Nudge” (“la spinta gentile”) il Premio Nobel 2017 per l’Economia Richard H. Thaler ha voluto dimostrare che le decisioni e le scelte degli investitori non sono assolutamente razionali, ma emotive, basate cioè sulle esperienze passate e sulle emozioni e sugli errori che quelle stesse esperienze hanno generato. In termini tecnici, parliamo dei cosiddetti Bias Comportamentali, ovvero di quei giudizi che nascono dall’interpretazione delle informazioni errate di cui si è in possesso, le quali conducono a compiere errori di valutazione e ad assumere comportamenti inopportuni.

Richard H. Thaler

In campo finanziario, le scelte inconsapevoli, basate persino sul semplice sentito dire, non rivelano i loro effetti nell’immediato, bensì nel medio-lungo periodo, e possono rivelarsi molto “nocive”. La c.d. Overconfidence, per esempio, sta ad indicare una sovrastima delle informazioni e delle proprie conoscenze su un determinato mercato o titolo, e può generare problemi di grave entità come l’eccessiva concentrazione dell’investimento in un unico strumento finanziario o in un’unica categoria di strumenti che appartengono ad uno specifico settore e che, secondo opinione non qualificata, “vanno benissimo”.

L’Effetto Gregge, poi, porta un investitore ad essere tranquillizzato se viene a conoscenza che un gruppo nutrito di persone ha fatto determinate scelte di investimento.

Un altro degli errori più ricorrenti è la mancanza di diversificazione degli asset,  e la scelta conseguente di concentrare la totalità (o quasi) del proprio patrimonio in strumenti finanziari o asset di emittenti (Stati, banche o imprese) che supponiamo di conoscere bene perché si trovano in “casa nostra”, vicine a noi, e per questo ritenute più solide. In questi casi si parla di Home Bias.

Il fatto che dopo Daniel Kahneman sia stato premiato un altro psicologo (ossia Richard H. Thaler ) come premio Nobel per l’economia sembra non essere un caso. Infatti, il mondo di oggi e le sue dinamiche socio-economiche possono essere espresse  nell’acronimo VUCA (in inglese Volatility, Uncertainty, Complexity e Ambiguity). Si tratta di un mondo totalmente diverso da quello che esisteva fino a poco tempo fa, in cui volatilità, incertezza, complessità  e ambiguità dominano le scelte e le azioni conseguenti; pertanto, basare le nostre scelte su ciò che è accaduto nel passato è un errore gigantesco. Per esempio, fino ad oggi abbiamo fatto affidamento totale sul “braccio lungo” dello Stato, assistenzialista in tutti i campi della nostra vita (lavoro, salute, previdenza, tutela del risparmio ecc.); ma continuare a vivere con queste convinzioni e paradigmi di un tempo contrasterebbe, appunto, con un contesto in cui lo Stato assistenziale non esiste più già in molti campi.

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Filippo Foggetti, Consulente Finanziario di Progetto Sim

Per tutti questi motivi il premio Nobel Thaler pone l’attenzione sull’esigenza di avere a nostro fianco una figura autorevole, credibile, competente e preparata, che sappia guidarci nelle scelte di natura economica e finanziaria grazie a quelle che lui definisce “spinte gentili”. Di conseguenza, oggi è importantissimo che il consulente finanziario sappia sostituire con decisione le decisioni “prese di pancia” con altre che tengano conto degli obiettivi e delle necessità di ciascun investitore, facendo chiarezza sui motivi che lo spingono a risparmiare, come essi si traducono in obiettivi sostenibili e quanto tempo sia necessario per raggiungerli e raccogliere i frutti. Qualunque scelta dovrebbe dare risposta unicamente alla domanda “è adatto a soddisfare i miei bisogni?” e non “quanto mi rende?” o “quando è il momento giusto?“.

Sul tema delle scelte irrazionali-emotive, uno studio recente della University of California ha appena stilato un nuovo elenco delle diverse emozioni umane, trovandone ben 27 (molte di più di quanto pensato finora dagli psicologi). Il team di autori statunitensi, in particolare, ha messo mano alla lista convenzionale che comprendeva solo 6 categorie di emozioni (ovvero felicità, tristezza, rabbia, sorpresa, paura e disgusto), aggiungendone altre 21. Di conseguenza, sembra che le esperienze emotive delle persone (considerati anche nella loro veste di investitori) siano molto più complesse e più sfumate di quanto finora si pensasse.

La gestione emotiva degli imprevisti, pertanto, sembra essere la nuova competenza richiesta ai consulenti finanziari più evoluti.