Luglio 31, 2026
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Crowdfunding immobiliare, previsioni di crescita impressionanti

Secondo le previsioni, il mercato del crowdfunding immobiliare crescerà ad un tasso stratosferico del 33,4% l’anno da qui al 2028. Il settore in Europa vale già 7 miliardi di euro, nel 2028 arriverà a 94 miliardi.

Dopo un lungo periodo di gestazione e di deregulation, anche il mercato immobiliare europeo ha finalmente il suo settore “alternative investment”. Infatti, le tutele previste dai nuovi regolamenti dell’UE sul Crowdfunding, che entreranno in vigore il prossimo mese di Novembre, assicureranno un elevato livello di legittimità sia al settore immobiliare che alle piattaforme di investimento, attirando finalmente l’attenzione degli investitori retail che faranno confluire liquidità sul mercato attivando un ciclo di crescita forsennato. Infatti, secondo le previsioni il mercato globale del Crowdfunding Immobiliare crescerà ad un tasso “stellare” del 33,4% l’anno da qui al 2028, ed il valore complessivo in Europa passerà dagli attuali 7 miliardi di euro del 2021 (erano 5 miliardi nel 2020) ai 94 miliardi del 2028.

Il nuovo regolamento UE, del resto, nasce per rafforzare un mercato ancora per pochi e diffuso in modo irregolare nell’Unione, ampliando in modo esponenziale il mercato potenziale e consentendo l’acquisizione di nuove opportunità economiche per tutti gli attori. La necessaria due diligence prevista dai regolamenti per le piattaforme, in particolare, restituirà sicurezza ai investitori nelle loro decisioni di investimento, poiché i requisiti di idoneità e appropriatezza, da verificare preliminarmente, garantiranno il rispetto del migliore interesse dei clienti in ogni momento. Inoltre, il regolamento europeo prevede requisiti specifici per gli operatori del mercato e una loro severa selezione, per cui ci saranno meno partecipanti ma opportunità di investimento più sicure.

Con il nuovo schema europeo, le piattaforme di crowdfunding immobiliare potranno collaborare con i c.d. sviluppatori e con le società di costruzioni di tutta Europa per progetti di importo non superiore a 5 milioni di euro, ed è prevedibile che, con l’aumentare della popolarità presso gli investitori, aumenterà anche la qualità media delle stesse piattaforme, che dovranno gestire la crescita vertiginosa dei flussi di liquidità e, contestualmente, ampliare l’offerta complessiva e assicurare una gamma di progetti immobiliari in grado di soddisfare le esigenze di quanti si avvicineranno al mercato. Inoltre, i costi previsti per gli operatori dalle nuove normative UE spingeranno diverse aziende già operative verso forme di collaborazione o aggregazione che permetteranno di reggere l’urto dei maggiori costi e, soprattutto, di combinare le conoscenze specifiche dei vari territori e i punti di forza di ciascuno, portando il mercato a fare un salto di qualità.  

Sinteticamente, i modelli di investimento consentiti dal Crowdfunding Immobiliare possono essere di due tipi, quello dell’ “Equity” e quello del “Lending”. Nel primo caso, l’investimento viene effettuato in quote della società di costruzione che ha avviato un dato progetto, e il rendimento sarà dato dalla differenza tra prezzo di vendita finale dell’immobile e il capitale investito; nel secondo caso il rendimento dell’investimento si ricava dal tasso d’interesse pattuito con l’azienda che raccoglie i fondi (c.d. sviluppatore) e, in questo modello, l’oggetto dell’operazione non è l’impresa di costruzione ma il prestito che viene erogato ad essa dall’investitore, sebbene in alcuni casi il regolamento del Lending può prevedere un’extra rendimento commisurato al prezzo di vendita degli immobili facenti parte del progetto.

In pratica, il modello dell’Equity è simile ad un investimento di tipo azionario, e quello del Lending è assimilabile ad un investimento obbligazionario, e tutte le piattaforme italiane di Equity sono autorizzate e vigilate dalla Consob.

In termini di protezione della quota di patrimonio investito in Equity o Lending Crowdfunding, questo tipo di investimento offre comunque all’investitore la possibilità di rivalersi sull’asset sottostante nel caso in cui il costruttore non riuscisse a terminare le opere previste nel progetto. Inoltre, la tassazione del Real Estate Crowdfunding è differente a seconda che si investa in piattaforme italiane autorizzate da banca d’Italia oppure in quelle che non hanno tale autorizzazione: nel primo caso i rendimenti sono tassati al 26% e ed il versamento dell’imposta è effettuata dalla piattaforma in qualità di sostituto, nel secondo caso i proventi devono essere dichiarati nel modello unico e verranno tassati ad aliquota marginale. Secondo Pietro Bisconti, founder dello studio Bisconti Avvocati, “con l’entrata in vigore del Regolamento UE 2020/1503 c’è da attendersi nel nostro Paese una forte crescita del Lending Crowdfunding nel settore Real Estate, che avverrà attraverso tre importanti direttive di mercato. La prima è quella dell’aumento del numero di piattaforme di Lending dedicate specificamente al Real Estate; la seconda è quella dettata dall’accesso al Lending per qualunque persona fisica o giuridica che agisca per finalità di tipo commerciale o professionale; la terza riguarda la concreta possibilità che il Lending Crowdfunding consenta ai proprietari di immobili, sia residenziali che commerciali, di avviare progetti di valorizzazione del patrimonio immobiliare reperendo le risorse finanziarie per ristrutturare e poi mettere a reddito o rivendere”.

C’è da dire che il mercato immobiliare europeo del Crowdfunding ha già evidenziato un tasso di sviluppo incoraggiante, sebbene ci si trovi ancora vicini al “punto zero” di una ideale rappresentazione grafica in ascissa e ordinata. Alcuni paesi dell’Europa orientale, come l’Estonia, la Moldova e la Lettonia stanno attirando gli interessi degli investitori e mostrano di avere un grande potenziale per via della concorrenza quasi inesistente, e non appena le piattaforme di Crowdfunding e Crowdlending inizieranno a diversificare il proprio portafoglio e a collaborare tra loro, questo tipo di mercato immobiliare alternativo sarà pronto a diventare una delle principali fonti di raccolta di capitali.

Grazie alla massiccia evoluzione in corso, da qui al 2028 si prevede anche la crescita del livello di internazionalizzazione degli scambi, con un aumento dell’interesse da parte degli investitori transfrontalieri e, di conseguenza, la possibilità per gli operatori di Crowdfunding Immobiliare di lavorare agevolmente con gli sviluppatori in tutto il continente europeo. Su tutto, però, comanderà non la dimensione della piattaforma, bensì la qualità complessiva del progetto, che sarà il fattore decisivo per affermare il Crowdfunding Immobiliare. Per questo motivo, preoccupa la possibilità che le piattaforme non regolamentate possano cercare di offrire rendimenti più elevati rispetto a quelle regolamentate, non subendo alcuna restrizione. Ciò potrebbe creare un’area di mercato speculativo che comunque non dovrebbe impedire alle piattaforme regolamentate di essere più attrattive per via della maggiore affidabilità.

Dal punto di vista dei rendimenti, gli operatori che saranno capaci di sviluppare progetti in autonomia – cioè senza l’ausilio di operatori intermedi – nei mercati in via di sviluppo, assicureranno agli investitori un grande potenziale di crescita del capitale e rendimenti elevati, in grado di aumentare la popolarità del settore e, di conseguenza, l’afflusso di capitali all’interno di un circolo virtuoso. Bisognerà prestare attenzione, però, agli eventuali ostacoli che, lungo il suo cammino, potrebbero individuarsi nel tasso di insuccesso dei progetti. Il superamento della soglia “psicologica” del 2%, infatti, potrebbe avere l’effetto di frenare l’entusiasmo e di rallentare l’afflusso di capitali in previsione di un eventuale inasprimento della regolamentazione da parte delle autorità di mercato.

Il crackdown cinese rivela già adesso un buon valore intrinseco delle società quotate

Nel caso cinese la componente politica gioca un ruolo fondamentale. Secondo Tommaso Procopio di Zest Global Equity, probabilmente il valore intrinseco di molte società cinesi emergerà molto velocemente.

“Il recente crackdown cinese su alcuni settori ad alta componente tecnologica deve essere visto in chiave positiva per quanto riguarda lo sviluppo di questi stessi settori e dell’economia cinese in generale”. È la view di Tommaso Procopio, gestore del fondo Zest Global Equity.

Di recente in Cina abbiamo assistito a un crackdown, cioè all’aumento della regolamentazione statale di alcuni settori, interessati dall’avanzata di tecnologie molto pervasive: il settore dei giochi, del food delivery, dell’e-commerce, della musica. Questo ha interessato società enormi come Alibaba, Baidu, Tencent, Didi, realtà con una capitalizzazione molto alta e che stavano diventando dei colossi a livello internazionale. L’effetto su questi titoli quotati che producono enormi flussi di cassa disponibili (Free cash flows) è evidente. Per esempio Alibaba quota meno di 10 volte Enterprise Value su Free cash flows 2024/2025, mentre Amazon quota oltre 20 volte. Nel caso di Baidu arriviamo a 5 volte rispetto a Google che quota oltre 16 volte. Questi numeri incorporano già stime degli analisti per il 2024/2025 rettificate in parte per il recente crackdown.

Ora gli investitori stanno valutando fino a che punto il crackdown vada a incidere su questi attori e se ne esistono altri potranno beneficiare di questa situazione. Avendo a che fare con la Cina, gli investitori internazionali hanno messo nell’equazione anche il fattore politico. Se lo stesso crackdown fosse avvenuto negli Stati Uniti, si sarebbe visto in maniera molto più netta e veloce e gli investitori avrebbero immediatamente adeguato le loro aspettative di rischio-rendimento. “Nel caso cinese la componente politica gioca un ruolo fondamentale e questo per ora sta frenando gli investimenti in quell’area”, sottolinea Procopio. “Gli investitori vorranno capire in modo più chiaro e trasparente cosa sta avvenendo prima di adeguare le loro scelte di investimento”.

“La grandezza dell’economia cinese rispetto a quella mondiale – conclude Procopio – non può essere trascurata dai capitali internazionali. Questi si muovono molto velocemente ma si tratterà di capire se questa nuova politica di prosperità comune della Cina possa compromettere in maniera definitiva il valore del mercato azionario cinese e creare una sorta di “obbligazionizzazione” della Cina. Se, come credo, questo non avverrà, il valore intrinseco di molte società cinesi emergerà molto velocemente”. 

Next Generation Plan e Finanza Sostenibile, una sfida per le PMI

Il PNRR-Next Generation Plan porterà in Italia 209 miliardi di euro, di cui 68 miliardi stanziati per la transizione energetica. Le PMI sono chiamate ad integrare l’organigramma aziendale con figure professionali in grado di implementare modelli di business sostenibili e incrementare valore.

Il piano di investimenti elaborato dall’Unione Europea volto alla creazione di un modello di ripresa sostenibile porterà in Italia 209 miliardi di euro, destinati agli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza  (PNRR), con il quale sono state programmate, per alcuni settori, anche delle entrate di capitali privati in partnership con quelli pubblici. Infatti, secondo un’indagine condotta dal Forum per la Finanza Sostenibile, più del 60% degli attori finanziari si è rivelato favorevole a portare avanti progetti sostenibili in partenariato tra la sfera pubblica e quella privata, ma è emersa la necessità di snellire la burocrazia e di formare  le istituzioni pubbliche sui mezzi più idonei al raggiungimento degli obiettivi.

Secondo Maurizio Santacroce (nella foto), amministratore delegato di 24ORE Business School, “In Italia, il patrimonio promosso in fondi aperti sostenibili e responsabili ammonta a circa 80 miliardi di euro, e il PNRR aprirà delle opportunità importanti di sviluppo per tutta l’economia italiana e per le PMI. Il tutto si giocherà in chiave di sostenibilità, visto che quasi il 40% dei fondi europei sarà destinato a progetti di transizione ecologica”. Per le PMI italiane, quindi, l’arrivo di fondi di investimento europei rappresentano una vera e propria sfida, anche perché in Italia il boom degli investimenti sostenibili è in continua crescita: negli ultimi anni è stato guidato da cambiamenti di regolamentazione, dalla consapevolezza degli asset manager, ossia coloro che gestiscono i patrimoni, e, soprattutto, dalla crescente domanda sia dei clienti istituzionali, sia del segmento retail. Un aumento che di recente è stato anche catalizzato dalla crisi del COVID-19.

“La necessità oggi – afferma Santacroce – è quella di aumentare figure professionali di matrice ESG, come i Sustainability Manager, i Corporate Social Responsibility Manager, i consulenti ESG e gli esperti di sostenibilità finanziaria e ambientale, ovvero tutti professionisti  in grado di creare valore in azienda implementando modelli di business sostenibili. Le aziende devono investire nella formazione di risorse qualificate per supportare i nuovi piani di sostenibilità”.

A questo panorama si aggiunge il fatto che il 21 aprile 2021 la Commissione Europea ha avanzato una proposta di direttiva sul reporting di sostenibilità, il CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive). Si tratta di un testo volto ad integrare la direttiva sul reporting non-finanziario attualmente in vigore, allo scopo di aumentare la comparabilità dei dati relativi alla sostenibilità forniti dalle aziende. La nuova direttiva prevede per tutte quelle imprese che vantano al loro interno 250 dipendenti e per tutte le PMI quotate sui mercati europei  l’obbligo di fornire tutti i dati sui rischi ambientali e sociali e le prestazioni finanziarie che abbiano un impatto sugli elementi di sostenibilità. “La nuova proposta – spiega Santacroce – ha una duplice utilità: per gli investitori fornisce una fotografia dello stato attuale dell’impresa, orientando dunque le strategie di investimento, mentre per i clienti è un documento capace di soddisfare le imposizioni di informativa in vigore. La nuova direttiva migliorerà la trasparenza sulla sostenibilità e, quindi, una integrazione per le decisioni degli investitori”.

Per implementare la richiesta di nuove figure professionali che possano affiancare le PMI ad accogliere le nuove opportunità offerte dal PNRR e dai fondi europei, il prossimo 15 ottobre partirà, in modalità live streaming, il Master “Strategie di Sostenibilità Aziendale”, istituito dalla 24ORE Business School e volto alla formazione di giovani neolaureati che desiderano diventare esperti di sostenibilità finanziaria e ambientale, ma anche quei professionisti quali consulenti, commercialisti, revisori e imprenditori, che desiderano aggiornarsi e accompagnare le PMI nella sfida lanciata dal Next Generation Plan.

ll Master è realizzato con il contributo tecnico specialistico di GSE – Gestore dei Sevizi Energetici, con la collaborazione di KPMG, il patrocinio di Ferpi e con un network d’eccellenza composto dai partner del Master e di associazioni del settore.

ll cambiamento climatico detta l’agenda degli investimenti (e degli investitori) responsabili

Gli investitori di tutto il mondo stanno esprimendo un maggiore interesse per gli investimenti ESG, che sono aumentati del 50% dal 2018 al 2020. La valutazione di questi potenziali investimenti è fondamentale, ecco dove informarsi prima di sottoscrivere.

Di Adriana Cardinale*

Dall’uragano Ida agli incendi in California, gli esperti indicano che questi sono i segni evidenti del cambiamento climatico in atto nel nostro pianeta. Secondo un recente sondaggio condotto dalla società di servizi professionali Accenture, anche gli investitori ne stanno prendendo atto, e nel corso del 2020 il 59% di quelli che sono assistiti dai consulenti finanziari ha chiesto loro informazioni sugli investimenti socialmente responsabili. Inoltre, l’84% degli investitori intervistati ha manifestato la propria intenzione di investire i propri soldi negli strumenti “ESG sensitive” nel corso di quest’anno.

In Europa e negli Stati Uniti, la maggior parte degli investimenti che tengono conto dei fattori ESG viene effettuata da investitori istituzionali, come fondi pensioni e fondi assicurativi, ma gli investimenti tematici sottoscritti da investitori individuali sono in crescita. Infatti, secondo il Forum for Sustainable and Responsible Investment (US SIF) le attività ESG detenute da singoli investitori sono aumentate del 50% dal 2018 al 2020, a 4,6 trilioni di dollari dai 3 trilioni di due anni prima. “Il cambiamento climatico, per la maggior parte delle persone, è qualcosa a cui vedono più facilmente un collegamento nel processo di investimento”, ha affermato Lisa Woll, CEO di US SIF.

Altre questioni, in particolare negli USA, stanno attirando più interesse da parte degli investitori, che oggi si mostrano più sensibili ai temi di giustizia razziale o di genere, ma proprio come qualsiasi altro tipo di investimento, è importante assicurarsi che siano in linea con i valori e obiettivi dichiarati. In tal senso, è bene leggere con attenzione il prospetto informativo degli strumenti di risparmio gestito oppure la scheda riassuntiva di un titolo, che dichiareranno con chiarezza se la strategia di investimento tiene conto dei fattori ESG.

Nato negli Stati Uniti già da diversi anni, il Forum US SIF fornisce agli investitori americani una tabella online di fondi comuni di investimento e di ETF sostenibili, confrontando i costi e le performance che contribuiscono a stilare uno speciale indice di gradimento grazie anche all’opinione dei lettori. As You Sow, invece, è un’organizzazione no-profit incentrata sulla responsabilità sociale delle imprese, ed offre uno strumento online che confronta la classifica dei fondi in base alla loro partecipazione in titoli di aziende che operano nei settori “no-ESG” come la deforestazione, i combustibili fossili, le armi da fuoco ed il tabacco. In tutto il mondo, poi, anche la società di ricerca sugli investimenti Morningstar fornisce valutazioni dei fondi in base al loro livello sostenibilità secondo i criteri ESG.

Sulla scia di quanto fatto fino ad oggi nell’industria del risparmio gestito, anche le società quotate in borsa spesso includono informazioni, nei loro siti Web, sulla responsabilità aziendale e sulla sostenibilità, nonché politiche e prestazioni in materia di fattori ESG. La speciale classificazione di aziende fornita da Just Capital, per esempio, analizza i titoli quotati in base al trattamento riservato ai lavoratori e al suo impatto ambientale, mentre il Corporate Human Rights Benchmark e il Business & Human Rights Resource Center monitorano le prestazioni delle aziende in materia di diritti umani.

Di recente, il rispetto dei criteri ESG è stato fatto proprio anche dalle banche di sviluppo comunitario e dalle cooperative di credito, che aiutano le comunità a reddito basso e moderato sostenendo progetti edilizi per la messa in commercio di alloggi a prezzi accessibili, oppure di credito alle micro imprese e alle organizzazioni non profit. Siti web come Inclusiv, National Community Investment Fund, Community Development Bankers Association e CDFI Funds possono aiutare a identificare tali istituzioni, che però faticano ad entrare in Europa per via delle forti restrizioni del sistema MiFID e dell’ESMA.

* Segreteria di redazione P&F

Cosa possono insegnarci Charlie Watts e i Rolling Stones sugli investimenti

Come in una band, ogni investitore ha bisogno di avere accanto un Charlie Watts che lo aiuti a capire quando è “abbastanza”, ed evitare così le conseguenze più dannose. “Negli investimenti sii il batterista, e stai fuori dalla mischia”*.

Le migliori lezioni che gli investitori possono imparare dai Rolling Stones non vengono dal carismatico cantante Mick Jagger, bensì dal batterista Charlie Watts, recentemente scomparso all’età di 80 anni. Watts era nei Rolling Stones dal 1963, e non perdeva mai un tour da più di 50 anni, esprimendo ciò che meno ti aspetteresti dal batterista di una band guidata da Mick Jagger e Keith Richards: fermezza, disciplina e freddo distacco dal “pathos” dei concerti dal vivo.

Se vi chiedete cosa c’entri con gli investimenti la storia di una rock band dove non sono mai mancati gli eccessi, è presto detto: per i Rolling Stones, scrivere buone canzoni ed essere grandi musicisti non era sempre abbastanza. Come disse una volta Mick Jagger, “Tutto ciò che vale la pena fare, vale la pena strafare“. Ebbene, quell’appetito insaziabile non è una prerogativa esclusiva delle rockstar, poiché lo troviamo – con le dovute differenze di stile – anche nella maggioranza degli investitori, soggetti come sono agli stessi alti e bassi di emotività

Del resto, la storia finanziaria dei Rolling Stones non è sempre stata lastricata di ricchezza. Nei primi anni della loro carriera, infatti, pur vendendo milioni di copie ed essendo spesso primi in classifica – in alternanza con i Beatles – prendevano solo una piccola parte dei guadagni, e successivamente ebbero bisogno di assumere un manager esperto di finanza per riprendersi dagli inganni della precedente casa discografica. In sintesi, nonostante il successo ubriacante, capirono che tutto ciò era abbastanza, e che si doveva voltare pagina. La “leggenda” racconta che fu proprio Watts, insieme a Mick Jagger, a guidare la rifondazione finanziaria del gruppo, uscendo fuori gradualmente anche dalle sabbie mobili dei debito con il fisco. Allo stesso modo, quando investiamo dobbiamo aver presente che arriverà il momento di abbracciare l’idea di “abbastanza“, smettendo di essere gli investitori che non siamo ed evitando così le conseguenze più dannose.

Charlie Watts, lungo tutta la sua carriera, evitò accuratamente i riflettori. Era tranquillo, pensieroso, ebbe una sola moglie e, a differenza degli altri Stones, non fece uso di droga se non, ormai quarantenne, durante un brevissimo frammento della sua vita e in un momento di crisi coniugale; terminata la quale, smise come aveva iniziato, da un momento all’altro e per sempre. Ha suonato notte dopo notte davanti a migliaia di fan adoranti, ma non ha lasciato che la fama influenzasse la sua personalità riservata e prudente. Prendendo il suo esempio, e traslandolo nel mondo degli investimenti, ecco tre lezioni che gli investitori possono imparare dall’esperienza di Charlie Watts.

Sii il batterista, non il cantante”. Watts citava spesso Adam Smith che, in relazione al mercato azionario, ebbe a dire: “Se non sai chi sei, questo è un posto costoso per scoprirlo”. Lo stesso si può dire dello stile di investimento di molti investitori, che inseguono le tendenze, seguono le folle e si lasciano influenzare dalla cultura dominante, imparando solo successivamente, a proprie spese, che alcuni di quei percorsi non erano adatti a loro. Charlie Watts sapeva chi era – un batterista Jazz prestato al Rock ‘n Roll – ed ha contribuito allo spettacolo, senza mai farne veramente parte. Lui  si descriveva come un accompagnatore, qualcuno il cui compito era portare avanti la grande idea della band più famosa e longeva di tutti i tempi, sapendo quando era il momento di dire basta.

Se vuoi andare lontano, tieni unita la band”. Come i Rolling Stones, che tennero insieme il gruppo anche con un Keith Richards in preda alla tossicodipendenza più acuta, anche l’investitore che ha una famiglia ed è affiancato dai propri consulenti deve comprendere che il loro intero è maggiore della semplice somma delle sue parti. Gli investitori, in pratica, dovrebbero pensare ai propri limiti come fa una band, poiché diversificare un portafoglio è come costruire una band, il cui successo non dipende da uno solo dei componenti, ma dall’insieme.

Stai al di sopra della mischia”. Mentre per alcuni membri della band la festa continuava dopo i concerti, Charlie Watts aveva una routine diversa: se non aveva la moglie al seguito, tornava da solo nella sua stanza d’albergo dopo uno spettacolo, tirava fuori un taccuino e disegnava la sua stanza, fregandosene della eccitazione che c’era intorno a lui. La sua soddisfazione veniva dall’essere nella band, ma anche al di sopra della mischia. Lo stesso concetto è particolarmente adatto al contesto del 2021, che ha segnato uno spartiacque storico nel modo di percepire il rischio ed ha permesso alla massa di approcciarsi alle criptovalute ed agli investimenti più volatili. In una situazione del genere, gli investitori potrebbero chiedersi “mi sto perdendo qualcosa?“. Dipende, naturalmente. Per qualcuno è più importante essere appagati, per altri è fondamentale il brivido della volatilità. Ma chi ha già avuto successo con gli investimenti, forse è preferibile un atteggiamento alla Charlie Watts, che ha tenuto a distanza la “volatilità del successo” e ha preferito goderselo in un modo diverso.

Parimenti, se siamo a nostro agio con la nostra strategia di investimento, allora siamo liberi di perseguire la vita alle nostre condizioni, e poco importa se queste siano solamente “soddisfacenti”.

* Liberamente tratto daWhat the Rolling Stones can teach us about investing”, di Dennis Morton

Novembre 2021, nasce ufficialmente il mercato unico europeo del Crowdfunding

Le piattaforme italiane dovranno attrezzarsi per poter essere competitive, altrimenti dovranno fondersi con quelle di altri paesi europei per raggiungere la massa critica sufficiente. Investitori più tutelati, grazie ad una specifica profilatura e maggiori controlli.

Di Alberto Villa*

Non in molti sono al corrente che il 10 Novembre 2021 nascerà ufficialmente il Mercato Unico Europeo del Crowdfunding. Probabilmente – anzi, certamente – gli Stati membri utilizzeranno la proroga di un anno, concessa dalla normativa del Regolamento Europeo 2020/1503, per potersi adeguare alle nuove disposizioni, quindi con ogni probabilità la deadline verrà spostata a Novembre 2022. La logica sottostante è quella di predisporre una regolamentazione più coerente tra i diversi Paesi europei, sostituendo le normative nazionali frammentate e diverse tra loro. L’arrivo di questa novità porterà sicuramente dei cambiamenti ad un settore che, secondo il report del Politecnico di Milano, è in forte crescita. Ma cosa cambierà esattamente per il Crowdfunding rispetto al passato?

In primo luogo, l’obiettivo dichiarato ufficialmente dalla Commissione e dal Parlamento Europeo è quello di creare un mercato unico, armonizzato e più competitivo; in secondo luogo, quello di salvaguardare con norme più trasparenti e maggior controlli i potenziali investitori, specialmente quelli retail e non professionali, poiché la partecipazione attiva ad una campagna di Crowdfunding richiede un supporto di competenze “non tradizionali” che, nel caso di una startup, devono necessariamente privilegiare la conoscenza dei bilanci preventivi e, soprattutto, la determinazione del c.d. valore di Pre-money dichiarato dall’azienda che chiede di essere finanziata-partecipata e, quindi, del rendimento potenziale dell’investimento.

Le novità del Regolamento Europeo 2020/1503 riguardano, in primis, la licenza di cui dovranno essere dotate le piattaforme, poiché basterà ottenerla in un qualunque Stato Membro per poter operare in tutti gli altri, facendo precedere il tutto da una semplice notifica. Sarà poi l’ESMA ad istituire un registro di tutti i fornitori dei servizi di Crowdfunding, disponibile sul suo sito web e regolarmente aggiornato. Inoltre, riguardo l’ambito di applicazione, le nuove disposizioni si applicheranno a tutti i fornitori europei di servizi di Crowdfunding e fissano un limite massimo di 5 milioni di euro per ogni offerta su piattaforma, che la startup destinataria potrà ottenere entro un periodo massimo di 12 mesi.

In merito alla tutela degli investitori: le piattaforme dovranno dotarsi di indicatori specifici del rischio e simulatori in merito alla capacità di perdita dell’investimento. In riferimento alla loro remunerazione, le piattaforme dovranno assicurare ai potenziali investitori offerte di investimenti su base neutrale, e non potranno agire in conflitto di interessi, accettando remunerazioni, sconti o benefici non monetari per il fatto di canalizzare gli ordini degli investitori verso una particolare campagna.

Altro elemento normativo riguarda il sistema di Governance, che devono assicurare “…un’efficace e prudente gestione, comprese la separazione delle funzioni, la continuità operativa e la prevenzione dei conflitti di interesse, in modo tale da promuovere l’integrità del mercato e gli interessi dei propri clienti. Al fine di evitare conflitti di interesse, ai fornitori di servizi di Crowdfunding è impedita qualsiasi partecipazione alle offerte di Crowdfunding presenti sulle loro piattaforme e i principali conflitti di interesse, azionisti, i dirigenti e dipendenti e qualsiasi persona fisica o giuridica collegata a questi da un legame di controllo non devono agire in qualità di titolari di progetti in relazione ai servizi di Crowdfunding offerti sulle loro piattaforme”. Elemento importante risiede nella scheda contenente le informazioni chiave sull’investimento (Key Investment Information Sheet – KIIS), che riassume l’obbligo dei fornitori di servizi di Crowdfunding di fornire ai potenziali investitori una scheda – redatta dalla società titolare del progetto in almeno una delle lingue ufficiali dello Stato membro o in un’altra lingua accettata da tali autorità – contenente le informazioni chiave sull’investimento.

Anche riguardo alle autorizzazioni e alla vigilanza ci saranno novità importanti. Infatti, “….I fornitori di servizi di Crowdfunding forniranno le loro prestazioni sotto la vigilanza delle autorità competenti che hanno rilasciato l’autorizzazione, mentre l’ESMA istituisce un registro di tutti i fornitori. Il fornitore di servizi di Crowdfunding autorizzato potrà poi fornire i propri servizi anche a livello transfrontaliero, presentando una serie di informazioni all’autorità competente designata quale punto di contatto unico dallo Stato membro in cui è stata concessa l’autorizzazione…”.

CONSEGUENZE DERIVANTI DALL’ENTRATA IN VIGORE DELLA NORMATIVA – Dato che la normativa si applicherà sia all’Equity che al Lending Crowdfunding, ci saranno dei cambiamenti per gli emittenti dei progetti, le piattaforme e gli investitori. Infatti, dal momento che basterà ottenere la licenza di gestire una piattaforma in uno Stato membro per poter operare e raccogliere denaro in tutti gli altri Stati (previa una semplice notifica), i fornitori di servizi di Crowdfunding maggiormente sviluppati, come quelli di Francia e Germania, potranno operare la raccolta di progetti anche in Italia, dove operano circa 80 piattaforme di dimensioni medio-piccole e aventi volumi non sufficienti per raggiungere il pareggio tra costi e ricavi e un buon utile. Pertanto, è legittimo aspettarsi operazioni di consolidamento, fusioni e acquisizioni tra gli operatori italiani e quelli europei, al fine di raggiungere la “massa critica” e, parallelamente al progressivo sviluppo del settore e delle iniziative, assicurare stabilità economica.

Del resto, la nuova normativa porterà anche sensibili aumenti dei costi di adeguamento normativo, stimabili tra i 20 e i 60mila euro per ciascuna piattaforma. A questi si dovranno aggiungere tutte le spese necessarie per poter competere con concorrenti molto più strutturati, capaci di attrarre capitali maggiori e, quindi, maggiori ricavi. Solo a titolo di esempio, in Italia ogni campagna raccoglie mediamente intorno ai 150.000 euro, mentre in Francia supera il milione. Nel nostro Paese si parla ancora di un “settore di nicchia”, mentre in Germania il Crowdfunding viene considerato come un mercato che ha spazi per sviluppare tematiche ancora più innovative.

Relativamente agli investitori, le norme sono orientate, attraverso indicatori specifici di rischio, a determinare la reale capacità di sopportare perdite, attraverso un test d’ingresso di verifica delle conoscenze e una simulazione della capacità di sostenere patrimonialmente delle perdite. In particolare, i fornitori di servizi di Crowdfunding saranno obbligati a chiedere ai potenziali investitori poco evoluti una serie di informazioni circa l’esperienza, gli obiettivi di investimento, la situazione finanziaria e la comprensione di base sulle tipologie di investimento e sui loro rischi. In Francia, ad esempio, viene già utilizzata una profilatura completa del cliente per poter accedere alla campagna, e non è più sufficiente rispondere a poche domande.

In merito alla capacità di sostenere perdite, nella misura massima del 10% del patrimonio netto, l’investitore dovrà comunicare alcune informazioni, come il proprio reddito abituale ed il reddito totale, nonché la sua stabilità nel tempo; le sue attività patrimoniali, ivi compresi gli investimenti finanziari e i depositi in contante, con esclusione degli immobili a scopo privato o dei fondi pensione; e infine gli impegni finanziari, esistenti o futuri.

Consulente Finanziario Autonomo, socio AIAF e partner di M&V Private Corporate Advisor 

Immobili turistici, torna l’interesse di acquirenti ed investitori

Scende l’età media e aumentano le soluzioni indipendenti. Tra il 2019 ed il 2020 la percentuale delle compravendite di case vacanza passa dal 5,8% al 6,5%. Nel 2021 parte della liquidità risparmiata durante il lockdown verrà investita nelle case vacanza.

Secondo le analisi di Tecnocasa, nel 2020 i prezzi degli immobili turistici hanno evidenziato le seguenti variazioni: -0,3% il ribasso nelle località di mare, in aumento del +0,5% le quotazioni di quelle di montagna, mentre per il lago l’incremento è del +0,3%.

MARE: le performance migliori per la seconda parte dell’anno spettano alle Marche (+2,1%), all’Emilia Romagna (+0,5%) e all’Abruzzo (+0,5%). Sostanzialmente stabili il Lazio, il Molise, il Veneto. Bene anche Sardegna, Campania e Puglia (-0,4%).  
LAGO: il traino è rappresentato dal lago di Garda che mette a segno un aumento dei valori dello 0,3% con la sponda veronese che chiude con +0,9%. Bene anche il lago di Lecco e la sponda bresciana del lago di Garda. Si conferma l’interesse all’acquisto da parte dei turisti tedeschi sul lago di Garda.
MONTAGNA: aumentano i valori immobiliari In Abruzzo (+5,9%), Veneto (+1,4%). In leggero ribasso Valle d’Aosta e Piemonte. Stabili la Lombardia ed il Trentino-Alto Adige.

“Il 2020 si chiude positivamente per il mercato della casa vacanza. Infatti, – spiega Fabiana Megliola, Responsabile Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa – a partire dalla fine del primo lockdown del 2020, si è sempre registrata una crescita delle richieste di queste tipologie che hanno risposto all’esigenza di spazi aperti da parte dei potenziali acquirenti, in particolare di quelli residenti nelle metropoli. Infatti, tra il 2019 ed il 2020 si segnala un incremento della percentuale delle compravendite di casa vacanza che passa dal 5,8% al 6,5%”.

Sempre nello stesso arco temporale si nota un importante cambiamento relativamente alla tipologia richiesta: il trilocale si conferma la tipologia più scambiata (35,2%), ma si registra un aumento di scambi delle soluzioni indipendenti che rappresentano il 29,1% delle case vacanza acquistate (dal 26,5%). La presenza di uno spazio esterno (giardino o terrazzo e balcone abitabile) diventa sempre più vincolante nella scelta di cosa acquistare. Un altro dato interessante riguarda le fasce di età degli acquirenti: c’è un aumento del 2,4% delle compravendite in quella compresa tra 35 e 44 anni. 

Interessante l’aumento di richieste di chi ha budget importanti da destinare a questo tipo di acquisto: sempre più si decide di impiegare la liquidità risparmiata durante il lockdown per investire sul mattone e la casa vacanza è una di queste scelte. Gli acquirenti italiani desiderano soprattutto la vicinanza alle spiagge e la presenza dei servizi, mentre gli acquirenti stranieri prediligono maggiormente la tranquillità e la salvaguardia della privacy. Spesso optano per soluzioni tipiche, ma sono attirati anche dalle nuove costruzioni. La percentuale di stranieri che ha acquistato con Tecnocasa si è ridotta e dal 10,7% è scesa all’8,7%. Le restrizioni sugli spostamenti hanno determinato una minore presenza di stranieri e, infatti, una maggiore sofferenza si è registrata nei mercati dove c’è sempre stata una discreta componente di acquisto straniera.

Un altro dato che si conferma è il ricorso al credito per l’acquisto della casa vacanza, che ha interessato il 21,8% degli acquirenti con un aumento del 4,7% rispetto ad un anno fa. I mutui vantaggiosi, infatti, hanno sostenuto gli scambi in questo segmento di mercato.  

Gli NFT sono il megatrend degli investimenti del prossimo decennio?

Il saper arrivare in anticipo è fondamentale per sfruttare finanziariamente i megatrend come quello degli NFT, i quali hanno la caratteristica di manifestarsi in sordina e di non farci accorgere del loro arrivo se non quando tutti ne parlano, ed allora è troppo tardi per investire con profitto.

Di Nigel Green

Oggi non è semplice individuare quali temi specifici avranno successo durante i prossimi decenni. Secondo molti analisti, i più fiorenti megatrend del futuro saranno legati alla demografia, alla cultura, all’ambiente e persino alla politica, ma è necessario non solo prevedere con successo quali temi godranno di una crescita sostenuta, ma anche quali società specifiche associate a tali temi potrebbero prosperare sui mercati finanziari e quali, invece, potrebbero incontrare difficoltà ad affermarsi. Trenta o quaranta anni fa, per esempio, chi avrebbe mai detto che il megatrend delle banche retail sarebbe finito ai giorni nostri, con gli istituti bancari che cercano in tutti i modi di alleggerire il numero di filiali e di dipendenti?

Da uno studio di McKinsey & Co. è possibile identificare alcune metodologie di approccio che le istituzioni finanziarie e gli investitori – nella “progettazione” del portafoglio – possono adottare per individuare dei megatrend e sviluppare strategie di investimento tematico efficaci nel lungo e lunghissimo periodo. La prima è creare un “mandato tematico” – e non più un mandato basato sugli asset e sulle aree geografiche – capace di generare strategie di investimento lungimiranti. La seconda è una conseguenza della prima, e cioè quella di sovraesporre il portafoglio e l’allocazione degli asset verso i temi prescelti, aumentando l’orizzonte temporale e suddividendo l’allocazione per settore (salute, clima, biotecnologie, variabili demografiche etc) e area geografica, in modo tale da generare i rendimenti corretti per il rischio assunto a lungo termine.

Fortunatamente, nonostante i brutti momenti che a livello globale stiamo ancora vivendo, nella nostra epoca sono emersi numerosi temi che hanno il potenziale per sovraperformare nel lungo periodo. Per coglierne l’opportunità, però, serve una visione a lungo termine – che in pochi hanno – e la capacità di identificare i beneficiari di questi cambiamenti prima che vengano ampiamente riconosciuti da tutti gli investitori, appiattendo il trend di crescita del valore degli investimenti. Il timing, infatti, ed il saper arrivare in anticipo rispetto alla massa, è fondamentale nello sfruttare finanziariamente un megatrend. Che si tratti dell’emergere di una nuova tecnologia “disruptive” dell’ascesa della nuova classe media nei mercati emergenti, i megatrend hanno la caratteristica di manifestarsi davanti ai nostri occhi senza farci accorgere del loro avvento se non quando il loro arrivo è conclamato, ed allora è “troppo tardi”.

E data la nuova normalità a cui gran parte del mondo deve adattarsi, cioè quella dei tassi bassissimi – con una moderata inflazione – è ormai assodato nel comune sentire dei risparmiatori che sia necessario cercare opportunità in grado di permettere una crescita del capitale grazie a temi strutturali più resistenti nei prossimi anni e decenni, uscendo fuori dalla mentalità del risultato di breve termine. In questo, i progressi della tecnologia vengono molto in aiuto e generano dei megatrend interessanti. I token non fungibili (o NFT), per esempio, diventeranno una parte fondamentale del megatrend degli investimenti tecnologici del prossimo decennio, nonostante i cali nelle transazioni NFT del mese di Maggio. Ma il calo a breve termine delle transazioni NFT nelle ultime settimane non è affatto sorprendente, poichè questo mercato è ancora incredibilmente nuovo la maggior parte degli investitori ancora non lo capisce o addirittura non lo conosce affatto.

Gli NFT sono oggetti da collezione digitali, codificati su una blockchain; grazie ad essi è possibile creare una filigrana digitale unica, che indica la proprietà e i diritti digitali per i collezionisti che li possiedono. Negli ultimi mesi, una serie di importanti marchi di moda, franchising sportivi globali e artisti e musicisti famosi hanno lanciato i propri NFT, e ad aprile, la casa d’aste Christie’s ha venduto per 69,3 milioni di dollari “Everydays, the First 5000 Days, un’opera d’arte digitale in formato JPEG di un artista noto come Beeple. Si tratta della terza opera più costosa mai venduta da un artista vivente, e questo la dice lunga sul relativo megatrend in atto.

Il megatrend della tecnologia, di cui gli NFT diventeranno una parte essenziale, sarà inevitabilmente il megatrend degli investimenti del decennio per almeno quattro ragioni. Innanzitutto, la nostra vita quotidiana è sempre più guidata dalla tecnologia, e questo sta accelerando continuamente. In secondo luogo, ci sono i fenomeni demografici: i cosiddetti “nativi digitali” più giovani cresciuti sotto l’influenza di Internet e di altre tecnologie, faranno inevitabilmente aumentare la domanda di prodotti orientati alla tecnologia ed anche gli investimenti digitali. In terzo luogo, l’interesse e gli investimenti nelle criptovalute sono in costante aumento, ed è così che vengono acquistati gli NFT. Infine, gli NFT stanno cambiando positivamente i modelli di business, in particolare nelle industrie creative, che stanno crescendo in importanza economica, culturale e sociale soprattutto in Asia.

Nigel Green

Oggi artisti e musicisti possono offrire esperienze virtuali avanzate per collezionisti e acquirenti, possono mostrare che le loro opere non sono dei falsi e possono includere criteri per ottenere royalties ogni volta che le loro opere vengono rivendute in futuro. Naturalmente, però, il mercato degli NFT non è privo di critiche. Infatti, un certo numero di analisti ha bollato gli NFT come una moda passeggera, ma è bene ricordare che anche Internet, negli anni ’90, e i giganti dell’e-commerce come Amazon, negli anni 2000, sono stati considerati come un fenomeno limitato e passeggero.

Il fattore principale in gioco è che i millennial, in particolare i giovani della Generazione Z, conducono una “vita digitale”, ed è una evoluzione naturale quella di voler portare rappresentazioni digitali dei marchi di lusso, musica e arte in questi mondi, e questo ha valore. In ogni caso, sebbene il dominio degli NFT continuerà a crescere nel prossimo decennio, il mercato è ancora altamente speculativo, per cui i rischi a livello microeconomico sono elevati e gli investitori devono essere estremamente cauti nella scelta, evitando il fai-da-te e affidandosi ai consulenti esperti.

Traduzione dal testo originale a cura della redazione di P&F.
Fonte: 
https://www.thestreet.com/economonitor/financial-markets/nfts-the-investment-megatrend-of-the-next-decade

Quale futuro per il comparto Biotech? Cosa devono sapere consulenti e investitori prima di investire

Gli investitori dovrebbero prestare molta attenzione alle fasi in cui si trovano i candidati a farmaco di un’azienda biotech, dal momento che i loro titoli in borsa sono estremamente volatili. Infatti, una mancata approvazione dei test clinici in Fase 3 è capace di far scendere il valore dell’azione anche del 50%.

E’ notizia di qualche giorno fa quella del batterio sintetico “analfabeta”, ottenuto nei laboratori britannici del Medical Research Council (e pubblicato sulla rivista Science), inattaccabile dai virus perché non capisce il loro linguaggio e non può aiutarli a replicarsi, costringendoli a soccombere. Questo batterio sintetico apre la strada alla possibilità di ottenere microrganismi, dal patrimonio genetico modificato, da trasformare in fabbriche di farmaci come antivirali, antibiotici o antitumorali, poiché il batterio non sa leggere il codice genetico dei virus e impedisce la loro riproduzione basata sulla capacità delle cellule di leggere tutti i pacchetti di informazione del loro genoma. Di conseguenza, quando il virus entra nella cellula non trova nessun aiuto per replicarsi e l’infezione semplicemente non avviene.

Sulla scorta di tecniche di laboratorio come queste – inconcepibili persino qualche anno fa – alcuni scienziati ritengono che ci troviamo nell'”età dell’oro” della biotecnologia, grazie alla quale oggi è possibile curare e prevenire le malattie, ma anche sviluppare potenziali trattamenti e vaccini. Questo progresso costante, naturalmente, sta anche presentando enormi opportunità per gli investitori, poiché il potenziale di rendimento a lungo termine di molti titoli biotecnologici è molto interessante.

Che cos’è esattamente una azienda biotech? È un’azienda che utilizza organismi viventi (ad esempio batteri o enzimi) per produrre farmaci. Questo uso di organismi viventi differenzia le biotecnologie dalle aziende farmaceutiche, che utilizzano sostanze chimiche per sviluppare nuove molecole per il settore farmaceutico. Oggi è facile associare la biotecnologia all’assistenza sanitaria e alla ricerca di cure per malattie o virus. Tuttavia, il mercato e le sue innovazioni sono più vasti, comprendendo anche le innovazioni che potrebbero consentire alle società di ridurre le malattie, la fame e la dipendenza petrolchimica, trasformando anche il modo in cui la società interagisce con l’ambiente.

Nello sviluppo di nuovi farmaci, le aziende biotech devono osservare almeno quattro passaggi (identificazione della malattia, test preclinici in vitro o su cavie, test clinici e approvazione delle agenzie governativa) prima di arrivare a vendere un farmaco. I test clinici, in particolare, prevedono tre fasi:
– Fase 1: piccoli studi progettati per trovare una dose sicura per il “candidato a farmaco” e determinare come potrebbe colpire gli esseri umani.
– Fase 2: studi che possono includere circa 100 o più pazienti e concentrarsi sulla sicurezza, sugli effetti collaterali a breve termine e sulla determinazione della dose ottimale per il farmaco.
– Fase 3: studi più ampi che possono includere centinaia o addirittura migliaia di pazienti e che si concentrano sull’efficacia con cui un farmaco sperimentale tratta una malattia bersaglio e quanto sia sicuro.

Ebbene, un candidato a farmaco deve superare con successo ogni fase per passare alla successiva. Solo una volta che un farmaco ha completato con successo uno studio di Fase 3, dimostrando sicurezza ed efficacia nel trattamento della condizione target, l’azienda biotech potrà richiedere l’approvazione normativa utilizzando i dati clinici dello studio. Negli Stati Uniti, per esempio, la FDA sovrintende alle approvazioni per i nuovi farmaci. Gli investitori, pertanto, dovrebbero prestare molta attenzione alle fasi in cui si trovano i candidati a farmaco di un’azienda biotech, dal momento che i loro titoli in borsa sono estremamente volatili. Di solito, più avanzata è la fase, minore è il rischio, ma una mancata approvazione dei test clinici in Fase 3 (con rinvio, non si tratta di una bocciatura definitiva da parte delle agenzie) è capace di far scendere il valore dell’azione anche del 60-70% in un breve lasso di tempo. Inoltre, prima di investire è importante considerare il potenziale picco di vendite annuali di un candidato a farmaco, ossia il livello più alto di vendite all’anno previsto dagli analisti. Più alto è, maggiori saranno le opportunità di guadagno dall’investimento.

Naturalmente, qualunque valutazione deve partire sul c.d. portfolio: un’azienda biotech con più farmaci sperimentali nella sua pipeline (è il termine usato per riferirsi a tutti i farmaci di un’azienda che sono in fase di sviluppo) tenderà ad avere meno rischi di una biotech con solo uno o pochissimi farmaci candidati. Infatti, il portfolio incide molto sulla posizione finanziaria dell’azienda, dal momento che la maggior parte delle biotech non raggiunge la redditività finché non lancia con successo uno o più farmaci sul mercato, e ciò implica la valutazione di un investimento su un’azienda con fondamentali economici che, in altri settori, farebbero fuggire qualunque investitore. Sopperiranno, in questo caso, i dati sulla liquidità disponibile dei suoi maggiori azionisti, sebbene si tratti di un indicatore indiretto e molte biotech, nel corso della loro vita iniziale, emettono spesso nuove azioni per aumentare la liquidità necessaria, il che riduce il valore delle azioni esistenti.

Alcune biotech, però, ricevono denaro anche attraverso partnership con grandi case farmaceutiche, nonchè sovvenzioni da agenzie governative e organizzazioni senza scopo di lucro. Prima dell’esplosione della pandemia, aziende come Moderna (NASDAQ: MRNA) o BioNTech (NASDAQ: BNTX) erano probabilmente sconosciute a tutti, ed hanno raggiunto la notorietà grazie alle partnership sviluppate con aziende più note (come Pfizer) grazie alla necessità di sviluppare e produrre i vaccini che oggi usiamo per il COVID-19.

Secondo un recente rapporto di Acumen Research and Consulting, si prevede che il mercato globale delle biotecnologie crescerà di circa il 15,5% dal 2020 al 2027, e raggiungerà un valore di mercato di oltre 850,5 miliardi di USD entro il 2027. C’è poi un nuovo rapporto del National Intelligence Council (NIC) degli Stati Uniti che indica che la biotecnologia potrebbe potenzialmente rappresentare circa il 20% dell’economia globale entro il 2040, con l’agricoltura e la produzione come alcuni dei suoi principali motori e con l’espansione delle applicazioni sanitarie. Questa crescita porterà molte opportunità agli investitori che si informano bene su ciò su cui ciascuna biotech sta lavorando e, soprattutto, su come stanno procedendo la loro ricerca e sviluppo. Infatti, le previsioni sul dato globale al 2027 non specificano quali saranno le aziende che non riusciranno a superare i test clinici e, di conseguenza, determineranno il fallimento dell’investimento.

In definitiva, l’investimento in titoli azionari biotech richiede una buona dose di saggezza (diversificazione estrema) ma anche il dovere di aggiornare costantemente le proprie informazioni, poiché può passare molto tempo tra ricerca e sviluppo della pipeline di potenziali trattamenti. È un gioco di attesa, che potrebbe portare fortuna solo agli investitori che sanno cosa aspettarsi negli anni a venire.

Il “Draghi Put” riduce in schiavitù lo spread. Un cane da guardia per i fondi del Recovery Plan

Secondo Goldman Sachs, il prezzo del rischio sovrano italiano indica fiducia nella capacità di Draghi di contenere il rischio politico. Lo spread sui titoli tedeschi a 10 anni si riduce e premia le aspettative di riforme strutturali della coalizione italiana di unità nazionale.

Nei suoi otto anni come presidente della BCE, Mario Draghi ha sviluppato una capacità quasi leggendaria di contenere gli oneri finanziari per i governi della zona euro. Gli investitori sembrano attribuirgli poteri taumaturgici, a giudicare dalla calma che è scesa sui mercati obbligazionari da quando è entrato in carica a febbraio, passando dal ruolo di ex banchiere centrale – ampiamente riconosciuto per aver domato la crisi del debito dell’eurozona un decennio fa – in quello di politico. Prova ne è che, dopo una breve oscillazione al rialzo dello spread per via della preoccupazione che la BCE potesse presto ritirare il suo stimolo finanziario all’economia di emergenza, i costi di finanziamento di Roma sono tornati ai minimi nel giro di un mese.

Gli analisti di Goldman Sachs hanno soprannominato il potere dell’ex capo della BCE sui mercati obbligazionari come il “Draghi put“, poiché “il prezzo del rischio sovrano italiano indica innegabilmente fiducia nella capacità di Draghi di contenere il rischio politico”, ha scritto la banca in una nota ai clienti la scorsa settimana.

Gli investitori hanno segnalato il loro sostegno ai piani del primo ministro per rivedere la burocrazia italiana grazie ai 205 miliardi di euro provenienti dal Recovery Plan, e così oggi lo spread che l’Italia paga sul suo debito in relazione agli interessi sui titoli tedeschi a 10 anni si attesta a poco sopra un punto percentuale, non molto al di sopra del minimo quinquennale di febbraio. “C’è sicuramente una visione del mercato secondo cui Draghi non può sbagliare, che tutto ciò che tocca si trasforma in oro”, ha affermato James Athey, gestore di portafoglio obbligazionario presso Aberdeen Standard Investments.

Alcuni gestori di fondi percepiscono un’opportunità per scuotere l’Italia da decenni di torpore a bassa crescita, e stanno scommettendo che la stabilità fornita dalla coalizione di unità nazionale di Draghi crei uno sfondo ideale per il programma di riforma, poiché l’Italia beneficia di una delle maggiori quote del fondo di recupero dalla pandemia pari a 750 miliardi di euro. Il governo ha istituito un “cane da guardia” per sorvegliare le modalità di spesa del denaro, e ha introdotto misure per snellire la burocrazia e accelerare lo sviluppo delle infrastrutture. “Questo è esattamente ciò di cui l’Italia ha bisogno per affrontare i suoi problemi a lungo termine. Si tratta di una spesa fiscale mirata finalizzata alle giuste riforme”, ha affermato Gareth Colesmith, responsabile dei tassi globali di Insight Investment. Ecco perché siamo positivi sull’Italia“.

La direzione degli spread italiani ha ripercussioni oltre i suoi confini. Essendo il più grande mercato dei titoli di stato dell’eurozona – e uno dei più rischiosi – l’Italia dà il tono agli asset ad alto rischio in tutto il blocco. Secondo Andrea Iannelli, direttore degli investimenti di Fidelity International, per ora “l’effetto Draghi” ha contribuito a nascondere le preoccupazioni per il consistente debito pubblico italiano, che supera il 160 per cento del PIL. “Questa visione potrebbe essere eccessivamente ottimista – sostiene Iannelli – perché distribuire miliardi di investimenti potrebbe riaccendere vecchi conflitti politici”. Ed effettivamente qualche segnale di malcontento c’è, perché Fratelli d’Italia – unico grande partito a non sostenere la coalizione di Draghi – è attualmente al secondo posto nei sondaggi a livello nazionale e non mostra particolare fiducia nell’UE. “Non sarà una navigazione semplice”, ha detto Iannelli. “e il mercato sta valutando positivamente uno scenario che presenta qualche rischio”.

In quanto nomina tecnocratica, Draghi non dovrebbe continuare come primo ministro oltre le prossime elezioni. Il mandato della coalizione deve terminare entro il 2023, anche se il voto potrebbe arrivare già il prossimo anno se Draghi decidesse di candidarsi alla Presidenza della Repubblica. Chiara Cremonesi, stratega del reddito fisso di UniCredit, ha affermato che i mercati potrebbero presto iniziare a preoccuparsi per ciò che potrebbe seguire la coalizione di unità. “Gli investitori sono positivi su Draghi, quindi sono ovviamente preoccupati per quanto durerà il suo governo”, ha detto. UniCredit non si aspetta elezioni nel 2022, ma un “aumento del rumore politico” potrebbe riportare gli spread al livello di circa 1,2 punti percentuali raggiunto prima dell’arrivo di Draghi, ha aggiunto.

Anche senza una fiammata politica, la relativa calma nei mercati dipende dalla BCE e dal suo continuo sostegno ai mercati attraverso il programma di acquisto di obbligazioni pandemiche da 1,85 trilioni introdotto dal successore di Draghi alla banca centrale, Christine Lagarde. Un sell-off obbligazionario dell’eurozona a maggio, che ha ampliato gli spread italiani aumentando anche i rendimenti tedeschi, mostra quanto i mercati siano diventati sensibili a qualsiasi suggerimento di un “tapering” anticipato degli acquisti netti dall’attuale livello di 80 miliardi al mese. La stessa Lagarde, però, ha rassicurato gli investitori che manterrà i suoi sforzi.

In ogni caso, gli investitori pensano che la BCE sarà molto sensibile a qualsiasi aumento dei rendimenti italiani. Finché l’ex capo della BCE rimarrà in carica, in molti scommettono che la banca centrale avrà maggiori probabilità di mantenere in funzione il rubinetto degli stimoli. “Finché pensano che l’Italia stia facendo riforme sensate, continueranno a fornire supporto”, ha affermato Colesmith.

Fonte: https://www.ft.com/content/c896f2b3-58b5-43e1-8c3d-d67bde88aaa9 (traduzione ed elaborazione dall’inglese a cura della redazione)