Giugno 8, 2026
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Bond, ora i rendimenti superano i dividendi azionari. Aumentare la duration in portafoglio?

Il calo dei prezzi dei bond e l’aumento dei rendimenti sono delle opportunità per generare reddito dai portafogli. Le obbligazioni ora hanno rendimenti superiori ai titoli azionari che pagano dividendi.

L’inflazione continua a correre, e aumenta il rischio di una recessione indotta dall’aumento aggressivo dei tassi da parte della Federal Reserve, che sembra aver fatto una vera e propria dichiarazione di guerra al rialzo dei prezzi al consumo. In gioco c’è il benessere dei consumatori americani, soprattutto di quelli a basso reddito, che spendono una quota maggiore delle loro entrate familiari in consumi energetici come la benzina e il riscaldamento. 

Detto questo, il cibo e l’energia non sono i soli responsabili dell’inflazione. I prezzi, infatti, sono aumentati in molte categorie. Anche le misure alternative che tentano di fornire una lettura meno “rumorosa” dell’inflazione (escludendo le categorie volatili o concentrandosi sulla fascia mediana) stanno aumentando ai tassi più veloci mai registrati. La Fed di Dallas esclude ogni mese le variazioni di prezzo più estreme di beni di consumo e servizi, mentre la Fed di Cleveland esclude tutte le variazioni di prezzo tranne quella al centro della distribuzione delle variazioni di prezzo. L’accelerazione di queste misure suggerisce che domare l’inflazione nel settore alimentare ed energetico, da solo, non risolverà il problema.

I consumatori più ricchi, che spesso possono fare affidamento su una maggiore quantità di risparmi o su un mercato azionario più forte, oggi risentono del calo delle azioni, che ha impoverito la quota capitale e rischia di alleggerire anche i dividendi. La variazione annuale dell’indice S&P 500 (-13,01% ad un anno, -19,03% a 6 mesi), infatti, potrebbe non tradursi in perdite effettive per gli investitori che non hanno venduto i propri investimenti, ma danneggia la fiducia delle famiglie. Inoltre, con l’eccezione del settore energetico che ha performato benissimo grazie al picco dei prezzi del petrolio, tutti gli altri settori all’interno dell’S&P 500 hanno registrato un certo grado di debolezza dal massimo del 3 gennaio 2022; pertanto è difficile effettuare raccomandazioni di sovrappeso o sottopeso degli asset all’interno del portafoglio, in parte a causa della natura altamente volatile del mercato e della traiettoria incerta della crescita economica. E’ preferibile, invece, incoraggiare gli investitori ad adottare un approccio basato sui segmenti di mercato di alta qualità, caratterizzati da revisioni positive degli utili, bassa volatilità e alto dividendo

Relativamente al reddito fisso, le banche centrali di tutto il mondo stanno intensificando i loro piani per aumentare i tassi di interesse. Il risultato è stato un rapido ripristino delle aspettative sul grado di inasprimento della politica monetaria necessario per portare l’inflazione al ribasso e una forte svendita del mercato obbligazionario e degli asset rischiosi. I dati di maggio hanno schiacciato le speranze che l’inflazione sarebbe scesa presto, poiché gran parte della pressione inflazionistica deriva da problemi dal lato dell’offerta, che le banche centrali non possono controllare. L’unica opzione disponibile, pertanto, è rallentare la crescita economica abbastanza da ridurre la domanda interna per soddisfare l’offerta attualmente più limitata, ma così facendo i mercati devono ancora scontare un forte aumento dei tassi (in USA previsti al 3,75%–4% entro la metà del 2023).

Inoltre, gli spread di credito, ovvero la differenza di rendimento tra bond governativi e bond societari con scadenza simile, sono aumentati, poiché gli investitori cominciano a preferire i bond governativi rispetto alle obbligazioni di emittenti societari esposte al ciclo economico. Inoltre, il dollaro è anche salito di oltre il 7% da inizio anno, e questi fattori (spread di credito e dollaro forte) segnalano che le condizioni finanziarie potrebbero essersi irrigidite a sufficienza da far pendere l’economia verso la recessione. Poiché può volerci del tempo per vedere l’effetto della politica monetaria sull’economia, l’impatto dell’inasprimento potrebbe non essere evidente fino alla fine di quest’anno; di conseguenza i mercati obbligazionari potrebbero subire una certa volatilità finchè non sarà chiaro se la Fed sarà riuscita ad evitare la recessione.

Da un altro punto di vista, sebbene sia stato un anno brutale per gli investitori nel reddito fisso, il calo dei prezzi e l’aumento dei rendimenti presenta potenziali opportunità per coloro che cercano di generare reddito dai propri portafogli. Le obbligazioni ora hanno rendimenti significativamente superiori a quelli di molti titoli azionari a larga capitalizzazione che pagano dividendi, e questo costituisce motivo di interesse.

Pertanto, gli investitori che hanno in portafoglio un peso nel reddito fisso inferiore a quello ponderato, oppure hanno un livello elevato di obbligazioni a breve termine, potrebbe essere arrivato il momento di aumentare gradualmente la duration in bond governativi e/o bond corporate investment grade, mentre occorre prudenza nei confronti delle obbligazioni ad alto rendimento e quelle dei mercati emergenti. 

 

I futures Dow Jones segnalano forti perdite, mentre i rischi di recessione aumentano

I futures Dow Jones sono scesi bruscamente, insieme ai futures S&P 500 e ai futures Nasdaq, con l’imminente riunione della Fed al centro. Il Bitcoin crolla al minimo di 52 settimane, mentre crescono i rischi di recessione negli Stati Uniti.

I principali indici hanno registrato forti vendite alla fine della scorsa settimana, scendendo al di sotto dei livelli chiave. Il Nasdaq è precipitato venerdì, chiudendo con un segnale molto ribassista. L’attuale tendenza al rialzo era già “sotto pressione” dopo il sell-off di giovedì, per cui adesso gli analisti suggeriscono agli investitori di diffidare di eventuali nuovi acquisti e di ridurre l’esposizione azionaria attuale.

I titoli di crescita megacap continuano a non offrire alcun sostegno ai portafogli di investimento, con le azioni Apple, Microsoft, GoogleAlphabet, Meta, Amazon e Nvidia, tutte in ribasso dalle loro linee di supporto a 10 settimane. Anche Tesla ha registrato un calo settimanale, ma relativamente modesto. Tuttavia, le azioni TESLA hanno chiuso vicino ai minimi settimanali, dopo aver toccato più volte la resistenza sulla linea di 21 giorni. In particolare, l’azienda di Elon Musk ha annunciato l’intenzione di dividere le azioni 3 per 1, e di proporre tale misura all’approvazione degli azionisti durante la riunione annuale del 4 agosto. Inoltre, il presidente e co-fondatore di Oracle Larry Ellison non cercherà la rielezione nel consiglio di amministrazione di Tesla.

Il rendimento del T-bond a 10 anni è aumentato di 3 punti base al 3,19%, chiudendo vicinissimo al massimo del 2018 (3,25%). Il rendimento dei Treasury a due anni è balzato di 10 punti base al 3,17%, ed è sul punto di invertire una parte fondamentale della curva dei rendimenti. Ciò sottolinea i timori del mercato di recessione e inflazione o stagflazione.

Shanghai e Pechino hanno reimpostato alcune restrizioni Covid in un numero limitato di nuovi casi, e questo fa del mercato azionario cinese un fattore in lieve controtendenza già da paio di settimane. A tal proposito, molti sperano nella capacità della Cina di confermare il suo possibile status di mercato indipendente dagli altri, capace di autoalimentarsi grazie  alla propria domanda interna. Questo permetterebbe a chi ha puntato in questa borsa tra il 2020 e il 2021 di poter compensare parzialmente il bilancio complessivo di perdite che il 2022 dovrebbe generare relativamente a Europa e Stati Uniti, ma una eventuale recessione, alla lunga, deprimerebbe le aspettative di crescita sul PIL cinese e, di conseguenza, le quotazioni azionarie.

La Federal Reserve si riunisce martedì e mercoledì, e annuncerà il suo ultimo aumento dei tassi in occasione della conferenza stampa del capo della Fed Jerome Powell. Secondo Yadeni Research, il rischio di una recessione negli Stati Uniti sarebbe aumentato dal 40% al 45%(a Maggio erano al 30%). Un grande fattore scatenante per il sell-off del mercato azionario è il timore degli investitori che i politici della Fed dovranno essere molto più aggressivi per frenare le pressioni sui prezzi, e sappiamo che una stretta monetaria aggressiva aumenta i rischi di recessione. Tuttavia, la Fed è “in trappola”, poiché l’inflazione è salita inaspettatamente a un nuovo massimo da 40 anni (8,6%), e i mercati ora si aspettano movimenti di 50 punti base nei prossimi quattro incontri della Fed fino a novembre, e c’è chi ha chiesto di aumentare i tassi di 75 punti base già mercoledì.

Una sorpresa del genere, però, sarebbe davvero fuori luogo, e i funzionari della Fed non hanno indicato che fosse probabile una mossa di tre quarti di punto. Un’opzione potrebbe essere quella secondo cui la Fed manterrà un aumento del tasso di mezzo punto la prossima settimana, ma con un possibile aumento di 75 punti base in discussione per la riunione di fine luglio.

Le azioni europee in ribasso. Pesano le attese sull’aumento dei tassi e la paura di una recessione

L’ottimismo generato dall’allentamento delle restrizioni in Cina è stato rapidamente annullato dai dati che indicano che le economie potrebbero andare verso la recessione.

Venerdì le azioni europee sono scese, spazzando via i guadagni precedenti, dopo che i dati sull’occupazione negli Stati Uniti hanno supportato la tesi dell’inasprimento aggressivo della politica della Federal Reserve. Di conseguenza, gli investitori hanno alzato il tiro delle scommesse sui rialzi dei tassi della BCE dopo la pubblicazione dei dati sull’inflazione della scorsa settimana.

L’indice paneuropeo STOXX 600 ha concluso una settimana tumultuosa in calo dello 0,9%, con volumi che contenuti a causa delle festività in Gran Bretagna e Cina. Il settore della tecnologia dell’informazione, sensibile ai tassi, ha portato perdite consistenti sullo STOXX 600, mentre il settore automobilistico è sceso dell’1,6%. In particolare, il francese Faurecia (fornitore di componenti per auto) ha perso il 6,8%, ed ha dichiarato di aver lanciato un aumento di capitale di 705 milioni di euro (758 milioni di dollari) per finanziare l’acquisizione della rivale tedesca Hella. Questi risultati sembrerebbero confermare che gli investitori abbiano aumentato le loro scommesse sugli aumenti dei tassi di interesse della BCE per quest’anno, prezzando un aumento più ampio di 50 punti base in almeno una delle riunioni politiche della banca entro il prossimo ottobre, come naturale portato dell’inflazione record nella zona euro.

“In considerazione della drammatica tendenza dell’inflazione e del fatto che la BCE è così chiaramente ‘dietro la curva’, rispetto alla Fed, il linguaggio della BCE dovrebbe tendere a diventare più aggressivo”, scrivono gli analisti di Commerzbank in una nota. Infatti, i dati di venerdì hanno mostrato che i datori di lavoro statunitensi hanno assunto più lavoratori del previsto a maggio, e hanno mantenuto un ritmo abbastanza sostenuto di aumenti salariali. Si tratta di segnali di forza del mercato del lavoro, che manterranno la Federal Reserve su un percorso di aggressività della politica monetaria, e ciò fa temere che in Europa la BCE seguirà l’esempio, sebbene lo “stile” europeo di manovra dei tassi di interesse non sia mai stato così aggressivo al pari di quello americano.

Il risultato negativo dei mercati azionari europei ha sorpreso molto quanti speravano, ad inizio della scorsa settimana, un maggiore entusiasmo dopo che la Cina ha allentato alcune restrizioni legate al COVID-19 e ha rivelato l’intenzione di usare ulteriori stimoli, ma l’ottimismo è stato rapidamente annullato dai dati che indicavano che le economie potrebbero andare verso la recessione. In Francia, per esempio, secondo un’indagine, la crescita dell’attività nel settore dei servizi dominante del paese è diminuita a maggio rispetto ad aprile, ed anche il settore dei servizi tedesco ha mostrato segnali di rallentamento della crescita.

Il divieto parziale da parte dell’Unione Europea alle importazioni di petrolio dalla Russia, in rappresaglia all’invasione dell’Ucraina, ha anche alimentato i timori di un ulteriore aumento dell’inflazione. “Un’eventuale recessione non si verificherà quest’anno, ma molto probabilmente nel 2023. Detto questo, ci aspettiamo che il mercato sconti in modo più appropriato un minore slancio dell’economia“, hanno affermato gli strateghi azionari di Generali Investments. Nonostante queste dichiarazioni di importanti analisti – che sono generalmente caute riguardo una eventualità di recessione –  i titoli continuano a subire una scarsa propensione al rischio, con eccezione di alcuni player che beneficiano degli effetti del conflitto armato. Per esempio, l’italiano Leonardo è salito del 2,0% dopo che la tedesca Rheinmetall ha fatto un’offerta per una partecipazione di minoranza nella sua unità di produzione di cannoni OTO Melara, fissando un valore di 190-210 milioni di euro come prezzo indicativo per la partecipazione del 49% nel produttore di armi italiano.

Eppure, nella zona euro la crescita del business è stata robusta a maggio, ma rischia di essere vanificata a causa dell’aumento del costo della vita, delle interruzioni della catena di approvvigionamento e dell’incertezza sull’invasione russa dell’Ucraina. L’indice composito finale dei responsabili degli acquisti (PMI) di S&P Global, considerato un buon indicatore della salute economica, è sceso a 54,8 a maggio dal 55,8 di aprile, poco meno di una stima preliminare di 54,9. Qualsiasi valore superiore a 50 indica comunque una crescita. La forte domanda di servizi ha contribuito a sostenere un ritmo sostenuto di crescita economica; tuttavia, i rischi sembrano essere orientati al ribasso per i prossimi mesi. Il settore manifatturiero rimane limitato in modo preoccupante dalla carenza di offerta, e sia le imprese che le famiglie rimangono afflitte dall’aumento dei costi.

Ci sono segnali che la spinta all’economia determinata dalla maggiore domanda di servizi post restrizioni stia iniziando a svanire, per cui le aziende hanno ridimensionato le loro aspettative di crescita per il prossimo anno, preoccupate per la carenza di offerta, l’aumento del costo della vita e l’inasprimento delle condizioni monetarie. Di conseguenza, l’indice composito della produzione futura è sceso a 59,9 da 60,5, uno dei livelli più bassi dall’inizio della pandemia.

La paura di una recessione scatena i catastrofisti. Nel frattempo, Warren Buffett…

Le maggiori banche di investimento tagliano le previsioni e vedono lo scenario peggiore per il mercato azionario, con lo S&P 500 a quota 3.000 in caso di recessione. Warren Buffett fa shopping.

Tra i crescenti timori di recessione, le principali società di Wall Street ora avvertono che il sell-off del mercato in corso, che ha generato sette settimane consecutive di perdite, potrebbe ancora peggiorare, con le azioni destinate a precipitare di un altro 20% circa se l’economia si dovesse dirigere verso una fase di recessione concreta. Anche in una simile evenienza – c’è da esserne certi – i banchieri centrali parleranno di “recessione temporanea e di breve durata”, così come fecero in occasione della prima comparsa dell’inflazione. Sappiamo tutti com’è andata a finire.

I timori di una recessione, pertanto, sono aumentati questa settimana, dopo che le notizie provenienti dai principali produttori e distributori mondiali hanno avvertito delle pressioni inflazionistiche che intaccano i profitti trimestrali, e soprattutto dopo che la Federal Reserve ha promesso che “non esiterà” a continuare ad aumentare i tassi di interesse fino a quando i prezzi in aumento non torneranno a scendere. Su questa scia, ogni stormir di fronde diventa una ulteriore fonte di pessimismo, e le previsioni che ne conseguono non possono che essere dettate dallo stesso spirito negativo. E così, alcune tra le più importanti banche di investimento si sono affrettati a diffondere il proprio “worst case”, ossia lo scenario peggiore che potrebbe derivare dalla combinazione di fattori in essere. La più “nera” tra queste previsioni è che lo S&P 500 potrebbe precipitare a quota 3.000 se l’economia dovesse cadere in una recessione nel prossimo futuro. In soldoni, si tratterebbe di un ulteriore calo del 24% rispetto all’attuale livello dell’indice (circa 3.900), secondo una recente nota del capo del settore azionario e globale di Deutsche Bank negli Stati Uniti, Binky Chadha.

Impossibile non notare la profonda ampiezza tra l’attuale prezzo-obiettivo dello stesso analista riguardo lo S&P 500 (4.750, oltre il 20% in più rispetto ai livelli attuali) e la previsione di un ribasso fino a  3.000 in caso di recessione: come se il calo delle ultime sette settimane di borsa non abbia scontato nessuno scenario negativo rilevante ed equivalente.

Peraltro, Chadha prevede un “rialzo di sollievo” entro la fine dell’anno, e una successiva “svendita prolungata” generata da una “recessione che si autoavvera“. “L’inflazione si sta rivelando vischiosa, e la guida prospettica della Fed è per un ciclo di rialzo dei tassi che è storicamente terminato in recessione il più delle volte (8 su 11 o il 73% delle volte), con la Fed che riconosce e accetta questo rischio”, ha affermato recentemente Chadha. Questo scenario è giudicato plausibile anche da David Kostin, chief equity strategist statunitense di Goldman Sachs, che stima addirittura al 35% le probabilità di una flessione complessiva dello S&P500, basando la sua analisi sui dati storici di 12 recessioni dalla seconda guerra mondiale. Secondo questo modello, quindi, il mercato azionario potrebbe scendere tra l’ 11% e il 18% rispetto ai livelli attuali. Gli strateghi della Bank of America, nel frattempo, hanno avvertito di uno scenario di stagflazione – rallentamento della crescita economica e prezzi elevati – che potrebbero portare lo S&P 500 a quota 3.200, un calo di circa il 18% rispetto ai livelli attuali. Ancora più catastrofico Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics, secondo il quale il recente sell-off del mercato, insieme alla prospettiva di rialzi aggressivi dei tassi da parte della Federal Reserve per combattere l’inflazione, ha certamente aumentato i timori di recessione, e aumenta le probabilità di un ribasso del 33% nei prossimi 12 mesi e del 50% entro 24 mesi.

Gli investitori dovrebbero essere cauti poiché “i rischi di recessione stanno prendendo il sopravvento” nei mercati, secondo Savita Subramanian, equity e quant strategist di Bank of America, in una nota recente. Non solo le possibilità di un ambiente di stagflazione aumentano, ma le attuali condizioni di mercato ricordano la bolla delle dot-com del 1999-2000. Gli investitori non hanno “un posto dove nascondersi, mentre l’S&P 500 si avvicina al territorio del mercato ribassista”, secondo gli analisti di Forbes.

Nel frattempo, Warren Buffett fa shopping in borsa per 51 miliardi di dollari. Il noto investitore ha sfruttato il sell-off del mercato in corso come un’opportunità per acquistare e aggiungere diverse nuove posizioni importanti in alcune aziende quotate ritenute strategiche per il suo conglomerato di investimento, Berkshire Hathaway. In particolare, Buffett ha approfittato della turbolenza del mercato in corso per entrare in otto nuove posizioni, tra cui 55 milioni di azioni di Citigroup (per un valore di circa 2,6 miliardi di dollari) e 69 milioni di azioni del colosso dei media Paramount Global (per un valore di circa 1,9 miliardi di dollari).

Pertanto, Berkshire Hathaway ora possiede una partecipazione di oltre il 10% in Paramount, rivelando anche una nuova partecipazione di 390 milioni di dollari in Ally Financial. Naturalmente, le azioni di tutte e tre le società sono aumentate dopo la notizia che Buffett aveva preso posizione: Paramount è salito del 14%, Citi del 7% e Ally di quasi il 5%. Berkshire Hathaway aveva già effettuato di recente acquisti considerevoli in due società energetiche: Chevron e Occidental Petroleum, il gigante tecnologico legacy HP e la società di videogiochi Activision Blizzard. Adesso Berkshire Hathaway possiede circa 159 milioni di azioni Chevron (per un valore di circa 27 miliardi di dollari), 143 milioni di azioni di Occidental (quasi 10 miliardi di dollari), 121 milioni di azioni di HP (oltre 4 miliardi di dollari) e 64 milioni di azioni di Activision (5 miliardi di dollari).

Berkshire, tuttavia, ha venduto tutte le sue azioni in Wells Fargo, che in precedenza era stata una delle principali holding e faceva parte del portafoglio di Buffett dal 1989. Il 91enne “Oracolo di Omaha” ha anche venduto quasi tutti i suoi 8 miliardi di dollari di partecipazione nel gigante delle telecomunicazioni Verizon.

Cosa aspettarsi dai mercati mondiali questa settimana. Il sentiment ancora giù

Inflazione elevata, guerra in Ucraina e blocchi da pandemia in Cina sono i fattori che pesano sul sentiment. Prosegue il calo di assestamento sul mercato delle vendite online.

I mercati sono saliti all’inizio della settimana dopo che la Federal Reserve ha alzato il tasso di riferimento sui fed funds di 50 punti base (bps) e il presidente della Fed Jerome Powell ha annunciato una traiettoria meno aggressiva per le prossime riunioni politiche. Tuttavia, il “rialzo di sollievo” si è rivelato di brevissima durata, poiché i mercati sono crollati drasticamente giovedì e le perdite estese al venerdì. Per la settimana, il Dow e l’S&P 500 sono scesi dello 0,2% e il Nasdaq dell’1,5%. Nel frattempo, il rendimento del treasury statunitense a 10 anni è salito sopra il 3% per la prima volta dal 2018, chiudendo la settimana al 3,13%, mentre nei mercati obbligazionari globali hanno continuato a prevalere le vendite. I futures sul greggio sono saliti sopra i 110 dollari al barile, poiché l’Unione Europea ha deciso di eliminare gradualmente tutti i prodotti petroliferi e di gas naturale russi entro la fine dell’anno.

Questa la storia recente, nota a tutti. La prossima settimana, ci aspettano gli ultimi aggiornamenti sull’inflazione negli Stati Uniti, con il rilascio dell’indice dei prezzi al consumo (CPI) di aprile e dell’indice dei prezzi alla produzione (PPI), e saranno disponibili dati sull’inflazione anche per Cina e Germania, insieme ai dati sulla crescita della produzione industriale per Europa e Regno Unito. Conosceremo anche i dati sugli utili di due delle più grandi case automobilistiche del mondo, Toyota e Honda, insieme a quelli di Disney, Alibaba, Electronic Arts, Fox Corporation, Warner Music Group e WeWork. In particolare, il Bureau of Labor Statistics rilascerà gli aggiornamenti di aprile per il suo Indice dei prezzi al consumo e Indice dei prezzi alla produzione rispettivamente mercoledì e giovedì; gli economisti prevedono che l’inflazione rallenti fino a un tasso annuo dell’8,1%, in calo rispetto al massimo degli ultimi 40 anni dell’8,5% a marzo. Anche i prezzi alla produzione dovrebbero decelerare leggermente, a un tasso annuo del 10,7%, da un aumento record dell’11,2% a marzo.

Relativamente al sentiment di mercato, il prossimo Venerdì l’Università del Michigan pubblicherà la lettura preliminare del suo indice del sentiment dei consumatori per il mese di maggio. Le stime di consenso prevedono una lettura di 63,6, in calo rispetto al 65,2 di aprile. Il mese scorso, l’indice era salito del 9,8% grazie alle aspettative più alte per l’economia e alle aspettative finanziarie personali per l’anno a venire. Tuttavia, l’indice è rimasto vicino ai minimi decennali poiché l’incertezza sull’aumento dell’inflazione, la guerra in Ucraina e le interruzioni della catena di approvvigionamento legate al blocco del COVID-19 in Cina hanno continuato a pesare sulla fiducia.

In Europa, le azioni sono crollate tra i timori che le banche centrali potrebbero dover intensificare i loro sforzi per controllare l’inflazione, aumentando potenzialmente il rischio per la crescita economica. I blocchi in Cina per frenare la diffusione del coronavirus e il conflitto in Ucraina hanno aumentato l’incertezza. I rendimenti dei titoli di stato core dell’eurozona sono aumentati principalmente in tandem con i rendimenti dei Treasury statunitensi dopo l’aumento del tasso di 50 punti base della Fed, e i rendimenti dei titoli di stato periferici della eurozona hanno seguito i rendimenti dei mercati principali. La BoE ha alzato il suo tasso di interesse di riferimento di 25 punti base all’1,0%, il livello più alto dal 2009, cercando di frenare l’inflazione. Tuttavia, la banca centrale ha ritardato la riduzione delle sue scorte di obbligazioni acquistate nell’ambito del suo programma di acquisto di attività. La banca ha anche evidenziato il potenziale di scivolamento del Regno Unito in una recessione entro la fine dell’anno, e ha avvertito che l’inflazione potrebbe superare la percentuale shock del 10% nel quarto trimestre. Questi sviluppi hanno contribuito a spingere la sterlina britannica al minimo di due anni. Ancora più a nord, la Norges Bank ha mantenuto invariato il tasso sui depositi allo 0,75% e il governatore Ida Wolden Bache ha ribadito che il tasso ufficiale “molto probabilmente sarà aumentato a giugno”.

Sul fronte energetico, gli inviati dell’Unione Europea continueranno a discutere di un possibile embargo sul petrolio russo durante il fine settimana dopo aver incontrato la resistenza di Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, le cui economie dipendono fortemente da queste importazioni di energia. Mentre la maggior parte dei paesi dovrebbe imporre un divieto entro sei mesi, Bruxelles potrebbe ora offrire alla Repubblica Ceca una data limite di giugno 2024, mentre Ungheria e Slovacchia potrebbero avere tempo fino alla fine di quell’anno.

Un numero maggiore di decisori politici della Banca centrale europea sembrava premere per un aumento anticipato dei tassi di interesse dopo la fine del programma di allentamento quantitativo (c.d. quantitative easing) nel terzo trimestre. Il membro del consiglio esecutivo Isabel Schnabel, il governatore della Banca di Francia Francois Villeroy de Galhau, il governatore della Banca di Finlandia Olli Rehn e il governatore della Banca d’Austria Robert Holzmann hanno accennato al fatto che voterebbero per un rialzo dei tassi già a luglio. Gli ordini manifatturieri tedeschi sono scesi a Marzo del 4,7%, molto più del previsto, trainati in basso da ordini esteri inferiori, soprattutto dall’esterno dell’eurozona. La produzione industriale è scesa del 3,9%, il calo più grande dall’inizio della pandemia di coronavirus. L’ufficio statistico ha attribuito il declino alle interruzioni della catena di approvvigionamento dovute alle restrizioni pandemiche e all’invasione russa dell’Ucraina.

Su tutto, continua in modo progressivo il calo delle vendite online, che dopo la “sbornia” vissuta durante la pandemia stanno rientrando verso dati più fisiologici data la fine delle restrizioni. Il cambio strutturale nelle abitudini dei consumatori, in ogni caso, è avvenuto edè irreversibile; pertanto si tratta di un semplice assestamento statistico.

Un giovedì nero per i listini americani. All’orizzonte la paura di una nuova recessione

Con una seduta da dimenticare, Wall Street conferma che il rialzo di mercoledì era il frutto di una illusione. Persiste un pessimismo di fondo dettato dalla paura di una recessione da iper-inflazione. La situazione di oggi.

I mercati affondano per il crescente timore di una stagflazione in arrivo. Il rally innescato mercoledì dalla Fed si è dimostrato di breve durata e sui mercati tutti gli indicatori, dalle borse ai rendimenti obbligazionari, al dollaro stanno girando in negativo, per il timore che la Fed e alcune altre grandi banche centrali debbano aumentare i tassi di interesse in modo più aggressivo del previsto per combattere una persistente alta inflazione, spingendo potenzialmente le economie in recessione. A Wall Street i future sono in lieve perdita dopo che ieri il Dow Jones ha lasciato sul terreno il 3,12% e lo S&P 500 il 3,44%, mentre i megacap tecnologici sono crollati, con Alphabet a -4,71%, Apple a -5,57%, Microsoft a -4,36%, Meta a -6,77%, Tesla a -8,33% e Amazon a -7,56%.  E’ chiaro che gli investitori non stiano guardando ai fondamentali, in questo momento, e le vendite piovono per un problema di sentiment generale.

In Asia i listini riaprono e Tokyo avanza leggermente, mentre le borse cinesi vanno a picco, sulla scia del tonfo di ieri a Wall Stret, che ha registrato la sua peggiore sessione dell’anno, con il Nasdaq che è sprofondato del 4,99% mettendo a segno la sua terza maggiore perdita di sempre. Allarme rosso anche per quanto riguarda i rendimenti dei Treasury a 10 anni che avanzano di oltre il 3%, dopo essersi impennati ieri al 3,1%, il top dal novembre 2018. Anche il Treasury a 2 anni sale ma con minor forza, attestandosi al 2,73%, mentre la curva dei rendimenti tra il 2 e il 10 anni s’irrigidisce, il che non è un bene, visto che per i mercati l’intensificarsi del rialzo del decennale, dopo un’inversione, che c’è stata non molto tempo fa, rappresenta un pericoloso segnale di recessione in arrivo. E il tasso del Treasury a 30 anni ieri ha toccato il 3,2%, il top dal marzo 2019. 

Anche dal mercato valutario arrivano cattive notizie: il dollaro è salito overnight al top da 20 anni su un paniere di altre valute, sta facendo ruzzolare lo yuan ai minimi da 18 mesi a quota 6,7338, mentre ieri ha brevemente riportato l’euro sotto quota 1,05 dollari, salendo del 2,2% ai massimi da quasi due anni contro la sterlina. Intanto oggi crollano Hong Kong e Shanghai, mentre Tokyo è in controtendenza e avanza di oltre mezzo punto percentuale. In leggero calo i future sull’EuroStoxx 50 dopo che ieri le borse europee hanno chiuso contrastate: Parigi a -0,43%, Francoforte a -0,5%, Milano a -0,57% e in controtendenza Londra, che è salita dello 0,17%, dopo il previsto aumento dei tassi di 25 punti base all’1% da parte della Banca d’Inghilterra. A un soffio dai 200 punti il differenziale tra Btp italiani e Bund, mentre il rendimento annuo dei titoli italiani è salito al 3,036% e quello sul Bund è tornato sopra l’1%.

Il petrolio resta in rialzo, dopo essere salito a Wall Street e dopo il balzo di oltre il 5% di mercoledì. Attualmente il Wti è oltre 108 dollari e il Brent sopra 111 dollari, poiché gli investitori hanno valutato imminente l’embargo Ue sul petrolio russo, che tuttavia ancora non è stato deciso, e hanno preso atto della volontà dell’Opec+ di non voler intervenire sui mercati, dopo aver varato ieri solo dei modesti aumenti della produzione mensile, mentre si intensificano le preoccupazioni per la domanda derivanti dalle restrizioni anti-Covid della Cina. Gli esponenti dei tredici paesi membri dell’Opec e i loro dieci partner (Opec+), compresa la Russia, hanno convenuto di adeguare al rialzo la produzione mensile totale di 432.000 barili al giorno per il mese di giugno.

Oggi c’è attesa per i dati sull’occupazione Usa ad aprile, mentre a Tokyo l’inflazione sale all’1,9% al top da sette anni, riportandosi vicino al target del 2% della Boj. Oggi escono anche i dati sulla produzione industriale ad aprile in Germania e Spagna, mentre il capo economista della Bce, Philip Lane, ha preparato il terreno per un rialzo dei tassi di interesse europei a luglio, che poi è quello che i ‘falchi’ sostengono da mesi, dicendo di aspettarsi “un altro anno di un’inflazione sopra le attese” e che “è improbabile che l’economia si stabilizzi rapidamente”. 

In definitiva, Wall Street conferma che il rialzo di mercoledì era il frutto di una illusione. Infatti, il pessimismo di fondo non accenna a diminuire, ed oggi si fa largo una nuova paura, quella di una recessione da iper-inflazione, che non è ancora stata “scontata” dalle quotazioni dei mercati azionari e, quindi, potrebbe deprimere ancora di più il valore dei portafogli di investimento.  

Fonte: AGI-redazione P&F

Mercati azionari: “dentro o fuori”? Gli investitori maturi lavorano sul lungo periodo

Gli investitori millennials venuti fuori nel periodo della pandemia hanno guadagnato molto con i titoli tecnologici e di e-commerce il primo anno, ma nel periodo successivo hanno mostrato di non avere la stessa tolleranza al rischio degli investitori più maturi.

Il mercato azionario ha chiuso con una nota cupa venerdì scorso, e la giornata del 26 Aprile (Dow-1,42% – Nasdaq -2,98%) lascia intravedere un certo livello di continuità con le settimane passate, visto che i tre principali indici statunitensi proseguono nella discesa sostenuta e gli investitori seguitano nel clima di pessimismo dettato dalla inflazione elevata, dalla lotta della Fed contro di essa e dai timori di una recessione dura. La segretaria del Tesoro Usa Janet Yellen ha comunque gettato acqua sul fuoco, affermando che l’economia si sta rivelando molto resiliente di fronte a una serie di shock, e di non aspettarsi affatto una recessione.

La Yellen, inoltre, ha detto che l’inflazione potrebbe aver raggiunto il picco negli Usa, ma ha messo in guardia i cittadini sul fatto che i prezzi potrebbero restare elevati “un po’ più a lungo”. Nel frattempo, la fiducia è stata presa a pugni e gli esperti finanziari non fanno altro che raccomandare agli investitori di non farsi prendere dal panico, ma di pensare invece a strategie a lungo termine, molto più adeguate per gestire momenti come questo ed un sentiment generale sceso sotto i piedi, con un significativo 44% delle persone convinti che il mercato si stia muovendo in una direzione ribassista. Negli Stati Uniti, per esempio, l’ultimo indicatore settimanale dell’American Association of Individual Investors segna quasi 14 punti percentuali al di sopra della media storica del 30,5% sul sentiment ribassista, e solo il 19% ha dichiarato di essere rialzista, ma questo accadeva lo scorso 20 aprile. Non accadeva dal mese di Maggio 2016 che il sentiment rialzista non superasse il 20% per due settimane consecutive.

Nel frattempo, sei investitori su 10 prevedono un ulteriore aumento della volatilità del mercato, e sette su 10 affermano di essere preoccupati per una recessione, secondo un sondaggio Nationwide pubblicato pochi giorni fa. Nello stesso sondaggio, circa quattro investitori su 10 (44%) hanno affermato di sentirsi più fiduciosi nella propria capacità di proteggere le proprie finanze in caso di imminente recessione, e il 38% ha affermato di sentirsi fiducioso nella propria capacità di investire nel mercato azionario.

Gli investitori al dettaglio continuano a non avere alcuna visione strategica del mercato, soprattutto i clienti millennials che hanno una elevata propensione al rischio, padronanza della tecnologia digitale ma poco tempo a disposizione per dedicarsi agli investimenti azionari con la dovuta attenzione. Sembrano essere loro i maggiori responsabili del deflusso di circa 17,5 miliardi di dollari dalle azioni globali durante la scorsa settimana, sia in via diretta che attraverso gli strumenti di risparmio gestito. Da lì si è generato il ribasso degli indici americani, e in Europa i deflussi dai mercati azionari sono stati di poco inferiori, sebbene attribuibili quasi interamente ai fondi per via delle richieste di riscatto maggiori del solito.

Il problema è che i nuovi investitori regolari venuti fuori nel periodo della pandemia, per lo più millennials di fascia d’età più bassa (30 anni), hanno guadagnato molto con i titoli tecnologici e di e-commerce nel periodo Maggio 2020 – Maggio 2021, e nel periodo successivo hanno mostrato di non avere la stessa tolleranza al rischio rispetto agli investitori più sofisticati o agli investitori istituzionali. Soprattutto mostrano di non avere nessuna visione di lungo termine, che tipicamente entra a far parte del bagaglio personale di esperienza dell’investitore solo dopo qualche decennio  di pratica oppure quando qualcuno o qualcosa ti ha instradato verso i rudimenti dell’educazione finanziaria di base, nel nome della quale, in momenti come questo, è necessario prendere fiato ed evitare di fare qualcosa di drastico.

Soprattutto, evitare di ragionare sugli effetti – mercato che scende, volatilità etc – e concentrarsi sulle cause. O meglio, sulla “causa regina”, l’inflazione, che continua ad essere sostenuta e costringe la Fed ad essere più aggressiva, rappresentando un rischio per l’economia e per i mercati finanziari. Tuttavia, una recessione nei prossimi 12 mesi non sembra essere considerata da nessun analista. Secondo Solita Marcelli, chief investment officer Americas di UBS Global Wealth Management, l’economia può crescere anche con la serie di aumenti dei tassi a cui gli investitori si stanno preparando, anche perchè i risultati degli utili del primo trimestre sono stati generalmente buoni, al netto delle eccezioni come Netflix, che la scorsa settimana ha riportato una perdita secca di 200.000 abbonati quando gli analisti avevano previsto una crescita di 2,5 milioni di abbonamenti.

Nelle fasi come quella che stiamo vivendo, con la triade pandemia-guerra-inflazione che non smette di fare danni, gli investitori dovrebbero privilegiare l’ottica di lungo termine, anche perché gli attacchi di volatilità non sono certamente finiti, e le obbligazioni continuano a perdere terreno e ad aumentare i rendimenti. Ciò dovrebbe sollecitare una modifica al portafoglio, riconsiderando le allocazioni, realizzando perdite per raccogliere il minus fiscale.

Di certo, non è il momento di assumere una decisione estrema, “dentro o fuori”, perché in un modo o nell’altro non farebbe bene.

La guerra, i mercati e le banche centrali: cosa ci aspetta e cosa non dobbiamo aspettarci

La Russia di Putin è disposta a tutto per difendere la sua posizione, e il mito della guerra-lampo è già crollato miseramente. Ecco cosa ci si può aspettare dalle banche centrali e dai mercati nei prossimi mesi del 2022.

Di Massimo Bonaventura

Dopo undici giorni di aggressione militare, L’invasione russa dell’Ucraina si è rivelata più aggressiva ed espansiva di quanto ci si attendesse all’inizio, allorquando gli analisti davano quasi per scontata una guerra-lampo che, se da un lato suscitava lo sdegno generale, dall’altro era l’auspicio di un attacco con scarsi effetti sui mercati mondiali.

Anche noi di P&F siamo stati incantati come Ulisse dal canto di queste sirene, ma adesso è chiaro più che mai che si tratta di un conflitto di ampio respiro geo-politico, anche internazionale, e l’iniziale obiettivo di smilitarizzare alcune zone russofone dell’Ucraina dove si sarebbero consumati crimini contro la popolazione russa del luogo ha rivelato il vero scopo di annettere l’intera Ucraina, rimuovendo e sostituendo la sua classe dirigente. Prova ne sia che l’esercito russo, a parte mostrare assoluta indifferenza verso i “danni collaterali” subiti dai civili, non sta distruggendo le infrastrutture vitali del paese che ha invaso: reti di telefonia cellulare, centrali energetiche, autostrade e ferrovie, porti commerciali e aeroporti civili vengono accuratamente tenuti lontani dal conflitto, ed anzi, come nel caso delle centrali nucleari, addirittura occupate e difese militarmente. Non si tratta certamente di motivi umanitari – che il dittatore finto-democratico Putin sembra sconoscere del tutto – ma di semplice protezione degli asset sottratti all’Ucraina, la cui continuità di funzionamento deve essere assicurata per la futura dominazione sul territorio e per assicurare una economia funzionale agli interessi della Russia.  

Quanto sopra porta a presagire che anche gli effetti sui mercati e sull’economia europea saranno più significative di quanto inizialmente ipotizzato, e gli impatti negativi potrebbero essere più gravi del previsto per le borse, almeno nel brevissimo periodo. La chiusura del “venerdì nero” della scorsa settimana ne è valida dimostrazione, e l’assenza di nuovi spunti e aperture – la continuazione dei colloqui tra delegati russi e ucraini sembra più che altro un negoziato per le condizioni della resa – non fa prevedere una settimana di corposi recuperi. Nonostante ciò, trasponendo la valutazione degli scenari in un’ottica globale, sembra improbabile che questa guerra possa causare una recessione, poiché l’aumento del prezzo del gas e del petrolio è largamente compensato da fondamentali economici molto solidi e da una ripresa economica che non accenna a diminuire. Inoltre, la produzione di beni durevoli appare robusta e le intenzioni di investimento delle imprese non sembrano essere state intaccate dagli eventi, dando stabilità alla crescita significativa dei redditi da lavoro (che sosterranno la domanda dei consumatori, nonostante l’aumento della bolletta energetica).

Le sorti dei mercati azionari appaiono legate al conflitto bellico attivo: non appena questo si attenuerà, la preoccupazione degli investitori diminuirà come d’incanto e assisteremo ad una rapida crescita dei valori di borsa, anche perché gli impatti negativi a breve termine dei prezzi energetici sulle attività produttive mondiali (secondo uno studio recente di UBS Investment Bank) potrebbero tradursi in un freno dello 0,1% sulla crescita globale, e ciò costituisce un freno per le banche centrali nell’utilizzare aggressivamente i tassi di interesse nel tentativo di rallentare l’inflazione senza provocare anche un rallentamento della crescita economica.

In estrema sintesi, lo scenario migliore – e più cinico, visto il coinvolgimento di una intera popolazione e della Comunità Internazionale – è quello che vede una rapida sostituzione della leadership ucraina e una cessione del controllo alla Russia. Lo scenario “di mezzo”, meno probabile ma ugualmente positivo, è quello in cui la Russia si ritira unilateralmente dopo aver raggiunto determinati obiettivi militari e politici. Gli altri scenari purtroppo prevedono una durata più lunga del conflitto, con impatti negativi gradualmente maggiori a seconda del tempo trascorso e del coinvolgimento della Comunità Internazionale, che oggi appare divisa ed ha un atteggiamento ambiguo: da un lato annuncia sanzioni durissime, e dall’altro non le mette in pratica perché manca la necessaria unanimità politica.

Lo scenario peggiore, manco a dirlo, è quello che vede i paesi membri della NATO entrare in conflitto diretto contro la Russia. Per quanto detto sopra relativamente alle sanzioni, un evento di questo tipo è ritenuto improbabile, ma l’eventuale ingresso di Moldavia e Lituania nell’Unione Europea verrebbe interpretata come una sorta di dichiarazione di guerra, poiché questi paesi –così come l’Ucraina – fanno parte di quella “zona cuscinetto” tra Russia e NATO ritenuta strategicamente irrinunciabile da Putin. Nel frattempo, le banche centrali rimangono preoccupate per i rischi di mantenimento rialzo dell’inflazione, e questo potrebbe giocare un ruolo importante nell’influenzare la propensione al rischio degli investitori. Le prospettive per i rendimenti obbligazionari rimangono incerte, dato il contrasto tra lotta all’inflazione elevata e rischio di rallentare  la crescita economica, ma la prospettiva rimane quella di politiche monetarie e fiscali ancora piuttosto accomodanti. Infatti, se la crescita dovesse iniziare ad indebolirsi, le banche centrali dovrebbero assumere un comportamento a metà strada tra la “modalità easing” e quella restrittiva, tardando il più possibile le misure monetarie restrittive allo scopo di evitare la recessione.

A livello valutario, il dollaro americano o e lo Yen sembrano già più apprezzati dell’Euro, che appare sotto pressione anche per via dell’attuale situazione del continente, molto vicino al conflitto sia politicamente che geograficamente. Inoltre, la Russia non è soltanto un grande produttore di petrolio e gas, ma anche di alluminio e fertilizzanti, per cui occorrerà più tempo per riconfigurare le catene di approvvigionamento verso altri paesi produttori di queste materie prime così vitali per l’Europa. Pertanto, le attese sono per uno spostamento dei capitali verso la Cina e i paesi emergenti dell’Asia, che sono meno colpiti dalla crisi e, soprattutto, saranno beneficiari della riconfigurazione delle catene di approvvigionamento delle materie prime precedentemente fornite dalla Russia.

Nessuna recessione nel 2022, ma attenzione alla spirale inflazionistica

Secondo Mario Cribari di Bluestar, il caso Evergrande avrà effetti negativi sull’immobiliare cinese ma non dovrebbe contagiare nè il sistema finanziario cinese nè quello mondiale. Attese per un doloroso periodo di reset delle aspettative in ambito valutario e obbligazionario.

“I forti aumenti dei costi energetici e i colli di bottiglia nelle forniture, così come gli effetti delle politiche di stabilizzazione cinesi, rischiano di rallentare, nel breve termine, la crescita globale. L’incognita non è da sottovalutare, ma nessuna recessione in vista: tali elementi di disturbo dovrebbero infatti ridursi nel corso dei primi mesi del 2022. Il grosso rischio, piuttosto, riguarda l’accelerazione di una spirale inflazionistica che parte dalle componenti energetiche a monte e finisce a valle in un aumento dei salari, a causa dell’evidente squilibrio tra domanda-offerta di lavoro causato, tra l’altro, dalle politiche assistenzialiste implementate negli ultimi anni”. È l’analisi di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

Gli interventi a sostegno dell’economia durante la pandemia hanno evitato il disastro e reso la recessione del 2020 la più veloce della storia. Ma tutto ha un prezzo. Gli effetti secondari degli stimoli uniti alla de-globalizzazione, alle nuove tecnologie, alla corsa agli investimenti sostenibili ristabiliranno un punto di equilibrio dell’inflazione ben più elevato rispetto a quanto successo dal 1997 al 2019. Dall’altro lato, tuttavia, “l’elettroshock” subito dal ciclo lo renderà più vigoroso spinto da investimenti e consumi.

Le politiche fiscali e monetarie molto creative stanno per presentare il loro conto. Mentre alcune banche centrali, meno dipendenti dai ministri del Tesoro dei rispettivi paesi, possono permettersi politiche più ortodosse altre, in primo luogo la Fed e la Bce sono ormai intrappolate nel loro ruolo di prestatori di ultima istanza del debito nazionale e/o di difensori degli spread di credito di alcuni paesi periferici. Mentre la Fed ha per lo meno cominciato a parlare di tapering e qualche dubbio, non ufficiale, trapela sulla natura non transitoria dell’inflazione, per la Bce qualunque manovra di disimpegno è assolutamente tabù. L’insistenza sulla natura temporanea dell’inflazione ha l’obiettivo di mantenere ancorate le aspettative inflazionistiche di lungo termine che altrimenti rischierebbero davvero di innescare una pericolosa spirale. “È altamente probabile che le due banche centrali manterranno un atteggiamento molto lasco finché potranno, col rischio però di dover poi velocemente rincorrere senza dare tempo alle aspettative di aggiustarsi gradualmente”, sottolinea Cribari. “L’atteggiamento più ortodosso invece di altre banche centrali dovrebbe favorire la forza delle rispettive valute e la natura più solida dei propri mercati obbligazionari. La banca centrale cinese, in particolare, può ormai essere considerata la “Bundesbank” del nuovo Millennio”.

La Cina ha avuto il vantaggio di poter vedere, come in una macchina del tempo, tutti gli errori che i maggiori paesi capitalisti hanno compiuto negli ultimi 30 anni e non vuole ripeterne l’esperienza. Questo approccio può essere vincente. Il tempo della megalomania di alcune società è finito (Huarong o Evergrande) così come la penetrazione incontrollata di alcuni colossi tecnologici in ambiti non di loro stretta competenza, con effetti sociali a volte deleteri per le future generazioni. La Cina vuole fare il salto di qualità in termini di percezione della propria solidità, frenare gli eccessi e incentivare gli investimenti in settori ad alto valore aggiunto considerati strategici a livello nazionale (TikTok e videogames non lo sono di certo). Il caso Evergrande potrebbe avere effetti piuttosto negativi sull’immobiliare cinese ma non contagerà né il suo sistema finanziario né quello mondiale.

“In questo contesto generale, il nostro scenario base implica una view costruttiva sulle azioni nel medio termine ma allo stesso tempo la necessità di un doloroso periodo di reset delle aspettative in ambito valutario e obbligazionario che non potrà, a sua volta, non sortire effetti sulle azioni. Ancora peggio se il nuovo regime inflazionistico dovesse diventare più grave o avere ripercussioni economiche”, conclude Cribari (nella foto). “Un rialzo dei tassi avrà conseguenze sulle valutazioni azionarie di alcuni settori e titoli in particolare e potrebbe causare la definitiva rotazione settoriale a favore dei segmenti più ciclici/value. Nessuna bolla sui big cap tecnologici ma ci attendiamo un recupero relativo importante, in parte già realizzato, dei settori più old economy. Nei momenti di volatilità, che potranno essere ben peggiori di quelli appena sperimentati, non si avrà sollievo dalla detenzione delle solite obbligazioni statali, di certo non di quelle americane o europee. Consigliamo di privilegiare i real asset a sfavore delle obbligazioni, a eccezione di nicchie particolari o dei governativi (e corporate di qualità) cinesi o dei mercati emergenti. Le materie prime si trovano in un nuovo super-ciclo di crescita ma vanno trattate con attenzione. Il dollaro è destinato a svalutarsi ma un’alternativa di valore non è certamente l’euro”.

Alberto Conca: stime sugli utili 2021 troppo prudenti, col vaccino impennata nella curva dei tassi Usa

Secondo Alberto Conca di Zest Asset Management, il rischio di nuovi lockdown mantiene inalterata la leadership dei titoli growth. La ricca disponibilità di cassa come quota del Pil di famiglie e imprese darà impulso alla ripresa economica e alla risalita dei tassi negli Usa.

 “Il risparmio disponibile da parte di aziende e famiglie, mai stato così alto, potrebbe fare in modo che le stime sugli utili per il 2021 siano troppo prudenti, in particolar modo se ci fosse l’approvazione di un vaccino in tempi brevi, cosa plausibile. La rimozione di tale incertezze potrebbe provocare un’impennata della curva dei tassi negli Stati Uniti. Le aspettative di inflazione e i tassi a 10 anni si sono scollati ultimamente, e si potrebbe assistere a un riallineamento nel caso di ripresa economica”. È l’analisi di Alberto Conca, responsabile degli investimenti di Zest Asset Management, società di gestione svizzera indipendente.

“Quest’anno le famiglie statunitensi hanno aumentato i loro risparmi di ben 300 miliardi di dollari dall’inizio della pandemia, grazie allo stimolo fiscale e al fatto che molti dei servizi non erano disponibili durante il lockdown come ristoranti, aerei, alberghi e altre spese discrezionali. Le aziende hanno tagliato i costi e gli investimenti e ora ci troviamo in una situazione senza precedenti”, sottolinea Conca. “Famiglie e imprese oggi hanno una disponibilità di cassa come quota del Pil che non è mai stata così alta. Questo darà ulteriore impulso alla ripresa economica successiva”.

Questo fattore, unito alla probabile approvazione imminente di un vaccino, porterebbe all’eliminazione delle incertezze di mercato, con una conseguente impennata della curva dei tassi Usa. In questa situazione, il mercato azionario dovrebbe comportarsi meglio di quello obbligazionario, in particolare quello governativo. Inoltre, il mercato dei corporate potrebbe far meglio di quello governativo poiché gli spread hanno ancora margini per restringersi in modo significativo. Gli investitori chiedono ancora un premio al rischio elevato rispetto ai titoli di stato a causa dei rischi sopra descritti. La misura del premio al rischio implicito sul mercato azionario (Erp) si attesta intorno al 4,8% per il mercato statunitense. In Europa è leggermente superiore, il che rende il mercato azionario più interessante a medio termine. Il mercato europeo ha un Erp implicito più elevato a causa della percentuale più bassa di settori ad alta crescita come tecnologia, consumi durevoli e health care e una percentuale più alta di settori cosiddetti value. Quei settori non solo sono cresciuti più velocemente negli ultimi cinque anni, ma anche con minore volatilità.

Alberto Conca

Dopo il forte calo dovuto al diffondersi della pandemia, i mercati azionari hanno smesso di seguire la traiettoria dei nuovi contagi giornalieri. L’imponente supporto monetario e fiscale messo in atto in tempi brevissimi ha aiutato, ma questa non è l’unica spiegazione della decorrelazione osservata. Gli investitori hanno trattato la pandemia come fosse un disastro naturale che ha causato enormi danni economici ma non è stato innescato da uno squilibrio finanziario, come avviene generalmente durante una recessione tradizionale.

L’output economico e la ripresa dell’occupazione sono stati sempre molto più rapidi dopo un disastro naturale rispetto a quello avvenuto dopo la grande recessione del 2008-2009. Durante una recessione indotta da squilibri finanziari, la disoccupazione continua ad aumentare per un periodo considerevole a causa del crescente numero di persone che diventano “disoccupati di lunga durata”, mentre in una recessione indotta da calamità naturali la disoccupazione aumenta solo temporaneamente e le tendenze economiche precedenti, passata l’emergenza,  riprendono rapidamente generando una rapida ripresa dell’occupazione.

“In un mondo in cui la crescita è frenata dalla pandemia, i titoli ad alta crescita sono l’unico porto sicuro”, conclude Conca. “L’approvazione di un vaccino potrebbe cambiare temporaneamente la leadership di mercato, ma le notizie dominanti sono per il rischio di un altro lockdown in Europa. Questo non farà altro che mantenere inalterata l’attuale leadership dei titoli growth”.