Aprile 20, 2026
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Consulenti finanziari e società mandanti, il recesso “ad nutum” è un’arma a doppio taglio per entrambi

Secondo Manlio Marucci di Federpromm, non è più tollerabile che i consulenti finanziari con portafoglio clienti inferiore alla media possano subire unilateralmente il recesso senza giusta causa e senza nessuna garanzia per il futuro. In aumento i consulenti che fanno causa alle mandanti.

Articolo e intervista di Massimo Bonaventura

Nel corso del 2020 e 2021, P&F si è occupata più volte di descrivere l’attuale contesto all’interno del quale operano i consulenti finanziari, raccontandone gli aspetti più critici. In particolare, la redazione si è soffermata sull’inquadramento contrattuale vigente in tutte le società mandanti e sulle insufficienti tutele professionali con cui i professionisti della pianificazione finanziaria devono convivere, non senza evidenziare il ruolo fortemente contraddittorio delle organizzazioni che, questa tutela, sarebbero chiamati a garantire e, soprattutto, a migliorare.

Uno degli aspetti più discussi dalle organizzazioni sindacali di categoria – e generalmente sottaciuti dalla comunicazione finanziaria generalista  – è quello della fuoriuscita forzosa, per iniziativa delle mandanti, di consulenti finanziari “colpevoli” di avere un portafoglio clienti dal valore sensibilmente al di sotto della media dell’area geografica di appartenenza e, ad insindacabile giudizio della mandante, non più idoneo a rappresentarla presso la propria clientela. Si tratta del c.d. recesso “ad nutum”, che per un consulente abilitato fuori sede, in virtù del vincolo di mono-mandato, equivale ad un vero e proprio licenziamento senza giusta causa e senza alcuna possibilità di opporsi, poiché la motivazione del recesso dal contratto di agenzia non ha rilevanza giuridica.

Ma se in passato i consulenti – in genere poco avvezzi agli aspetti legali del proprio contratto – subivano senza reagire un evento così doloroso, oggi sono molti quelli che oppongono resistenza durante il periodo di preavviso, ed arrivano anche a citare in giudizio la mandante. Il recesso ad nutum, infatti, può trasformarsi in un arma a doppio taglio per le stesse società mandanti, poiché l’assenza della giusta causa conferisce al recesso un’area di insidiosa indeterminatezza che rende possibile, in molti casi, l’emersione di una giusta causa (con tutto ciò che consegue in termini risarcitori) a beneficio del consulente e ai danni della stessa mandante.

In merito a quest’ultimo aspetto, è utile accostare l’inquadramento giurislavoristico del consulente finanziario al lavoro subordinato, dal momento che un agente monomandatario – quale è, appunto, il consulente – può tranquillamente definirsi come un lavoratore “para-subordinato”, con contenuti e doveri del tutto simili a quelle di un lavoratore dipendente ad eccezione della disciplina fiscale e dell’organizzazione (libera) del lavoro. Tanto è vero che, negli ultimi dieci anni, è stato possibile trasferire diverse mansioni legate alla elaborazione dati, senza la previsione di alcun corrispettivo economico, dalle sedi delle società mandanti alle reti dei consulenti, i quali si vedono gravati da una serie di compiti amministrativi che prima erano appannaggio del personale di sede e che oggi, invece, rappresentano un carico di lavoro aggiuntivo e non retribuito.

Un simile sistema, che pone maggiore attenzione alla consistenza del portafoglio del consulente, non può che reggersi su elementi squisitamente quantitativi; da qui il “dominio” del parametro del portafoglio medio sulle dinamiche di sviluppo della professione, che oggi si scontra con il problema del ricambio generazionale sul quale si fa ancora poco o nulla, quasi come se i principali players del mercato ritengano ineluttabile, nei prossimi anni, un ulteriore giro di vite sul numero dei consulenti attivi. Del resto, valutare la qualità delle risorse umane ed il valore sul mercato di una banca-rete solo in base alla massa critica individuale e aziendale ha chiuso progressivamente le porte alle nuove leve che, in tutta evidenza, non hanno un portafoglio clienti e necessitano di un investimento notevole prima di riuscire ad averne uno vicino ad una media che diventa ogni giorno sempre più alta. La questione è che questo parametro di quantità – e non di qualità – rischia di diventare una sorta di “killer” per i consulenti che, per diverse ragioni di vita, non hanno raggiunto un livello di portafoglio giudicato soddisfacente dalla mandante, e rischiano di essere allontanati dal mercato pur essendo professionisti competenti e pur godendo della fiducia dei propri clienti.

In alcune reti, alcune questioni relative al portafoglio clienti sono state trattate recentemente in un aula di tribunale, con accuse di minacce concluse con la condanna di rappresentanti di autorevolissime banche-reti, i cui manager di rete si sono resi colpevoli, secondo i giudici, di aver messo in atto pressioni e intimidazioni al limite dell’estorsione. E’ evidente che queste condotte così riprovevoli, pur non rappresentando assolutamente la norma, sono figlie di una manifesta assenza di tutele contrattuali. E’ questa la visione del presidente di Federpromm, Manlio Marucci, che abbiamo intervistato di recente.

Buongiorno prof. Marucci. Qual è l’identikit del consulente finanziario “terminato” senza giusta causa?
Cominciamo col dire che si tratta di una rilevante fascia di consulenti finanziari che, dopo anni  di sacrifici e di impegno nel costruire un proprio portafoglio clienti sviluppano un rapporto critico con il proprio intermediario a causa di logiche commerciali sempre più stringenti, che finiscono con il compromettere il rapporto fiduciario tra le parti e a rendere difficoltosa la regolare prosecuzione del mandato. Fare un quadro dello skill development del consulente che si è visto revocare senza giusta causa il proprio rapporto di lavoro, sostanzialmente per non aver raggiunto un target di portafoglio allineato alle logiche richieste dal sistema, diventa molto complesso se non si prendono in considerazione alcune variabili quali il livello di formazione, la sua anzianità di servizio, le condizioni socio-culturali del territorio dove opera, il clima di fiducia trasmesso nella relazione con i potenziali interlocutori, la sua tenuta psicologica in situazione di stress, la dimensione aziendale, ecc.. Tuttavia, un dato significativo che è comune a tanti consulenti è quello di interiorizzare come problemi personali il mancato raggiungimento degli obiettivi, come se fosse esclusivamente “colpa” sua.

Quali potrebbero essere le tutele contrattuali da aggiungere a quelle già presenti oggi, a quanto pare poco efficaci?
Le tutele contrattuali per tale categoria oggi sono quasi del tutto inesistenti. Basti citare la struttura del contratto di agenzia applicato dalla quasi totalità delle reti di consulenza e confrontarlo con il classico contratto che fa riferimento all’AEC in vigore per gli agenti di commercio che, rispetto ai contratti dei consulenti finanziari, può prevedere l’esclusiva e la rappresentanza, elementi che non vengono minimamente riconosciuti agli ex promotori. Inoltre, i mandati dei CF non sono frutto di una negoziazione fra le parti, ma semplicemente mandati “per adesione”: prendere o lasciare.  

Cosa può fare, in concreto, un consulente per contrastare legalmente un recesso ad nutum ricevuto dalla propria mandante?
Essendo il rapporto a tempo indeterminato, purtroppo può fare poco, poiché ognuna della parti può recedere unilateralmente dal contratto. A tutti i colleghi che si rivolgono alla nostra organizzazione sindacale suggeriamo di verificare che effettivamente sussistano gli elementi e i presupposti sul piano giuridico-normativo per impugnare la revoca. Di solito, nel momento in cui il consulente conferisce il mandato al nostro sindacato, interveniamo attivando tutte le fasi previste dalla normativa di legge, dall’impugnativa presso ULP alla elaborazione delle spettanze previste dal contratto e dagli accordi collettivi, fino a fornire l’assistenza legale qualora non vi siano margini di trattativa, per poi agire in giudizio.   

Cosa potrebbero o dovrebbero fare le società mandanti prima di arrivare al taglio unilaterale della posizione lavorativa di un consulente finanziario?
Credo che perdere un consulente che ha dimostrato coerenza ed impegno nel dare il massimo della sua attività professionale sia un grave errore per l’intermediario. Una risorsa qualificata che viene tagliata fuori dal sistema, infatti,  produce distorsioni e instabilità alle relazioni industriali e al mercato, che è sempre più concentrato e competitivo.  Non si può ricondurre tutto alle masse di raccolta, ed invece va posta l’attenzione sui vari interventi di riqualificazione mirata e di sostegno al consulente, mediante tutti i possibili strumenti di supporto, dalla tecnologia ai nuovi modelli di finanza comportamentale

Secondo lei, le mansioni amministrative scaricate negli anni dalle banche sulle reti commerciali hanno un valore economico e, quindi, andrebbero retribuite al consulente? Se sì, in che modo?
Purtroppo, con il recepimento delle stringenti direttive comunitarie e di tutti gli adempimenti normativi a cui sono obbligati gli intermediari, è stato facile scaricare alcune funzioni di carattere amministrativo sui consulenti finanziari, avendo questi l’obbligo regolamentare di responsabilità nella identificazione e profilatura del cliente, nell’antiriciclaggio e in materia di privacy, non dimenticando la formazione obbligatoria ricorrente. E’ sufficiente leggere in modo analitico le obbligazioni in capo al consulente, descritte nel mandato, per rendersi conto che tali funzioni manifestano pianamente i contenuti dell’attività di lavoro subordinato. A titolo di esempio, tali attribuzioni di competenze sono state ampiamente considerate, con il riconoscimento di una retribuzione fissa per il consulente con mandato di agenzia, nell’accordo sottoscritto nel 2013 dalle OO.SS. del credito con Banca Etica, e questo potrebbe essere un buon punto di riferimento.

Quali sono le responsabilità delle società mandanti in relazione al problema del ricambio generazionale della categoria?
Sulla questione sono intervenuto più volte; ormai è da tempo che se ne parla a destra e manca ma nessuno ha una proposta organica su come intervenire e dare concrete soluzioni a quello che oggi è un problema serio e che non riguarda solo il nostro settore. Sostengo, senza polemiche di sorta, che per affrontare in modo funzionale il problema di avvicinare i giovani alla professione di consulente finanziario necessita aprire un tavolo di confronto a livello politico ed istituzionale, coinvolgendo tutti gli stakeholder che hanno a cuore la continuità e la valorizzazione della professione. In termini di sostenibilità economica, per esempio, si potrebbero utilizzare le risorse già esistenti, come i consulenti senior che le mandanti vorrebbero tagliare per via dei portafogli sotto la media, i quali potrebbero benissimo fungere da tutor grazie alla propria esperienza sul campo.   

Qual è la stima di Federpromm sull’investimento finanziario necessario a formare da zero nuovi consulenti per assicurare il ricambio generazionale, e come andrebbero retribuiti?
Abbiamo calcolato che un azienda, per mettere in produzione un consulente ben qualificato, deve effettuare un investimento medio della durata di due anni e dal valore economico di circa 60-70mila euro. Senza considerare che, una volta che il nuovo consulente sarà formato, bisognerà fidelizzarlo onde evitare che diventi facile preda della concorrenza. Tutto ciò potrebbe essere regolato da un Accordo Economico Collettivo di settore che preveda anche i vari istituti contrattuali riservati a tale figure professionali, in modo da evitare le anomalie delle lettere integrative formulate da ogni singolo intermediario e da stabilizzare il sistema.  

Secondo lei, esistono i presupposti per intavolare un dialogo efficace con la partnership Assoreti/Anasf e trovare soluzioni durature ai problemi evidenziati prima?
Al momento non credo vi sia una forte sensibilità da parte di Assoreti e Anasf nel voler aprire un tavolo di confronto, soprattutto sul tema dei giovani, mentre confermo che come Federpromm- Uiltucs (quest’ultima firmataria dell’AEC applicato dalle mandanti) stiamo lavorando unitamente alla Federazione del credito e con la Uilca su come affrontare il problema del nuovo contratto coinvolgendo l’Associazione Bancaria Italiana. Recentemente siamo intervenuti ad un incontro informale con la dirigenza del gruppo Intesa per i problemi dei consulenti di Iwbank, e speriamo che questo sia di buon auspicio. Nel frattempo, rivolgo un invito a tutti i consulenti a sostenere Federpromm per partecipare in prima persona ad una imminente e necessaria stagione di riforme.

Reti del risparmio gestito, boom di raccolta e utili. Adesso niente più alibi sul ricambio generazionale

Dopo i risultati 2020 di raccolta e utili, Assoreti e le consociate non possono più tardare nell’avvio di un piano di investimento sul ricambio generazionale dei consulenti finanziari. Manlio Marucci: “Ci auguriamo un dibattito con Assoreti su questo tema, preannunciando che non verranno più accettati  nuovi tagli ai margini di ricavo dei consulenti”.

Fino a 15-20 anni fa, prima dell’era MiFID, la principale – meglio dire esclusiva – competenza distintiva richiesta ad un aspirante promotore finanziario era la capacità di attrarre un buon numero di clientela potenziale, possibilmente di buon livello, con la quale imbastire una relazione; e se il candidato era troppo giovane per essere credibile, c’erano i supervisori più “anziani” che intervenivano in affiancamento, accompagnando (letteralmente) il neo promotore presso il cliente prospect e colmando così il “vuoto di esperienza” che rendeva difficile la concessione di fiducia.

Poco prima dell’avvento della MiFID, la figura del supervisore, fondamentale per effettuare la formazione sul campo del nuovo collega e per ridurre al massimo l’avviamento commerciale del nuovo professionista, veniva eliminata al pari di quella del praticante, e le maggiori risorse finanziarie derivanti da quel taglio generalizzato venivano dedicate al reclutamento dei bancari operativi negli uffici titoli. Questi ultimi, infatti, assicuravano alle reti – nel frattempo quasi tutte trasformatesi in banche – l’arrivo di portafogli più consistenti in minor tempo, e soprattutto un accorciamento del “ciclo della fiducia” presso la clientela di livello medio-alto, difficilmente raggiungibile per un giovane consulente alle prime armi.

Oggi, con le reti concentrate da anni a far migrare dalla concorrenza consulenti esperti e con portafoglio, lo scenario che prevede la formazione sul campo di nuove leve è diventato quasi inconcepibile e, salvo sporadici esempi di un paio di reti che ci stanno provando, non c’è ancora la “volontà politica”, da parte di Assoreti e delle sue consociate, ad effettuare investimenti concreti e aumentare così la base dei consulenti, affiancando i giovani e i giovanissimi agli anziani che tra dieci anni andranno in pensione. L’età media dei consulenti, infatti, è molto elevata (circa 56 anni), e sembra che l’unico interesse delle mandanti sia quello di assicurare la futura concentrazione dei portafogli dei colleghi vicini all’uscita nelle mani professionisti appartenenti alla fascia d’età precedente (40-50enni). Ma così facendo, è evidente, tra 15 anni il numero dei consulenti attivi potrebbe crollare dagli attuali 33.000 a circa 12.000, con problemi di tenuta economica dello stesso Organismo Unico. Senza contare, a monte di tutto, la perdita di quella ricchezza collettiva che il giusto ricambio generazionale, invece, potrebbe trasmettere alle nuove generazioni di consulenti, assicurando loro – e all’economia italiana – altri decenni di prosperità.

Pertanto, grazie ai conti economici della mandanti gonfi di ricavi e di utili, non esiste più alcun alibi per non intervenire concretamente – senza operazioni “di facciata” – e garantire la costituzione di un meccanismo strutturale di ricambio generazionale della categoria. I soldi per farlo, a carico delle società aderenti ad Assoreti, ci sono. Infatti, le società mandanti italiane quotate in Borsa (Anima, Azimut, Banca Mediolanum, Banca Generali e Fineco) che operano nel settore del risparmio gestito o nella consulenza finanziaria, da sole, gestiscono una montagna di denaro e macinano utili e profitti per i loro azionisti. Recentemente, esse sono finite sotto la lente degli analisti internazionali, che ne hanno tessuto le lodi. Gli esperti di Goldman Sachs, per esempio, hanno alzato il rating sul titolo Banca Mediolanum da neutral a buy (cioè “comprare”), fissando il prezzo obiettivo a 8,7 euro contro il valore di circa 7,3 euro attuale. Gli stessi analisti americani si sono occupati di Banca Generali, sul cui titolo la casa d’affari statunitense ha fissato un rating buy (comprare) e un prezzo obiettivo di 32,7 euro (prezzo attuale circa 27 euro).

Bank of America-Merrill Lynch ha analizzato le prospettive delle reti di consulenti finanziari, promuovendo Azimut e attribuendo al titolo un rendimento complessivo del 24%, suddiviso tra rialzo futuro del prezzo delle azioni (+18%) e incasso dei dividendi (+6%). Gli analisti di Berenberg, invece, si sono concentrati su Fineco, stabilendo un prezzo obiettivo di 15,5 euro ed un margine di guadagno del 17% rispetto al rapporto prezzo-utile (PE) atteso nel 2021.

Manlio Marucci

Contattato da Patrimoni&Finanza, interviene sul tema Manlio Marucci, presidente di Federpromm. “a 12 anni dalla nascita del sistema MiFID, il bilancio per i consulenti finanziari è piuttosto sconfortante in termini di garanzie contrattuali ed economiche. Infatti, alla crescita di ricavi e utili delle mandanti non si è accompagnata, in proporzione assoluta, una uguale crescita del reddito dei consulenti, i cui margini di ricavo sono stati più volte rivisti al ribasso in questi anni sulla scorta dell’alibi di una maggiore raccolta”. “In un sistema economico sano, non si è mai visto che all’aumento dei ricavi e degli utili di sistema debbano corrispondere dei tagli al reddito delle risorse umane ivi impiegate. Dati alla mano, si potrebbe dire che i consulenti abbiano finanziato di tasca propria lo sviluppo economico complessivo delle proprie mandanti e, soprattutto dopo la crisi del 2008, abbiano sanato il loro conto economico, subendo anche il carico di mansioni amministrative prima eseguite dalle sedi e oggi evase, senza alcun corrispettivo, proprio dai consulenti”. “Alla luce dei dati di consuntivo 2020 sulla raccolta, non possiamo che auspicare l’apertura di un dialogo con ABI e Assoreti, al fine di evitare, da un lato, futuri attriti sui rispettivi rapporti di forza e, dall’altro, di avviare una nuova stagione di profondo rinnovamento che risolva, in primis, il problema urgente del mancato ricambio generazionale nella categoria”.      

Risparmio gestito e Consulenza Finanziaria: modelli industriali e rispettivi cicli di vita in completa antitesi

Quella dei consulenti finanziari è l’unica categoria produttiva al mondo capace di vedere diminuire, nel tempo, i propri margini di ricavo a fronte dell’esplosione della clientela e della domanda. Due modelli e due cicli di vita diversi tra loro, in cui uno sta “cannibalizzando” l’altro in nome della sua sopravvivenza.

Di Massimo Bonaventura

Viste sotto l’ottica “industriale”, quelle del Risparmio Gestito e della Consulenza Finanziaria sono due “industrie” che, in generale, gli addetti ai lavori tendono quasi a confondere tra loro, visto lo stretto legame commerciale tra banchereti e consulenti finanziari. In realtà, a molti sfugge che il mercato degli strumenti di risparmio gestito e quello della Consulenza Finanziaria sono ben distinti tra loro, ed ognuno di essi obbedisce a logiche e meccanismi completamente differenti.

In particolare, oggi il futuro della Consulenza Finanziaria e dei suoi professionisti risiede nella capacità che essi avranno di contrastare la sostanziale inattività delle reti nel mettere in campo seri programmi di ricambio generazionale, sul quale sembra non ci sia una volontà politica, almeno fino ad oggi.

In discussione c’è l’attuale modello industriale del Risparmio Gestito, che è pericolosamente ancorato alle caratteristiche proprie della fase di Maturità, mentre è evidente che le due MiFID, che non sono state capaci di rilanciare il sistema, adesso lo spingono verso una fase inarrestabile di declino.

In pratica, è come un cane che si morde la coda: per sopravvivere, i gruppi bancari proprietari delle reti diminuiscono periodicamente i margini di ricavo dei consulenti – ai quali peraltro vengono “scaricate” mansioni amministrative non retribuite – e garantiscono utili e stabilità al proprio conto economico, ma contemporaneamente non investono alcunchè sui giovani, i quali dovrebbero garantire il ricambio generazionale e la continuità nel tempo della categoria.

Continuando di questo passo, invece, sembra quasi che il vero obiettivo sia la scomparsa dei consulenti finanziari, da attuare a mezzo di una loro progressiva “disintermediazione” dai prodotti finanziari, grazie anche alla tecnologia online e alla sempre maggiore familiarità delle nuove generazioni di investitori-risparmiatori con gli strumenti online di gestione dei propri risparmi.

Lo studio del ciclo di vita in cui si trovano i due settori, poi, chiarisce ancora meglio il problema. Il settore del Risparmio Gestito si trova alla fine del suo ciclo di vita, e cioè in fase in declino, dal 2008, e spiace dire che a contribuire a questo cambio di rotta sia stata la politica europea della MiFID, calata dall’alto e creata al solo scopo di competere con il più efficiente sistema finanziario americano. Il settore della Consulenza Finanziaria, invece, si trova all’inizio del suo ciclo di vita. Si potrebbe dire che esso non sia ancora nato, e che la gestazione rischia di avere un esito infausto, con il “bambino” che rischia di non vedere mai la luce oppure, passatemi il termine, di essere “cannibalizzato alla nascita”. Infatti, senza ricambio generazionale non si può passare dalla fase di declino a quella di rilancio, ma garantire solo una gestione delle masse e della clientela fino alla scomparsa dal mercato, per raggiunti limiti di età, di oltre 20.000 consulenti.

I segnali di quella “volontà politica” di cui parlavamo prima, e cioè di rallentare il ricambio generazionale tra i consulenti – bloccando così il ciclo di vita della Consulenza Finanziaria – ci sarebbero tutti, e li vediamo ogni giorno leggendo le notizie di settore.  Qualche giorno fa, per esempio, il magazine Bluerating ha parlato di semplice “selezione naturale”  in merito all’azione di “pulizia” che “le mandanti hanno iniziato, chi prima chi dopo, revocando il mandato ai professionisti con portafogli sotto la media e poco dinamici. Questo processo è ormai assodato nelle reti più grandi e affermate sul mercato, mentre le reti di più recente costituzione, che devono ancora crescere, paiono più clementi. Tutto ciò si traduce in una selezione mediamente mirata ai consulenti finanziari con portafogli superiori alla media e in misura marginale verso i professionisti con portafogli minori, a meno che non siano associati ai (pochissimi) giovani di belle speranze”.

Qualche settimana fa, invece, i media specializzati hanno parlato del fenomeno dei bancari in esubero e della corsa delle reti ad acquisire il loro portafoglio clienti. Infatti, il calo degli sportelli può rappresentare l’opportunità per le società mandanti di guadagnare quote di mercato a scapito dei colleghi bancari, che in base alle ultime rilevazioni Assogestioni gestiscono il 70% del patrimonio dei fondi comuni complessivamente collocati in Italia (ai consulenti finanziari il rimanente 30%). Sul punto era intervenuto anche Manlio Marucci, segretario di Federpromm-Uiltucs, secondo il quale “nei prossimi anni si porrà il problema vero del ricambio generazionale e la riqualificazione e formazione di tutto il personale…Troppe contraddizioni sono presenti sul tema, e se queste non vengono affrontate organicamente si rischia il collasso anche a livello delle stesse società di collocamento”.

La verità inconfessabile, però, è un’altra: i bancari in esubero sono circa 25.000, e quelli capaci di “migrare” clientela presso un rete di consulenza finanziaria (tranne rari casi) non sono giovani, ma alle soglie della pensione o giù di lì. Pertanto, ci si troverebbe di fronte ad una “infornata” di nuovi professionisti con una età media superiore ai 55 anni, perfettamente in linea con quella attuale dei 33.000 consulenti attivi e che tanti dubbi genera sulla continuità, entro i prossimi 7-10 anni, dell’intera categoria.

Inoltre, sui bancari di cui il sistema-filiale sta cercando di liberarsi, sussistono molte domande ancora senza risposta:  

  1. Quanti di loro potrebbero avere le caratteristiche per diventare consulenti finanziari?
  2. Quanti di loro erano dedicati alle relazioni con la clientela e alla consulenza agli investimenti?
  3. Perché le reti, anziché investire sui giovani, stanno dirigendo le proprie attenzioni sui più costosi ex bancari, peggiorando il quadro del ricambio generazionale?

In tempi difficili per tutti – e quindi anche per le famiglie-clienti – si dovrebbe investire nella continuità di lungo periodo, affinchè la fase di declino lasci il posto a quella del rilancio. Non sembra questa la direzione in cui si stia procedendo.

Fenomenologia di una crisi di rappresentanza e tutela sindacale per i consulenti finanziari

Di Manlio Marucci*

L’assenza di segnali di crescita del numero di consulenti finanziari attivi negli ultimi 10 anni è un dato privo di logica industriale, a meno che non si ammetta che le politiche di reclutamento che si sono convenientemente limitate a “pescare” risorse umane all’interno del sistema non sia la causa della potenziale scomparsa dell’intera categoria entro i prossimi 10-15 anni.

Circa sei anni fa (esattamente il 14 ottobre 2014), pubblicavo un articolo nel quale scrivevo che le complesse dinamiche alla base dei rapporti tra consulenti finanziari e reti di distribuzione dei prodotti di case terze erano già impostate, sul piano giuridico-normativo, sulle modificazioni apportate dai legislatori allo scopo di far  prevalere la trasparenza del mercato e soprattutto la tutela del cliente. Nel medesimo articolo, scrivevo anche che mentre le società mandanti (banche e reti) affinavano i loro piani strategici per mantenere o aumentare le loro posizioni dominanti e le quote di mercato, la funzione svolta dai consulenti finanziari veniva del tutto dimenticata, e trattata alla stessa stregua di una “appendice di comodo” al servizio delle reti di collocamento, priva di ogni elementare tutela sindacale.

In quei tempi, i mezzi di comunicazione amplificavano già i risultati raggiunti nel tessuto produttivo italiano dalle reti di collocamento in termini di crescita economica, di rappresentanza, di qualità dei servizi di consulenza offerti ai risparmiatori e di masse gestite, proprio come oggi; e come oggi nessun risalto veniva dato alla circostanza che tali risultati sono attribuibili grazie al lavoro dei consulenti, al loro impegno professionale, alla costante valorizzazione del loro rapporto fiduciario con la clientela. Tutto questo, come sei anni fa, viene mortificato sempre di più con la riduzione dei margini commissionali, a volte anche significativi, con l’applicazione dei nuovi parametri dettati dalla normativa MiFID II.

Un paradosso dei paradossi: mentre da un lato si richiedono ai consulenti più impegni, più formazione, più responsabilità e più obblighi sul piano degli adempimenti normativi, dall’altro invece si è assistito ad un peggioramento del loro tenore di vita e di crescita economica; un mix di contraddizioni che ha determinato, dal 2014, l’uscita di centinaia di risorse umane per le quali non sussistevano più le condizioni oggettive di mantenere il proprio status ed il livello di benessere riconosciuto dai media.

In particolare, sono diminuiti ancora di più gli spazi negoziali con gli intermediari, e sono aumentati  i ritmi di lavoro nel rispetto degli adempimenti imposti dalla regolamentazione. Sono aumentati anche i costi ricorrenti (previdenza, formazione obbligatoria, tasse per l’OCF, spese di ufficio etc), mentre il conto economico dei soggetti abilitati non ha fatto che crescere, anche a seguito di fusioni, incorporazioni e acquisizioni che hanno determinato un dominio assoluto nel gestire la gran massa del risparmio delle famiglie italiane

La consistenza dei consulenti abilitati, sulla carta, è pari a 53.299 professionisti, ma quelli attivi con mandato sono molti meno (33.965). Nel 2011, il totale era di 54.581 iscritti all’Albo, con 34.347 mandati attivi, ed il patrimonio totale delle reti di consulenza finanziaria fuori sede era pari a circa 230 miliardi di euro. Oggi (fine maggio 2020), siamo vicini ai 600 miliardi di euro, e ciò dimostra che il modello di business si è rafforzato, ma a fronte di una sostanziale stabilità del numero degli addetti.

In considerazione dei dati di raccolta (triplicati in nove anni), qualunque modello microeconomico avrebbe prodotto un aumento anche degli addetti; ed in particolar modo il modello di consulenza finanziaria italiana, che certamente non può essere vittima di “robotizzazione delle relazioni e dei processi”, come accade nella catena di montaggio di una fabbrica.

L’assenza di segnali di crescita del numero di consulenti attivi, pertanto, è un dato privo di logica industriale, a meno che non si ammetta che le politiche di reclutamento che si sono convenientemente limitate a “pescare” risorse umane all’interno del sistema non sia la causa della potenziale scomparsa dell’intera categoria entro i prossimi 10-15 anni.

Rinviando l’analisi dei soggetti su cui far ricadere “le colpe” – non sono pochi, anche dal lato degli stessi consulenti finanziari, ma non c’è più temo per i processi – sarebbe opportuno promuovere un tavolo permanente (ed urgente) che prenda a cuore le sorti della professione. Un tavolo in cui i consulenti devono far sentire la propria voce, e far valere sindacalmente il proprio ruolo senza alcun timore reverenziale verso le mandanti.

Diversamente, l’età media dei professionisti continuerà a crescere ed il ricambio generazionale non sarà più possibile, al contrario di ciò che i “soloni” dell’alta finanza dicono quotidianamente, strombazzando i propri risultati economici.

Si tratta di cominciare, tutti insieme, una nuova esperienza, quella concretamente sindacale, che le organizzazioni lobbistiche di categoria non hanno mai consentito di avviare. Nessuna di queste, però, ha mai pensato che, se scompaiono i consulenti, muoiono anch’esse.

Forse è il caso che ci riflettano.

* Segretario nazionale di Federpromm – Uiltucs

 

Consulenti Finanziari e ricambio generazionale, il nuovo art. 11 di Assoreti è un’illusione. Estinzione più vicina?

Il nuovo sistema “olistico” vagheggiato da Assoreti non sembra essere utile a risolvere il problema del ricambio generazionale dei consulenti finanziari. Senza investimenti delle società mandanti, l’onere della formazione dei giovani professionisti ricadrà inevitabilmente sui consulenti anziani.

Guardando al mondo della consulenza finanziaria, esistono dei numeri che spaventano – o, in teoria, che dovrebbero spaventare (in questo caso il condizionale è d’obbligo) – l’industria del risparmio gestito, ossia quelli relativi all’età media degli iscritti all’albo dei consulenti finanziari abilitati fuori sede, e soprattutto al loro progressivo invecchiamento.

Come già scritto di recente in questo magazine, i dati non lasciano spazio all’interpretazione. Infatti, negli ultimi dieci anni:

– i professionisti della finanza con meno di 30 anni di età sono diminuiti del 51% (una ecatombe),

– quelli tra i 30 e i 40 anni sono diminuiti del 63%,

– il numero di quelli tra i 40 e i 50 anni ha subito un decremento del 21%.

Al contrario, quelli tra i 50 e i 65 anni di età sono aumentati rispettivamente del 57%. Contestualmente, il numero dei  consulenti facenti parte di questa fascia d’età è diminuito, nei dieci anni presi in considerazione, di 3.735 unità, confermando ciò che è sotto gli occhi di tutti (anche di ANASF, che solo di recente sembra essersene accorta): manca il naturale ricambio generazionale, e così facendo il sistema rischia di consolidare solo il lavoro degli “anziani”, che prima o poi (per raggiunti limiti di età), lasceranno a chissà chi – probabilmente al sistema stesso, ripulito degli “scomodi” consulenti finanziari – un patrimonio di clientela, utili economici ed esperienza quarantennale.

Perché siamo portati a definire i consulenti finanziari, con triste ironia, come “scomodi”? Semplice: lo sono davvero, per il sistema bancario tradizionale. Essi, mentre migliaia di sportelli chiudevano i battenti, hanno raddoppiato le masse gestite, aumentando la loro quota di mercato dal 5,2% del 2008 al 12,2% del 2018. Il numero complessivo dei loro clienti, poi, è cresciuto del 22% e l’occupazione di settore del 26%. Nonostante ciò, però, i loro margini di ricavo vengono costantemente ridotti (sia dal sistema che dalle mandanti, a partire dal 2008), e questo rappresenta un controsenso difficilmente interpretabile se non con l’esigenza delle banche di risanare i propri conti economici a spese delle reti.

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Del resto, negli stessi dieci anni ha chiuso il 37% delle banche ed 8.000 sportelli, e molti oggi si affrettano ad attribuire frettolosamente la colpa di questo trend alla crisi iniziata nel 2008 ed alla tecnologia digitale, come se la miopia dei top manager bancari di tutto il mondo (Italia compresa), la loro sete di utili “ad ogni costo”, la loro diffusa incompetenza e la politica dei mega-stipendi (anche quelli, ad ogni costo) non abbiano avuto la parte più importante in questa debacle economico-finanziaria.

All’interno di questo scenario, il testo del nuovo articolo 11 sull’autonomia del consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede (contenuto nel rinnovato Codice di Comportamento di Assoreti) è stato salutato come una grande conquista per via della sua portata, del tutto ipotetica, sul problema del ricambio generazionale.  Testualmente, esso recita  “Le associate (……..), per favorire il ricambio generazionale fra i consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede, e per ottimizzare la relazione con i clienti, acconsentono a forme di collaborazione non societaria fra due o più consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede per la prestazione dei servizi di assistenza e di consulenza ai medesimi clienti, sulla base del mandato conferito individualmente a ciascuno di essi”. L’articolo in questione, quindi, non parla della creazione di società, ma della possibilità di organizzare gruppi di lavoro (collaborazione non societaria ) che lavorino su uno stesso portafoglio di clienti, al fine di dare loro una offerta di servizio più ampia per via della specializzazione di ciascun consulente in un area specifica. Si tratterebbe, pertanto, di un team di lavoro intorno al quale, per esempio, graviteranno un consulente esperto di asset allocation, un altro di credito alle famiglie, un altro ancora specializzato in attività bancarie di impresa ed un consulente esperto in servizi assicurativi. In questo modo, si potrebbe offrire ai clienti una consulenza c.d. “olistica” (dal greco olos, che significa tutto, intero), erogata da un team capace di mettere insieme professionisti con competenze differenti, ai quali viene demandato l’accordo sulle regole per condividere la gestione del cliente e la remunerazione che deriva dai servizi specifici.

Patrimonials e Millennials

Tutto molto bello, è giusto ammetterlo; come ciò possa essere utile a risolvere il problema del ricambio generazionale, però, rimane un mistero. Infatti, non si vede come un giovane alle prime armi, la cui esperienza e competenza è prossima allo zero, possa aiutare gli altri consulenti del team (soprattutto quelli già avviati e con esperienza) a massimizzare il servizio, a meno che non si intenda scaricare sui consulenti “anziani” – come accade nel modello di business americano, a cui il rinnovato art. 11 pare si ispiri – i costi della formazione di quelli nuovi, a cui poi cedere il portafoglio clienti quando i primi andranno in pensione.

Questo meccanismo, del tutto simile a quello grazie al quale le società mandanti hanno scaricato in capo alle reti commerciali molte delle mansioni amministrative di elaborazione dei contratti, comporterebbe un risparmio notevole per l’industria del risparmio gestito, in termini di (mancati) investimenti. Pertanto, se le banche-reti non allenteranno i cordoni della borsa e decideranno di non investire sulle nuove leve, i team di consulenti nati sulla scorta dell’art. 11 del codice Assoreti cercheranno di fare accordi esclusivamente con i colleghi più esperti e, soprattutto, di mettere insieme il loro patrimonio di contatti già esistenti; i giovani di primo pelo, senza contatti e senza esperienza, verranno “rimbalzati” all’esterno, e avranno poche chance di fare ingresso nel mondo della consulenza finanziaria, che oggi appare gravato da barriere all’entrata così alte da far pensare che tanto “autolesionismo” non sia proprio frutto del caso.

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Consulenti finanziari, gli “anziani” valgono 500 mld di raccolta e 10 mld di fatturato: a chi andrà questa ricchezza?

Mentre i consulenti finanziari continuano a creare valore in borsa per le società, la sensazione generale è che si voglia imprimere una data di scadenza all’intera categoria dei non autonomi. Bufi (ANASF): “c’è un tema di sostenibilità della professione”.

Editoriale di Alessio Cardinale*

Secondo un vecchio ma sempre attualissimo luogo comune, esiste la possibilità che un evento particolare, o una serie di eventi tra di loro collegati, possano costituire “l’eccezione che conferma la regola”. Quale regola? Quella secondo cui, appunto, a tutto c’è una eccezione. Adattando questo principio al mondo del risparmio e delle banche, potremmo affermare che la professione di consulente finanziario sta morendo (regola), ma va alla grande (eccezione).

Al di là dell’apparente controsenso, la faccenda sta proprio in questi termini, tanto da costringere ANASF, per bocca del suo presidente Maurizio Bufi, a dire che “….bisogna investire sui giovani professionalizzati, bisogna valorizzare tutto ciò che ruota intorno all’accesso alla professione (…), bisogna sostanzialmente che le società si convincano che il ricambio generazionale va fatto non perché lo dice ANASF,  va fatto perché c’è un tema di sostenibilità della professione”.

La terminologia utilizzata da Bufi va analizzata bene: egli non parla di “futuro”, oppure di “prospettive”, ma di “sostenibilità della professione”, e cioè  della possibilità che la categoria possa implodere su se stessa e scomparire perché, appunto, non più sostenibile.

Detto da ANASF, visti gli errori commessi fino ad oggi, è piuttosto preoccupante.

I sintomi di questo scenario ci sono tutti. Infatti, nonostante la crescita sostenuta della raccolta (portafoglio medio passato da 19,8 a 26 milioni negli ultimi cinque anni), il numero dei professionisti del risparmio sta diminuendo. Secondo i dati dell’OCF (l’Organismo di vigilanza e tenuta dell’albo unico dei Consulenti Finanziari), il numero di consulenti iscritti è pari a circa 55.000, ed è sceso di ben 12.000 unità dal 2002 (quando erano 67.000). Nessuno si lasci ingannare, poi, dal mini trend positivo inanellato dal 2013, quando gli iscritti erano poco più di 51.000: l’aumento di quasi 4.000 unità è dovuto massimamente all’ingresso di ex bancari tra le fila dei consulenti, e non di neofiti con i quali assicurare il ricambio generazionale della categoria oggi (finalmente) vagheggiato da ANASF.

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In considerazione della congiuntura (tassi negativi) favorevolissima alla raccolta gestita, quindi, negli ultimi cinque anni si è persa l’occasione di formare nuovi consulenti che, grazie ad una ritrovata formazione sul campo (supervisori in affiancamento commerciale, quanto ci mancate!), avrebbero costruito un proprio portafoglio e costituito un “serbatoio” di colleghi più giovani a cui i più anziani, una volta arrivati alle soglie della pensione, avrebbero potuto cedere il proprio portafoglio, rendendo così sostenibile la visione del futuro dell’intera categoria.

Ci si chiede perchè nulla di tutto questo sia stato fatto. Infatti, il cosiddetto ricambio generazionale si persegue facendo coesistere soggetti giovani, ai quali trasmettere conoscenza e clienti, con soggetti di provata e durevole esperienza; senza reintrodurre il praticantato e tagliando fuori i consulenti con masse inferiori a 10 milioni di euro, l’unica cosa che si ottiene è assicurare alle società mandanti la fidelizzazione dei quasi 20.000 consulenti con portafoglio “storico”, rinviando al futuro – ammesso e non concesso che se ne abbia davvero l’intenzione – la soluzione del problema di dover garantire la presenza dei nuovi professionisti, pronti a prendere il posto degli “anziani” per conservare le masse amministrate.

Le statistiche confermano queste conclusioni.  Infatti, in base ai dati forniti da OCF, l’età media dei consulenti finanziari attivi (35.000 su 55.000) è superiore a 50 anni per il 56,7% del totale degli iscritti. Ciò significa che quasi 6 professionisti attivi su 10 (esattamente 19.845) hanno di fronte, mediamente, 11-12 anni di lavoro prima della pensione. Inoltre, in considerazione della loro lunga presenza nel mercato, è ipotizzabile che il loro portafoglio sia almeno pari alla media Italia (26 milioni pro capite), il che porterebbe le masse complessivamente amministrate da questa specifica sotto-categoria di consulenti  a circa 500 miliardi di euro, per un fatturato lordo a sistema di 10 miliardi l’anno (di cui 2,5 miliardi l’anno sono il monte provvigioni complessivo dell’insieme di questi professionisti di lungo corso).

Ebbene, chi erediterà questa ricchezza nel 2032, ipotetico anno di pensionamento di questi consulenti anziani, se le società mandanti non avranno investito per tempo nelle nuove leve?  Forse qualcuno sta pensando di “disintermediare” gradualmente la gestione delle masse dei clienti per rendere sostenibile il proprio conto economico, sacrificando l’esistenza in vita dei consulenti?   

Maurizio Bufi, tramite quello che a molti è sembrato un vero e proprio “avviso pubblico agli interessati”, ha affermato a Repubblica che “…. bisogna sostanzialmente che le società si convincano che il ricambio generazionale va fatto….”, non lasciando molto spazio all’interpretazione: secondo Bufi le società mandanti non sono convinte che sia necessario adottare un nuovo modello di business, che preveda azioni concrete per permettere il ricambio generazionale. La sensazione generale, pertanto, è che si voglia imprimere una data di scadenza all’intera categoria dei consulenti finanziari abilitati fuori sede.

Bisogna dire che l’attuale scenario è grottescamente contraddittorio. Infatti,  i consulenti finanziari, nonostante grosse nubi si addensino sul loro futuro, continuano ad attribuire valore alle società mandanti. Mentre i loro margini di guadagno si riducono da dieci anni, la produttività aumenta e il valore delle banche-reti vola in borsa. Quest’ultimo fenomeno  (aumento della produttività e del portafoglio medio, e mancata espansione numerica degli iscritti effettivi) può significare una sola cosa: il settore è entrato in una fase “guidata” di declino irreversibile dell’attuale modello di business, caratterizzata da una riduzione strutturale dei margini e da una pressione normativa che aumenta  il tempo dedicato al lavoro “improduttivo” (compliance e mansioni amministrative non retribuite) e diminuisce quello da dedicare alla relazione ed allo sviluppo commerciale. Di conseguenza, il consulente dedica meno tempo anche alla formazione, e non riesce ad abbracciare compiutamente gli altri ambiti professionali (protezione del patrimonio, passaggio generazionale, gestione del patrimonio immobiliare) che dovrebbero assicurare la sua trasformazione in consulente patrimoniale quando il sistema avrà finalmente codificato (se mai lo farà) questi nuovi servizi.

Su tale scenario, alimentato da una vasta campagna mediatica sulle magiche virtù dei c.d. robo-advisor, esiste un largo consenso politico, e questo amplifica il senso di preoccupazione dei circa 15.000 professionisti attivi ancora lontani dalla soglia della pensione.

Dice benissimo Bufi, quando afferma che “….se una professione vuole avere un futuro, non può basarsi sul passaggio da genitori a figli: bisogna investire sui giovani professionalizzati, bisogna valorizzare tutto ciò che ruota intorno all’accesso alla professione, quindi praticantato e tirocinio (…),  lavorare molto con le università, prevedere corsi di laurea breve ad hoc…”.

Peccato che lo stia gridando solo adesso.

* Direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

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