Giugno 16, 2026
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L’economia mondiale cambia troppo velocemente. Ci attende un futuro alla “Blade Runner”?

Come nel celebre film di Ridley Scott, l’economia iper-tecnologica e i profondi cambiamenti della geografia umana accelerano la velocità di sviluppo delle innovazioni e aumentano il rischio di effetti collaterali per la qualità di vita.

Il mondo sta cambiando più velocemente che mai. Con miliardi di persone iper-connesse tra loro in una rete globale senza precedenti nella storia dell’Umanità, la Rivoluzione Digitale consente una diffusione quasi istantanea e senza attriti di nuove idee e innovazioni.

La Rete combina questa estrema connessione con i dati demografici in rapido cambiamento, spostando valori e atteggiamenti, creando crescente incertezza politica e, contemporaneamente, progressi esponenziali nella tecnologia.

Solo un cieco potrebbe non vedere i cambiamenti in corso, ed è chiaro a tutti che il prossimo decennio si appresta a diventare quello che segnerà una trasformazione storica nella Società Mondiale.

Allora, come possiamo impostare le vele della nostra nave per sfruttare le opportunità offerte da questo mare di cambiamenti?

Non senza difficoltà. La più evidente è quella di non essere in grado di interpretare le enormi quantità di dati disponibili sui cambiamenti del mondo. Per questo motivo, sta aumentando esponenzialmente la diffusione di video, capaci come sono di utilizzare la narrazione visiva per rendere le informazioni più accessibili e veloci.

I temi principali su cui il cambiamento si distribuisce vanno dallo spostamento della geografia umana all’evoluzione infinita del denaro; in mezzo, una immensa area di contenuti e informazioni alle quali è quasi impossibile stare dietro. Se proprio volessimo fare esercizio di sintesi, potremmo elencare alcune direttrici principali, ad ognuna delle quali sono collegati diversi sotto-gruppi di informazioni.

L’invasione tecnologica – Per la maggior parte della storia economica, le aziende leader a livello mondiale si sono sempre focalizzate sulle strategie di sviluppo industriale. Pionieri come Henry Ford e Thomas Edison hanno innovato nel regno fisico escogitando nuovi modi per riorganizzare la produzione ed il godimento di beni e servizi (rispettivamente la catena di montaggio per le auto e la lampadina a incandescenza per l’illuminazione). Di conseguenza, le aziende hanno investito enormi quantità di capitale per costruire fabbriche fisiche, pagare migliaia di lavoratori e costruire queste “cose”. Anche la maggior parte delle grandi società sono state costruite in questo modo: IBM, General Electric, Walmart e Ford sono solo alcuni esempi. Ma la realtà aziendale di oggi è molto diversa. Viviamo in un mondo di byte, e per la prima volta la tecnologia e il commercio si sono scontrati in un modo che rende i dati molto più preziosi degli oggetti fisici e tangibili. Ne è testimonianza il successo di aziende come Apple, Amazon e Microsoft, le quali hanno soppiantato in valore le tradizionali blue chips che costruiscono cose fisiche. Infatti, l’invasione tecnologica sta sfruttando la connettività, gli effetti di rete e l’intelligenza artificiale per creare piattaforme globali con cui è quasi impossibile competere. L’invasione tecnologica, per esempio, ha già preso il controllo della vendita al dettaglio (Amazon) e della pubblicità (Google e Facebook), e presto primeggeranno anche in altri settori come la Sanità, la Finanza e l’istruzione.

L’evoluzione del denaro – Nel mondo moderno, la definizione di denaro è più sfocata che mai. Le banche centrali, a seguito della grande crisi finanziaria del 2008, hanno optato per creare miliardi di dollari di valuta dal nulla, e oggi si fa strada la tecnologia blockchain, capace di creare le c.d. criptovalute. Indipendentemente da ciò che è denaro e cosa non lo è, le persone ne prendono in prestito quantità record: il mondo ha accumulato oggi 247 trilioni di USD di debiti, di cui 63 trilioni presi in prestito dai governi centrali:

La distribuzione della ricchezza – il panorama della ricchezza sta cambiando. Amazon e Apple valgono oltre 1 trilione di dollari, Jeff Bezos ha una fortuna di oltre 100 miliardi di dollari e l’attuale mercato al rialzo è il più lungo della storia moderna. Questa crescita continuerà? E se sì, da dove verrà?

Promesse orientali – L’ascesa economica della Cina è stata una storia avvincente per decenni, ma fino ad oggi siamo stati in grado di vedere solo un’anteprima di ciò che la superpotenza orientale sarà in grado di realizzare nei prossimi anni su una scala sconcertante per molti. Infatti, la Cina ha oltre 100 città con oltre 1.000.000 di abitanti. Queste città, molte delle quali sconosciute ai più, hanno ciascuna economie impressionanti costruite su fabbriche, produzione di risorse naturali o economia dell’informazione. Ad esempio, il delta del fiume Yangtze – una singola regione che contiene Shanghai, Suzhou, Hangzhou, Wuxi, Nantong, Ningbo, Nanchino e Changzhou – ha un PIL pari a 2,6 trilioni di USD, che è più dell’Italia.

Accelerazione del progresso tecnologico – Parlando di progresso tecnologico, il tasso di cambiamento sta diventando sempre più veloce. Ogni anno porta in grembo sempre più progressi tecnologici rispetto a quello precedente, confermando la validità di teorie come la legge dell’accelerazione dei rendimenti ipotizzata da Ray Kurzweil già decenni fa.

Non solo la velocità del cambiamento sta diventando più veloce, ma per vari motivi i mercati sono in grado di adottare più rapidamente le nuove tecnologie. Infatti, i nuovi prodotti possono raggiungere milioni di utenti in pochi mesi, come è successo con il gioco Pokémon Go, che nel 2017 ha accumulato 50 milioni di utenti in soli 19 giorni. Per fare un paragone, le automobili ci misero 62 anni a raggiungere quella cifra, il telefono 50 anni e le carte di credito 28 anni.

La rivoluzione verde – Non è un segreto che la nostra civiltà sia nel mezzo di uno spostamento sistemico verso fonti di energia più sostenibili. Studi autorevoli dimostrano che, negli ultimi due secoli e mezzo, l’energia che utilizziamo per alimentare lo sviluppo non è stata permanente o statica nel corso del tempo. Pertanto, con la velocità con cui la tecnologia oggi si muove, ci si deve aspettare che le nostre infrastrutture energetiche si evolvano a un ritmo ancora più intenso di quanto abbiamo sperimentato prima.

Geografia umana mutevole – I dati demografici globali cambiano sempre, ma l’ondata di marea della popolazione nei prossimi decenni ridisegnerà completamente l’economia globale. Nei paesi occidentali e in Cina, le popolazioni si stabilizzeranno a causa dei tassi di fertilità e della composizione demografica. Nel frattempo, nel continente africano e in tutto il resto dell’Asia, le popolazioni in forte espansione, combinate con una rapida urbanizzazione, si tradurranno nella crescita di megalopoli che potranno contenere fino a 50 milioni di persone. Entro la fine del 21° secolo, l’Africa da sola potrebbe contenere almeno 13 megalopoli più grandi di New York:

Le relazioni commerciali internazionali – Basandosi sul consenso degli economisti sul libero scambio, i paesi di tutto il mondo hanno costantemente lavorato per rimuovere le barriere commerciali fin dal secondo Dopoguerra. Oggi, però, sembriamo intrappolati in un paradosso commerciale in cui i politici si dichiarano favorevoli al libero scambio, ma spesso agiscono nella direzione opposta. La dimostrazione di ciò è data dalla guerra commerciale tra USA e Cina, o dai continui stop ai nuovi trattati commerciali internazionali, bloccati (tra i molti motivi) dalle nuove tendenze protezionistiche degli stati.

La conclusione di tutta questa analisi è logica: poiché le nuove tecnologie vengono create a un ritmo sempre più rapido, e vengono adottate a velocità record dai mercati, è corretto affermare che il futuro potrebbe arrivare a un ritmo vertiginoso, con tutto il suo portato di possibili controindicazioni e contraddizioni sociali: sovrappopolamento di alcune aree geografiche continentali e natalità negativa di altre, conseguenti migrazioni di massa (quelle di oggi nell’area del Mediterraneo sono solo un assaggio di ciò che succederà nei prossimi 10 anni…), inquinamento dell’aria che respiriamo, scarsità di cibo e continua ricerca di metodi di produzione aumentata delle colture di base, estremo divario nella distribuzione della ricchezza mondiale, ed altri “effetti collaterali”, che fanno sembrare il futuro più prossimo del tutto simile a quello vagheggiato nel visionario (a quei tempi) mondo del film “Blade Runner”.

Come affrontare questo futuro così incerto e quasi scontato, dipende dalla capacità dell’attuale élite economica, ancora troppo affascinata dalle ipotesi di crescita senza conseguenze, di mettere da parte i piani di sviluppo tradizionali, aggiornandoli con la semplicità di un ragioniere: minori risorse nei settori che creano i problemi, e maggiori in quelli che li risolvono, rendendo gradualmente obsoleti i primi.

Tutto questo, evitando di pensare ai replicanti e alle macchine volanti.

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Banche e reti, la tecnologia guida le nuove professioni. Un futuro da consulenti digitali?

L’intelligenza umana continuerà a superare quella delle macchine ancora per molto tempo, ma l’aumento della tecnologia migliorerà l’esperienza dei clienti.

Sembra lontana un secolo l’epoca in cui i consulenti – promotori a quel tempo – viaggiavano con la valigetta piena zeppa di moduli “pronti all’uso”, da compilare e poi scaricare alla segreteria del proprio ufficio per la spedizione. Al resto, ossia alla verifica delle firme e della correttezza della compilazione, ci pensava la sede, mentre la copia-cliente era l’unica prova dell’investimento per il risparmiatore, prima che arrivasse via posta (dopo un mesetto) la tanto sospirata conferma per via postale. Oggi, invece, la tecnologia applicata dalle aziende alla relazione commerciale con i clienti si sta facendo strada un tutti i settori, anche in quello delle banche-reti, dove il contatto visivo/fisico tra consulenti e investitori (soprattutto quelli di età over 50) è ancora un caposaldo di solidità e continuità nel rapporto professionale.

Non ci sorprende, pertanto, che i professionisti della finanza possano procedere all’identificazione dei propri clienti attraverso sessioni audio/video protette, relazionandosi con loro “a distanza”, grazie ad un sistema che garantisce la cifratura del canale di comunicazione audio/video e l’identificazione chiara dell’interlocutore, registrando e conservando l’intera sessione dopo aver ottenuto il consenso del cliente alla privacy. Allo stesso modo, non è una novità che tutta questa tecnologia, ed i processi ad essa collegati, debbano essere progettati, creati, aggiornati ed infine gestiti da risorse umane che entrano a pieno titolo nel novero delle nuove professioni legate al mondo bancario.

Secondo un recente rapporto di HSBC (“Human Advantage: The Power of People”) l’intelligenza umana continuerà a superare quella delle macchine ancora per molto tempo, ma l’aumento della tecnologia migliorerà l’esperienza dei clienti, soprattutto di quelli appartenenti alla fascia dei c.d. millennials. In sintesi, l’intelligenza artificiale non sostituirà l’intelligenza umana, ed il segreto del successo delle banche risiederà nella loro capacità di mescolare la migliore tecnologia con il sapere delle persone”.

Relativamente alle nuove competenze richieste dal mondo bancario e finanziario, HSBC prevede che in futuro saranno importanti sei ruoli, e più precisamente quelli di:

Mixed Reality Experience Designer, ossia di colui che sovrappone i dati nel mondo fisico per creare personaggi o oggetti immaginabili e localizzarli nello spazio fisico come se fossero reali. Questo nuovo ruolo si adatta meglio a chi possiede competenze in design estetico, marchi, esperienza dell’utente e meccanica 3D.

Algorithm Mechanic, che ha il compito di supervisione degli algoritmi necessari ad ottimizzare l’esperienza del cliente bancario nel suo rapporto con la macchina. Questo ruolo richiede competenze nella gestione del rischio, nella progettazione dei servizi e nell’educazione finanziaria, piuttosto che nella competenza tecnologica.

Conversational Interface Designer, il quale aiuta a sfruttare al meglio i c.d. chatbot vocali e di testo, e supervisiona la costruzione di interfacce per sorprendere piacevolmente. Questo ruolo richiede un mix di abilità creative e linguistiche.

Universal Service Advisor, ossia colui che combina la conoscenza del prodotto e del dominio con un’eccellente “comunicazione empatica” con i clienti. Ciò richiede un buon livello di conoscenza delle principali tecnologie di comunicazione, comprese le prestazioni in un ambiente virtuale.

– Il Digital Process Engineer analizza, assembla e ottimizza i crescenti flussi di lavoro derivanti dalla crescita esponenziale delle informazioni da gestire ed archiviare, massimizzando la produttività e minimizzando l’attrito.

– Il Partnership Gateway Enabler monitora e aiuta a gestire la complessa rete di relazioni che nasce dai nuovi modelli di business, e garantisce che le prestazioni siano conformi alle normative.

Secondo Tom Cheesewright (di Applied Futurist, coautrice del rapporto insieme ad HSBC) mentre le macchine continueranno ad assumere maggiore importanza nei processi più “robotici”, una maggiore enfasi verrà data alle nostre risorse “più umane”, come la curiosità, la creatività e l’empatia: Grazie a queste, per fortuna, continueremo a distinguerci dalle macchine.

Sempre secondo il rapporto di HSBC-Applied Futurist, l’apprendimento permanente e la necessità di migliorare le competenze dei dipendenti diventeranno essenziali durante tutto il periodo in cui ci sarà carenza, come adesso, di candidati qualificati nelle discipline digitali. Pertanto, si prevede un aumento degli investimenti, da parte delle banche-reti, in risorse umane e nel loro sviluppo personale, le quali dovranno abituarsi a vedere tutto attraverso un “obiettivo digitale”, cambiando la propria mentalità ed offrendo un’esperienza migliore ai clienti.

Se non è chiaro, si tratta di una vera rivoluzione del lavoro nel mondo delle banche e delle reti di consulenza, che irrimediabilmente segnerà la necessità di un aumento delle competenze degli stessi consulenti nelle discipline digitali.

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Educazione finanziaria “di genere”? No, grazie. Il confronto prevalga sulla esaltazione delle differenze

Con quali modalità le istituzioni economiche mondiali intendono riequilibrare il benessere individuale tra i generi, senza correre il rischio di creare privilegi a beneficio di uno e a danno dell’altro?

Editoriale di Alessio Cardinale*

Uno spettro si aggira tra le istituzioni finanziarie mondiali, un po’ nascosto dietro le trame della politica internazionale (cioè quella che poi incide sull’economia reale). Questo fantasma si chiama “parità economica di genere” e,  come avrete notato soffermandovi sulla denominazione, questa manca del termine “opportunità”.

La differenza non è soltanto lessicale. Infatti, la definizione di “parità di opportunità economiche di genere” individua una società ideale dove tutti, uomini e donne, abbiano uguali strumenti per raggiungere l’eccellenza in tutti i campi, compreso quello economico: libero accesso all’educazione e alla formazione, alle professioni, ai diritti civili, uguali livelli salariali etc. In un siffatto modello sociale, ogni individuo, senza distinzione di sesso, raggiungerà livelli proporzionali all’impegno profuso e alle proprie abilità acquisite. Con il concetto di “parità economica di genere”, invece, si tenta di colmare il gap di opportunità delle donne utilizzando una sorta di “quota rosa” dell’economia, e cioè uno strumento di equilibrio esclusivamente quantitativo, deciso dall’alto, idoneo a creare una artificiale accelerazione dei processi di parificazione (quelli che, in genere, richiedono anche decenni di storia); tutto ciò a totale detrimento della meritocrazia che, in Economia e negli affari – perdonate la franchezza – vale molto più dell’attrezzatura che portiamo sotto gli abiti.

In estrema sintesi, con il primo modello, cioè quello delle opportunità economiche, si dice (in questo caso alle donne) “ti do le stesse opportunità di carriera e di ricchezza degli uomini, in base ai tuoi meriti ed al tuo impegno“; con il secondo (quello della parità economica tout court), si dice “ti dò la stessa carriera e la stessa ricchezza degli uomini“, a prescindere dalle capacità personali e solo per via dell’appartenenza al genere politicamente corretto.

A parte l’aberrazione sociale di siffatto metodo redistributivo, ci si chiede come sia possibile realizzare il secondo modello, a parità di ricchezza globale, senza sottrarne una parte a chi, tra gli individui di genere maschile, se l’è guadagnata e la detiene. 

Nonostante queste riflessioni piuttosto elementari, negli ultimi due anni, di pari passo alle benvenute (quando non realizzano odiosi privilegi) politiche sociali woman oriented, si è sviluppato un vigoroso apparato ideologico a sostegno di quello che appare invece come un pericolosissimo tentativo di forzare la mano all’Economia nei suoi fondamenti, con e le sue leggi e i suoi modelli che qualcuno vorrebbe mutare a beneficio di un solo genere.

Richiamandoci alla storia economica contemporanea, i modelli capitalistici (quelli che tutti noi studiamo all’università), prima ritenuti pressocchè immutabili, sono stati messi a dura prova dall’improvvisa evoluzione di quello cinese, il quale, in un certo senso, ha messo in crisi i dogmi macro-economici europei e americani degli anni ’80 per via del successo decretato dall’intervento diretto della politica post-maoista (l’ex modello comunista) sull’economia di stampo capitalistico. Uno tsunami, per il pensiero degli economisti, a cui il mondo si è abituato, nonostante quello cinese sia un popolo ancora soggiogato dalla dittatura di un partito e del suo segretario, dove l’arricchimento della classe imprenditoriale cinese fa rima con la compressione dei diritti umani (circa 2.500 esecuzioni capitali ogni anno in Cina) e delle libertà civili.

Ebbene, che collegamento c’è tra il modello semi-capitalistico cinese e la battaglia (silenziosa, ma ancora per poco) per la “parità di genere economica”? Uno solo: il metodo, quello che prevede un intervento incisivo della politica (e delle ideologie che la sostengono) sull’Economia mediante l’adozione di leve e meccanismi differenti da quelli tradizionalmente usati per riequilibrare le disparità sociali, ossia la politica monetaria e quella fiscale. Infatti, non è un caso che, da qualche tempo, alcune grosse istituzioni economiche come il World Economic Forum sostengono che investire sulle donne, sul loro benessere, sui loro salari, sulla loro salute e istruzione, sui servizi alle famiglie ci renderebbe tutti più ricchi.

Come non essere attratti da simili affermazioni? Nel mondo occidentale, nessuno deve poter affermare che investire sulle competenze delle donne sia una cosa sbagliata. Serve, però, capire con quali modalità le istituzioni economiche mondiali intendono investire per riequilibrare il benessere di un solo genere, senza correre il rischio di creare privilegi a danno dell’altro. Inoltre, ci si dovrebbe chiedere se tale  principio non nasconda, da parte di alcune formazioni politiche che si auto-definiscono progressiste, l’intento di creare una “parità artificiale”, non sorretta dai necessari principi meritocratici che sono alla base dello sviluppo economico di ogni paese.

In Italia, per esempio, abbiamo già sperimentato come l’aumento, puramente quantitativo, delle donne in Parlamento, avvenuto grazie all’affermazione graduale dei principi di equità alla base delle c.d. quote rosa, non abbia determinato affatto l’attesa “elevazione qualitativa” della classe politica nazionale, ed anzi dobbiamo riconoscere che le parlamentari inserite dai partiti in occasione delle elezioni si siano rivelate, salvo pochissime eccezioni, assolutamente ininfluenti (se non anche scarsamente capaci) e poco avvezze a superare la visione partitocratica dello Stato ed a gestire bene la Cosa Pubblica, al pari della stragrande maggioranza dei parlamentari uomini.

Eppure, il World Economic Forum (molto ascoltato anche dai politici italiani) continua a propinare una sorta di “nuova ideologia” basata sul concetto che i governi guidati da donne sono più democratici, egualitari, pacifisti e meno corrotti; pensano di più all’ambiente, all’istruzione e in generale alle politiche sociali.

In buona sostanza, un insieme di luoghi comuni sconfessati dai fatti.

Secondo il WEF, inoltre, una maggiore partecipazione delle donne alla politica e alla direzione di piccole e grandi imprese aumenterebbe la ricchezza di tutti, e la parità di genere sarebbe strettamente correlata al prosperare delle economie e delle società, comportando dividendi economici significativi anche in termini di PIL. A sostegno di questa tesi, Il WEF sciorina anche dei dati: la parità di genere economica potrebbe aggiungere ulteriori $ 250 miliardi di dollari al PIL del Regno Unito, 1.750 miliardi di dollari a quello degli Stati Uniti, 550 miliardi ai giapponesi, 320 miliardi di dollari alla Francia, 310 miliardi al PIL alla Germania, mentre la Cina potrebbe vedere un aumento di 2,5 trilioni di dollari. Il mondo, inoltre, nel suo complesso potrebbe aumentare il PIL globale di 5,3 trilioni di dollari entro il 2025 (ossia, in un orizzonte temporale di soli 6 anni), se solo riducesse di appena il 25% il divario uomo/donna nella partecipazione economica.

Come ciò si possa verificare, a parità di PIL e di risorse, in soli 6 anni, questo il WEF non lo spiega, limitandosi a sterili enunciazioni di principio, tipiche della prevalenza di posizioni politiche ed ideologiche su quelle economiche e pratiche, sulle quali invece si reggono le fortune (e le sfortune) del mondo. Infatti, a parità di PIL e risorse, l’unico modo per realizzare gli enunciati del WEF non è quello di “affiancare” le donne agli uomini in nuovi ruoli dirigenziali all’interno del mondo imprenditoriale, bensì quella di “sostituire” la classe dirigente maschile con quella femminile. Pertanto, si tratterebbe di una politica sorretta da una ideologia chiaramente suprematista, che non tiene in nessuna considerazione i criteri meritocratici, con i quali la maggioranza delle donne invece accetta di misurarsi, e mira a scalzare le figure maschili solo in virtù del loro genere politicamente scorretto.

Una posizione inaccettabile, a ben vedere, che non ha niente a che fare con l’obiettivo di riequilibrare le possibilità di carriera delle donne (quelle meritevoli), e che mira al superamento stesso delle politiche di pari opportunità per mezzo della creazione di un privilegio assoluto dettato dall’appartenenza al genere corretto.

Il naturale portato di questa ideologia – uno dei tanti – è quello dell’ “educazione finanziaria di genere”, in base alla quale, secondo la Banca Mondiale delle Donne, è necessario ridurre il divario nell’accesso ai servizi finanziari e nell’emancipazione economica femminile. In sintesi, secondo il rapporto annuale della Women’s World Banking, non può esserci inclusione e consapevolezza di genere del proprio peso, decisionale e economico, senza un’educazione finanziaria mirata, dedicata solo al genere femminile.

Come se quello della emancipazione finanziaria sia un problema solo femminile, e non tocchi neanche i milioni di uomini privi di qualunque alfabetizzazione sui temi della finanza più elementare.

Anche in questo caso, quindi, le legittime rivendicazioni provenienti da alcuni dei più grandi paesi del mondo (Bangladesh, Egitto, India, Indonesia, Messico e Nigeria, dove vive oltre il 50% delle donne che non ha accesso al credito e a un conto bancario) vengono utilizzate per nascondere enunciati di principio di chiara matrice suprematista. La stessa WWB, per esempio, sostiene che se la finanza sta diventando più responsabile è merito delle donne, le quali sarebbero più propense agli investimenti sostenibili e attente ai loro effetti di lungo termine. Altri luoghi comuni, dunque, che non chiariscono affatto l’utilità di dover ripensare l’educazione finanziaria «tradizionale», quella cioè basata sullo studio degli argomenti finanziari più complessi (es. il calcolo degli interessi) senza coinvolgere necessariamente entrambi i generi a partire, per esempio, dall’età scolastica primaria e secondaria.

A meno che non si pretenda di tornare, per favorire l’educazione finanziaria di genere, alle classi separate per sesso fin dalla scuola materna.

In definitiva, istituzioni come la WWB propongono un cambio di paradigma per mezzo del raggiungimento di obiettivi di apprendimento che sembrano riservati solo alle donne: come esse possano investire, oppure usare il proprio smartphone per gestire i risparmi, le spese familiari o le attività e imprese economiche in maniera differente rispetto agli uomini.

Si tratta di un approccio che, anziché alimentare il confronto tra i generi e favorire uno scambio di competenze e valori, mira solo alla futura supremazia di un genere a discapito dell’altro. Un approccio di potere, quindi, da cui la futura Europa dei popoli deve difendersi per evitare di ricadere, dopo decenni di sostanziale pace sociale, in una strumentale ed eccessiva esaltazione delle differenze tra uomo e donna in cui, per via dell’asprezza di tale dibattito in molti ambiti della Società, si potrebbe individuare l’anticamera di nuovo antisemitismo di genere.

*Editore e direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

Millennials e consulenti finanziari, un rapporto difficile. I giovani investitori costretti ad utilizzare app e piattaforme digitali

Il modello tradizionale di addebito delle commissioni, basato sulle masse amministrate, rende i clienti più giovani poco attrattivi per i consulenti. Allora, a chi deve rivolgersi oggi un millennial per le sue esigenze finanziarie?

Oggi, in Italia, le quote di mercato del risparmio sono suddivise in maniera netta e inequivocabile: 12% ai consulenti finanziari (sia non autonomi che indipendenti), 12% alle poste, 76% alle banche tradizionali. Il primo, in particolare, sembra inaccessibile ai millennials, e per il futuro non si intravede una soluzione al problema senza sfruttare la tecnologia.

Per capire meglio le dimensioni della questione, mettiamoci nei panni di uno dei 6 milioni di millennial italiani, e immaginiamo di essere uno di loro, mentre facciamo i primi passi importanti nella carriera; è il momento migliore per pensare di comprare la nostra casa o di sottoscrivere un fondo pensione o un programma di accumulo per un acquisto futuro. Pertanto, potremmo pensare di rivolgerci ad un consulente finanziario ma……quale consulente è disponibile per un cliente come un millennial, senza risparmio già accumulato ma con bisogni e necessità come tutti gli altri?

In Italia i consulenti raramente rifiutano di incontrare un cliente giovanissimo e senza risparmio (anche perché egli avrà certamente dei genitori “patrimonials” a cui rivolgersi in seguito), ma questa disponibilità non durerà ancora a lungo. Già oggi, per esempio, nel Regno Unito nessun consulente finanziario accetta di lavorare per i millennials, i quali sono così costretti a rivolgersi a singoli brokers per specifiche esigenze, frammentando con estremo disagio la platea dei propri interlocutori. In Italia, la situazione non è molto diversa, ed il concetto di “fare numero” è già stato sostituito da tempo da quello di “fare massa”, possibilmente attraverso clientela con patrimonio consolidato e di buona entità. Pertanto, a meno che un giovane investitore non abbia uno stipendio elevato, una grande eredità o sia all’inizio di una carriera potenzialmente redditizia, è probabile che il consulente non sia in grado di guadagnare in maniera soddisfacente, ed è altrettanto probabile che gli dedicherà poco tempo.

Non è una questione di “cinismo professionale”, ma una sorta di selezione naturale indotta dal modello retributivo di reti e consulenti, calcolato sulle masse, e dalle politiche di marketing delle banche-reti, rivolte oggi quasi esclusivamente alla clientela “di pregio” che consente – ancora per quanto? – di realizzare ricavi adeguati. Infatti, le modalità tradizionali di addebito delle commissioni al cliente – noto nel settore come modello ad valorem – rende i clienti più giovani e asset-light poco attrattivi.

Alla luce di queste considerazioni, a chi deve rivolgersi oggi un millennial per ricevere assistenza riguardo le sue esigenze finanziarie?

Da qualche tempo vengono in aiuto nuovi servizi digitali, con i quali si tenta di colmare il “divario di consulenza” tra clienti patrimonials e clienti più giovani, e alcune di questi sono così innovativi, eleganti e convenienti, che potrebbero far temere per la tenuta della professione di consulente tradizionale per il futuro imminente. Stiamo parlando di Internet, naturalmente, e delle piattaforme di consulenza online, le quali stanno venendo incontro alle sempre più pressanti richieste provenienti dai millennials in materia di finanza.

Il motivo di tanto fervore innovativo è rintracciabile nelle previsioni di sviluppo di questo segmento di investitori, il quale è previsto in aumento numerico esponenziale nel prossimo decennio. In Italia, la sostanziale scomparsa della classe media e la decrescita sostenuta del reddito disponibile delle famiglie hanno causato, negli ultimi quindici anni, la mancata creazione di nuovo risparmio e, relativamente al mercato dei servizi finanziari, hanno aumentato a dismisura il numero dei clienti ritenuti oggi “meno interessanti” (da 100.000 euro in giù) dalle banche-reti. I millennials, poi, si collocano all’interno di una fascia ancora inferiore (tra 0 e 50.000 euro di risparmio), e quindi hanno serie difficoltà a farsi prendere sul serio da un consulente navigato e alla ricerca di masse che compensino la continua diminuzione dei margini di ricavo a cui le reti commerciali sono state costrette dal 2008 ad oggi.

Tutto ciò ha notevoli conseguenze anche sul futuro della professione di consulente. Infatti, i consulenti finanziari che ricadono nella fascia d’età 30- 40 anni dovranno affrontare una vera e propria sfida per trovare la loro “prossima generazione” di clienti, una volta che quella dei patrimonials (i genitori dei millennials, nella fascia di età over 65) si sarà esaurita per intervenuti limiti di vita. Probabilmente, il modello economico basato sulle masse dovrà lasciare il posto a quello basato sul servizio e sulla parcella, il quale oggi trova un muro invalicabile nel vincolo di mono-mandato a cui devono sottostare i consulenti finanziari. In tal senso, il modello anglo-sassone (che dà al consulente autonomo la possibilità di occuparsi direttamente delle operazioni di acquisto presso qualunque banca “depositaria”) è certamente più avanzato del nostro.

Così, i millennials hanno trovato nelle piattaforme di investimento fai-da-te, letteralmente esplose negli ultimi tre anni, un contenitore di servizio dove poter gestire le proprie esigenze legate al denaro, sviluppando, insieme alla dimestichezza nell’uso della tecnologia, l’idea che si possa investire con successo anche senza il supporto di un consulente. I gestori patrimoniali digitali online (come Moneyfarm) oggi invitano gli aspiranti investitori a presentare il loro orizzonte temporale di investimento e le loro opinioni sul rischio, suggerendo loro il miglior fondo di investimento. Questo approccio rappresenta esattamente ciò che vuole un millennial, il quale cerca soluzioni semplici a quesiti altrettanto semplici: come accumulare, quale mutuo scegliere, quali commissioni pagare…il tutto in tempo reale, con poca spesa e senza interagire eccessivamente con qualcuno.

Peraltro, nel corso dei prossimi 20 anni, i millennials italiani erediteranno circa 5 miliardi di euro dai baby boomers: a chi verranno affidate queste masse, frazionate tra vari eredi? Non esiste nessuna ricerca di questo tipo, ma ci viene in aiuto una ricerca inglese (condotta da Kings Court Trust) secondo la quale un quarto dei beneficiari di eredità si è immediatamente allontanato dai consulenti dei genitori o dei nonni, portando via, in media, circa 300.000 sterline presso le banche tradizionali per operare in autonomia. Il restante 75% di ereditieri, in tutta probabilità, apprezzerà ancora il “tocco umano” del consulente per interagire con il mondo della finanza, anche perché, secondo la stessa ricerca, molti dei giovani investitori si dichiarano spaventati all’idea di andare su un sito Web finanziario, rispondere ad alcune domande automatizzate e vedersi addebitare la propria carta di credito per una consulenza che potrebbe essere stata erogata anche da un c.d. Robo-Advisor.

Di contro, rispetto ai colleghi britannici, i consulenti italiani rimangono ancora “umani” e si rivelano amichevoli, professionali e disposti ad aiutare le giovani generazioni. Ma non sappiamo quanto a lungo durerà, perchè i punti critici rimangono, e sono i costi, la convenienza e il tempo. Pertanto, anche per i millennials italiani, la soluzione sembra essere quella di usare una combinazione intelligente di app, piattaforme di investimento e presenza umana (simpatica ed efficace) di tanto in tanto.

Chi ha già intravisto questo cambiamento, tra i consulenti, si attrezzi in fretta ad investire sul proprio sito web.

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Regno Unito, gli investitori vogliono “le 3 T” dal proprio consulente finanziario. E in Italia?

Sondaggi, statistiche e note di colore provenienti dalle più interessanti ricerche giornalistiche del Regno Unito condotte in piena epoca MiFID II. Analogie con l’Italia e aneddoti in salsa british

Tratto da un articolo di Nick Shepherd (FT)

A parte la differenza linguistica (e la Regina), Italia e Inghilterra hanno molti punti di contatto quando si parla di consulenza in servizi finanziari. Quello inglese, senza dubbio, è un mondo più variegato, ma alcuni sondaggi condotti sulla clientela british hanno rivelato sorprendenti similitudini in relazione alla reputazione di cui i consulenti finanziari godono presso la clientela. Prima di introdurre l’argomento, sarà bene fare una breve panoramica su come si svolge il servizio di consulenza di investimento nel Regno Unito.

Nel mondo anglosassone, a parte le reti di distribuzione di prodotti finanziari remunerate con commissioni, sono molto presenti e apprezzati i consulenti autonomi, che hanno già una “storia” notevole rispetto all’Italia e sono preferiti a quelli non autonomi. Di conseguenza, le banche accettano di accoppiare, al servizio di collocamento di strumenti finanziari, la consulenza su base indipendente quale servizio a valore aggiunto, all’interno di un modello di servizio che prevede una sorta di cooperazione fra tre figure professionali differenti e autonome: cliente, banca depositaria e consulente (o advisor).

Questo modello comporta benefici per ognuna delle figure che ne fanno parte. Infatti:

– il cliente sceglie personalmente la banca di sua fiducia presso la quale depositerà il denaro in custodia;

– il cliente sceglie il consulente a cui affidare la gestione del proprio patrimonio depositato in quella banca;

– il consulente opera in piena tranquillità ed indipendenza, senza conflitto di interesse e senza vincoli commerciali di alcun tipo, nel rispetto di un contratto di gestione di portafoglio;

– la banca depositaria, in qualità di custode, ha una funzione di controllo sull’operatività e sulla buona diligenza del consulente;

– Il consulente controlla che la banca esegua le disposizioni impartite dal cliente secondo le condizioni ed i tempi concordati.

Il modello anglosassone, a ben vedere, elimina anche il conflitto di interessi, escludendo ogni forma di retrocessione dalle società prodotto ai consulenti che scelgono di operare in modo indipendente; in più, consente al consulente autonomo di avere la certezza dell’esecuzione degli ordini nei tempi previsti, che così ricade sempre sotto il suo controllo (come in Italia, solo che la banca non è una semplice depositaria, ma una mandante).

Relativamente alla parcella, questa viene pagata direttamente dal cliente al consulente sotto forma di commissione di gestione del portafoglio, pattuita contrattualmente entro certi minimi e massimi, oppure periodicamente, a seconda dell’entità del patrimonio amministrato e della durata del servizio.

Quando è stato chiesto di nominare le qualità più richieste in un consulente finanziario, i lettori del Financial Times non hanno avuto dubbi, convergendo quasi tutti sulle “tre T”: Trasparency, Trust and Tailored (trasparenza, fiducia e servizio su misura).

La risposta è arrivata da oltre 300 lettori, di cui oltre i due terzi di essi stavano già pagando servizi di consulenza finanziaria. In cima alla lista dei loro desideri c’è la trasparenza sulle commissioni. In particolare, il 7% dei lettori inglesi confessa di non sapere quanto stia pagando per i consigli del consulente, mentre una percentuale maggiore (18%) contesta il livello delle commissioni che vengono loro addebitate e il modo in cui queste vengono applicate. La pratica diffusa di addebitare commissioni ad valorem – in cui i consulenti prendono una percentuale sul valore delle attività gestite ogni anno – è stata particolarmente dibattuta. Alcuni lettori, infatti, si sono concentrati sugli aspetti della comunicazione sul tema (“le commissioni dovrebbero essere espresse in sterline, non in percentuale”), mentre altri hanno posto l’attenzione sulla partecipazione del consulente al risultato finale, mostrando preferenza sulle commissioni di performance e non su quelle basate sul valore del portafoglio totale. Altri, ancora, si sono lamentati dalle scarse capacità di relazione e attenzione dei consulenti verso i clienti, i quali lamentano la pratica delle due riunioni di revisione l’anno, considerate poco coinvolgenti.

Circa un terzo dei lettori che hanno partecipato al sondaggio del FT ha confessato di non avere una buona opinione sui consulenti che lavorano su base non indipendente, e con una gamma limitata di opzioni di investimento, dichiarando il proprio disagio verso la “consulenza basata sulle commissioni per l’acquisto di determinati prodotti“. Anche per i consulenti inglesi non indipendenti, pertanto, la direttiva Mifid II comporta una maggiore trasparenza sulle commissioni ed un momento di trasformazione per tutto il settore.

In sintesi, il tipo di servizio che molti lettori britannici hanno detto di voler ottenere è fatto essenzialmente di sei elementi fondamentali: fiducia, chiarezza, creatività, onestà, indipendenza e buone capacità di ascolto. Oltre a questi, alcuni partecipanti hanno dichiarato di voler andare oltre la consulenza sugli investimenti, desiderando parlare di Arte e di Filantropia, ma anche di affari e degli investimenti non finanziari che possano dare ai propri figli la possibilità di arricchirsi.

Ritornando alle statistiche fuoriuscite dal sondaggio, il 38% dei lettori ha dichiarato di essere “molto soddisfatto” del rapporto qualità-prezzo del proprio consulente, mentre il 41% si è dichiarato “soddisfatto” del livello delle tariffe e poco più del 13% ha ritenuto di non ottenere un buon rapporto. Sebbene il 43% dei lettori non abbia mai cambiato il proprio consulente, qualsiasi evento che possa portare a una perdita di fiducia li spingerebbe a farlo. Quasi un terzo dei lettori senza un consulente finanziario ha indicato nella mancanza di fiducia e nelle scarse esperienze passate le ragioni per cui ne stanno lontani.

Quello della fiducia è un elemento ricorrente. Da un sondaggio effettuato dall’Autorità di vigilanza sulla condotta finanziaria (FCA), si è scoperto che solo il 39% degli adulti del Regno Unito si fida di consulenti finanziari, e che il meccanismo su cui si basa il successo dei consulenti è essenzialmente il passaparola o la raccomandazione personale di un membro della famiglia, un collega o un altro professionista di altra categoria. Allo stesso modo, la maggior parte dei consulenti ha descritto i referral (passaparola) come il loro modo principale di trovare clienti.

Non mancano, infine, le cosiddette note di colore nella ricerca condotta dal FT, che ha chiesto ai consulenti finanziari di raccontare le domande più strane, gli obiettivi di spesa più bizzarri e le richieste più insolite in cui si erano imbattuti nella loro carriera. Si va da un cliente fanatico della moda ansioso di “liquidare parte del suo portafoglio per aggiornare il suo guardaroba” a un cercatore di tesori che voleva “trasformare il suo intero portafoglio in oro fisico“. Alcuni clienti, poi, si aspettano molto in cambio delle commissioni che pagano: a un consulente è stato chiesto “puoi portare le mazze da golf di mio figlio dall’altra parte della città per me?“, mentre altri hanno riferito esperienze di gestione del conflitto coniugale dei loro clienti. Un cliente felicemente sposato insisteva sul “non dire a mia moglie quanti soldi ho, lei li spenderà tutti“, mentre un altro chiedeva come “nascondere le risorse a un partner che tradiva” (richiesta rifiutata dal consulente). Un consulente ha dovuto spiegare la matematica di base a una cliente divorziata con un patrimonio dal valore di 8 milioni di sterline, in un classico caso in cui l’ex marito pagava e controllava tutto, quindi da sola lei non era in grado di comprendere il valore del denaro e dei beni.

Per ultimo, le storie toccanti di gentilezza umana. Rob Roberts, pianificatore finanziario di The Chester Partnership, ha raccontato come una coppia abbia lasciato un lascito testamentario sostanziale all’agente di viaggio di fiducia, che aveva trovato un hotel a Lanzarote dove la coppia si era recata in vacanza romantica ogni anno per un decennio.

Per i suoi apprezzati sforzi, l’agente ha ereditato 300.000 sterline.

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Tutela del patrimonio familiare e vincolo di destinazione: maneggiare con cura. Revocatorie sempre in agguato

Il vincolo di destinazione diviene pienamente efficace trascorsi cinque anni dalla sua trascrizione. Finalità, buona fede e precisione sono elementi fondamentali per fronteggiare un’azione revocatoria in tribunale.

Il vincolo di destinazione è la traduzione, prevista dal nostro Ordinamento, della volontà di un soggetto che intenda vincolare un immobile o un bene mobile registrato a beneficio di una persona meritevole di tutela. In particolare, la qualifica della persona non ha alcuna importanza, prevedendo tale istituto giuridico la prevalenza della finalità che con il vincolo del bene si intende garantire al beneficiario.

Le caratteristiche di quest’ultimo, infatti, contano molto: più la persona può considerarsi un soggetto debole (es.: portatore di handicap, soggetto anziano con basso reddito, cinquantenne senza più occupazione né titoli di studio), più la finalità di tutelarla mediante il vincolo sul bene e sui suoi frutti è efficace, determinando la difficoltà – e spesso l’impossibilità – dei creditori di poter aggredire quella parte di patrimonio così vincolato.

Ma è sempre così? Non esattamente.

Innanzitutto, in tutti i casi in cui il creditore (es. la banca che ha concesso un mutuo per l’acquisto o la ristrutturazione di quell’immobile che si vuole vincolare) si ritiene pregiudicato dalla costituzione del vincolo sul bene, può agire esecutivamente (articolo 2929-bis Codice Civile) procedendo al pignoramento, senza dover chiedere prima la revocatoria ordinaria, a condizione che il vincolo sull’immobile non sia stato apposto oltre un anno prima dell’inizio della esecuzione (fa fede la data del precetto di pagamento).

Tutela del patrimonio

Inoltre, così come per il fondo patrimoniale, il vincolo di destinazione diviene pienamente efficace trascorsi cinque anni dalla sua trascrizione alla Conservatoria dei registri immobiliari. Pertanto, il creditore potrà aggredire l’immobile, tramite azione revocatoria ordinaria, per cinque anni dalla data di perfezionamento del vincolo, ma dovrà riuscire a dimostrare che il vincolo è stato apposto al fine di sottrarre il bene alla sua esecuzione. A ben vedere, si tratta di un “processo alle intenzioni” che il creditore farà bene ad azionare nei momenti immediatamente successivi all’apposizione del vincolo, dal momento che le sue deduzioni sull’intento fraudolento del debitore si indeboliscono inesorabilmente (sebbene non perdano efficacia) con il trascorrere dei cinque anni.

In ogni caso, l’elemento fondamentale di questo istituto giuridico è quale sia il fine meritevole di tutela. Sul punto, i notai, ossia i soggetti che dovrebbero in prima istanza valutare la meritevolezza del fine, si sottraggono generalmente dal farlo, scaricando sull’istitutore del vincolo ogni responsabilità e limitandosi a verificare che il fine non sia contrario alla legge.

In generale, al fine di suggerire delle elementari linee guida sullo strumento del Vincolo di Destinazione, secondo la dottrina più diffusa il fine non deve essere “vago” (es. soddisfare le esigenze abitative del nucleo familiare) e deve essere di natura solidaristica e/o di carattere sociale (es. nei casi di un bene di interesse artistico quello di salvaguardare il patrimonio culturale). Negli ultimi anni, però, la pratica si è discostata dalla dottrina, rivelando la diffusione di vincoli destinatori perfezionati sulla base del semplice vantaggio che il beneficiario trarrebbe dal vincolo (es. vincolare un immobile al figlio neo-maggiorenne fino al raggiungimento della sua indipendenza economica), in ciò mettendo a rischio il bene ogni qual volta un giudice deve decidere sulla efficacia dell’atto su una eventuale istanza dei creditori.

Un altro aspetto da tenere in attenta considerazione è quello della eventuale simulazione azionata dal debitore: il bene vincolato deve essere oggettivamente destinato alla finalità solidaristica di cui dovrà godere il beneficiario, e qualunque ”confusione” in merito alla effettiva destinazione (es. il professionista che appone un vincolo sull’immobile a favore del figlio portatore di handicap ma continua ad avere lì il proprio studio) costituirà motivo di nullità del vincolo.

Infine, è bene precisare che il vincolo “a sé stessi”, mancando dell’elemento della terzietà, è da considerarsi nullo.

Più efficaci, invece, i vincoli istituiti a favore dei figli minori nei casi di separazione dei coniugi. Così si è pronunciato il Tribunale di Reggio Emilia (sentenza n. 299/2015), ritenendo valido, in luogo dell’assegno da corrispondersi all’ex coniuge per il mantenimento dei figli, l’apposizione di un vincolo a loro favore per l’utilizzo del medesimo e dei suoi frutti. Il giudice ha ritenuto che i figli in questo modo erano maggiormente garantiti rispetto alla corresponsione dell’assegno.

In conclusione, affinché il vincolo di destinazione regga alle censure del giudice, occorre che:

a) l’interesse sia meritevole;

b) lo scopo perseguito deve essere specifico e lecito;

c) i mezzi destinati allo scopo dovranno essere congrui rispetto all’interesse perseguito.

Rispetto a quest’ultimo punto, vincolare una grande villa padronale con parco e piscina potrebbe non reggere alle istanze dei creditori neanche se a dover essere tutelato è persino una persona portatrice di handicap.

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La “Scienza di Beppe”. Sul Fatto Quotidiano un articolo al vetriolo contro i consulenti finanziari

Marucci (Federpromm): “Il prof. Scienza dovrebbe fare più attenzione prima di avanzare formule dogmatiche  e strumentali nei confronti di una categoria professionale che con dignità, professionalità e serietà svolge quotidianamente il proprio lavoro nell’interesse dei risparmiatori e della trasparenza del mercato”.

Lo scorso 5 Agosto, in pieno periodo di ferie, a non pochi sarà sfuggito l’articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano (edizione cartacea e in abbonamento), a firma di Beppe Scienza, con il quale l’autore si scaglia contro l’intera categoria dei consulenti finanziari.

Chi è costui?

Ce lo dice lui stesso: “Sono un matematico e insegno all’Università di Torino. Dal 1976 mi occupo di risparmio e dal 1984 di previdenza integrativa. Ne “Il risparmio tradito” ho denunciato i danni causati da fondi e gestioni, ma anche le connivenze del giornalismo economico….. Pubblicista, dal 1984 ho collaborato a varie testate.…, ora solo al Fatto Quotidiano. Intervengo nel blog di Beppe Grillo sui temi del risparmio e della previdenza.”.

Pertanto, sarà certamente il suo autorevole curriculum ad averlo autorizzato a scrivere sul Fatto Quotidiano che “Bancari e promotori (…) finanziari le provano tutte per dissuadere i risparmiatori dal tenere i soldi fermi sul conto. Questo gli impedisce infatti di addebitargli commissioni, provvigioni, caricamenti ecc. Hanno perciò cercato di spaventarli col rischio del bail–in, poi con l’inflazione, quindi col rischio di fantomatici controlli fiscali sui conti non movimentati. Sono ricorsi pure alla mozione degli affetti: il denaro dev’essere investito per rilanciare l’economia, ridurre la disoccupazione, insomma per salvare la patria. Ma niente! Gli italiani bruciati da azioni e obbligazioni azzerate, certificati andati a picco e diamanti strapagati hanno mangiato la foglia.”.

Oltre a definirli provocatoriamente come “promotori”, secondo Scienza “…i sedicenti consulenti finanziari ne hanno pensata un’altra: bisogna mettere in fretta i risparmi in fondi comuni, per sfuggire a un’imminente imposta patrimoniale. Anche questa è una frottola…”.

In pratica, Beppe Scienza inventa – lui stesso – una frottola (quella secondo cui sarebbe attuale abitudine dei professionisti del risparmio terrorizzare i propri clienti prevedendo scenari da governo Amato) e la mette in bocca a quelli che, in barba alle norme che hanno reso possibile il cambio di denominazione, definisce “sedicenti” consulenti finanziari.

Tutto questo, naturalmente, senza portare prove a sostegno delle sue indagini e chiedendo ai lettori del Fatto di fidarsi della sua parola di insigne matematico.

Su questa enorme frottola, Scienza costruisce un articolo di bassa lega, che il Fatto Quotidiano gli pubblica probabilmente confidando sulla scarsità di lettori tipica del periodo vacanziero.

A noi, però, non è sfuggito.

Le conclusioni a cui la Scienza di Beppe giunge sono autenticamente folli anche per gli stessi risparmiatori: “liquidare senza indugio quanto tenuto in fondi comuni, polizze e gestioni varie e spostarlo su impieghi dove l’industria parassitaria del risparmio gestito non possa raschiare nulla. Riportarlo quindi su conti correnti e libretti, tassati al massimo 34,5 euro l’anno qualunque sia la cifra giacente, sui buoni fruttiferi postali o decisamente in banconote.”.

Con buona pace della pianificazione, degli obiettivi e degli impegni costruiti nel tempo dagli investitori, i quali dovrebbero seguire il pensiero unico di una persona che ha fatto di una industria con milioni di addetti un nemico da abbattere con ogni mezzo, anche quello più discutibile.

Interpellato dalla redazione di PATRIMONI&FINANZA, Manlio Marucci, Segretario Generale di Federpromm, dice “…meraviglia che un giornale serio come il Fatto Quotidiano dia spazio a tesi così formulate senza un processo di controllo che ne avvalori sia in termini quantitativi che qualitativi la portata delle argomentazioni esposte….

Manlio Marucci

Conosco Bebbe Scienza non come giornalista ma come matematico; tra l’altro sul suo sito (ilrisparmiotradito.it)  si può ampiamente vedere e capire la sua linea di pensiero e gli orientamenti politici che sono alla base delle sue azioni, molto spesso orientati a fomentare un clima di sfiducia ed arrembaggio  che diventa deterrente per i facinorosi della protesta. Non so a vantaggio di chi e a quali logiche risponda questa sua impostazione analitica dei problemi senza che abbiano un rigore metodologico basato sulla concreta realtà dei fatti e del lavoro svolto da seri professionisti quali i consulenti finanziari….”

Capire la complessità dei fenomeni che sottendono i vari strumenti monetari e finanziari e la sua organizzazione distributiva, le dimensioni e la portata di un mercato così articolato e difficile, credo siano argomenti seri a cui il prof. Scienza dovrebbe fare più attenzione prima di avanzare formule dogmatiche  e strumentali nei confronti di una categoria professionale che con dignità, professionalità e serietà svolge quotidianamente il proprio lavoro nell’interesse dei risparmiatori e della trasparenza del mercato. De te fabula narratur!”.

Tirando le somme, l’articolo del prof. Scienza (che non è nuovo a queste critiche durissime rivolte al mondo dei consulenti finanziari), al di là di convincere i lettori a sposare i suoi argomenti, rivela soltanto ciò che l’autore dell’articolo dovrebbe sapere bene, e cioè che gli attacchi scomposti ad una intera categoria di professionisti nascondono spesso motivazioni molto personali e poco obiettive.

Forse è il caso che Scienza le chiarisca, una volta per tutte.

(ac)

Per i consulenti finanziari un futuro da “impiegati”? Fineco: no al modello Azimut

Il peso delle mansioni amministrative ha già comportato per i consulenti abilitati fuori sede una profonda trasformazione verso il ceto impiegatizio. Il “modello Azimut” rimane isolato.

Mai come adesso è chiara la visione dei futuri scenari relativi alla sollecitazione del pubblico risparmio; nel senso che da oggi (forse anche “da ieri”) in poi si dovrà parlare di “sollecitazione del pubblico interesse alla consulenza”, ossia il servizio destinato, nella mente di chi ha voluto politicamente tutto questo, a sostituire nel lungo periodo il management fee, o a colmarne la prevista diminuzione, per il mondo dei consulenti, già da quest’anno.

A questo risultato si è giunti al culmine di un percorso che ha inizio nel 2008. E’ proprio allora che  i massimi vertici dell’U.E., in virtù di un disegno complessivo volto all’armonizzazione di tutti i processi all’interno dei paesi membri, hanno deciso di costruire attorno al mercato finanziario europeo una serie di regole che gli consentissero di rivaleggiare (se non addirittura di prevalere) con quello americano. Pertanto, negli ultimi dieci anni, il sistema di servizi che regola l’attività dei consulenti finanziari ha adottato sempre più sofisticati strumenti di controllo sulla loro attività e sulle caratteristiche dei risparmiatori, che vanno dagli obblighi di adeguata verifica alla necessità di catalogare i clienti all’interno di profili e categorie di rischio. Le due MIFID (quella del 2007, e quella entrata in vigore a gennaio 2018), poi, hanno preteso un livello di trasparenza tale da determinare una rivoluzione portatrice anche di effetti negativi sul conto economico degli operatori del settore, soprattutto in considerazione dell’impatto che la competizione tra società-prodotto sta avendo sui costi di gestione del risparmio gestito (e cioè, sulla maggior fonte di ricavo delle banche/reti).

Tali funzioni di controllo (anche ex-ante, in sede di proposta di investimento), così incisive e vincolanti, sono il naturale portato della necessità di introdurre alcune regole europee la cui assenza, nei decenni passati, ha causato ai risparmiatori alcune brutte esperienze (sulle quali, ad onor del vero, gli ex promotori hanno avuto una parte assolutamente marginale e del tutto inconsapevole), ed ha determinato la possibilità, per alcuni soggetti, di poter mettere in atto comportamenti al di fuori delle regole (dall’evasione fiscale all’espatrio di capitali, dal riciclaggio di denaro all’appropriazione indebita).

Nonostante questo, però, risulta impossibile sorvolare sulle contraddizioni che hanno accompagnato questo processo di trasparenza. Da un lato, infatti, nel nome di questa stessa trasparenza si è pretesa una forte diminuzione di autonomia professionale dei consulenti finanziari mentre, dall’altro, non si è avuta alcuna remora nel gettare sul lastrico migliaia di risparmiatori italiani colpiti dagli effetti delle norme europee (direttiva BRRD – Bank Recovery and Resolution Directive), ratificate supinamente dal passato governo, del c.d. Bail-In, sopraggiunte in barba alla tanto sbandierata tutela del risparmiatore.

Quanta ipocrisia!

Ma questa non è stata l’unica “controindicazione”; ce n’è una, molto più silenziosa, che colpisce direttamente i principali attori delle reti commerciali, ossia i consulenti. Già da qualche anno, infatti, è in atto una certa tendenza del sistema bancario a trasferire alla rete commerciale specifiche mansioni amministrative di elaborazione dei dati che, fino a qualche anno fa, venivano svolte dalle strutture di sede a supporto del consulente. Su questo processo di trasferimento di mansioni, dalla struttura amministrativa a quella commerciale, nessuno ha ritenuto di dover vigilare o di dover rivendicare una logica retribuzione, sotto qualsiasi forma, e le associazioni di categoria (ANASF, soprattutto), si sono perse da tempo in un ruolo sfumato e inconcludente, risultando “non pervenute” sul tema.

Questa “razionalizzazione” dei costi aziendali da parte delle banche-reti genera per il consulente finanziario un maggior carico amministrativo e, quindi, minor tempo da dedicare allo sviluppo della clientela. Tutto ciò, sommato alla diminuzione dei margini provvigionali dettata dalle due MIFID, si è tradotto – e si tradurrà ancora di più nell’immediato futuro – in un minor fatturato personale e nel conseguente abbassamento del tenore medio di vita.

Intendiamoci, questi processi aziendali di razionalizzazione, che sono riscontrabili in tutte le aziende commerciali che attraversano la c.d. fase di maturità o di declino del proprio modello di business, sono perfettamente normali e rispondono ad esigenze che, a volte, permettono la stessa sopravvivenza dell’azienda e dei posti di lavoro che essa garantisce. Però, così facendo, la figura del consulente finanziario su base non indipendente è diventata oggi una sorta di tutto in uno, un professionista con due anime e due mansioni distinte: sollecitatore del pubblico risparmio (o del pubblico accesso alla consulenza), da un lato, e collaboratore amministrativo, dall’altro.

Relativamente alla seconda, resta ancora da capire come essa verrà remunerata, dal momento che, sebbene non sia ricompresa nel sistema provvigionale (altrimenti i margini, anziché ridursi, sarebbero dovuti aumentare), è innegabile che oggi venga svolta senza corrispettivo. Ma di questo argomento, che certamente coinvolge aspetti molto delicati della professione e del rapporto di lavoro, ci occuperemo in altra sede.

Per compensare, nel tenore di vita dei consulenti, il vuoto che verrà lasciato dalla diminuzione dei margini di ricavo, il sistema banche-reti ha creato, con una mossa poco ortodossa, un nuovo servizio che in realtà era già “vecchio” prima di nascere: la consulenza (a pagamento, però). In pratica, da qualche anno si sta cercando di imporre al mercato un servizio, che i consulenti e le reti già erogavano gratuitamente ai clienti, arricchito solo da una nuova veste grafica e dalle indicazioni vincolanti previste dalla seconda puntata della MiFID. Trattandosi di una iniziativa calata dal lato dell’Offerta, ossia dal sistema banche-reti, i clienti (che ce l’avevano già, ma non la pagavano) la considerano come viene realmente percepita: una forzatura, un costo in più. Pertanto, il servizio di consulenza a pagamento – come tutte le forzature non sorrette da un’adeguata politica di marketing preventiva di settore – ci metterà anni prima di perfezionarsi ed essere accettata come un servizio ad alto valore aggiunto; per questo motivo essa non può certo considerarsi come una fonte di ricavo capace di compensare nel breve periodo i minori introiti da management fee. Ci vorranno anni, giusto il tempo di far dimenticare alla clientela che, una volta, il servizio era gratuito.

Tutto ciò comporterà per i consulenti, in un momento in cui il tempo a disposizione per lo sviluppo commerciale è diminuito per via del maggior carico amministrativo, una serie di conseguenze; ed in particolare:

  • la necessità di aumentare il proprio lavoro di relazione con i clienti e con i contatti potenziali, al fine di poter amministrare un portafoglio in continuo aumento (la c.d. massa critica);
  • quindi, aumentare le proprie ore lavorative, oppure
  • assumere un’assistente personale da formare (e pagare) per un paio di anni prima di potervi fare reale affidamento.

Molti non ce la faranno, nonostante amino questo lavoro. Pertanto, oggi diventa imprescindibile, per i professionisti della consulenza, il bisogno di riqualificare rapidamente il proprio ruolo, nonchè di accrescere la propria immagine presso l’utenza, aprendo nuovi mercati e attraendo nuove masse. Infatti, persino la stessa denominazione di Consulente Finanziario (salutata come una conquista, ma del tutto tardiva) risulta insufficiente ad attrarre clientela, giacchè decenni di competizione e fusioni tra aziende mandanti hanno reso l’Offerta di prodotto/servizio del tutto omogenea e succedanea, senza alcuno spazio per l’innovazione. A monte di tutto, il termine “Finanza” oggi non è più adatto a identificare e veicolare l’immagine del consulente, né a creare nuove opportunità, per cui sarà meglio cominciare a parlare ai clienti di “Patrimonio” e del suo ciclo di vita: denaro, immobili, opere d’arte, preziosi, collezioni, quote societarie, beni immateriali, cultura imprenditoriale, valori familiari.

Solo così sarebbe possibile veder sorgere l’alba di una nuova era, quella della consulenza patrimoniale integrata, e del suo nuovo modello di business fondato, da un lato, sul ritorno prepotente della formazione e, dall’altro, su una struttura economica di reale condivisione del rischio e degli utili aziendali anche per i consulenti, ai quali andrebbero riconosciute delle significative partecipazioni al capitale delle società mandanti e/o delle banche. Purtroppo, questo scenario appare ancora lontano dal poter essere realizzato. Infatti, proprio di recente l’amministratore delegato di Fineco, Alessandro Foti, ha dichiarato che i propri consulenti finanziari non entraranno nel capitale della neo public company ridisegnata dopo la vendita delle posizioni di UniCredit, dal momento che “…il modo migliore per guadagnarsi la fedeltà dei consulenti non è offrirgli azioni ma farli lavorare in un contesto efficiente, consentendogli di raggiungere gli obiettivi che si sono posti come imprenditori“.

Il “modello Azimut”, pertanto, sembra destinato a rimanere un caso pressoché isolato nel panorama delle reti di consulenza non indipendente, e questo dato segna certamente il proseguimento di un percorso accidentato per il futuro della professione.

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Gestione separata INPS, Federpromm: ora più vicina una Cassa di previdenza dei consulenti finanziari

Gestione separata INPS: secondo la Federpromm, dopo la recente sentenza della Corte di Appello di Palermo occorre rivedere la sua obbligatorietà anche per i consulenti finanziari

Con la sentenza dello scorso 11 Luglio, la Corte di Appello di Palermo si è pronunciata sulla illegittimità della iscrizione d’ufficio alla gestione separata INPS di un avvocato esonerato, in base al regolamento della Cassa di Previdenza Forense, dal versamento del contributo soggettivo.

MANLIO MARUCCI – FEDERPROMM

Con questa decisione”, sostiene Manlio Marucci (segretario di Federpromm) “la Corte di Appello si contrappone alla Cassazione (in particolare le sentenze nn. 30344 e 30345 del 2017) in tema di iscrizione alla gestione separata presso l’Inps da parte di soggetti iscritti ad un Albo (nella fattispecie, si trattava di un avvocato), e riapre per i consulenti finanziari una finestra di dialogo che rimette in discussione e in modo critico in capo a tali professionisti l’obbligo di iscrizione vincolante alla gestione separata Inps, avendo già antecedentemente alla riforma come previdenza obbligatoria complementare quella versata all’Ente di previdenza Enasarco”.

Le argomentazioni della C.d.A. di Palermo sembrano combaciare perfettamente con quanto sostenuto in passato dalla stessa Federpromm, la quale, durante l’approvazione della legge di riforma Dini  (Legge n.335/1995) aveva affermato che coloro che avevano, antecedentemente alla riforma,  l’iscrizione ad un albo, avevano diritto alla istituzione di una Cassa di Previdenza. Tale principio, come sappiamo, fu aspramente avversato dall’INPS che, con la legge 662/96, ha obbligato gli allora Promotori finanziari  alla iscrizione nella gestione separata – Fondo commercianti.

Uno dei paradossi più impensabili che  ha creato successivamente forti storture e discriminazioni tra categorie professionali iscritte ad albi”, secondo Marucci.

In sintesi, con la recente interpretazione dei giudici di merito (che si sono pronunciati su numerosi ricorsi depositati da altrettanti avvocati), non sarebbero tenuti alla gestione separata INPS:

– coloro che per svolgere la loro attività devono essere iscritti ad albi  (come i consulenti finanziari) lo sono di fatto i Promotori finanziari (oggi consulenti finanziari)

– oppure “coloro la cui attività non sia priva di collegamento con un ente previdenziale  di categoria (in questo caso Enasarco) e ciò in assoluta coerenza con la natura residuale della gestione separata, che è volta ad attribuire tutela previdenziale a categorie di lavoratori autonomi che ne sono prive”.

Ed infatti, già prima della riforma Dini i promotori finanziaria erano obbligati, in quanto lavoratori autonomi con mandato di agenzia assimilabile a quello degli agenti di commercio, al pagamento della previdenza obbligatoria  all’Enasarco, e solo dal gennaio 1997 (legge n.662 del dicembre 1996) hanno contratto l’obbligo di iscrizione anche alla gestione separata INPS. Una doppia previdenza obbligatoria, quindi, derivante da un abuso di potere  che, secondo Federpromm, andrebbe rimosso.

In definitiva, alla luce di questo nuovo filone giurisprudenziale, sarà necessario effettuare tutti gli approfondimenti del caso. “Già i legali dell’organizzazione sono stati coinvolti per verificarne l’effettiva incidenza sul piano delle  eventuali  azioni che si riterranno necessarie  a tutela degli operatori finanziari associati”, afferma Marucci; “occorre ricondurre tutto all’interno di  un accordo economico collettivo nazionale di settore, mediante la costituzione di un fondo pensione di tipo negoziale”.

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Warren Buffet e Ray Kroc (McDonald’s), ovvero come creare ricchezza grazie agli immobili e all’economia reale

Due leggendarie storie di successo imprenditoriale, molto diverse tra loro, ma unite dal comune denominatore dei beni reali durevoli.

Il nome di Warren Buffet è quello probabilmente più pronunciato tra i professionisti della finanza e dai cultori del sogno americano. Un uomo di grande intelligenza, arrivato dal nulla, che passo dopo passo costruisce una delle aziende più ricche al mondo. Leggendaria, anche tra gli studenti di Economia, la sua capacità di creare ricchezza usando il buon senso e la pazienza.

Il suo approccio agli investimenti è sempre stato molto semplice, e consiste in quattro fasi:

– scelta di un settore di attività in cui si vuole investire;

– individuazione di una o più aziende interessanti operanti in quel settore;

– esame dei loro bilanci;

– investire “pesantemente” e per lungo tempo, tra quelle prese in esame, nelle aziende sottovalutate, in cui il rapporto tra il valore di libro (che si ottiene sommando il capitale sociale, gli aumenti di capitale intervenuti negli anni e gli utili accantonati) e tutte le azioni in circolazione è superiore o uguale al valore di borsa di una singola azione.

In sintesi, Buffett e il suo socio di sempre – sapevate che avesse un socio? Charlie Munger, il suo primo finanziatore – hanno sempre pensato che la finalità dell’acquisto di azioni sia quello di partecipare concretamente ad un business di lungo termine, e non quello di fare una speculazione di breve periodo sulla base di grafici a candela e su obiettivi di prezzo assolutamente opinabili e differenti da un analista finanziario all’altro.

Seguendo questa metodologia è nata e si è sviluppata Berkshire Hathaway, la “grande creatura” di Warren Buffet, sulla quale egli ha lavorato fin dagli anni ’70. Oggi il suo fatturato complessivo si aggira intorno ai 150 miliardi di dollari USA, e il valore di mercato è pari a circa 400 miliardi di dollari.

Warren Buffett comprò le prime azioni della Berkshire (che era un’azienda tessile) nel 1962, quando crollarono fino a 8 dollari per azione. Siccome il valore dei mezzi propri era di 16,50 dollari ad azione, cominciò ad accumularne in grande quantità fino al 1965, quando raggiunse la maggioranza azionaria e ne assunse il controllo, trasformandola in una holding di partecipazioni. Il prezzo medio di acquisto, per Buffet, fu di 15 dollari ad azione; oggi ognuna di esse vale 294.000 dollari.

Negli ultimi 40 anni, i suoi azionisti hanno ottenuto una crescita del 20% annuo, anche nelle fasi di mercato molto difficili; per esempio, tra il 2000 e il 2010 il rendimento delle azioni è stato pari al 76%, contro il -11% dello S&P500 (l’indice delle prime 500 aziende USA per capitalizzazione).

la mossa vincente di Buffett fu quella di reinvestire gli utili, anziché direttamente nella produzione industriale, in partecipazioni azionarie di altre aziende sottovalutate il cui patrimonio era solido, composto da immobili, impianti industriali e macchinari; aziende, insomma, fortemente legate alla c.d. Economia Reale, e quindi capaci di durare nel tempo. Infatti, in 53 anni, le azioni Berkshire sono cresciute del 2.404.748% (20,9% l’anno), contro un andamento dell’indice S&P500 del 9,9% all’anno.

Solo negli ultimi dieci anni, a seguito della crisi del 2008, Berkshire ha cominciato ad investire sui gruppi finanziari americani, ma la cosa non deve sorprendere: coerentemente con il suo metodo, Buffett ha scelto le banche più sottovalutate e con dentro il più alto patrimonio proprio (immobili, uffici etc), quadruplicando il proprio investimento in pochi anni.

Dal suo portafoglio complessivo di partecipazioni, Berkshire ha ricevuto, solo nel 2018, circa 4 miliardi di dividendi, ma non è questo il suo reale guadagno. Buffett infatti realizza grandi ritorni prospettici soprattutto dagli utili non distribuiti, che nel lungo termine costruiscono valore nelle società e si riflettono sul prezzo delle singole azioni. Gli utili non distribuiti, infatti, consentono di acquistare immobilizzazioni techiche (macchinari o software) e immobili industriali (uffici nelle city), e attribuiscono valore reale all’investimento, e non semplice plusvalore finanziario, che per sua natura è destinato a sgonfiarsi nel tempo.

Questa costruzione del valore, basata sul patrimonio reale delle aziende, è impossibile da praticare nel breve periodo, dove i prezzi delle azioni sono guidati nel dagli umori di mercato e non dal business reale della compagnia.

La storia di Ray Crok eleva il mito del sogno americano a livelli altissimi, perché nel caso del fondatore di McDonald’s esso si è avverato quando lui aveva già 52 anni, e da rivenditore di frullatori ebbe l’idea di sfruttare su vasta scala l’invenzione dei fratelli Mc Donald (che finirono per essere esclusi dal business e persino dall’uso commerciale del loro stesso cognome).

Sappiamo che Buffet non ha mai amato investire nelle aziende commercialmente e geograficamente massificate, giacchè teme i devastanti effetti negativi derivanti dalla erosione della tipica posizione di monopolio in cui esse operano. Pertanto, come si spiega che egli abbia investito – e continua a farlo ancora adesso, anche se in misura minore – nelle azioni di McDonald’s?

Semplice: il vero business della famosa catena di fast food non sono gli hamburger, ma gli immobili. La formula di successo di Mc Donald’s, infatti, è unica nel settore dei fast food: comprare tutti i negozi, affittarli ai gestori in franchising, patrimonializzare il gruppo con valori reali stabili e creare cash con la vendita di hamburger e patatine fritte per consentire buoni guadagni ai franchesee e incassare i canoni di locazione senza problemi. A tal proposito, l’ex direttore finanziario Harry Sonneborn ha detto: “Non siamo nel settore alimentare, ma nel settore immobiliare. L’unica ragione per la quale vendiamo hamburger da 15 centesimi è perché sono i migliori prodotti per realizzare alti margini di incasso, con cui i nostri locatari possono poi pagare l’affitto”.

In sintesi, rispetto alle altre catene di franchising, McDonald’s ha sempre avuto una diversa strategia: invece di fare business vendendo scorte di hamburger e altro materiale di consumo ai locatari o chiedendo loro le royalties, l’azienda di Crok diventa proprietaria dei punti vendita e li affitta ai gestori, i quali hanno il vantaggio di condurre un business con un alto margine di utile grazie ad un marchio che, da solo, vale circa 60 miliardi di USD. In questo modo, McDonald’s riesce a trattenere l’82% dei ricavi generati dai canoni di locazione, mentre si accontenta di un più modesto 16% di ricavi prodotti dall’attività dei punti vendita, a cui destina la fetta maggiore delle vendite.

A ben vedere, quindi, si tratta di un circolo virtuoso che solo in apparenza poggia i piedi sul franchising, per il quale la selezione dei candidati è durissima. L’investimento complessivo necessario all’apertura di un ristorante è di circa 800.000 euro, dei quali 200.000 devono essere di proprietà del candidato e la restante parte può essere ottenuta mediante un finanziamento. L’affiliato, in cambio, dovrà corrispondere a McDonald’s l’affitto del locale, una royalty in percentuale sui profitti e un contributo al finanziamento della pubblicità nazionale.

Grazie a questa formula, l’azienda di Crok ha raggiunto dimensioni impressionanti:

  • 69 milioni: clienti serviti ogni giorno
  • 37.000: ristoranti presenti in tutto il mondo, di cui l’85% in franchising
  • 4,7 miliardi: utile netto.

Concludendo, l’attenzione al valore reale dei beni è ciò che accomuna Warren Buffet a Raymond Kroc (il primo ancora in vita, il secondo morto nel 1984). Buffet, attraverso le sue partecipazioni azionarie, ha basato il proprio successo investendo in aziende con un business solido ed un patrimonio proprio (immobili e macchinari industriali) di notevole entità, che si riflette sempre nel valore intrinseco di ogni singola azione. Crok, invece, ha “mascherato” la più grande società immobiliare del mondo con la catena di fast food più grande del mondo, investendo direttamente negli immobili e ottenendo così un “effetto leva immobiliare” che consente oggi all’azienda di avere una fonte di ricavi e utili molto stabile, nonchè un accesso pressoché illimitato alle fonti di finanziamento, soprattutto nei momenti di rallentamento dell’economia.

Niente “finanza creativa”, insomma, ma solo roba che vedi e che tocchi con le tue stesse mani: case, aerei, soldi, panini e milk-shake.

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