Settembre 13, 2026
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La politica economica italiana dal 1992 ad oggi: un mix di ambizioni personali, conflitti di interesse ed errori da principianti.

Peggio di così non poteva andare. Adesso, per evitare che l’U.E. diventi una prigione, è necessario aumentare il livello di autonomia. Italia compresa, ovviamente

Italia ancora fanalino di coda dell’intera Unione Europea. Queste le recenti previsioni della Commissione europea sulla crescita italiana: 0,1% (contro l’1,5% sperato dal governo a Settembre 2018), e 0,7% per il 2020.

A favore, solo ultimamente, la diminuzione dello spread che, secondo il Premier Conte, è il segnale  di “conti pubblici solidi e in ordine”, che avrebbero permesso all’Italia, grazie anche alla correzione dei conti adottata con un assestamento di bilancio, di scongiurare il pericolo di una procedura d’infrazione.

Da più parti, però, si ritiene che il momento di una verifica più attenta sia soltanto rinviato di qualche mese, a quando cioè sarà terminato il processo post-elettorale di formazione della maggioranza in U.E. e, soprattutto, la fase delle nomine.

A prescindere dagli avvenimenti dell’immediato futuro, è interessante capire come si sia arrivati a questo punto, quale strada abbia imboccato il nostro Paese nel 1992 per arrivare oggi nel punto in cui siamo (e se il punto in cui siamo è migliore di quello in cui saremmo, in tutta probabilità, se non fossimo entrati).

Cominciando dal saldo delle Partite Correnti, nel 2011 esso era pari al -3,7% del PIL, mentre oggi ce l’abbiamo al +2,5%. Praticamente, si trova allo stesso livello di quando avevamo ancora la Lira, solo che oggi non possiamo utilizzare la leva delle svalutazioni della valuta, e possiamo svalutare solo le risorse interne, cioè il lavoro, associando principi economici di austerità che, insieme al mancato controllo dell’inflazione, hanno decretato la scomparsa del ceto medio italiano, su cui il Paese aveva creato ricchezza e prosperità.

Inutile girarci intorno: dal 1992 al 2011 una serie di errori da principianti – commessi da coloro ai quali, anziché consegnarli ad un meritato oblio, i media consentono ancora di aprire bocca – ha permesso la distruzione del nostro tessuto industriale pubblico (per la felicità degli stati del Nord Europa, che si opponevano al nostro ingresso), nonchè il mancato controllo del saldo delle Partite Correnti, a causa del quale abbiamo accumulato una posizione finanziaria netta passiva di oltre 400 miliardi di euro.

Questi i fatti storici. Adesso resta da stabilire chi ne ha la colpa. Soprattutto, è utile farlo?

La risposta positiva ci sembra l’unica possibile; dimenticare, infatti, potrebbe consentire a chi ci governa oggi di ripetere gli errori commessi ieri da personaggi enormemente sopravvalutati e, probabilmente, in grave conflitto di interesse tra gli interessi nazionali da salvaguardare e le proprie ambizioni personali da assicurare alla storia.

Di Prodi e Padoa Schioppa, per esempio, rimane la visione limitata di una Italia tutta ripiegata sull’Europa, nella stessa posizione servile di quando, col piattino in mano, gli stessi chiedevano il permesso di entrare, terrorizzati dall’essere esclusi (da cosa?). Il risultato è stato quello di dover assistere ad accordi extra-UE che destinavano puntualmente a Francia e Germania le migliori opportunità, ed all’Italia gli avanzi.

Da qualche mese, però, incombono i possibili accordi commerciali con la Cina, con i quali l’Italia sta disturbando (e non poco) i sogni di eterna egemonia economica europea dei tedeschi e dei francesi. Non si fa fatica a pensare che siano proprio questi a tifare per una rapida crisi di governo e per un ritorno alle elezioni, dalle quali magari far uscire un governo più accomodante, come quelli precedenti; al netto, però, di quello guidato da Berlusconi fino al 2011, caduto più per gli interessi della Francia sulla Libia di Gheddafi, che per la guerra preventiva scatenata dalle banche estere sul nostro spread (un vile atto di guerra contro di noi, combattuto senza armi di distruzione fisica).

La conclusione di questa breve analisi, pertanto, non può che essere quella di continuare a stare in Europa, ma per starci bene; per farlo, nessuno deve impedire che l’Italia, al pari degli altri paesi dell’UE, possa concludere accordi con il resto del Mondo, in autonomia. Mancando la leva valutaria e quella fiscale, infatti, siamo obbligati a crescere, e la crescita deve essere assicurata attraverso politiche espansive dal punto di vista degli scambi internazionali.

Se l’Europa deve precludere anche quelle, pretendendo di centralizzare tutto a vantaggio degli stati-guida, tanto valeva non entrare affatto.

Pertanto, l’Unione Europea potrà continuare ad esistere solo nel momento in cui si concederà agli aderenti maggiore autonomia.

Sennò diventerà una prigione, da cui evadere in tutti i modi possibili.

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Il mercato dell’Arte, conosciamolo da vicino. I vari passaggi dal “produttore” al “consumatore”

Un mercato in rapida ascesa ma ancora privo di regole fisse. Eppure, le sue caratteristiche non sono molto diverse da quelle presenti nei mercati regolamentati.

Come qualunque mercato di beni di consumo (da quello alimentare a quello automobilistico), anche il mercato dell’Arte funziona attraverso diversi “passaggi” nella catena distributiva, attraverso i quali le opere arrivano al “consumatore” finale, che coincide con un collezionista o con un museo.

A monte di tutto, abbiamo due segmenti fondamentali: il Mercato Primario e quello Secondario.

Nel Mercato Primario, le opere nuove vengono proposte per la prima volta ai collezionisti di qualunque tipologia (privati e pubblici) e ai mercanti d’arte, i quali acquistano i lavori direttamente da un artista o dalle gallerie dove egli espone in esclusiva. Nel Mercato Secondario, invece, le opere vengono rivendute, scontando così il primo “passaggio” nella formazione dei prezzi, ed entrano nel possesso delle case d’asta o delle maggiori gallerie specializzate, le quali insieme costituiscono una sorta di “borsa valori” degli artisti contemporanei e non.

Nel Mercato Secondario, inoltre, i prezzi sono più trasparenti, mentre in quello Primario (definito “opaco”) non è facile determinare il costo di un’opera in vendita, perchè i prezzi tengono conto dei fattori interni alle opere  (es. l’autore, il soggetto, le dimensioni, la tecnica, il formato, il “periodo artistico”, lo stato di conservazione) e dei fattori esterni (pubblicazioni, mostre, provenienza, moda del momento, mercato di riferimento, reputazione dell’artista).

La reputazione, in particolare, sembra essere il principale fattore che guida le aspettative dei collezionisti e il loro gusto personale. Infatti, il legame emotivo che si stabilisce con l’opera determina principalmente il suo valore, mentre i fattori relativi al mercato o ai risultati d’asta sono criteri di valutazione meno importanti ma costituiscono comunque dei passaggi obbligati nella formazione del prezzo.

La valutazione di un’opera, però, varia molto a seconda che si prendano in considerazione i soli collezionisti, i galleristi e i mercanti o le case d’asta.

Per i collezionisti i criteri fondamentali sono l’originalità e la capacità di un’opera di creare un legame emotivo, per i galleristi e i mercanti la reputazione e la vita dell’artista è il criterio fondamentale, seguito dall’originalità del lavoro e dal suo posizionamento di mercato. Per le case d’asta, infine, contano solo i risultati d’asta e il valore di mercato di un artista.

Secondo una recente ricerca elaborata su un campione significativo di collezionisti, i fattori che determinano la scelta di comprare o meno un’opera d’arte sono, in percentuale decrescente:

– Qualità del lavoro (57%)

– Prezzo (25%)

– Reputazione (18%)

Inoltre, anche la galleria di riferimento e la sua storia risultano essere fattori importanti per determinare una decisione d’acquisto.

Quanto detto finora ci fa capire come il prezzo di un’opera non coincida con il “valore” che ognuno le attribuisce. Ma è davvero così difficile determinare una regola, uguale per tutti, utile a determinare un prezzo trasparente?

Per quanto riguarda, ad esempio, il classico “olio su tela”, gli esperti la identificano in una equazione molto semplice:

PREZZO = [(base + altezza) * X] *10 

Dove per X si intende un coefficiente variabile, ossia un numero attribuito all’artista e deciso all’interno del Mercato Primario e/o secondo gli accordi con il proprio gallerista.

Per determinare questo coefficiente ci si basa sul curriculum dell’artista (partecipazione a mostre collettive o personali, eventuali premi vinti, pubblicazioni o acquisizioni da parte di musei etc)

A ben vedere, se la formula di cui sopra venisse accettata universalmente, il mercato potrebbe essere regolato in modo più trasparente sulla base della tipologia di opera (olio su tela, pittura su carta, scultura, opera multipla, fotografia etc) e dell’unica vera variabile, quella del coefficiente di valutazione personale dell’artista. Infatti, questo parametro (come tutti i titoli di borsa), è suscettibile di variazione nel tempo: un giovane artista presente nella sua prima galleria partirà da un coefficiente pari a 1 nel calcolo del prezzo al pubblico, ma il gallerista lo acquisterà ad un prezzo inferiore a quello determinato dalla formula, per poter coprire i costi di promozione e di esposizione, e per realizzare un utile significativo.

Il coefficiente comincerà a salire di valore solo quando i prezzi di quell’artista troveranno conferme in altre gallerie del Mercato Secondario, dove gli acquisti effettuati da altri collezionisti determineranno una maggior richiesta per  mostre o fiere e, in definitiva, la costruzione del curriculum dell’artista.

Col passare del tempo, l’interesse per il suo lavoro crescerà insieme al progredire del suo curriculum, e con essi il coefficiente valutativo.

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Organismo Unico Consulenti: un posto affollato. Professionisti della finanza ancora senza ordine professionale

Nell’O.C.F. convivono soggetti profondamente divisi per identità e obiettivi. E mentre ANASF va all’attacco della presidenza, si sente sempre di più la mancanza di una casa comune di tutti i consulenti.

Periodo caldo, e non solo per via della stagione estiva, quello che precede la sfida sulla governance dell’Organismo Unico dei consulenti finanziari.

Infatti, lo scorso 13 Giugno, il presidente di Anasf, Maurizio Bufi, ha annunciato pubblicamente la candidatura di Francesco Di Ciommo alla guida dell’OCF, al posto dell’attuale presidente Carla Rabitti Bedogni, e dello stesso Bufi come vicepresidente, manifestando così il desiderio di volere assicurare ai consulenti finanziari abilitati fuori sede un peso maggiore all’interno dell’Organismo.

Pertanto, quello di Anasf potrebbe anche definirsi come la prima azione di tutela quasi sindacale, dopo un ventennio che l’ha vista piuttosto distratta su questioni importanti.

In attesa di scoprire i programmi che certamente si accompagneranno alla battaglia (se mai ci sarà) per la guida dell’OCF, esistono alcuni temi che andrebbero approfonditi.

Il primo di questi riguarda proprio la composizione della governance dell’Organismo, che vede coesistere al suo interno ben quattro categorie di soggetti, ognuna delle quali è rappresentata da specifiche organizzazioni aventi natura sindacale o semplicemente di categoria:

– consulenti finanziari non indipendenti (Anasf, Federpromm),

– società mandanti (Assoreti e Abi),

– consulenti finanziari indipendenti (Nafop, Opec Financial),

– società di consulenza finanziaria indipendente (AssoSCF, Ascofind).

L’unica cosa che li accomuna è il contesto di servizio (la consulenza finanziaria) ed il mercato di riferimento, per il resto ciascuna categoria ha esigenze molto differenti da quelle degli altri.

  • I consulenti abilitati fuori sede, ossia l’insieme di professionisti storicamente preponderante, si interrogano sul futuro della professione e incassano l’ennesima previsione di minori ricavi prospettici che la MiFID II impone al sistema.
  • Le società mandanti, così come dopo la prima MiFID, devono rispondere alla necessità degli azionisti di far quadrare il conto economico il più presto possibile, utilizzando legittimamente tutte le leve aziendali disponibili.
  • I consulenti finanziari indipendenti, fino a ieri tenuti nell’oblio di una professione non codificata, hanno ottenuto (era ora) la propria sezione nell’OCF e vedono nella MiFID II un’occasione per acquisire maggiore autorevolezza nel contesto di riferimento.
  • Le società di consulenza indipendente, pur condividendo, in forma societaria, gli interessi e la mission dei consulenti autonomi, sono pronte nel lungo termine ad accogliere i consulenti abilitati espulsi dal sistema ma desiderosi di continuare la propria professione, anche sotto un’altra veste.

Di conseguenza, lo scenario più probabile, nei prossimi 5-7 anni, è quello che vedrà una forte decrescita del numero dei consulenti non autonomi ed una crescita sostenuta di quello degli indipendenti e delle società di consulenza; sullo sfondo, un’industria del risparmio gestito che vorrà mantenere il proprio livello di utili.

Ce n’è abbastanza per definire l’OCF come un “posto piuttosto affollato”, abitato da soggetti diversi all’interno di uno spazio molto ristretto. Una polveriera, pronta ad esplodere nel momento in cui un attore fortemente rappresentativo si farà portavoce del disagio di molti professionisti, spezzando le mille divisioni che consentono al sistema di mantenere l’attuale conformazione.

Pertanto, pur essendo davvero apprezzabile lo sforzo di Anasf di voler far contare di più i propri iscritti all’interno dell’Organismo, non si comprende il perchè le energie del maggiore “non-sindacato” di categoria e quelle delle altre organizzazioni (sindacati compresi) non debbano essere incanalate nello sforzo di ottenere l’unica cosa che manca veramente: un ordine nazionale dei consulenti finanziari, con la sua governance, il suo codice etico, i suoi organi di controllo, ed il suo sistema di tutele interne ed esterne, i suoi ordini regionali o locali, grazie al quale tutti i consulenti, senza distinzione di categoria, sarebbero finalmente uniti, superando quell’affollamento innaturale di ruoli e figure di cui è composto l’OCF e quella netta linea di demarcazione rappresentata, più che simbolicamente, dalle differenti quote annuali di tenuta dell’albo (500 euro gli autonomi, meno di 200 euro gli abilitati fuori sede).

Nello scenario attuale, tanto voluto quanto non necessario, le due categorie di consulenti non trovano alcuno stimolo a confrontarsi e a condividere comuni progetti di crescita. Eppure, oggi il valore della professionalità e dell’autonomia (anche per quelli che lavorano su base non indipendente) varrebbe, sulla carta, molto più delle dimensioni del portafoglio clienti; lo dice chiaramente la MiFID II, e soprattutto lo vogliono i clienti.

Un primo passo importante per iniziare un cammino comune, per esempio, potrebbe essere il confronto con il mondo delle università, al fine di istituire in tutti i maggiori atenei il corso di laurea in Consulenza ed Educazione Finanziaria-Patrimoniale, strumentale alla preparazione dei nuovi professionisti di domani. Infatti, grazie all’aumento degli standard di competenza e autorevolezza richiesti dalla normativa, e per via della diffusione degli strumenti di risparmio gestito a basso costo, oggi non è più così difficile, per un consulente abilitato, concepire una migrazione verso la categoria degli autonomi, e con la MiFID II ci sono tutte le premesse perché ciò accada nel giro di 7-10 anni, giusto il tempo di far crescere la sezione speciale dell’albo a loro dedicata ed il loro peso “politico” all’interno dell’OCF.

Un altro aspetto importante, che desterebbe attenzione, è che un ordine professionale autonomo  risolverebbe anche l’annosa questione dei contributi Enasarco, perché i consulenti potrebbero finalmente avere la propria cassa di previdenza, dove far confluire in forza di legge tutto ciò che è stato versato fino ad oggi (e l’Enasarco non avrebbe più alcuna speranza di tenere alcunchè).

Relativamente alla tutela degli iscritti, poi, oggi migliaia di bravi consulenti di esperienza rischiano ogni anno di dover uscire dal mercato, sollecitati dalla propria mandante, sol perché detengono un portafoglio clienti più basso della “media Italia”. Eppure, anche loro lavorano con grande impegno in un contesto difficile, rappresentandoo con onore sé stessi e l’azienda per cui lavorano.

Quest’ultima questione, peraltro, è strettamente collegata a quella del problema dell’età media dei consulenti: se la dichiarata volontà di risolverlo è una cosa seria, la sua logica conseguenza sarà quella di investire sulle giovani leve, a cui insegnare la professione. Di fronte a questo obiettivo, mettere alla porta i consulenti “sotto la media “ e contemporaneamente far entrare persone senza alcun portafoglio sembra un suicidio per l’OCF, a meno che quello di trovare soluzione al problema dell’età media elevata sia solo uno sterile annuncio privo di contenuto.

E’ all’interno di questo scenario di problemi irrisolti che si svolgerà la tornata elettorale di Settembre per la guida dell’OCF. Resta da capire per chi penderanno i consulenti indipendenti, i quali, a causa della “lontananza d’intenti” con i consulenti abilitati, non sembrano avere altra scelta che quella di appoggiare la candidata di Assoreti/Abi. Così facendo, però, si perderebbe l’occasione di cominciare un percorso comune, in vista dei profondi cambiamenti che il futuro riserva al mondo della consulenza finanziaria.

I segnali ci sono già tutti. Dopo la contrazione del 20% di iscritti conseguente al quinquennio di crisi 2008-2013, e dopo i seguenti quattro anni di sostanziale consolidamento, l’ultimo anno segna un calo dello 0,9%. Se consideriamo che il ritmo di crescita annuale dei quattro anni precedenti era stato dell’1%, è evidente che c’è un problema a monte di tutto, che investe il c.d. “modello di servizio”. In Europa, infatti, esiste anche quello anglosassone, nel quale le banche accettano di accoppiare, al servizio di collocamento dei prodotti finanziari, la consulenza su base indipendente quale servizio a valore aggiunto. Questo modello, pertanto, prevede una sorta di cooperazione fra tre figure professionali che conservano la propria autonomia (cliente, banca depositaria e consulente-advisor), e comporta benefici per ognuna delle figure che ne fanno parte. Infatti:

– il cliente sceglie personalmente la banca di sua fiducia presso la quale depositerà il denaro in custodia, e sceglie autonomamente il consulente a cui affidare la gestione del proprio patrimonio depositato in quella banca,

– il consulente opera in piena tranquillità ed indipendenza, senza vincoli commerciali di alcun tipo, nel rispetto di un contratto di gestione di portafoglio,

– la banca depositaria, in qualità di custode, ha una funzione di controllo sull’operatività e sulla buona diligenza del consulente,

– quest’ultimo controlla direttamente che la banca esegua le disposizioni impartite dal cliente secondo le condizioni ed i tempi concordati.

In un contesto di servizio di questo tipo, a ben vedere, si eliminerebbe anche il conflitto di interessi, escludendosi ogni forma di retrocessione da parte delle società prodotto; in più, il consulente autonomo avrebbe la certezza dell’esecuzione degli ordini nei tempi previsti che ricadrebbero sotto il proprio controllo. Relativamente alla parcella, poi, questa verrebbe pagata sotto forma di commissione di gestione del portafoglio, oppure periodicamente, a seconda dell’entità del patrimonio amministrato e della durata del servizio.

Purtroppo, difficilmente il modello anglosassone vedrà mai la luce in Italia, ed anzi possiamo tranquillamente affermare che le barriere all’entrata verso questa innovazione di processo sono talmente alte da escludere questa ipotesi, almeno per il momento.

Se ne riparlerà, probabilmente, tra 10 anni.

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MiFID II, consuntivo sui ricavi: giù il conto economico dei consulenti. Il rischio della “Consulenza Difensiva”

Ancora molti danni e pochi vantaggi dalla MiFID. Per quanto specifica, la nuova normativa non è in grado di controllare tutti i comportamenti adottati dal consulente durante la relazione con il cliente.

“L’hanno voluta tutti, tranne clienti, consulenti finanziari, sistema bancario e società di gestione”. Si potrebbe riassumere così, in modo paradossale ma efficace, la storia della Mifid II, da molti già soprannominata come la “direttiva infinita” (per via dei continui rinvii della data in cui i clienti riceveranno le famigerate rendicontazioni).

Nonostante la politica e i media stiano facendo di tutto per imporre il mantra politicamente corretto dei (presunti) vantaggi per i risparmiatori, la “nuova” normativa non piace ai consulenti, e i più si chiedono chi l’abbia voluta, e perchè.

“Cui prodest?” (chi ne trae vantaggio?), scriveva Cicerone in una delle sue più famose orazioni. Prendendo spunto dai classici latini, possiamo rispondere per esclusione, ed elencare con serenità coloro i quali non ricavano alcun beneficio dalla MiFID II: banche-reti, consulenti finanziari, società di gestione, SIM, manager di rete, addetti alla vendita delle case d’investimento. Fatto questo, l’elenco di chi ne trae vantaggio si riduce a due categorie di soggetti: i clienti (sulla carta), ed i massimi vertici dell’U.E..

I primi neanche sanno cos’è, avvolti come sono stati fino ad oggi nell’ignoranza (procurata) delle cose; i secondi, invece, l’hanno voluta fortemente, anche a costo di rivoltare l’industria del risparmio come un calzino, con l’obiettivo di generare un primato del sistema finanziario europeo su quello statunitense (che peraltro si sta già parzialmente adeguando, scartando però gli eccessi dell’Europa e creando un sistema di controlli più snello).

Naturalmente, si può anche affermare (senza correre il rischio di passare per ipocriti) che, nel caso delle due MiFID, l’interesse della politica europea sia coinciso con quello dei clienti. Ma è realmente così?

Relativamente ai maggiori beneficiari, cioè i clienti, i dubbi rimangono: il carico informativo delle rendicontazioni verrà compreso solo dal 7-10% di essi, ed il rimanente 90% continuerà a non leggere o a non comprendere sufficientemente ciò che gli arriva. In ogni caso è evidente che, con il suo coacervo di regole, la MiFID II non sarà in grado di controllare tutti i comportamenti adottati dal consulente durante la relazione con il cliente. Infatti, nessuno può assicurare che le proposte di investimento, sia pure conformi alle regole, siano effettivamente utili al cliente, e corrispondano alle sue reali esigenze viste all’interno delle fasi della propria esistenza.

Dal lato dei professionisti, poi, è bene fare un po’ di conti in tasca per comprendere l’impatto economico della normativa. Depurando il numero dei CF attivi (circa 52.000) da quello dei c.d. “dormienti” (circa 21.000), ricaviamo un numero di 31.000 consulenti realmente operativi, sui quali verrà “spalmata” la riduzione prospettica dei ricavi da commissioni di gestione (“danno emergente”), stimata da McKinsey nel 2018 in una forbice compresa tra 300 e 600 milioni di euro ogni anno. In soldoni, assumendo il 45% come percentuale media di partecipazione di ogni consulente ai ricavi da commissioni di gestione della mandante, e prendendo per buono l’estremo inferiore della forchetta (300 milioni di minor ricavo annuale), si determina il risultato medio di 4.300 euro l’anno di minori ricavi per ciascun consulente.

Non sembra poi così tanto, ma non è questo il punto.

Il punto è che , per i consulenti finanziari, al danno emergente è già seguito un “lucro cessante”, rappresentato dalla riduzione della produzione e dal conseguente minor fatturato complessivo indotti dall’arrivo della MiFID II: solo per il 2018 si parla del 15%.  Pertanto, continuando a ficcanasare nelle tasche dei professionisti, e sapendo che il fatturato medio di un consulente è pari a circa 75.000 euro (con portafoglio medio di 15 milioni), il lucro cessante è pari a 11.250 euro, che sommati al “danno emergente” portano l’effetto economico negativo ad una media totale di 15.500 euro circa a consulente.

Su quest’ultimo aspetto, c’è chi sostiene strumentalmente che i minori ricavi causati dalle MiFID siano il prezzo che i consulenti finanziari debbano pagare per gli “eccessi” di una condotta rivolta, più che alla professionalità, alla ricerca di lucrose commissioni. In sintesi, questi soggetti ritengono che: a) i consulenti abilitati fuori sede sono tutti scorretti e b) che i clienti siano tutti analfabeti funzionali, giacchè ricevono puntualmente le comunicazioni sulle commissioni e neanche le leggono.

Una posizione, questa, dettata da evidenti interessi di categoria, inaccettabile ed irrispettosa verso una universalità di professionisti che si interroga su un futuro pieno di incertezze.

Qualunque argomentazione, in ogni caso, si infrange contro una prova induttiva che chiarisce definitivamente come, nel caso delle MiFID, le finalità di politica internazionale dell’U.E. abbiano utilizzato la leva dei presunti benefici ai clienti per raggiungere i propri obiettivi. Infatti,  le istituzioni europee, immerse nell’architettura di nuove norme imperative, non hanno minimamente pensato ad associare a queste ultime la disciplina di un codice etico vincolante (come quello forense, ad esempio), uguale per tutti gli iscritti all’OCF, da allegare al contratto di mandato e/o da consegnare al cliente, da assumere come vera e propria “legge deontologica” per i consulenti finanziari.

Si tratta di una lacuna vistosa – tipica delle novità strutturali “calate dall’alto”, senza la sufficiente preparazione sui bisogni della “base” – grazie al quale il sistema oggi diffonde l’idea secondo cui sarà sufficiente osservare le norme per fornire un buon servizio di consulenza, e cioè basterà avere tutti i documenti e le “firme a posto” per essere “eticamente inattaccabili”.

A ben vedere, questo atteggiamento è del tutto simile a quello prodotto dalla normativa in tema di responsabilità medica, a causa della quale ha preso piede la c.d. medicina difensiva (complesso di pratiche terapeutiche condotte dal sanitario non tanto per tutelare la salute del paziente, quanto per evitare la possibilità di un contenzioso). Parimenti, nel caso dei consulenti finanziari e delle reti di distribuzione, si potrebbe parlare del pericolo di una “consulenza difensiva, e cioè di un complesso di regole formali – quelle della MiFID – sorte a tutela dell’Offerta, e non ad autentica protezione dei clienti (ossia della Domanda).

Per questo motivo, ed anche in considerazione dell’aumento della complessità operativa e dei maggiori costi di gestione, c’è chi vede nella MiFID II non qualcosa che risolva alla radice i possibili problemi legati alla qualità, all’onestà e alla professionalità del servizio, bensì un passo indietro nella diffusione della cultura della consulenza finanziaria.

Libri

A conferma di ciò, è utile raffrontare la MiFID II con i sistemi interni che regolano l’intero Stato. La Costituzione italiana, per esempio, è scritta attraverso 139 articoli e 18 disposizioni transitorie, mentre la MIFID II è articolata in 1400 norme distribuite su 7000 pagine. Pertanto, grazie a questo corposo contenuto normativo, gli intermediari finanziari sono sottoposti ad ulteriori obblighi di comunicazione, di informazione, di trasparenza, di reportistica, di conservazione, di archiviazione, di custodia, di trasmissione e di organizzazione, talmente stringenti che è stato necessario un lungo lavoro di riorganizzazione interna e una fase transitoria che, sotto certi aspetti, dura ancora adesso.

E così, mentre gli Usa si apprestavano ad abrogare progressivamente il famoso Dodd-Frank Act (voluto da Obama per incentivare la tutela dei consumatori e del sistema economico statale), e la Russia stava lavorando sulla criptovaluta di Stato, l’Ue ha deciso di appesantire i conti economici degli intermediari e dei consulenti con più stringenti oneri di compliance, che non garantiscono affatto la prevenzione dei disagi da “consulenza difensiva”. Invece, sarebbe stato preferibile ampliare i poteri di controllo interno, meno oppressivi e più chiari per tutti: formazione degli staff, indipendenza delle tipiche funzioni di controllo (da quello legale a quello di compliance, passando per il c.d. risk management e internal audit), più poteri ad organi come il comitato controllo rischi ed il collegio sindacale.

In sintesi, il problema dei cambiamenti imposti dall’alto è che neanche chi li ha promossi ne ha capito bene le conseguenze, perchè i suoi obiettivi erano diversi da quelli che, solo in apparenza, ne hanno dettato la necessità.

Di certo, agli utenti andava assicurata maggiore trasparenza, ma anche maggiore semplicità.

Invece abbiamo dato loro le MiFID, le direttive politiche infinite.

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Età media dei professionisti in aumento, ricambio generazionale al palo. Dimenticato il progetto di legge sui consulenti finanziari in società

Dopo il trasferimento (non retribuito) ai consulenti di molte mansioni amministrative, il progetto di legge del leghista Centemero rischiava di dare alle società mandanti la possibilità di scaricare sui professionisti anche i costi della formazione delle nuove leve.

La promessa elettorale del deputato (e Capogruppo) della Lega Giulio Centemero, alla vigilia della tornata elettorale europea, era stata chiarissima: anche i consulenti finanziari che lavorano su base non autonoma avrebbero potuto svolgere l’attività di consulenza in forma associata, così come i colleghi indipendenti. E così, Centemero depositava a maggio scorso il progetto di legge denominato “Modifiche agli articoli 3 e 31 del testo unico di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, in materia di esercizio dell’attività di consulente finanziario, abilitato all’offerta fuori sede, da parte di soggetti costituiti in forma societaria” (atto Camera n. 1817).

Non ci è dato conoscere il testo completo del PDL (non è più visibile online nel sito del Parlamento, e l’on. Centemero non ha ancora risposto alla nostra richiesta di visionarlo) ma, in buona sostanza, era stato annunciato da più parti che esso avrebbe permesso ai consulenti, una volta diventato legge, di creare delle società, da gestire nel rispetto dell’autonomia organizzativa dei singoli intermediari.

L’iniziativa parlamentare era stata salutata dai suoi sponsor come un nuovo strumento utile ad incentivare l’ingresso nel mondo della consulenza finanziaria dei neolaureati e a consentire quel ricambio generazionale di cui oggi non si vede traccia.

Oggettivamente, concentrandoci su quest’ultimo aspetto, non si vede alcun rapporto di causa-effetto tra una nuova forma organizzativa dei consulenti finanziari e l’avvio alla professione dei più giovani. Non lo si vedeva a Maggio, e non lo si vede adesso che si riprende a parlare (complice il caldo estivo) dell’argomento.

Anzi, l’insistenza degli sponsor di questo progetto di legge sulla inesistente equazione consulenti in società=introduzione dei giovani,  spinge a fare alcune riflessioni. In particolare, quella secondo cui questa idea strampalata di validare le società di consulenti in regime di mono-mandato non nasconda, in realtà, la volontà del sistema di scaricare sulla rete commerciale, dopo le numerose mansioni amministrative non retribuite, anche l’attività (e i costi) di formazione delle nuove leve.

Non è difficile giungere a questa conclusione: le società mandanti preferiranno, finchè possibile, pagare dei bonus di ingresso ai consulenti meno giovani e con portafoglio, invece di investire in formazione e avviamento dei neolaureati. Relativamente a questi ultimi (che per via della loro giovane età ed inesperienza hanno poca presa sulla clientela più “pregiata”), le banche-reti dovrebbero mettere su una costosa macchina organizzativa che assicuri la selezione dei soggetti più promettenti, l’affiancamento di tutor/supervisori specializzati nel coaching, l’organizzazione di docenti e materiale didattico per la preparazione all’esame, ed un tempo di attesa di almeno 18 mesi prima che uno di questi nuovi consulenti possa cominciare a camminare con i propri piedi e assicurare ricavi.

Tutto troppo costoso, soprattutto in un momento in cui, con la MiFID II, la restrizione dei margini non permette squilibri nel conto economico.

Pertanto, l’età media dei consulenti si innalzerà ancora, e l’unico rimedio per arginare la diluizione dei portafogli dei professionisti in uscita sarà quello di reclutare risorse più giovani (sui 35-40 anni, già sul mercato e con esperienza) a cui affidare il portafoglio clienti dei colleghi in uscita per raggiunti limiti di età.

Mentre la categoria sta sparendo, In Italia, a quanto pare, c’è ancora qualcuno che crede che certi eventi accadano per caso, o per via di strategie sbagliate da parte di soggetti in buona fede.

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Mercato dell’Arte e Passion Investment in continua esplosione, ma non tutto splende dietro le performance. Occhio alle bolle

L’Arte è un mercato in continua espansione, ma gli incrementi del suo giro d’affari nascondono alcune insidie strutturali che presto potrebbero presentare il conto agli investitori

Articolo di Alessio Cardinale

Mentre in Europa ed in Italia ci si arrovella sulle stringenti normative in materia di strumenti e servizi finanziari, esiste (e resiste) un mercato che, pur avendo lunga storia e tradizione, rimane al di fuori di qualunque seria regolamentazione.

Parliamo del mercato dell’Arte, i cui scambi rientrano a pieno titolo in quello che viene definito ancora oggi Passion Investment (settore che comprende opere d’arte, gioielli e pietre preziose, auto e moto d’epoca, grandi imbarcazioni).

La denominazione passion investment, però, sembra non essere più quella più appropriata. Fino a qualche anno fa, infatti, si definiva come tale qualunque investimento, accessorio ai più classici titoli finanziari, effettuato dai grandi detentori di patrimonio in quei beni capaci di conferire un certo status, prestigio, potere e anche persuasione verso i propri interlocutori; oggi questi beni pare abbiano perso la propria caratteristica di strumenti accessori, conquistando, per via delle specifiche peculiarità (in primis, quella di poterli celare a chiunque, fisco compreso, “ripulendo” ricavi non dichiarati), una fetta di mercato ogni anno più grande.

Secondo i dati comunicati da UBS, nel 2018 il giro d’affari globale del mercato dell’arte è stato di 67,4 miliardi di dollari, contro i 63,7 miliardi dell’anno prima, con un incremento del 5,8%.

Gli Stati Uniti continuano ad essere il mercato più grande (44% dei volumi globali), con una grande crescita anche nelle aste pubbliche, mentre il Regno Unito (21%), malgrado la Brexit, ha riconquistato il secondo posto, superando nuovamente la Cina (19%).

Il canale maggiore è quello dei dealer e delle gallerie, che nel 2018 hanno raggiunto un valore stimato di 35,9 miliardi (+7%).

Le vendite all’asta, invece, hanno raggiunto 29,1 miliardi nel 2018, con un aumento del 3% su base annua. In testa sempre gli Usa, con un incremento del 18% a 11,8 miliardi; segue il Regno Unito con +15% a 5,3 miliardi.

Altro canale importante è quello delle fiere d’arte, con un fatturato aggregato stimato di 16,5 miliardi nel 2018, in aumento del 6% su base annua. Le vendite online, infine, hanno totalizzato 6 miliardi, con una crescita annua dell’11 per cento.

Sebbene, parallelamente, si stia sviluppando anche un discreto mercato di opere d’arte di valore più accessibile a categorie di investitori un tempo escluse, i dati più significativi di questo settore scaturiscono sempre dagli scambi dei c.d. HNWI (High net worth individuals, individui con patrimonio compreso tra 5 e 30 mln di USD), ed in particolar modo di quelli che operano nei cinque mercati principali, ossia Regno Unito, Germania, Singapore, Hong Kong e Giappone. Un dato su tutti: mentre i collezionisti statunitensi hanno un’età media di 50 anni e oltre, nei nuovi mercati asiatici emerge un profilo di età molto diverso. A Singapore ed a Hong Kong, rispettivamente, il 46% ed il 39% dei compratori sono millennials, ed il 93% di loro acquista opere su piattaforme online.

Ma non è tutto oro ciò che riluce, e molte nubi si addensano all’orizzonte.

Infatti, eventi storici come la globalizzazione, l’avvento di internet, la facilità negli spostamenti, il crollo delle ideologie anticapitalistiche e l’aumento di nuovi ricchi, sono tutte cause che hanno contribuito a dipingere l’attuale scenario, generando dei risultati che, alla luce dell’assenza di controlli generalizzati di mercato, rischia di creare la più classica delle “bolle”. Inoltre, sembra che i canoni artistici oggi più osservati siano quelli che rispondono ad una minore cultura ed un maggior glamour, e che prediligono le opere prodotte dagli artisti contemporanei in quantità industriali, più che quelle singole e “immortali” dei grandi artisti della storia. Così facendo, però, diminuisce l’aspettativa media di vita “estetica” di un’opera contemporanea, ed in tal modo il mercato di riferimento si ammanta di una logica puramente speculativa, tipica degli strumenti finanziari tradizionali dai quali si vorrebbe mutuare le caratteristiche ed i ritmi vertiginosi di scambio.

Di conseguenza, anche il mercato dell’Arte si sta scindendo con più chiarezza nei due segmenti delle opere “anticicliche”, di cui fanno parte quelle più stabili e appartenenti ai periodi più classici della Storia dell’Arte (Rinascimento, Impressionismo etc), e delle opere “cicliche” (artisti contemporanei), di gran lunga più speculative e, pertanto, più soggette alle crisi di mercato.

Secondo l’economista Olav Velthuis (intervistato da Georgina Adam), “….Alla base di questo fenomeno ci sono meccanismi di creazione e distribuzione della ricchezza nel mondo. Esistono ricerche che mostrano come il mercato dell’arte benefici della distribuzione iniqua della ricchezza”.

Eppure, nonostante le evidenti frizioni sui prezzi (alle stelle), ancora oggi non si interviene con norme e codici che possano regolamentare gli scambi e la trasparenza delle quotazioni. Questo accade perché, nonostante il mercato dell’arte negli ultimi dieci anni sia lievitato sino a raggiungere un giro d’affari elevatissimo (67,4 mld, contro i 50 del biennio 2015-2016), l’arte è un segmento ancora meno sviluppato rispetto agli altri beni di lusso, che valgono 253 miliardi di dollari all’anno. Pertanto, i governi non intenderanno impiegare, ancora per molto tempo, energie e risorse per legiferare specificamente in materia.

Avrebbe potuto farlo l’Europa, ma si è preferito agire, con le due MiFID, solo per il settore finanziario.

In definitiva, finchè il desiderio di primeggiare con gli USA non porterà l’U.E. a fare opportune riflessioni anche sul mercato dell’Arte, i collezionisti si preparino ad affrontare, nel giro di qualche anno, gli effetti di una bolla epocale.

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Lo studio delle polizze assicurative per il medico: al bando quelle che costano poco

In caso di responsabilità medica, una copertura assicurativa insufficiente avrà effetti gravi sul professionista e sulla propria famiglia. Necessario adottare anche strumenti non assicurativi di difesa del patrimonio

Una polizza assicurativa sui rischi professionali va stipulata tenendo conto del criterio di rispondenza delle sue coperture alle esigenze specifiche del medico. Il suo studio, pertanto, richiede molta attenzione su alcuni aspetti fondamentali.

Il primo è il suo massimale, cioè il massimo esborso che la compagnia assicurativa è disposta a pagare in caso di sinistro. L’ambito professionale dei medici coinvolge la salute e la vita del paziente, per cui i massimali inferiori al milione di euro sono da ritenersi del tutto inadeguati.

Se il medico è un libero professionista o lavora con attività extra-muraria, è necessario sottoscrivere una polizza che copra la colpa professionale senza alcuna limitazione. Tale copertura prevede un costo annuo piuttosto elevato e, per molti medici, poco sostenibile, per cui l’offerta delle compagnie assicurative ha incontrato una forte domanda di polizze che, in cambio di un costo accessibile, garantiscono coperture limitate. Se così deve essere, allora, è più che ragionevole effettuare anche un approccio concreto verso gli strumenti non assicurativi di protezione del patrimonio.

Il secondo elemento da considerare è la franchigia, ossia l’importo fisso che in caso di sinistro resta a carico dell’assicurato. A nostro modo di vedere, per realizzare una prima tutela patrimoniale, qualunque soluzione che preveda una franchigia non è accettabile, anche se riduce di molto il premio annuale da pagare.

Uguale opinione è da esprimersi sui c.d. scoperti, ossia una sorta di franchigia che grava in misura percentuale sul danno a fronte di un premio annuo ridotto. Per chiarire il problema, è meglio affidarsi ad un esempio: se la franchigia è pari al 10%, ed il danno per cui il medico è chiamato in causa vale un milione di euro di risarcimento, 100.000 euro rimarranno a suo carico.

Ancora, vanno valutate le eventuali esclusioni dalla copertura, come quelle relative alla mancata acquisizione o al vizio del consenso informato, alla mancata o difforme compilazione della cartella clinica, ai fatti già noti al momento della stipula della polizza, ai casi di sospensione e radiazione dall’albo professionale, oppure alla mancata rispondenza del risultato per interventi con finalità estetiche.

La tutela legale del medico, poi, è da tenere in grande considerazione. Generalmente, infatti, le compagnie impongono i propri legali, che – probabilmente – faranno prima gli interessi della compagnia e poi, qualora le esigenze coincidano, quelli del medico, il quale invece dovrebbe poter scegliere di persona il proprio legale e il proprio perito di parte. Pertanto, è sempre consigliabile sottoscrivere una polizza di tutela legale che preveda espressamente la copertura economica preventiva in caso di contenzioso penale (sempre escluso dalla polizza di responsabilità civile professionale). Infatti, alcune compagnie offrono polizze che, a fronte di premi molto contenuti, prevedono la liquidazione dell’indennizzo solo alla fine del terzo grado di giudizio, costringendo il medico ad anticipare tutte le spese e, visti i tempi lunghi della Giustizia, a far fronte per lungo tempo con il proprio patrimonio personale.

Facendo esperienza degli eventi accaduti a molti medici, sempre più ospedalieri scelgono comunque la copertura assicurativa prevista per la libera professione. In questo modo, infatti, sia pur gravati da un maggior costo, essi si sentiranno più sereni nello svolgimento di qualsiasi attività sanitaria, come i casi di sostituzione o quelli di guardia medica. Ma anche per la tutela dalle attività svolte a titolo gratuito (volontariato) o ad amici e parenti.

Relativamente al c.d. Massimale Aggregato, questa particolare forma di copertura consiste non in una polizza individuale (che copre un solo medico), ma in una polizza collettiva (che copre, cioè, un gruppo di assicurati con un unico massimale); la si può trovare facilmente nelle convenzioni stipulate da sindacati e associazioni, ma conviene starne alla larga: il massimale che viene messo a disposizione è condiviso da tutti gli assicurati, per cui può accadere che un sinistro molto grave di un solo professionista esaurisca tutto il massimale previsto, e tutti gli altri si ritrovino assolutamente scoperti per l’anno in corso.

Inoltre, è bene ricordare che, nelle strutture sanitarie, la responsabilità in caso di danno non è mai di una singola persona, bensì ripartita tra il medico, gli infermieri e la stessa struttura. In alcuni casi, poi, se un’infermiera arreca danno ad un paziente, ne risponde anche il medico di turno. Questa categoria di responsabilità si chiama Solidale, e la maggioranza delle assicurazioni non la copre.

Oggi tutte le assicurazioni di responsabilità civile professionale per i medici sono in regime “claims made” (in italiano: a richiesta fatta); questo vuol dire che il medico è coperto solo se il danno e la conseguente richiesta di risarcimento avvengono durante il periodo di efficacia della polizza. Purtroppo, tra l’attività sanitaria che ha causato il danno ed una eventuale richiesta di risarcimento possono passare anche degli anni. Per garantirsi dai danni commessi prima della stipula della polizza l’assicurazione deve necessariamente avere la garanzia pregressa, e cioè una clausola che copra i rischi con validità retroattiva (anche in caso di sostituzione di una vecchia polizza con quella di un’altra compagnia); in caso contrario il medico rischia di rimanere scoperto nonostante abbia pagato regolarmente il premio.

In definitiva, questa serie di elementi dovrebbe scoraggiare un medico a sottoscrivere con leggerezza una polizza dal costo conveniente, oppure a ritenere che il solo strumento assicurativo, per quanto costoso e completo, sia sufficiente a tutelare il suo patrimonio. Un approccio superficiale sul tema, infatti, nasconde delle insidie che, in assenza di altri strumenti di difesa patrimoniale preventiva, avranno effetti tangibili e irreversibili sul tenore di vita del professionista e della propria famiglia.

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Quanti clienti sono disposti a pagare la consulenza finanziaria? Il nuovo modello di business non brilla alla prova del mercato

I consulenti finanziari lavorano in un contesto ancora poco favorevole alla consulenza a pagamento, e questo potrebbe pesare sul futuro della categoria. Tra calma piatta e tempesta MiFID in arrivo.

La maggioranza degli economisti e dei maggiori studiosi è concorde nel definire le due MiFID come l’apparato di regole necessarie alla creazione di un sistema finanziario europeo che possa gareggiare con quello statunitense. Anzi, è notizia recente che gli americani stiano importando un pò di MiFID nel loro modo di fare consulenza finanziaria.

Gli intenti di chi ha concepito le nuove norme, certamente comprensibili nell’ottica di un progetto continentale ad ampio raggio, si scontrano però con una differenza fondamentale rispetto agli USA: i cittadini americani, fin dagli anni ’20 del secolo scorso, hanno ricevuto la necessaria educazione finanziaria e, soprattutto, sono stati capaci di trasmetterla (anche con l’aiuto delle istituzioni pubbliche, sia nella scuola media-superiore sia nelle università) alle generazioni successive; in Europa invece, e soprattutto in Italia, il livello medio di competenza finanziaria delle famiglie è sempre stato medio-basso, e solo da due anni si è cominciato a parlare di educazione finanziaria.

Per quanto scritto sopra, le profonde trasformazioni iniziate nel 2008 e ancora in corso (con la seconda edizione della MiFID) non sono state il frutto delle istanze provenienti dalla Domanda (ossia dai clienti), bensì la traduzione di una volontà politica che ha coinvolto l’Offerta (cioè l’industria del risparmio gestito), senza tenere conto che lo scarso livello di competenza dell’utenza avrebbe comportato notevoli investimenti in formazione di base per i risparmiatori.

Infatti, in tema di gestione del risparmio, secondo lo studio della Consob “Rapporto sulle scelte di investimento delle famiglie italiane per il 2018”, più della metà degli italiani non sa definire esattamente (o per nulla) cosa sia il servizio di consulenza in materia d’investimenti. Dal Rapporto emerge che ciò che orienta i risparmiatori italiani nella scelta dell’interlocutore (consulente o bancario) a cui affidare i risparmi sono, in ordine di importanza:

  1. le indicazioni fornite dal proprio istituto bancario;
  2. la fiducia;
  3. i prodotti offerti;
  4. le competenze.

Si tratta di uno scenario un po’ sconfortante – sebbene prevedibile – che attribuisce alla valorizzazione della competenza l’ultimo posto. Inoltre, lo studio rivela che nel 37% dei casi gli investitori sono convinti che la consulenza sia gratuita, mentre nel 45% dei casi essi dichiarano di non sapere neanche se il consulente venga retribuito, e come.
Infine, la fedeltà alla propria banca sembra avere ancora un ruolo fondamentale. Allo stesso modo, lo è anche nel rapporto con il consulente, dal quale tutti i risparmiatori ormai si aspettano che egli effettui l’analisi dei bisogni (soprattutto quella sulla capacità finanziaria, sull’assunzione del rischio e sulle aspettative riguardo ai rendimenti attesi). Dopo questa fase, infatti, più del 60% dei clienti segue il consiglio della banca o del consulente e solo il 10% ascolta una seconda “campana”.

Questi dati, in apparenza, sembrano rivelare quanto spazio ci sia oggi in Italia per la consulenza finanziaria e patrimoniale, ma lo scenario non è così lineare come sembra.

Infatti, lo studio che abbiamo citato rivela che il 50% degli utenti non è disposto a pagare la consulenza, e che la disponibilità a pagare crescerebbe con il crescere del livello di cultura finanziaria degli utenti. Il problema, però, è che un intervistato su due non è stato in grado di definire correttamente le nozioni finanziarie di base. Come se non bastasse, in caso di forti turbolenze dei mercati soltanto il 20% degli investitori dichiara di volersi rivolgere ad un consulente, mentre gli altri rimarrebbero in balìa di se stessi o degli operatori bancari (che oggettivamente fanno un altro lavoro ed hanno un altro tipo di preparazione).

Pertanto, stando così le cose, si delinea un contesto difficile, e non certo favorevole ad un rapido attecchimento della consulenza finanziaria a pagamento nel comune sentire degli utenti. E questo rappresenta un problema strutturale per migliaia di consulenti abilitati fuori sede, i quali dovranno convivere con una sensibile riduzione (già in atto) dei margini da risparmio gestito e, non riuscendo a compensare i minori guadagni con i ricavi da consulenza, saranno costretti, per non essere espulsi dal mercato del lavoro (il portafoglio minimo di equilibrio ipotizzato per il prossimo triennio è pari a 30 milioni di euro a consulente), a tentare in ogni modo di aumentare il valore di portafoglio.

È chiaro che in tanti non ce la faranno. Le stime più prudenti parlano di 5.000 fuoriuscite nette entro il prossimo triennio, ed è ragionevole pensare che, entro i prossimi 10 anni, le uscite nette potrebbero essere anche 15.000.

nfatti, la “blindatura” commerciale della clientela di pregio da parte delle banche-reti, da un lato, e l’estrema standardizzazione dell’Offerta, dall’altro, rendono difficile l’acquisizione di clientela con portafoglio medio maggiore di 500.000 euro, e la crescita per mezzo dell’acquisizione di clientela c.d. retail – ossia, proprio quella che non è interessata ad acquistare il servizio di consulenza continuativa, ma occasionale – risulterebbe antieconomica.

In definitiva, il nuovo modello di business (minori ricavi da management fee, maggiori commissioni da consulenza) non riesce a rassicurare la categoria sul proprio futuro, perchè non è sorretto dal contesto attuale (come abbiamo visto).

Preoccupa ancora di più, peraltro, l’inspiegabile assenza di campagne istituzionali sul ruolo centrale della consulenza finanziaria, le quali dovrebbero provenire, prima ancora che dai singoli istituti, dalle associazioni di categoria e, se vogliamo, anche dalle istituzioni.

Lo scenario attuale, pertanto, è quello che vede la categoria dei consulenti finanziari “galleggiare” su una nave alla deriva, spinta dal vento ad arenarsi sugli scogli di un isola deserta, sconosciuta alla carte geografiche.

Non sembra una semplice mareggiata quella in atto, ma una tempesta perfetta.

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H2O-Natixis, i media e la fuga precipitosa dai fondi: una grande sconfitta per la razionalità

Tutti sapevano che i fondi H2O erano caratterizzati da un livello di rischio più elevato rispetto alla media, eppure c’era chi gridava irrazionalmente al “miracolo finanziario”

Articolo di Marco Pallini

Sulla graticola, in questi giorni, i fondi della casa d’investimento H2O, una tra le società del risparmio gestito che fanno capo al gruppo francese Natixis. Dopo alcuni giorni di passione, in cui il buon nome della società e della capogruppo sono stati messi in dubbio, H2O ha ceduto parte dei propri asset illiquidi ed eliminato le elevate commissioni di ingresso nei propri fondi, nel tentativo di frenare un’ondata di riscatti che è iniziata con la diffusione dei primi allarmi su alcuni titoli detenuti in portafoglio.

Fino ad oggi, infatti, a seguito della sospensione del rating di uno dei suoi fondi da parte di Morningstar, e di numerosi articoli da parte degli organi di stampa che si occupano di finanza (Financial Times in testa), sono usciti quasi 2 miliardi di euro dalle masse gestite, costringendo H2O a vendere frettolosamente molte attività finanziarie per costituire la liquidità necessaria a far fronte ai riscatti.

Ci si chiede se i timori espressi in merito alla liquidità e alla governance siano stati giustificati, e soprattutto se in questa occasione l’informazione finanziaria non abbia giocato un ruolo fondamentale nel diffondere il panico.

Infatti, H2O ha comunicato che l’iniziativa di svalutare gli asset illiquidi ha comportato la svalutazione dei propri fondi fino a un massimo del 7% del valore, mentre Natixis ha fatto sapere che appoggia le iniziative di H20 e che sta già rivedendo il business model della controllata, con l’obiettivo di ripristinare la fiducia nel più breve tempo possibile.

Fin qui la storia recente, densa di notizie e comunicati che si susseguono quotidianamente e tengono alta la soglia di attenzione sul gruppo francese e sulla sua controllata. Da questa vicenda, ancora in corso, possiamo ricavare però alcune importanti riflessioni. In particolare, i fondi H2O:

1) per anni hanno dato risultati eccezionali, dimostrando una eccellente capacità di recupero dopo le fasi di storno (diversamente da tanti pachidermi che vengono collocati);

2) in relazione alla fascia di rischio possono vantare dei gestori di rara abilità, sia per come hanno lavorato, sia per il valore che hanno dato ai soldi in gestione;

3) sono strumenti di risparmio gestito diversi dagli altri: veri e propri hedge fund disponibili, però, anche per piccoli risparmiatori, con un taglio minimo basso e accessibile a tutti (anche solo 2-3mila euro su, ad esempio, un portafoglio di 50 mila);

4) hanno un management fee molto conveniente, e performance fee importanti, ma molto più oneste e trasparenti di quelle applicate da tanti big del risparmio gestito;

5) per via delle leve che presentano nelle diverse asset class, sono sempre stati corredati da documenti informativi recanti con chiarezza le corrette informazioni sulla reale soglia di rischio e sulla volatilità;

6) erano talmente richiesti che lo stesso gestore aveva messo una commissione di ingresso del 5% per limitare le sottoscrizioni (che andava a chi aveva già il fondo in portafoglio, per ricompensarlo della “diluizione”, anche in questo un esempio di correttezza).

A ciò possiamo aggiungere che i più non sono entrati “perché sono già saliti troppo” (rimanendo a “gufare” per qualche anno) o perché le retrocessioni provvigionali non erano poi così soddisfacenti.

In definitiva, nel contesto globale in cui ci troviamo (spread normalissimi, liquidità abbondante delle banche centrali e tassi bassi, previsti in ulteriore ribasso) i fondi H2O non dovrebbero suscitare particolari preoccupazioni per via di quelle quote di titoli illiquidi che sono state dichiarate con immediata trasparenza. Eppure, si è diffuso il panico, generando un ulteriore rischio tecnico (di cui mai si parla, ma c’è eccome!), e cioè che il semplice timore di una valanga di riscatti potesse mettere in crisi il gestore, facendo scendere il valore del fondo per via della vendite forzate.

Un altro rischio tecnico – anche questo poco menzionato – è quello del possibile blocco momentaneo dei riscatti, soluzione estrema che potrebbe essere perseguita qualora i media facessero ancora di tutto per “strombazzare” maldestramente la notizia alla spasmodica ricerca di attenzione.

A conti fatti, la vicenda H2O rischia di essere una sconfitta per tutti, sia per chi quei fondi li ha comprati, sia per chi non li ha mai presi: quando si distrugge valore senza razionalità non è mai una vittoria.

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USA, tramonta il mito del “Lupo di Wall Street”: dal 2020 un pò di MiFID nella consulenza finanziaria degli Stati Uniti

Riforma SEC in puro stile MiFID. Sembra ormai al capolinea l’era dell’intermediario americano immortalato nei film,  pronto a tutto pur di far soldi.

Abbiamo già avuto modo di scrivere, relativamente al percorso normativo europeo che ha portato all’entrata in vigore delle due MiFID, come tali innovazioni regolamentari fossero state concepite dall’U.E. per rivaleggiare, in materia di sistema finanziario, con quello statunitense, per decenni divenuto fonte di veri e propri miti (immortalati in celebri cult-movie come “The Wolf Of Wall Street” o il meno conosciuto “Boiler Room”) sui broker pronti a tutto pur di far soldi.

C’era chi pensava che mai, negli Stati Uniti, si potesse arrivare ad imitare il nuovo modello europeo; eppure sta accadendo, anzi è già accaduto.

Il mercato americano della consulenza finanziaria, naturalmente, è mille volte più maturo del nostro, con le sue 12.500 società di consulenza che gestiscono 82.500 miliardi di dollari (dati 2018) per conto di circa 34 milioni di clienti. I suoi 311.000 financial advisor sono suddivisi in due categorie: consulenti indipendenti (Registered Investment Adviser – RIAs) e broker-dealer, ossia la stragrande maggioranza, che eseguono le transazioni in titoli per conto dei clienti e distribuiscono prodotti finanziari.

La differenza tra le due tipologie è del tutto simile a quella oggi esistente in Italia ed in Europa: la remunerazione dei consulenti finanziari (che coinciderebbero con i nostri consulenti autonomi)  consiste in una percentuale sugli asset dei clienti, mentre i broker, che spesso operano all’interno di reti appartenenti a a grandi gruppi finanziari (Merryll Linch, Morgan Stanley etc), ricevono commissioni in base alle operazioni effettuate o ai prodotti finanziari collocati. Lo scorso 5 Giugno, è stato approvato dalla Securities and Exchange Commission (SEC) il nuovo Regolamento,  che ha messo in circolo un pacchetto di misure per aumentare la qualità e la trasparenza nei rapporti tra gli investitori al dettaglio, i consulenti finanziari e i broker-dealer, elevando i requisiti legali e le informazioni obbligatorie in linea con le aspettative degli investitori.

Pertanto, i broker verranno gravati da obblighi mai visti prima, come: 1) agire nel migliore interesse del cliente al dettaglio quando formula una raccomandazione di investimento; 2) includere obbligatoriamente l’identificazione e la comunicazione al cliente di un eventuale di conflitto di interesse; 3) fornire, all’atto di iniziare la relazione con un cliente, un riepilogo che riassuma le informazioni su servizi, commissioni e costi, conflitti di interesse e standard di condotta legale.

Il nuovo regolamento non è ancora entrato in vigore, ma sarà efficace dopo un periodo di transizione che durerà fino al 30 giugno 2020.

Dopo, niente più film da Hollywood sui broker alla Leonardo Di Caprio.

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