Settembre 13, 2026
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Agenti di assicurazione, i modelli di rappresentanza degli intermediari vanno ripensati

Secondo Federpromm, il settore degli intermediari assicurativi va strutturalmente ripensato in termini di strategie sia da parte dei soggetti abilitati che da parte delle associazioni di rappresentanza.

Attraverso una ricerca sociologica condotta  di recente dal centro studi di Federpromm-Uiltucs, in collaborazione con la società FDP su dati Ivass e altre fonti di informazione del settore della distribuzione assicurativa in Italia, sono emersi elementi di valutazione che mettono in evidenza forti criticità all’interno del panorama della rappresentanza degli intermediari assicurativi.

Esaminando  nel dettaglio i dati aggiornati ai primi di novembre 2022 dei soggetti iscritti alle varie Sezioni del Registro Unico degli Intermediari assicurativi e riassicurativi (RUI), è emerso come la figura classica dell’Agente di assicurazione (iscritto alla Lettera A) – storicamente riconosciuta dalla comunità dei risparmiatori –  sia in fase di decrescita costante anno dopo anno: da 27.441 unità del 2019 si è passati a 26.912 nel 2020, a fronte dei 38.363 iscritti nel 2010 con una diminuzione di ben 11.451 agenti (-29,84%). Pertanto, una figura che si può ipotizzare in fase di estinzione, come sta avvenendo per correlazione al settore del credito che sta ridimensionando notevolmente la presenza del personale e delle agenzie sul territorio, causa l’applicazione dei servizi automatizzati

Indicativi anche i dati riferiti alle altre figure professionali, quali i Broker (iscritti alla Sez B), che da 5.735 del 2019 hanno avuto un decremento in percentuale dello  0,58%, passando a 5.702 unità; nonché i soggetti iscritti alla lettera C (i cosiddetti Produttori diretti), che passano da 3.246 del 2019 a 2.476 nel 2020 (-5,15%); così come gli iscritti alla Sez.D (banche, Sim, intermediari finanziari ex art. 106 del Testo Unico Bancario, Istituti di pagamento ex art. 114 septies del Testo Unico bancario e Poste italiane – Divisione servizi di bancoposta), che da 452 unità nel 2019 scendono a 439 nel 2020. Ma il dato che fa riflettere gli addetti ai lavori è l’esplosione dei soggetti iscritti alla sez E, ovvero dei c.d. sub-agenti o collaboratori, che da circa 160mila unità del 2015 sono cresciuti in modo esponenziale fino a 195.923 iscritti nel 2019, superando nel 2020 la soglia di 200.000 unità (200.884), con un incremento percentuale di +2,47%. 

Da un’analisi del contenuto emerso dalla ricerca – sostiene il presidente Manlio Marucci di Federpromm/Uiltucs – è evidente che tutto il settore dell’intermediazione assicurativa va strutturalmente ripensato in termini di strategie sia da parte dei soggetti abilitati che da parte delle associazioni di rappresentanza di tali categorie professionali, poiché emerge chiaramente la “sfasatura” sul piano delle tutele dei soggetti deboli, quali sono appunto i collaboratori iscritti alla sez. E, privi di ogni tutela sul piano contrattuale, economico  e previdenziale. Infatti a tali figure si applica ancora un incarico di puro mandato di collaborazione (solo a volte di agenzia), con lettera accessoria da parte dei soggetti iscritti di cui alle precedenti lettere A,B e D del Registro. La Tabella precedente esprime una radiografia di sintesi del problema.

Analizzando anche i dati storici tra i vari competitor presenti sul mercato assicurativo italiano dalla ricerca, è emerso come nel Ramo Vita il 60% è rappresentato da Banche e Consulenti Finanziari; mentre nel Ramo Danni  il 35% dei consumatori è disponibile a rivolgersi al concessionario auto per quanto riguarda l’RC auto. Relativamente al mercato polizze legate ai mutui, invece, emerge che il 32% dei soggetti é disponibile ad acquistare il servizio direttamente dai mediatori creditizi. Infine, un dato significativo è quello riferito alla vendita online di polizze, a cui si rivolgono direttamente gli utenti attraverso le piattaforme più evolute: da Google, Amazon, Facebook, E-bay ed altri, anche se al momento poco presenti in Italia. “In conclusione si può affermare – conclude la nota dell’organizzazione – come il processo  di maturazione da parte degli intermediari assicurativi presenti una dinamica molto complessa e frastagliata da cui emerge una serie di problematiche che interessano l’offerta dei prodotti e servizi di natura assicurativa e previdenziale, a cui bisogna assicurare un percorso di crescita che sappia soddisfare al meglio i bisogni della popolazione italiana, sia sotto il profilo delle coperture che della educazione assicurativa e previdenziale

Appello FEduF, l’educazione finanziaria sia un diritto per i giovani

Le competenze di economia non sono percepite come una priorità formativa dagli italiani: solo il 21% dei nostri connazionali le ritiene essenziali per agire in modo responsabile e fare scelte consapevoli.

ROMA (ITALPRESS) – Il percorso verso un’adeguata diffusione dell’educazione finanziaria nel nostro Paese è ancora lungo, malgrado i numerosi studi promossi sia da soggetti istituzionali sia da soggetti privati ne confermino l’urgenza. Tuttavia, le competenze di economia non sono percepite come una priorità formativa dagli italiani: solo il 21% dei nostri connazionali le ritiene essenziali per agire in modo responsabile e fare scelte consapevoli, contro il 43% che ritiene prioritaria la formazione nell’ambito della salute per la prevenzione delle malattie; il 41% che si focalizza sulla sostenibilità per limitare l’impatto delle attività umane sull’ambiente; il 27% che si indirizza verso i temi dell’alimentazione legati alla salute e al consumo di risorse (L’approccio all’economia e il vissuto degli italiani, Ipsos per FEduF, giugno 2022).

Dopo i saluti introduttivi del presidente dell’ABI Antonio Patuelli, del direttore generale dell’ABI Giovanni Sabatini, di Stefano Lucchini – presidente della FEduF, del direttore generale della DG Ordinamenti del ministero dell’Istruzione Fabrizio Manca, della direttrice del Comitato Nazionale Edufin Annamaria Lusardi e di Marcello Presicci, presidente dell’Advisory Board della Fondazione, la priorità della formazione economica delle nuove generazioni è emersa con forza durante l’incontro “La giornata dell’educazione finanziaria – Perchè il risparmio parte dai giovani“, moderato da Roberto Sommella – direttore di MF-Milano Finanza. L’evento ha rappresentato un’occasione di riflessione tra circa 400 studenti delle scuole secondarie di II grado e alcuni protagonisti del mondo economico – Andrea Abodi, già presidente Istituto per il Credito Sportivo – Francesca di Carrobio, amministratore delegato Hermes Italia – Cristina Catania, Senior Partner McKinsey e Massimo Lapucci, segretario generale Fondazione CRT – sul diritto dei giovani ad acquisire competenze economiche di base, nel rispetto dell’art. 47 della Costituzione.

“Il dibattito di oggi concentra l’attenzione sulla indispensabile esigenza di accelerare il processo di crescita delle competenze economiche degli italiani, a partire dai più giovani e da chi, da questo punto di vista, ha più bisogno. Oggi tutto ciò diventa ancora più importante poichè le conseguenze economiche della guerra alle porte dell’Europa ci riguardano come cittadini, consumatori e risparmiatori e ci riportano bruscamente all’indietro, ai tempi della grande inflazione e della crisi energetica degli Anni Settanta del secolo scorso – commenta Stefano Lucchini (nella foto), presidente della Fondazione per l’Educazione Finanziaria – Nessuno di noi da solo può contrastare gli effetti della geopolitica o i movimenti dei mercati, ma un accesso più ampio all’educazione finanziaria può aiutare a mitigarne gli effetti sulle famiglie e sul Paese: per questa ragione oggi abbiamo scelto di diffondere il nostro appello per l’educazione finanziaria, competenza sempre più centrale e diritto universale per tutti ma, in particolare, per le generazioni più giovani”.

Le nuove generazioni vivono oggi un momento particolarmente complesso perchè si trovano ad affrontare il più grande aumento di prezzi degli ultimi quarant’anni: un alto tasso di inflazione è particolarmente dannoso per tutti ma specialmente per i più giovani perchè non hanno a disposizione le risorse necessarie per far quadrare i conti nonostante l’impennata dei prezzi. “Essere in grado di gestire le proprie finanze, soprattutto in un periodo storico caratterizzato da eventi inattesi e con effetti negativi sull’economia e sul benessere delle persone, è il requisito fondamentale per vivere bene sia personalmente sia come società nel suo insieme – commenta Marcello Presicci (nella foto), presidente dell’Advisory Board della Fondazione per l’Educazione Finanziaria e a Risparmio – ed è per questa ragione che il dibattito sull’educazione finanziaria con le giovani generazioni diventa centrale in un’ottica di miglioramento della gestione del proprio denaro, ossia di risparmio”.

“La giornata dell’educazione finanziaria – Perchè il risparmio parte dai giovani”, è realizzata da FEduF (ABI) in collaborazione con Milano Finanza e rientra nell’ambito delle iniziative del Mese dell’Educazione finanziaria (#OttobreEdufin2022), promosso dal Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria che per tutto ottobre porterà in tutta Italia eventi e iniziative dedicate alle conoscenze e competenze finanziarie, assicurative e previdenziali.

(ITALPRESS).

I pensionati di Neanderthal e i pensionati Sapiens alla prova della catastrofe previdenziale

Oggi in Italia vivono contemporaneamente due specie di “Homo Quiescens”: quella con pensioni al 90-100% dell’ultima retribuzione, e quella destinata ad un assegno non superiore al 45% dell’ultimo reddito.

Di Alessio Cardinale

Il sistema previdenziale italiano, nel suo complesso, non smette di creare problemi ai cittadini, e molti sono ancora i nodi da sciogliere, perennemente rinviati al governo successivo da ogni esecutivo precedente. Come una patata bollente, infatti, il disastro dei conti pubblici previdenziali passa di mano in mano con grande velocità, fino a quando l’ultima mano non ha chiuso il giro e la patata cade a terra, incapace di raffreddarsi ed essere finalmente colta da qualche volenteroso che decida di farsene carico.

Per quasi tre decenni, i governi che si sono succeduti non hanno messo mano ad una riforma seria, preoccupati com’erano di non scontentare chi viveva di generosissime baby-pensioni, con il risultato che, come in quel breve periodo di tempo in cui gli ultimi uomini di Neanderthal hanno convissuto con i Sapiens, oggi in Italia vivono contemporaneamente due specie di “Homo Quiescens”: quella con pensioni al 90-100% dell’ultima retribuzione (più una pletora di decine di migliaia di privilegiati con vitalizi e super pensioni a cinque zeri), e quella destinata ad un assegno non superiore al 45% dell’ultimo stipendio o reddito da lavoro autonomo.

Sebbene la prima sia destinata ad estinguersi nel giro di pochi decenni, le cose non andranno affatto meglio per la specie sopravvivente, come invece prevedrebbe qualunque processo evoluzionistico. Infatti, coloro che sopravvivono ai “pensionati neanderthaliani” saranno segnati da un divario economico inaccettabile rispetto ai “pensionati antenati” e da un futuro tenore di vita inadeguato, al quale vengono abituati subito, in età lavorativa, attraverso l’assenza di un salario minimo obbligatorio e conseguenti redditi medi da fame. Il fatto è che, nel caso dei “pensionati di Neanderthal”, essi rappresentano la specie che si estinguerà mantenendo fino all’ultimo giorno un migliore tenore di vita rispetto ai “pensionati Sapiens”, i quali invece sono destinati, stando così le cose, a peggiorare le proprie condizioni di vita in nome di una grottesca inversione dell’evoluzione economica della specie.

Al momento, l’Italia è il primo tra i 34 membri dell’OCSE per spesa per le pensioni. Un terzo del nostro stipendio serve ad alimentare il bacino delle pensioni, rispetto alla media OCSE del 18,2%. A questo risultato siamo arrivati, oltre che con la fervida collaborazione dei governi che hanno preceduto l’ultimo nuovo di zecca – anche questo dovrà mostrare il suo valore in tema di pensioni, e non solo – “grazie” al gravissimo problema demografico nazionale: facciamo pochissimi figli, l’istituto del matrimonio viene costantemente scoraggiato da una narrazione iper femminista della famiglia – quest’ultima affievolita dall’imposizione dei nuovi archetipi familiari pseudo progressisti – con gli uomini relegati al ruolo di portatori di reddito e soprattutto di soggetti gravati del welfare occulto a favore delle donne italiane non lavoratrici, quest’ultime perennemente dimenticate dallo Stato. Questo sistema, se si reggesse su un patto sociale chiaramente espresso tra le parti, potrebbe anche reggere, ma così non è. Prova ne sia che il nostro tasso  di natalità è disarmante, e secondo le ultime proiezioni nel giro di cinque anno saremo 12 milioni in meno.

Del resto, un sistema pensionistico che consente al genere più longevo – quello femminile, che ha una aspettativa di vita maggiore – di entrare in pensione prima di quello che ha una aspettativa di vita inferiore, spiega la follia irrazionale che puntualmente si ripercuote sui conti dell’INPS. Equiparare l’età pensionabile dovrebbe essere la prima misura da prendere, ma una scelta del genere verrebbe fatta pagare cara a chi la prende, poiché il voto femminile è il tesoro nascosto di ogni partito politico italiano. E così, anche nel 2023 i requisiti per andare in pensione sono quelli previsti dalla legge Fornero: la pensione di vecchiaia si ottiene a 67 anni, mentre si può andare in pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, e 41 anni e 10 mesi per le donne. Da gennaio 2023, inoltre, sparisce la “Quota 100” che consentiva di andare in pensione di vecchiaia a 62 anni e 38 anni di contributi, e sparisce anche la “Quota 102” che consentiva di andare in pensione a 64 anni più 38 di contributi.

Dopo questa doverosa premessa, torniamo a parlare di previdenza integrativa, strumento cui gli italiani dovrebbero ricorrere – e correre – sempre più spesso, anticipando l’accantonamento fin dal primo anno di lavoro, un po’ come fanno gli americani. Il problema è che noi non siamo americani, e in Italia non esiste ancora alcuna forma di educazione all’accantonamento previdenziale e assicurativo in generale. Eppure, gli italiani hanno sempre avuto una tra le più elevate propensioni al risparmio del mondo, almeno finchè la scelta di farci entrare nell’Unione Monetaria Europea – la peggiore di tutte le scelte possibili, con il senno del poi – non ha frenato la nostra propensione al risparmio per via della perdita di potere d’acquisto. Peraltro, anche negli ultimi tre anni, a partire dallo scoppio della pandemia, il nostro tasso di risparmio è stato tra i più alti al mondo.

Pertanto, non si comprende come un popolo così preparato all’accantonamento non sia stato negli anni “educato” al risparmio previdenziale massivo, se non con la suicida ostinazione della classe politica di voler tenere in piedi un sistema pensionistico destinato a morire non solo per via del calo demografico – che negli anni potrebbe anche subire una inversione positiva, se solo si mettessero in piedi le politiche sociali adatte – ma soprattutto per l’uso delle casse dell’INPS per finalità che, sia pure di stampo assistenziale, servono a risolvere problemi di temporanea improduttività di reddito del singolo lavoratore, e nulla hanno a che vedere con il trattamento pensionistico propriamente detto, che invece è uno strumento di stabilità finanziaria personale dell’ex lavoratore a beneficio della sua vecchiaia.

Sembra che il prossimo Governo lavorerà ad una serie di strumenti di rilancio della previdenza integrativa. Negli ultimi mesi si è ipotizzata, per esempio, la possibilità di varare un semestre di silenzio/assenso (come nel 2007) per trasferire il TFR a un fondo pensione, cercando così di attrarre gli under 45, ossia i più penalizzati in merito al futuro trattamento pensionistico (assegno pari al 40% dell’ultimo stipendio). Il resto dovrebbe farlo  la profonda rivisitazione della tassazione agevolata in fase di erogazione della pensione integrativa: la ritenuta a titolo d’imposta del 15% (aliquota massima) dovrebbe essere ridotta al 6% fin dal primo anno, e non solo dal quindicesimo anno in poi, quando scatta lo sconto dello 0,30%. Ma il provvedimento più importante del nuovo Governo dovrebbe essere quello di “ubriacare” gli italiani con una campagna di comunicazione costante e continua, come quella che si è stati capaci di mettere in piedi per la vaccinazione contro il Covid-19. Infatti, da una recente ricerca (Nicola Ronchetti di Finer) è scaturito che il 72% dei clienti di banche e consulenti finanziari non ha mai toccato il tema previdenziale, e ancora oggi quasi il 40% di essi pensa che la pensione non sia un problema che lo riguardi.

In base all’ultimo rilevamento Covip, le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari si attestano a oltre 220 miliardi di euro, in costante aumento rispetto agli anni precedenti, e sugli orizzonti temporali lunghi – si prenda ad esempio il decennio 2011-2021 – il rendimento medio annuo composto degli strumenti di previdenza integrativa è assai soddisfacente: fondi negoziali  4,1%, fondi aperti 4,6%, PIP unit linked 5% e PIP gestioni separate 2,2%. Nello stesso periodo, il tasso di rivalutazione medio annuo del TFR è stato del 1,9%, per cui nel lunghissimo periodo – tipico degli accantonamenti previdenziali, che durano alcuni decenni – il risultato in termini di integrazione dell’assegno pensionistico potrebbe essere sensibilmente più adeguato alle esigenze della vecchiaia.

L’Educazione Finanziaria e i “dummies”. Federica Dossena: la conoscenza domina emozioni ed errori

Secondo l’autrice di “Educazione finanziaria for dummies”, il consulente deve avere un alto livello di Educazione Finanziaria, senza il quale non potrà trasferire la propria conoscenza alle famiglie-clienti.

Puntuale come ogni anno, il Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria sta promuovendo (1 -31 ottobre) la quinta edizione del “Mese dell’Educazione Finanziaria” (#OttobreEdufin2022), con le quali vengono attuati nell’intero territorio nazionale moltissimi eventi (anche con modalità webinar e conferenze online) dedicati allo sviluppo delle conoscenze finanziarie nelle famiglie italiane, anche e soprattutto in chiave previdenziale (Settimana dell’educazione previdenziale, in programma dal 24 al 30 ottobre).

In particolare, la presente edizione porta avanti lo slogan “Costruisci oggi quello che conta per il tuo futuro”, sottolineando l’importanza di avere anche obiettivi di lungo-lunghissimo periodo nella gestione dei propri investimenti, grazie ai quali far fronte a lontane – ma inesorabili – esigenze di natura previdenziale, che segneranno il passaggio dall’epoca delle pensioni adeguate a quella delle pensioni “di mera sopravvivenza”, che sarà necessario integrare con un trattamento aggiuntivo per far fronte ai crescenti bisogni della vecchiaia. In tema di Educazione Finanziaria, poi, la Banca d’Italia e il ministero dell’Istruzione conducono dal 2008 il Progetto “Educazione finanziaria nelle scuole”, che sin dalla Scuola Primaria introduce gli studenti ai concetti base della finanza e dell’economia con un approccio di “formazione ai formatori”, cioè agli insegnanti, cui è affidato il compito di trattare la materia in modo molto semplice dopo aver partecipato a un incontro di circa due ore organizzato dalla Banca d’Italia (che fornisce loro materiali didattici come le guide per l’insegnante, i quaderni didattici per gli studenti e un sito internet dedicato). 

Eppure, nonostante questo dispiego di forze in campo, il livello di Educazione Finanziaria degli italiani rimane sensibilmente più basso rispetto a quello degli altri cittadini europei o di quelli dei paesi asiatici, parecchio più “educati” finanziariamente degli italiani. Pertanto, è evidente che il sistema nazionale deve poter fare di più, non limitandosi a dare lustro alla materia solo in un periodo dell’anno, bensì tenendo alta l’attenzione degli utenti senza soluzione di continuità, magari creando delle figure professionali specifiche – quelle degli educatori finanziari – da affiancare all’attività di banche e reti di consulenza, in qualità di veri e propri “ambasciatori” del sistema presso le scuole e le università. Il rischio, infatti, è di affidare il miglioramento del livello di Educazione Finanziaria semplicemente attendendo che le future generazioni di italiani – oggi studenti presso tutte le scuole dove si svolgono queste attività educative, sia pure in modo insufficiente – possano esprimere un grado di conoscenza e competenza finalmente in linea con quello degli altri paesi.

Nel frattempo, in attesa che le cose migliorino, trovano legittimo spazio le iniziative di “capitani coraggiosi” che, forti della propria missione professionale sul campo, regalano al pubblico dei risparmiatori il proprio lavoro concettuale sotto forma di libri, che presto diventeranno dei veri e propri “evergreen” dell’Educazione Finanziaria. E’ il caso di Federica Dossena, consulente finanziario di una nota rete di consulenza, che ha recentemente pubblicato “Educazione finanziaria for dummies” (208 pp, € 19,90, Ed. Hoepli), un testo che andrebbe inserito con pieno diritto in tutte le scuole superiori e – perché no – da far leggere ai genitori degli attuali studenti, soprattutto per via della semplicità con cui l’autrice tratta la materia, proprio come se si trovasse di fronte ad una famiglia di risparmiatori “ignoranti” e bisognosi di conoscenza.

Educazione finanziaria for dummies” è un “manuale efficace per pensare al proprio domani in termini finanziari e prendere decisioni in merito al patrimonio, un vero e proprio corso preparatorio, che aiuta a prendere le decisioni più corrette nella gestione del patrimonio, a compiere le scelte più appropriate anche nei rapporti con le banche, a scegliere un consulente finanziario, ad attivare un piano di accumulo o anche, semplicemente, a definire la percentuale del reddito da dedicare agli investimenti”, non senza dedicare spazio alle commissioni degli strumenti di risparmio gestito.

P&F ha rivolto alcune domande a Federica Dossena sul suo libro e sullo stato dell’arte dell’Educazione Finanziaria in Italia.

Federica, chi sono esattamente i “dummies” in Educazione Finanziaria? Può farci un loro identikit?
I “dummies” in generale sono i principianti, i neofiti. In realtà, quando si parla di finanza spesso si toccano argomenti sensibili e molto legati alle emozioni, che portano i risparmiatori a  confrontarsi esattamente come per il gioco del calcio, dove di fronte a partite particolarmente avvincenti si diventa tutti un pò allenatori. Tanti pensano di avere le verità in tasca, ma di solito la scarsa conoscenza porta a dire castronerie. In finanza tutti pensano di aver fatto l’investimento migliore, poi il tempo galantuomo svela gli errori commessi. L’identikit del dummy è quello che pensa di sapere tutto, ma si perde in un bicchiere d’acqua.  Poi ci sono i dummies che “sanno di non sapere”, e decidono di informarsi con la giusta curiosità e apertura.

Quali sono i veri vantaggi dell’Educazione Finanziaria per gli investitori, e quali per i consulenti?
Attraverso l’Educazione Finanziaria l’investitore giunge ad una consapevolezza finanziaria che aiuta a liberarsi da pregiudizi fuorvianti . Avere coscienza di quali siano gli strumenti finanziari base, del funzionamento della macchina economica, avere contezza di quale sia la propria capacità di risparmio  e cosa farne, è fondamentale per sentirsi più pronti e sicuri a vivere in un mondo dominato da incertezze. Allo stesso tempo, tutto ciò favorisce il lavoro del consulente, che con maggiore efficacia può guidare il proprio cliente a districarsi nel complicato mondo dei mercati finanziari. Parlando la stessa “lingua” è più facile capirsi, e si lavora anche meglio.

Cosa non ha funzionato fino ad oggi nella diffusione dell’Educazione Finanziaria in Italia, visto il livello di “ineducazione” che si riscontra tra le famiglie italiane?
Un mix tra eccesso di confidenza delle proprie competenze, lato investitore, e una insufficiente preparazione da parte degli addetti al settore. Questo mix è stato finora decisivo a mantenerci ultimi in tutte le classifiche nell’ambito dell’Educazione Finanziaria.

Secondo lei, il ruolo di educatore finanziario è accessorio a quello di consulente, oppure potrebbe aspirare ad avere una sua individualità professionale in futuro?
Un consulente finanziario DEVE avere un’ottima Educazione Finanziaria, e deve essere in grado di trasferirla ai propri interlocutori. La figura dell’educatore finanziario sarebbe utile anche nei contesti laddove l’educazione viene impartita quindi, per esempio, nelle scuole. Non sarebbe male inserire una figura di questo tipo negli istituti. Una figura che insegni agli studenti cosa significa investire e gestire le proprie finanze.

L’Educazione Finanziaria ha un contenuto economico misurabile, oppure no?
Secondo me sì. Ogni prestazione di servizio intellettuale che va a migliorare la vita delle persone è giusto e corretto che venga adeguatamente retribuita. Troppo spesso si confonde la prestazione di risultato con la prestazione di servizio. Tant’è che oggi in Italia, con il recepimento delle normative europee, si è portato ad esplicitare i costi per i consumatori e in particolare ad evidenziare il costo riferito alla consulenza.

Con l’aumentare del livello di Educazione Finanziaria degli investitori, in che modo ritiene che possa cambiare la professione di consulente finanziario?
Sarà più semplice comunicare e sarà meglio rivalutato il ruolo del consulente finanziario che oggi, secondo me, non può essere sostituito da nessun robot advisor. L’elemento umano continua ad essere necessario per la gestione dell’emotività sia nei momenti di euforia che nei momenti di grandi ribassi. Inoltre, le consulenze di grandi patrimoni richiedono la mediazione di una figura professionale competente che consenta al cliente di potersi rivolgere alle strutture e ai professionisti giusti per soddisfare le più disparate esigenze.

Che accoglienza ha avuto il suo libro presso il pubblico, e dove è possibile ordinarlo o comprarlo?
Il libro è uscito da due settimane circa, e sta generando interesse. Ottobre è ricordato come il mese dell’Educazione Finanziaria, quindi mi auguro che venga portato all’attenzione anche da chi ha il compito di divulgare la materia. Si acquista in tutte le librerie di Italia e sugli store online (Amazon incluso).
Scriverà nuove edizioni in futuro, o sta già lavorando ad un altro testo?
Ho tanti progetti in mente che per ora sono ancora tali. Per ora sono concentrata a promuovere questo libro, che ho cercato di scrivere con tanta dedizione e umiltà.

Federpromm: la nomina di Marino alla vigilanza di OCF non mette a rischio la neutralità dell’authority

La nomina di un esponente politico alla vigilanza dell’OCF può pregiudicare la neutralità dell’Authority? No, secondo Manlio Marucci di Federpromm: “l’allora ministro delle finanze prof. Savona divenne presidente Consob tra mille polemiche, ma la rappresenta egregiamente ancora oggi e le polemiche sono sepolte nel dimenticatoio”.

Articolo e intervista a cura di Massimo Bonaventura

Di recente, la segreteria del sindacato Federpromm – che rappresenta gli interessi dei consulenti finanziari in Italia – è intervenuta con una nota in merito alla nomina del senatore Mauro Maria Marino (Italia Viva-Psi) alla vigilanza dell’OCF (Organismo unico dei consulenti finanziari), non nascondendo un monito in relazione alla potenziale perdita di neutralità dell’Authority. Tuttavia, secondo Federpromm, il “bilancio” complessivo di questa nomina non è affatto negativo.

Nella nota, infatti, si afferma che “con la nomina alla vigilanza del senatore Mauro Maria Marino si avvia un nuovo percorso per il ruolo istituzionale assunto da tale organismo. Una compagine di governance che vede nuove figure professionali alla guida di tale istituzione in rappresentanza delle varie associazioni professionali di categoria che sicuramente darà nuovo impulso alla crescita del settore. Apprezzabile anche la nomina a presidente onorario di tale istituzione della prof.ssa Carla Bedogni, che costituisce una garanzia come figura storica nel dare continuità al suo ruolo pubblico di vigilanza, ma dispiace constatare come sia stata esclusa la figura di Massimo Scolari in rappresentanza dell’associazione Ascofind, figura di alto profilo e competenza professionale”. “Inoltre – aggiunge la nota della segreteria generale di Federproomm-Uiltucs – la nomina di un esponente politico e non tecnico può essere vista come una posizione non neutrale, non presente nella realtà di altre Authority, indipendentemente dalle competenze universalmente riconosciute al Sen. Marino” (che in passato ha maturato una significativa esperienza istituzionale anche in altri organismi di vigilanza, n.d.r.). “Pertanto – conclude la nota del sindacato – ci auguriamo che la nuova composizione della rappresentanza dell’Organismo sia anche una valida occasione per rendere maggiormente funzionale il suo ruolo istituzionale di vigilanza e neutralità nelle decisioni che verranno assunte”. 

La nota di  Federpromm – del tutto incidentalmente – apre una discussione su un tema che rischia di passare inosservato. Infatti, con le elezioni politiche di questi giorni, centinaia di parlamentari si troveranno in esubero, poiché nella nascente legislatura, per effetto della riforma costituzionale, il numero degli eletti sarà ridotto da 945 a 600. Pertanto, è alta la probabilità che molti di essi, dopo essersi allontanati per lungo tempo dalla precedente vita lavorativa, vorranno legittimamente mettere l’esperienza acquisita durante gli anni di attività parlamentare a servizio di qualche incarico di prestigio. Tra questi, i ruoli apicali nelle authority sono tra i più ambiti, perché consentono di dare continuità all’impegno personale già iniziato nei settori di interesse pubblico.

Naturalmente, al netto della innegabile competenza di molti ex parlamentari – alcuni dei quali sono a tutti gli effetti degli autorevolissimi “tecnici” del proprio settore professionale di origine – la provenienza dal mondo della politica di questi professionisti pone degli interrogativi in relazione agli effetti che il loro ingresso potrebbe determinare sull’indipendenza delle varie authority, soprattutto se la nomina avviene in assenza dei requisiti di esperienza e competenza richiesti da un ruolo che – va ricordato – è prettamente tecnico. Infatti, nelle Authority è fondamentale che i propri soggetti apicali abbiano maturato una esperienza specifica nel settore per il quale vengono eletti, e non devono essere condizionati in alcun modo dalla politica. P&F ne ha parlato con Manlio Marucci, presidente di Fedepromm.

Prof. Marucci, ritiene che la recente nomina del senatore Marino alla vigilanza di OCF possa costituire, in linea di principio, un precedente capace di mettere a repentaglio l’indipendenza delle authority nel campo della Finanza?
Le qualità professionali del senatore Marino non sono in discussione. Ricordiamo che ha ricoperto un ruolo istituzionale come presidente nella Commissione Finanze e Tesoro del Senato, che è stato sostenitore di diversi disegni di legge nel settore finanziario, nonché membro di Commissioni d’inchiesta parlamentari sul sistema bancario italiano. Pertanto, la nomina del senatore Marino alla vigilanza dell’OCF non mette certamente a repentaglio l’indipendenza di questa Authority. Tuttavia, c’è un problema di fondo, e cioè quello di inquadrare le nomine tecniche delle Authority in generale all’interno del contesto politico che il paese sta vivendo da molti anni, durante i quali il Parlamento non ha saputo affrontare in modo organico sia la gestione del potere che il passaggio generazionale nelle istituzioni che costituiscono il collante delle attività produttive e di controllo della nostra società. E’ chiaro che le Authority – proprio per la loro funzione istituzionale – devono essere autonome e non condizionate da decisioni politiche, soprattutto nel settore finanziario. 

Perché è un bene che la politica resti fuori dal mondo della consulenza finanziaria, limitandosi a raccoglierne le istanze evolutive?
Proprio per limitare le eventuali interferenze, che potrebbero influenzare il processo di crescita e di indipendenza delle strategie di mercato e perseguire obiettivi di crescita in tutto il settore dell’intermediazione creditizia e finanziaria, è indispensabile che la politica non debba far pesare il suo ruolo, che è strettamente influenzato dai rapporti di forza tra le varie correnti ideologiche e di pensiero, a volte non rispondenti allo sviluppo del settore. A mio parere, qualora la politica esercitasse una pressione sulle scelte autonome perseguite dalle imprese di produzione e distribuzione di strumenti finanziari, si porrebbero problemi di funzionamento e funzionalità per l’intero settore, con probabili problemi di crescita e di confronto sui mercati internazionali.

Le nomine politiche alle autority sono state spesso oggetto di proteste da parte delle associazioni dei consumatori. A suo parere è necessario avviare una riforma che liberi questi organismi da qualsiasi condizionamento politico?
Ricordo la polemica a suo tempo emersa con la nomina a ministro delle finanze del prof. Savona, poi ricondotto alla funzione di presidente della Consob, ancora oggi da lui rappresentata egregiamente. Tuttavia sono convinto che vada applicato anche in questo caso il concetto di “check and balance” (controllo e bilanciamento reciproco), ovvero quell’insieme di meccanismi politico-istituzionali finalizzati a mantenere un corretto equilibrio tra i vari ordinamenti dello Stato. 

Il settore della consulenza finanziaria fino ad oggi non ha subito influenze dalla politica nel suo divenire, o almeno questa è la sensazione dall’interno. Ritiene che sia vero, oppure è già successo e semplicemente non ce ne siamo accorti?
E’ una vecchia storia, che limita il giudizio di valore sulla portata politica del problema. In una società in cui l’intelaiatura dei rapporti strutturali, di norme giuridiche interconnesse tra loro e a volte disfunzionali, in cui il settore della finanza e della consulenza finanziaria sono strumenti primari che vanno assumendo un ruolo sempre più centrale nei confronti del sistema economico, ritengo che la politica tradizionale, ossia quella di origine parlamentare, non abbia influenzato il sistema finanziario se non partecipando, dall’alto del proprio ruolo istituzionale, alla formazione di leggi e regolamenti grazie ai quali oggi in Italia si danno garanzie alla funzione del risparmio privato. Se c’è stata influenza politica, è sicuramente attribuibile a quella europea, che con le due MiFID ha messo il cappello sul risparmio e sulla consulenza finanziaria già da molti anni, con alterne fortune, nell’intento di creare un sistema finanziario europeo  che potesse competere con quello americano. Ma questa è un’altra storia.

Consulenti finanziari: l’età media avanza, la forma fisica meno. I consigli del personal trainer

Moltissimi consulenti finanziari hanno più di cinquant’anni e la prospettiva di lavorare per almeno altri quindici. Per loro è fondamentale ritagliarsi del tempo da dedicare ad una corretta attività fisica. Ecco i consigli di uno dei personal trainer più richiesti dai professionisti romani.

Intervista di Adriana Cardinale

Di barriere all’entrata della professione e di aumento dell’età media dei consulenti finanziari P&F si occupa già da tre anni – dalla sua fondazione, quindi – ed il bilancio non è dei migliori: a parte qualche iniziativa isolata di poche reti, la visione di lungo periodo del passaggio generazionale è al momento un argomento quasi tabù, e si preferisce privilegiare, al suo posto, il recruiting di professionisti quarantenni che assicurino nel breve termine il passaggio del portafoglio dei colleghi sessantenni, prossimi alla pensione.

Questo meccanismo di ricambio parziale, da un lato impedisce alle reti di avviare una sistematica campagna di inserimento e formazione dei più promettenti neolaureati e, dall’altro, impone ai consulenti ultra-cinquantenni di mantenersi in buona salute per i successivi dieci-quindici anni, allo scopo di reggere bene ad un carico di lavoro che diventa sempre più impegnativo con l’avanzare dell’età. Fondamentale, quindi, dedicare del tempo alla propria forma fisica, che in molti sottovalutano ritenendo che essa faccia parte più della sfera personale che di quella professionale, sottovalutandone gli effetti positivi riscontrabili anche in ambito lavorativo.

P&F ne parla oggi con Gianluca Valenti*, uno dei personal trainer più richiesti nella città di Roma, al quale abbiamo rivolto alcune domande sull’argomento.

Gianluca, che stile di vita consiglieresti ad un consulente finanziario ultra-cinquantenne, che svolge sia una intensa attività di relazione all’esterno della banca che un discreto carico di mansioni amministrative?
Innanzitutto una premessa: noi tutti dovremmo capire che il movimento e l’attenzione nei confronti del nostro corpo è una doverosa necessità. È grazie alla salute del nostro corpo e della nostra mente che riusciamo a raggiungere buone capacità fisiche e a raggiungere obiettivi di qualsiasi genere. Abbiamo bisogno di costante “manutenzione“, proprio come un autoveicolo, per aumentare la nostra qualità di vita anche in termini di longevità. Pertanto, qualunque sia il lavoro da svolgere, il movimento è una necessità lungo l’intero corso della nostra vita. Naturalmente, c’è chi pratica questa attività di “manutenzione” fisica da sempre, ed arriva all’età matura con una certa autonomia e conoscenza delle cose da fare, e chi invece decide di farlo in ritardo; è soprattutto in questo momento che può entrare in gioco il personal trainer.

Come può definirsi in poche parole un personale trainer, e cosa può fare per un professionista così dinamico come il consulente finanziario?
Il personal trainer è un interprete delle esigenze psicomotorie individuali, che vanno analizzate e interpretate. Per esempio, quello che viene comunemente chiamato dinamismo lavorativo non è affatto “manutenzione fisica”. Considerarlo tale ci fa cadere nello stesso errore che commettono le casalinghe quando pensano che le attività di cura della casa siano un allenamento per il proprio corpo. Per un consulente finanziario ultra-cinquantenne, che si approccia al movimento dopo un lungo periodo di inattività o addirittura per la prima volta, il primo consiglio è quello di dedicarsi ad una fase preliminare di attività cardiovascolare, come una semplice camminata sportiva, ma con scarpette e tuta al parco, non una passeggiata per le vie del centro. In combinazione alla camminata è bene recarsi in una palestra, per utilizzare i pesi. Non bisogna avere paura dei pesi, non servono solamente per “pompare i muscoli e mostrarli in spiaggia”; il loro scopo è soprattutto quello di stimolare il metabolismo a consumare più calorie e ad attivare i vari distretti muscolari anche per la prevenzione di infortuni.

In generale, qual è lo stile alimentare consigliato per un ultra-cinquantenne che ha la prospettiva di dover lavorare ancora per altri 10 o 15 anni?
Lo stile alimentare che consiglio sempre è quello mediterraneo, bilanciando in micro e macro nutrienti, affidandoci sempre ad un medico nutrizionista qualificato, che educa a mantenere una corretta alimentazione. Per chi è in sovrappeso, la soluzione migliore per migliorare l’indice di massa corporea è il deficit calorico, e cioè la differenza tra calorie ingerite e calorie consumate. Da evitare accuratamente le “diete estreme da rivista”.

Lei svolge la sua attività prevalentemente presso l’abitazione del cliente. Lascia anche “i compiti da fare a casa”?
Come per il nutrizionista, la mia attività ho lo scopo di educare il cliente ad una corretta attività fisica, insegnando alcuni esercizi e poi chiedendo loro di svolgerli anche autonomamente.

E’ possibile mantenersi in forma senza utilizzare attrezzi e/o macchinari?
Assolutamente si, c’è una infinità di esercizi ed attività a corpo libero, ma per una progressione graduale l’utilizzo di attrezzature è consigliabile.

Se un cliente le dicesse di voler attrezzare una mini-palestra in casa, che strumenti consiglierebbe?
Questa domanda fa parte dalla mia quotidianità, poiché i clienti mi chiedono spesso di allestire piccoli spazi attrezzati per il movimento a casa. Un ottimo strumento per iniziare, facilmente reperibile ed utilizzabile a tutte le età, è il TRX (strumento dotato di cavi, cinghie e maniglie che sfrutta la forza di gravità e ha come unico sovraccarico il peso del corpo), da utilizzare ovviamente dietro la guida di un esperto qualificato. 

E  per l’allenamento fuori da casa, bicicletta o corsa? 
Una risposta generica potrebbe essere inopportuna, bisogna prima fare una attenta valutazione anche per queste attività. Diciamo che potenzialmente per tutti, l’allenamento meno invasivo ed efficace è la camminata sportiva.
Quali sono le fasce orarie in cui per una persona non più giovane è consigliabile fare attività fisica?
Dobbiamo essere realisti, dobbiamo confrontarci con Il tempo che abbiamo a disposizione, con il lavoro e con gli impegni familiari. Tuttavia è fondamentale ritagliarsi del tempo per una corretta ed adeguata attività fisica, e metterlo in agenda come qualunque altro impegno quotidiano di natura professionale. Tenersi in buona forma fisica, infatti, è parte integrante di qualunque professione, e rende migliori le nostre giornate. Provare per credere.  

Lei non utilizza i canali social per pubblicizzare la sua attività, come viene contattato solitamente? 
Non utilizzo volutamente i canali social, personalmente non li considero qualificanti, poiché popolati da personaggi un pò improvvisati. Io lavoro a Roma città, esclusivamente con il passaparola e tramite le segnalazioni dei centri sportivi. I miei clienti sono quasi tutti professionisti, tra cui diversi consulenti finanziari. Prendo impegni di lunga durata solo se posso farlo, dedicando al cliente il giusto tempo. A parte i mesi più duri della pandemia, durante la quale ci si è dovuti adattare alle sessioni in diretta video con i clienti, la presenza fisica del personal trainer durante l’allenamento è fondamentale.

* Gianluca Valenti, Personal Trainer e fitness manager Wellink op Technogym
e-mail: gianlucavalentipersonaltrainer@gmail.com 

Le banche chiudono gli sportelli: serve una “transizione dolce” per clienti e consulenti finanziari

La mortalità degli sportelli bancari non è compensata dalla crescita simmetrica di soggetti alternativi in grado di realizzare un modello di “transizione dolce” sia per gli utenti più anziani che per i consulenti più giovani.

Di Alessio Cardinale

Qualche giorno fa, tutti i media italiani hanno riportato i dati sulla chiusura degli sportelli bancari che, in meno di 10 anni, sono diminuiti di ben 11.231 unità (da 32.881 a fine 2012 a 21.650 a fine 2021); in un solo anno, tra il 2020 e il 2021, le chiusure sono state pari a 1.830. Una vera e propria ecatombe, che ha colpito anche gli occupati, scesi da 315.238 risorse umane di fine 2012 a 269.625 di fine 2021, con una riduzione complessiva di 45.613 unità. E’ sceso anche il numero delle banche, passate da 706 del 2012 a 456 nel 2021, per via della progressiva aggregazione tra grandi gruppi e banche più piccole.

Un tale fenomeno, tangibile anche per chi vive nelle grandi città, presenta numerosi punti critici se viene esaminato sia dal punto di vista dei consulenti coinvolti nei servizi finanziari e di investimento, sia da quello dei clienti, soprattutto per quelli che vivono nei piccoli centri oggi privi di qualunque sportello bancario. Per costoro, infatti, viene a mancare l’innegabile funzione sociale della banca, e cioè quel patrimonio di relazione in base alla quale si costruiva giorno per giorno la conoscenza del cliente e della sua famiglia. Nei piccoli centri, infatti, la banca è come la chiesa: con eccezione dei sacramenti, i clienti si aprono e “confessano” volentieri gli aspetti anche più personali della propria vita. Ad accoglierli non c’è un sacerdote, ma un uomo o una donna pronti ad ascoltarli. Oggi, tuttavia, più di 4 milioni di italiani, residenti nei 3.062 comuni nei quali non sono più presenti filiali di istituti di credito, non hanno questa opportunità, o non ce l’hanno più. Per costoro, non esistono strutture alternative in grado di colmare del tutto questo vuoto, poiché in Italia lo sviluppo dell’e-banking è ancora scarso rispetto alla media europea: meno della metà della clientela bancaria (45%) utilizza i canali digitali per accedere ai servizi bancari, contro una media del 58% e rispetto a Spagna e Francia che hanno tassi di clientela avvezza alla banca digitale rispettivamente del 65% e 72%, la Germania del 50%. Peggio di noi solo Bulgaria (15%) e Romania (15%).

Pertanto, il sistema bancario non ha previsto alcun “ammortizzatore sociale” in grado di realizzare una “transizione dolce” verso la banca digitale per gli utenti meno giovani o anziani, abituati ad avere un rapporto di prossimità con la propria banca e per niente avvezzi agli strumenti digitali. I consulenti finanziari e gli ATP leggeri potrebbero sostituire gli sportelli, ma il vincolo di monomandato impedisce un interscambio sistematico, penalizzando l’utenza retail, e l’installazione dei bancomat leggeri è legata a criteri di sicurezza piuttosto stringenti, che mal si adattano alle caratteristiche dei piccoli centri. Il basso livello di educazione e indipendenza finanziaria, poi, fa il resto.

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La sostanziale abdicazione delle banche dal proprio ruolo tradizionale di erogatore del credito alle aziende, avvenuta negli ultimi quindici anni, sta contribuendo a modificare la struttura del tessuto economico del nostro Paese, aumentando il tasso di produttività nelle grandi corporation – a cui il credito non viene lesinato – e determinando la graduale scomparsa dei piccoli imprenditori, ossia di quel “primo livello” di investitori che hanno fatto la fortuna del risparmio gestito in Italia e che oggi rischiano di non avere un ricambio generazionale adeguato. Infatti, il patrimonio dei clienti over 60, per lo più costruito attraverso fiorenti micro-attività produttive a carattere familiare, verrà frammentato in mille rivoli ai discendenti, molti dei quali decidono di non seguire le orme dei genitori nella conduzione delle aziende di famiglie (due su tre, in media – chiudono i battenti o cedono l’attività una volta raggiunta l’età pensionabile).

Chi lavora da pochi anni nel mondo della finanza e del risparmio, quindi, deve chiedersi quale saranno in futuro le dimensioni del mercato potenziale a cui rivolgersi. Infatti, si sta rapidamente passando da una base tradizionale costituita da numerosi piccoli imprenditori a quella in cui operano pochi – domani pochissimi – imprenditori medio-grandi, la cui rarefazione richiederà un numero inferiore di consulenti finanziari e di banche-reti. Nel frattempo, i redditi sempre più bassi della agonizzante classe media, e la conseguente decrescita della massa di risparmio gestibile all’interno di questa fascia di individui, porteranno all’adozione massiva di strumenti di investimento che non prevedono l’ausilio dei consulenti finanziari, questi ultimi sostituiti da robo-advisor e da siti online specializzati nell’educazione finanziaria che guideranno i piccoli risparmiatori verso un fai-da-te sufficientemente affidabile.

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Non sarà diversa la sorte degli agenti in attività finanziaria, poiché il calo generalizzato dei redditi da lavoro dipendente, ed il sempre più pesante livello medio di indebitamento delle famiglie – non solo relativamente ai mutui, ma anche riguardo ai prestiti senza garanzia reale e alle carte revolving – sta riducendo a vista d’occhio il numero medio di clienti finanziabili, determinando una domanda di credito in diminuzione e l’uscita dal mercato di molti operatori del settore. A ciò si aggiungono i criteri sempre più asfissianti e centralizzati di acquisizione del credito, ormai ridotto a puro calcolo numerico di rischio-convenienza, che non lascia alcuno spazio all’autonomia degli uffici periferici.

Ecco perché la chiusura indiscriminata di sportelli sia nelle grandi città che nei piccoli centri, oltre a rappresentare un danno per il tessuto economico italiano, produce gravi effetti sia sulla clientela che sui consulenti finanziari, soprattutto su quelli più giovani. Fino ad oggi, infatti, la crescita dei professionisti della finanza personale, l’aumento delle masse da loro amministrate e del credito erogato sono avvenuti grazie ad un tessuto socio-economico che ha conservato, fino a qualche anno fa, le proprie caratteristiche, ed è stato capace di alimentare un ciclo espansivo sia dell’industria del risparmio gestito che della domanda di finanziamenti. Se il tessuto economico viene cambiato dall’alto, il ciclo prende altre direzioni, e determina un trasferimento di ricchezza dalle piccole imprese ai grandi poli industriali e alle fasce di reddito medio-alte; in questo modo, l’intera impalcatura su cui si erge l’odierno edificio delle reti di consulenza finanziaria potrebbe saltare.  

Consulenti finanziari, serve un nuovo contratto. Vincerebbero tutti, anche le reti

Un nuovo contratto di lavoro che attribuisca maggiore stabilità converrebbe anche alle reti, poiché renderebbe più attrattiva la professione, faciliterebbe il reclutamento dei bancari e favorirebbe il ricambio generazionale.

Di Manlio Marucci*

La storia delle rivendicazioni sindacali relative alla categoria dei consulenti finanziari è lastricata di difficoltà formali e sostanziali. Paradossalmente, le principali organizzazioni che raggruppano sia i consulenti che le società mandanti non hanno – o non hanno più – le caratteristiche necessarie per affrontare questa tipologia di argomenti così sentiti dai professionisti del risparmio. Infatti, ANASF – associazione che conta circa 12.000 iscritti – non è un sindacato, mentre Assoreti, a cui più volte abbiamo sottoposto l’opportunità di affrontare in modo organico il tema delle modifiche all’accordo economico collettivo (AEC) dei consulenti finanziari, da statuto non ha la delega a trattare problemi di natura sindacale. Tutto ciò, senza dubbio, penalizza il dibattito sulla stabilità del rapporto lavorativo con i vari intermediari e, soprattutto, mortifica il necessario processo di razionalizzazione professionale, economico, normativo e previdenziale dell’intera categoria.

Infatti, è evidente che, dopo tre decenni di evoluzione della professione, serva un contratto che sia sganciato dalle logiche tipiche degli agenti commerciali, che nulla hanno a che fare con le problematiche legate agli investimenti e al risparmio. Pertanto, la circostanza di non poter trovare uno sbocco tecnicamente e giuridicamente perfetto nel duopolio ANASF-Assoreti – che lavorano in una relazione di partnership pubblicamente riconosciuta da entrambi – ci spinge oggi a confrontarci con l’ABI, che però tratta solo con le organizzazioni sindacali del personale bancario dipendente. Fortunatamente, esiste tra i bancari una forte componente – circa 13.000 risorse umane – regolarmente iscritta all’OCF, e questo dovrebbe spianare la strada per far trovare alla figura professionale del consulente una sua precisa collocazione all’interno del settore.  

Peraltro, la sempre più incisiva campagna di reclutamento rivolta dalle reti di consulenza finanziaria al mondo dei dipendenti di banca sancisce un secondo e più stretto collegamento tra i “due mondi”, che nessuno degli interlocutori può far finta di non vedere. L’esistenza di un contratto di lavoro che attribuisca maggiore stabilità, pertanto, renderebbe più attrattivo il passaggio dal lavoro subordinato a quello autonomo e, quindi, sarebbe nell’interesse delle stesse reti, che dal reclutamento dei bancari stanno traendo nuove risorse umane da professionalizzare ulteriormente e nuove masse da gestire. Inoltre, non è superfluo sottolineare che eliminare il senso di precarietà generato dalla obsoleta forma contrattuale non è certo utile per affrontare il ricambio generazionale e attrarre i neolaureati più brillanti, i quali oggi preferiscono altre tipologie professionali pur avendo tutte le caratteristiche per avere successo come consulenti finanziari.   

Per risolvere questa impasse storica stiamo sviluppando con ABI un rapporto di collaborazione, attraverso il quale confrontarci già al prossimo rinnovo del contratto dei bancari. Avere un Accordo quadro di contratto, che dia una soluzione razionale a tutto il settore dell’intermediazione finanziaria e assicurativa, eliminerebbe lo schema standard oggi strutturato al solo vantaggio delle società mandanti. Basti pensare che il mandato di agenzia classico per i consulenti finanziari è senza rappresentanza, tuttavia esso prevede, a fronte di poche tutele in capo ai consulenti, talmente tanti obblighi formali (imposti anche dalla stringente normativa della Mifid II) da far sembrare l’assenza di rappresentanza quasi come una contraddizione in termini.

Tale situazione ha generato negli ultimi venti anni moltissimi contenziosi legali che, attraverso un contratto di riferimento più equilibrato, non sarebbero neanche sorti. Sfortunatamente, e nonostante siano state attivate tutte le iniziative del caso, anche presso il Ministero del Lavoro non vi è mai stata una precisa volontà politica di affrontare razionalmente i vari problemi che il sindacato ha più volte segnalato. Eppure, a livello normativo, l’odierna piattaforma contrattuale prevede dei richiami ormai anacronistici. In primo luogo, relativamente alla previsione di natura, oggetto del contratto, obblighi del consulente e della mandante e controversie, questi elementi sono già contenuti nella normativa di riferimento per l’intera categoria, per cui la loro semplice previsione in un contratto, oltre a rappresentare una inutile duplicazione – basterebbe un rinvio alle norme vigenti – pone il rischio di una deviazione dalla normativa e di possibili contenziosi legali futuri. In secondo luogo, nell’attuale contratto alcuni elementi risultano gravemente indeterminati:
1) offerta di valori, prodotti e servizi mobiliari,
2) informazioni e controlli,
3) inadempimenti,
4) previdenza (Inps, Enasarco, fondo pensione aziendale),
5) titolarità del portafoglio,
6) modalità d’indennizzo, 
7) regime fiscale,
8) recesso del consulente e/o della mandante.

Questo modello così squilibrato e privo di certezze dovrebbe essere superato da una struttura contrattuale composta da tre parti fondamentali. La prima è quella normativa, in cui vengono richiamati gli aspetti della regolamentazione, comunitaria e nazionale, con specifici allegati; la seconda è quella professionale, che riguarda tutti gli elementi legati della declaratoria delle funzioni che compongono il profilo della qualifica professionale del consulente (requisiti, ruolo, funzioni, responsabilità, attività svolte, livelli di budget, ecc); la terza parte è quella economica, che invece è legata al specifico trattamento ricevuto dal consulente in funzione dell’inquadramento all’interno della singola organizzazione, e che descrive la retribuzione fissa e soprattutto quella variabile, richiamandosi alle direttive comunitarie (ESMA) e a quelle di Banca D’Italia (circolare 285/2013 e successivi aggiornamenti) che hanno determinato la retribuzione ricorrente e quella non ricorrente per tutti i soggetti abilitati.   

In particolare, è interessante la figura del consulente-manager, con la sua funzione di coordinamento che dovrebbe essere inquadrata a livello contrattuale di categoria, e non più come lettera accessoria della singola mandante. Infatti, le varie figure di coordinamento (SPV, District Manager, Area Manager etc) dovrebbero trovare una precisa definizione e collocazione all’interno dell’Accordo Economico Collettivo Nazionale di Lavoro, proprio per dare contenuto specifico ai singoli ruoli ricoperti nell’azienda mandante, in moda tale da evitare la creazione, da parte delle varie società mandanti, di ruoli differenti – sia per denominazione che per competenza – da quelli definiti nella piattaforma contrattuale. Servono, in sintesi, dei ruoli chiari e riconoscibili da tutti, tali da generare trasparenza anche nei passaggi da una azienda all’altra, in occasione dei quali esiste una vera e propria jungla di bonus e patti di stabilità vincolanti che ha generato una concorrenza di settore non proprio trasparente.

Inoltre, oggi c’è una sproporzione palese tra le parte fissa e quella variabile della retribuzione dei consulenti finanziari, e la parte variabile è ancora eccessivamente legata agli obiettivi commerciali delle società mandanti. Con la nuova piattaforma intendiamo introdurre criteri di categoria per la parte fissa e per quella variabile, così come vogliamo dare soluzione al problema della doppia previdenza obbligatoria Inps/Enasarco, nel senso che i contributi versati dai consulenti nella Fondazione degli agenti di commercio verrebbero raggruppati in un fondo pensione negoziale aperto a consulenti finanziari, subagenti assicurativi e agenti in attività finanziaria, al fine di dare una prospettiva seria ai giovani e ai nuovi ingressi nel nostro settore, facendo confluire anche il trattamento di fine rapporto (Firr).

Naturalmente, in tema di vigilanza sul rispetto del nuovo contratto quadro si pone lo stesso problema già incontrato in tema di delega a trattare problemi di natura sindacale: Assoreti, com’è noto, non può farlo da statuto, per cui le commissioni paritetiche dovrebbero essere formate da ABI e dai sindacati. L’ABI, peraltro, è la controparte datoriale bancaria, per cui ci si chiede se il contratto-quadro possa avere validità anche per le reti non bancarie (es. Azimut). La risposta è che non si tratterebbe di un contratto valido erga omnes – come invece avviene nel settore pubblico – ma di un contratto vincolato solo al personale che ne accetta e ne sottoscrive, attraverso le loro associazioni datoriali, il modello di riferimento (AEC e CCNL). Ciò non toglie, pertanto, che se Assoreti modificasse il proprio statuto in modo tale da poter finalmente prendere parte al confronto su queste tematiche, sarebbe un passo utile per tutto il settore.

I consulenti finanziari, ormai, hanno preso coscienza del fatto che, se vogliono sopravvivere in modo dignitoso, devono trovare la forza per sindacalizzarsi e tutelare i propri interessi. Infatti, i continui tagli di questi ultimi 15 anni ai margini di redditività dei consulenti hanno fatto riflettere molti di loro sull’importanza di una maggiore protezione della posizione economica e professionale. Le reti, invece, devono riflettere maggiormente sugli effetti positivi di lungo termine che potrebbero derivare anche per esse dall’aggiornamento della piattaforma contrattuale, soprattutto in termini di recruiting di bancari di alto profilo e di abbassamento dell’età media dei consulenti. Con un contratto che attribuisca maggiore stabilità, infatti, vincerebbero tutti.

* Presidente sindacato Federpromm 

Consultique: cresce la community dei consulenti indipendenti. Approccio e view sui mercati

Intervista doppia a Luca Mainò e Andrea Cattapan di Consultique. Sempre più famiglie fanno ricorso alla consulenza indipendente. Non avere paura dell’azionario, e definire l’esposizione in logica di accumulo.

Prezzi al consumo in continuo aumento, tensioni geo-politiche, crollo dei mercati e tassi di mutuo in rapidissima salita hanno generato un marcato senso di sfiducia negli investitori in questi ultimi otto mesi, ma l’attenzione verso la consulenza finanziaria autonoma (o fee-only) continua a crescere, così come il numero degli iscritti all’apposita sezione dell’Organismo Unico (OCF).

C’è da dire che la consulenza finanziaria svolta direttamente presso la clientela (in modo autonomo, senza mandato da parte  di una rete bancaria) ha avuto la sua “consacrazione” formale – dopo un lungo periodo di pionierismo professionale – solo nel 2018, e i due anni e passa di pandemia hanno certamente rallentato una crescita che oggi, come afferma Luca Mainò (Founder e Managing Partner di Consultique SCF), “è solo la punta dell’iceberg”.

Relativamente allo stato dell’arte della consulenza indipendente in Italia e alla situazione dei mercati, P&F ha intervistato Luca Mainò e ad Andrea Cattapan, analista e consulente finanziario autonomo presso Consultique.

Luca, qual è lo stato di salute della consulenza finanziaria indipendente in Italia?
Si è creata in poco tempo una community di circa 600 consulenti finanziari fee-only, con oltre sessanta società di consulenza. Si tratta della punta dell’iceberg, e i numeri sono in forte crescita. La domanda di consulenza indipendente cresce in maniera organica, e sono sempre di più gli operatori del settore che stanno guardando a questa professione come una svolta per la propria carriera. Molti dei professionisti che potrebbero già da oggi accedere al mondo Fee-Only non se la sentono di lasciare la propria comfort zone, non percependo ancora il forte upgrade professionale che ne deriva e la possibilità di acquisire quote di mercato impensabili. Di contro, sono molti i giovani che si avvicinano a noi, con progetti dove l’indipendenza e la tecnologia danno vita a realtà nuove. Si tratta di un processo irreversibile che, con l’eliminazione delle asimmetrie informative, farà crescere il numero di famiglie che faranno ricorso alla consulenza indipendente.

I mercati lanciano ancora segnali di instabilità: che approccio bisogna usare verso la clientela in un periodo di forte correzione come quello appena avvenuto?
Nel nostro nuovo libro (La consulenza finanziaria indipendente – ed. IlSole24Ore, maggio 2022), letto soprattutto da investitori desiderosi di informarsi, cerchiamo di far capire come gestire al meglio il patrimonio, spiegando quale approccio usare, per esempio, in un periodo come quello di questi primi sei mesi del 2022, dove i portafogli bilanciati hanno una performance intorno al -12%/-13%, mostrando due caratteristiche ben visibili: da un lato il peggior risultato degli ultimi 40 anni per un portafoglio multi asset, dall’altro la sostanziale assenza di variabilità del risultato anche variando il mix tra azionario e obbligazionario. La liquidità va aumentata (fino ad un 20%-25%) proprio per i periodi in cui vi sono le correzioni, in cui va usata per approfittare di quotazioni più basse. In questo modo, i nostri portafogli si sono saputi difendere meglio rispetto ad allocazioni standard. Inoltre, nell’attuale contesto di mercato, abbiamo visto nei comparti value e in quelli difensivi le soluzioni più adatte per l’azionario, oltre ad una duration più corta in ambito obbligazionario.

Andrea, ritenete che i mercati finanziari possano scendere ulteriormente?
Le discese che si sono viste sull’azionario hanno “prezzato” pienamente un ridimensionamento dei multipli dovuto all’aumento dei tassi di interesse. C’è da capire ora se anche sul piano dei fondamentali vi potrebbe essere un deterioramento degli utili aziendali, per i quali gli analisti di mercato restano ancora ottimisti. Un calo degli utili, la cui entità e ampiezza andrebbe verificata, porterebbe ad amplificare la discesa delle quotazioni, eliminando in modo ordinato gli eccessi degli ultimi anni causati dall’ampio uso della leva monetaria da parte delle banche centrali. Una recessione molto pesante, invece, darebbe spazio a fenomeni correttivi più marcati, perché l’aumento della disoccupazione avrebbe effetti sui consumi statunitensi e quindi, a cascata, sugli utili aziendali, che bisognerà osservare con attenzione nei prossimi trimestri. Relativamente alle obbligazioni, tutto dipende da quanto sarà persistente il contesto inflattivo. L’impressione è che le banche centrali forzeranno l’aumento dei tassi finché non si “romperà qualcosa” sul piano macroeconomico; quindi livellamenti di prezzo sono ancora possibili. Le materie prime invece dovrebbero essere le ultime a cedere, come si confà ad ogni ciclo economico maturo.

In linea generale, oggi cosa consigliereste ad un cliente che manifesta l’intenzione di avvicinarsi ai mercati azionari?
L’atteggiamento verso l’azionario deve essere contestualizzato all’interno di una logica di portafoglio. L’Equity apporta, nel lungo periodo, il maggior contributo alla performance di un portafoglio, ma anche il maggior rischio, inteso come volatilità e possibilità di drawdown temporanei. È tutto chiaramente legato a come si sopporta il rischio e come viene declinato il portafoglio agli obiettivi del cliente e al suo orizzonte temporale. Due gli elementi da considerare: non avere paura dell’azionario ma essere ben consapevoli delle sue caratteristiche, definendo l’esposizione attraverso tranche progressive nel tempo, in logica di accumulo, utilizzando strumenti ben diversificati e poco costosi, in modo da poter raccogliere appieno il potenziale di rendimento dell’economia nel medio-lungo periodo. Per fare questo lavoro, e individuare gli strumenti più efficienti, per l’investitore è importante avere accanto un consulente indipendente, che aiuti anche a sapere come affrontare una di quelle situazioni che l’investitore medio vive una o al massimo due volte nella propria vita.

Di fronte all’impoverimento del valore reale della liquidità per via dell’inflazione, qual è il vostro portafoglio-tipo ideale di breve, medio e lungo periodo?
La protezione dall’inflazione viene spesso confusa con la necessità di coprire l’aumento registrato dei prezzi nel periodo in cui questo avviene. È il caso degli ultimi mesi, con valori annualizzati di inflazione che sfiorano ormai la doppia cifra. Ma questo “rendimento” non è ipotizzabile nel breve periodo, nessuno strumento finanziario è capace di restituire il tasso di inflazione, se non con strumenti ad alto rischio. È chiaro che non può essere questa la soluzione. L’aumento del costo della vita può essere contrastato nel breve con strumenti di finanza personale, riducendo ad esempio le proprie spese. È invece possibile ottenere l’obiettivo nel medio lungo termine, esponendosi con un portafoglio finanziario diversificato a diverse asset class, dall’azionario all’obbligazionario alle materie prime. D’altro canto, nei periodi di deflazione degli anni scorsi si sono creati rendimenti che servono per coprire gli alti valori di inflazione odierni. Ricordiamo che gli scenari economici in cui un investitore si può trovare sono governati da due coordinate: crescita/decrescita e inflazione/deflazione. Un portafoglio ben composto deve contenere asset capaci di dare del rendimento in ognuno di questi scenari (che combinati sono 4).

Secondo il vostro modello di analisi, è già arrivato il momento di investire sulle obbligazioni? Se sì, di quale tipo e con quali strumenti?
Se fino a qualche trimestre fa il rendimento era di fatto assente o negativo su molta parte del mondo obbligazionario governative e corporate, ora l’aumento dei tassi e degli spread di credito ha portato ad avere rendimenti positivi prima assenti, anche sugli emittenti più solidi da punto di vista patrimoniale/finanziario o come tipologia di emissione. L’investitore dovrebbe già da ora includere, sempre con tranche progressive, l’asset class obbligazionaria allo stesso modo in cui sta magari pensando di inserire l’azionario, anche perché i drawdown visti nel 2022 sono stati molto simili per queste categoria di investimento. Su molti titoli obbligazionari di tipo corporate vengono richiesti importi minimi di investimento che non garantirebbero una efficace diversificazione, per cui è meglio preferire strumenti come gli ETF, che coprono ormai ogni tassello dell’asset allocation.

Quali sono le previsioni di mercato secondo i vostri analisti per il 2022 e 2023?
L’imperativo è non avere fretta, ma restare al contempo attenti allo sviluppo dell’attuale fase di crisi. È impossibile delineare le tempistiche di uscita “dal tunnel”, ma resta valida la massima secondo cui i mercati inizieranno a scontare la fine della debolezza economica con almeno 6 mesi di anticipo rispetto ai dati macro. Il 2022, quindi, potrebbe essere un anno ancora contraddistinto da volatilità e alti e bassi, con qualche strascico probabilmente anche nell’inizio dal 2023. Ma il calo dell’attività economica avverrà in modo “ordinato”, già nella prima parte del prossimo anno si dovrebbe poter vedere un miglioramento del contesto generale dei mercati, a partire da quello statunitense. 

FEduF, dall’educazione finanziaria una risposta alle difficoltà dell’economia

Dall’assemblea annuale della FEduF un forte appello a sviluppare sempre di più l’Educazione Finanziaria anche come risposta alle difficoltà dell’economia. “Le competenze di base riducono i danni della congiuntura economica”. 

MILANO (ITALPRESS) – La Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio (FEduF) è nata su iniziativa dell’ABI per diffondere l’educazione finanziaria in un’ottica di cittadinanza consapevole e di legalità economica. Obiettivo della Fondazione è il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati a promuovere una nuova cultura di cittadinanza economica, valorizzando le diverse iniziative, superando gli individualismi e mettendo a fattor comune le esperienze maturate in nome dell’interesse della comunità. Opera in stretta collaborazione con il ministero dell’Istruzione e gli Uffici scolastici sul territorio e diffonde, nelle scuole di ogni ordine e grado, programmi didattici innovativi nella forma e nei contenuti, anche attraverso l’organizzazione di eventi per gli studenti, gli insegnanti e i genitori. La Fondazione lavora sulla mediazione culturale tra contenuti complessi e strumenti divulgativi semplici ed efficaci, e le sue iniziative si rivolgono anche agli adulti, in collaborazione con le Associazioni dei Consumatori.

Un forte e motivato appello a sviluppare sempre di più l’educazione finanziaria anche come risposta alle difficoltà dell’economia è venuta dall’assemblea annuale della FEduF (la Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio, nata in seno all’ABI per diffondere le competenze finanziarie): Stefano Lucchini, presidente della Fondazione, Antonio Patuelli, presidente dell’ABI, Stefano Zamagni, docente di Economia Politica all’Università di Bologna e presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, Nando Pagnoncelli, presidente Ipsos, e Magda Bianco, responsabile del Dipartimento Tutela della clientela e educazione finanziaria della Banca d’Italia hanno spiegato perchè è fondamentale avere le competenze di base per ridurre i danni della congiuntura economica e, anche per questa via, migliorare il benessere sociale.

Nella sua relazione iniziale Lucchini è stato molto netto: “Nessuno di noi da solo può contrastare gli effetti della geopolitica o i movimenti dei mercati, ma una educazione finanziaria più diffusa può meglio governarne gli effetti sia sui conti personali sia su quelli del Paese. Per questo è importante diffondere la comprensione dei meccanismi economici. Stiamo lavorando molto – ha sottolineato – nel coinvolgimento dei più giovani, ma anche la vulnerabilità dei seniores in materia finanziaria è un tema decisivo e dobbiamo, con tutte le istituzioni finanziarie, cercare le misure appropriate per colmare le tante carenze. Il benessere sociale correlato all’educazione finanziaria è di cruciale importanza sia per il futuro delle giovani generazioni sia per la vulnerabilità alle quali sono esposte le persone più anziane: si tratta di due elementi che sfuggono a una visione utilitaristica e individuale dell’economia”. “Alla luce dei dati emersi oggi da un lato è evidente come sia ancora molto il lavoro da svolgere e dall’altro come il tema dell’educazione finanziaria non sia secondario nel dibattito sull’economia, grazie a valide iniziative come quella odierna o come “Young Factor” dell’Osservatorio Giovani Editori presieduto da Andrea Ceccherini che si è tenuta nei giorni scorsi”, ha aggiunto Lucchini.

Infatti, e lo ha documentato l’indagine Ipsos esposta da Nando Pagnoncelli al dibattito moderato da Daniele Manca, vicedirettore del Corriere della Sera, le competenze di economia in Italia non sono purtroppo ancora percepite come una priorità formativa: solo il 21% dei nostri connazionali le ritiene essenziali per agire in modo responsabile e fare scelte consapevoli, contro il 43% che ritiene fondamentale la formazione nell’ambito della Salute per la prevenzione delle malattie, il 41% che si focalizza sulla sostenibilità per limitare l’impatto delle attività umane sull’ambiente, il 27% che si indirizza verso i temi dell’alimentazione legati alla salute e al consumo di risorse. Risultati, del resto, facilmente spiegabili dopo due anni di pandemia e mentre è in corso la campagna europea per la transizione ecologica.

Tuttavia, proprio il cambiamento della congiuntura non potrà che favorire l’attenzione verso l’educazione finanziaria. Nella rilevazione Ipsos, il timore per l’aumento del tasso di inflazione attualmente preoccupa il 65% degli italiani, e il 77% degli intervistati è consapevole degli effetti che la perdita di potere di acquisto del denaro può avere sul proprio stile di consumo. A fronte di questa consapevolezza, alla domanda “Se avesse a disposizione dei risparmi per un importo pari a diecimila euro come li investirebbe…”, il 27% degli intervistati risponde che terrebbe tutto il denaro sul conto corrente, il 36% che lo investirebbe solo una minima parte, depositandone il resto sul conto corrente. Solo il 24% invece investirebbe la maggior parte del risparmio minimizzando la liquidità.

Andando a indagare il sentimento degli italiani nei confronti del risparmio, la ricerca rileva alcune associazioni positive: il 35% della fascia tra 16-24 anni lo associa con futuro, 32% della fascia 45-65 anni alla tranquillità, e il 19% fascia 16- 34 anni e 25-34 anni alla progettualità, e altre negative: il 26% nella fascia 16-24 anni e il 23% della fascia 35-44 anni lo correla al sacrificio. (ITALPRESS).