Giugno 16, 2026
Home Archive by category ADVISOR (Page 8)

ADVISOR

Consulenti e professionisti alle prese con l’autopromozione. Capitolo secondo: video e webinar

Con l’autopromozione in video il professionista del patrimonio può trasmettere al mercato il proprio carisma in modo autorevole. Il segreto è avere qualcosa da dire, che gli altri non dicono.

L’uso della tecnologia video per i liberi professionisti è un prodotto degli ultimi due anni “complicati” che il mondo della libera professione, al pari di tutti gli altri, ha trascorso tra mille difficoltà. L’attività di relazione con la clientela, ossia quella su cui si basa il successo di qualunque professionista del patrimonio – sinteticamente consulenti finanziari, avvocati, commercialisti e notai, più gli agenti immobiliari e i professionisti del credito – ha risentito molto del periodo di restrizioni dettate dal Covid, e quasi tutti gli operatori del settore hanno cominciato ad avvicinarsi al nuovo strumento di diffusione della propria reputazione e autorevolezza.

E così, alla fine del periodo di emergenza pandemica, il bilancio è assolutamente inaspettato: l’adozione dello strumento video per l’organizzazione di seminari, corsi di formazione di breve e lunga durata, riunioni, consigli di amministrazione e persino incontri con clienti è pressoché generale, almeno nella fascia di età 30-55 anni, e con essa anche i professionisti meno inclini alla tecnologia si sono “piegati” alle circostanze al fine di non perdere di vista aggiornamenti importanti e contatti con la categoria. In più, il video ha contribuito a soddisfare, anche in un periodo così buio come quello dell’emergenza, la necessità di “affinare” la propria social-autorevolezza per mezzo di uno strumento che oggi consente di moltiplicare per decine di volte l’efficacia di un semplice post di testo. Per farlo bene, però, è utile osservare delle regole di efficacia e di tecniche strumentali a creare il set e l’audio più efficaci per i social network.

Ma attenzione, un video pubblicato su Facebook e co. è come un granello di sabbia su una spiaggia: solo tra miliardi di post, anche lui è destinato a passare quasi del tutto inosservato, a meno che esso non rientri in una strategia di comunicazione che prevede l’utilizzo di almeno quattro elementi:
1) tempo (non meno di un’ora al giorno),
2) internet (avere un proprio sito aumenta il proprio livello di web-autorevolezza),
3) un “set” (sfondo, tavolo, luce e audio) adatto alle riprese e, soprattutto,
4) qualcosa da dire: idee e stile nuovi, evitando di scimmiottare quelli degli altri, soprattutto dei “guru” che affollano la Rete e promettono ricchezza per tutti “grazie ad un trucco del 1970”.
Infatti, lo strumento video è molto utilizzato da venditori che propinano di tutto pur di fare soldi facili approfittando dell’ingenuità di giovani sognatori. Pertanto, è necessario investire nella propria formazione tecnica, e usare una grafica e dei contenuti che distanziano anni luce lo stile del professionista da quello di quanti fanno un uso spregiudicato del mezzo visivo.

Del resto, quello che conta è la qualità del messaggio, lo stile della comunicazione e il target di riferimento, e non c’è alcun rischio di essere confusi con degli imbonitori. Inoltre, l’uso della tecnologia video da parte dei professionisti non è mai rivolta ad una “vendita”, bensì all’accrescimento della propria reputazione in base alle caratteristiche specifiche personali e di categoria. Dei consulenti finanziari, per esempio, è ben nota la capacità di ascoltare i racconti di vita dei propri clienti, così come i rappresentanti di altre categorie professionali  (si pensi agli avvocati o ai commercialisti). Tutti loro sono soliti effettuare il proprio self-marketing in diversi momenti della loro vita, anche non strettamente collegati con quelli dell’attività tipica, ma le moderne tecniche di marketing quasi impongono il ricorso ai video di autopromozione, che implicano nei consulenti la capacità di “saper raccontare”, concentrando concetti e obiettivi di comunicazione in pochi minuti.

Oggi pochi professionisti, in verità, mostrano di saper usare in modo qualitativamente efficace la tecnologia video. Eppure, i video autopromozionali risultano essere un mezzo potentissimo per coloro che adottano abitualmente una strategia basata anche sulle referenze personali (come abbiamo spiegato nella prima puntata). Invece, bravissimi avvocati, commercialisti, consulenti finanziari ed esperti delle più disparate materie, perfettamente in grado di attribuire valore aggiunto agli altri nella vita reale, spesso ne sviliscono l’importanza proponendo nei social (Facebook e Linkedin, soprattutto) video di buon contenuto concettuale ma di scarsa qualità e fruizione, che muoiono rapidamente e rivelano la mancata applicazione di criteri semplici ed efficaci nella realizzazione di un video promozionale; laddove con il termine “promozionale” si intende anche la promozione di un elemento immateriale, come la competenza, strettamente collegato alla propria professione, e non necessariamente un “commercio” di professionalità.

Innanzitutto, un video promozionale ha lunghezza variabile, adatta al messaggio che si vuole diffondere ed ai tempi di visione tipici del Web, quindi non troppo lunghi. Esso può essere limitato ai soli testi scritti o alle sole immagini con sottotitoli, ma è l’abbinamento tra uno speaker e sottotitoli ad avere la maggiore efficacia e capacità virale, soprattutto se assistito da un unico format che rende la comunicazione diretta, immediata e coinvolgente. Infatti, il risultato a cui bisogna tendere nel realizzare un video è quello di aumentare il c.d. engagement, ossia l’interesse immediato che attrae l’utente che scorre la home di Facebook o di LinkedIn (ma anche di Twitter o Instagram). In ogni caso, è fondamentale procedere per gradi, e chiarire con sé stessi l’obiettivo per il quale si intende realizzare il video:
1) educare,
2) informare,
3) aumentare il livello della propria autorevolezza in un certo ambiente professionale,
4) mostrare i propri punti di forza,
5) fidelizzare i clienti già acquisiti,
6) incrementare quelli da acquisire;
Inoltre, è necessario definire i diversi passaggi della propria video strategy lungo i sei punti elencati precedentemente, e poi definire il tema, il target di riferimento, il tipo di formato (video breve, webinar etc) e il c.d. storytelling. La scelta del tema è la parte più divertente, poiché ha a che fare con gli argomenti sui quali si è più preparati; però non è affatto semplice, dal momento che la scelta di un tema poco interessante (ad es. molto “battuto” da altri colleghi) rischia di banalizzare i contenuti. Il target di riferimento, poi, deve essere ben conosciuto dal professionista, il quale con la sua produzione video mostrerà di comprendere bene le sue esigenze e di saper anticipare le risposte alle domande che genericamente esso si pone prima di acquistare sul mercato i servizi professionali a cui si fa riferimento, implicitamente o esplicitamente, nel video.

La conoscenza del target, inoltre, aiuta a comprendere quale tipo di formato è più adatto al video, la sua lunghezza, la misura ed il taglio (preferibilmente una web series, per tenere costante l’attenzione sui temi per i quali si vuole ottenere una posizione di leadership). Il c.d. storytelling suona come “narrazione di un racconto” (il termine è composto da due vocaboli inglesi, “story” e “telling”). Qualunque professionista, nel concepire il contenuto del proprio video, dovrà partire dall’approccio di dover raccontare qualcosa, e non di mettere a video una lectio magistralis che annoia i più ed è destinata ai pochi tecnici del settore. La narrazione, infatti, serve a comunicare pensieri ed emozioni, tali da creare immedesimazione nello spettatore e far comprendere l’utilità del messaggio tecnico contenuto nel video. Lo storytelling, per risultare efficace, deve essere chiaro, semplice, diretto e coinvolgente. Non auto-referenziale né, peggio ancora, auto-celebrativo, ma sulla stessa lunghezza d’onda dell’utente, il quale potrebbe essere anche un sempliciotto, per nulla avvezzo ad argomenti tecnici che, se vengono spiegati mediante un racconto – esattamente come si fa con i bambini! – risulteranno comprensibili. 

Consulenti e professionisti alle prese con l’autopromozione. Capitolo primo: eventi e referenze

Quali sono gli strumenti con i quali il consulente del patrimonio trasmette al mercato il proprio carisma professionale? Il marketing di contatto richiede organizzazione e attenzione ai particolari.

Circa due anni fa, in questo periodo, scrivevamo come la pandemia stesse determinando un ritorno di interesse, tra i consulenti finanziari e, in misura minore, tra i liberi professionisti, di una sorta di “marketing distanziale” che per tre decenni – tra il 1975 ed il 2005 – si era attuato esclusivamente con il telemarketing ed i successivi appuntamenti in presenza. Oggi, dopo cinque ondate di contagio, tre campagne vaccinali e continue restrizioni ci siamo ricreduti, e possiamo dire che certi vagheggiamenti ad un futuro iper-tecnologico della comunicazione interpersonale sono da rinviare a quando i figli dell’attuale “generazione Zero” – individui nati tra il 1996 e il 2015 – cominceranno ad interagire in ambito lavorativo.

Ad occhio e croce, ci vorranno almeno altri 25 anni.

Pertanto, nonostante gli eventi degli ultimi anni abbiano costretto tutti a modificare le modalità di mantenimento della relazione, possiamo affermare che il buon vecchio incontro in presenza con la clientela potenziale – da sempre ottenuto con impegno e sudore della fronte – non è stato sostituito neanche un pò da improbabili “video-appuntamenti” di primo contatto. Soprattutto, possiamo certificare che per consulenti finanziari e professionisti in generale non esiste un “tele-video marketing” capace di sostituire il vecchio telemarketing; quest’ultimo, peraltro, è stato abbandonato quasi del tutto, e oggi viene utilizzato esclusivamente, con modalità commercialmente molto aggressive, da operatori di call center che vendono contratti di servizio con chiusura telefonica immediata. Tutto ciò ha segnato irrimediabilmente il distacco degli ex promotori finanziari da tale metodologia di contatto, che era ormai ampiamente in disuso e che le professioni tradizionali, tra l’altro, non avevano mai utilizzato.

A onor del vero, resistono alcune sacche di attività bancaria in cui il telemarketing viene usato dalle banche per promuovere i servizi di small business agli esercizi commerciali che ricadono nell’area dove è ubicata la filiale, ma con la tendenza irreversibile allo smantellamento degli sportelli bancari territoriali, anche questa esperienza è destinata a perdersi per sempre. Anche nell’attività di intermediazione immobiliare il telemarketing “a freddo” è ancora largamente usato, ma anche in questo settore stanno accadendo profonde mutazioni dei costumi – i siti web specializzati nella compravendita e locazione immobiliare, per esempio – che consentono ai venditori più evoluti (e con parecchio tempo personale da spendere) di risparmiare la commissione dell’agenzia immobiliare.

Di contro, l’esperienza di questi ultimi due anni ha segnato ancora di più un confine netto tra l’efficacia delle relazioni virtuali in campo sociale, e la totale inefficacia degli stessi contatti virtuali nelle relazioni in campo commerciale. Infatti, al contrario di ciò che hanno imposto i social network – che ci spingono a regalare la condivisione della nostra vita più intima a perfetti sconosciuti che chiamiamo “amici” – in questo settore così delicato come la consulenza patrimoniale (così come in quella legale, fiscale) siamo ancora lontanissimi dall’avere la possibilità di acquisire clientela senza averla mai incontrata fisicamente almeno una volta. Prova ne sia che i siti web personali e le pagine Facebook/Linkedin, da soli, sono ottimi strumenti di diffusione della propria reputazione e autorevolezza tra i colleghi, ma si rivelano modestissimi veicoli di acquisizione di nuova clientela qualora ci si limiti a gestirli – con grande dispendio di tempo, peraltro – senza dedicarsi contestualmente alle principali attività di marketing operativo e di contatto.

C’è da dire, inoltre, che l’adozione generalizzata di un improbabile tele-video marketing presupporrebbe l’esistenza di un contesto totalmente irrispettoso della privacy, che difficilmente potrà mai realizzarsi in questa epoca di transizione – con i babyboomers ancora saldamente al comando dei patrimoni familiari e i millennials in “emersione lenta” – poichè non esiste neanche lontanamente una abitudine sociale consolidata a ricevere e rispondere a videochiamate provenienti da utenti sconosciuti, e prevalgono nettamente le telefonate vocali. Pertanto, per consulenti finanziari e professionisti rimangono i canali di mercato diretti e indiretti sui quali si è lavorato di più, ossia:
1) le referenze individuali provenienti, più o meno spontaneamente, dai clienti già esistenti,
2) l’organizzazione di eventi di interesse, come i c.d. salotti finanziari o gli happening culturali con finalità commerciali (teatro, editoria, cene di beneficienza),
3) il lavoro in team con altre categorie professionali (studi associati), 
4) le attività intellettuali a scopo reputazionale (partecipazione a convegni, self editing, articoli, e-book e libri),
5) i video di autopromozione e i c.d. webinar per investitori più evoluti.

Tutti questi canali hanno in comune un mix di fattori, senza i quali nessun “carisma” professionale potrà mai essere trasmesso. Infatti, oltre alle note qualità morali ed il rispetto dell’etica professionale, servono una preparazione ai massimi livelli, grande esperienza sul campo, capacità di trasmettere concetti complicati in modo semplice, capacità di entrare subito in empatia con gli utenti e buone doti di public speaking. Tuttavia, questi canali di mercato presentano caratteristiche molto differenti tra loro, che vale la pena analizzare separatamente. In questa prima parte ci occuperemo del canale n. 1, ossia la capacità di acquisire referenze, ma poichè il canale n. 2  (eventi e happening commerciali) può essere considerato come una raffinata declinazione del primo, li tratteremo insieme. Infatti, l’organizzazione di qualunque evento commerciale prevede una platea mista di invitati: i “già clienti”, e i “non ancora clienti“, che si spera di acquisire e che sono stati segnalati dai già clienti e a loro volta invitati. Il canale n. 3, sebbene realizza il proprio scopo nell’ottenimento di reciproche referenze derivanti dalla sinergia tra professionisti di diversa specializzazione, richiede una trattazione individuale per via delle maggiori esigenze di organizzazione commerciale e di disciplina giuridica. 

In linea teorica, il c.d. Event Marketing è una evoluzione della vecchia modalità con cui “anticamente” i consulenti finanziari chiedevano una o più referenze, facendosi dare il numero telefonico di familiari e amici del cliente, senza offrire nulla in cambio se non la propria riconoscenza. Con l’organizzazione di eventi dal concreto sapore culturale, invece, il professionista ottiene referenze attraverso una modalità più coinvolgente per il mercato potenziale, dando in cambio agli invitati un’occasione di socialità ed un servizio utile, solitamente l’esposizione di uno o più temi di educazione e informazione finanziaria (di cui ci occuperemo in un capitolo a parte, sotto un’altra ottica). Inoltre, attraverso l’organizzazione di eventi il professionista non ha la sensazione di essere in una posizione d’inferiorità nei confronti del cliente, poiché egli investe per lui tempo e denaro, e adotta un approccio socialmente utile che gli consente di superare le possibili obiezioni che sono insite nella richiesta di referenze fine a se stessa. Organizzando un evento, quindi, il consulente ha l’opportunità di “saltare un passaggio”, presentandosi fisicamente e visivamente alla clientela che desidera acquisire grazie alla collaborazione attiva dei “già clienti“.

In generale, pianificare e promuovere eventi di successo richiede estrema attenzione ai minimi dettagli, poiché il fallimento è sempre dietro l’angolo e nulla va lasciato al caso. L’eventuale insuccesso, infatti, è legato alla sottovalutazione di aspetti che solo apparentemente sembrano sacrificabili e di poco conto. Innanzitutto, non ha molto senso organizzare un solo evento “tanto per vedere come và e fare un pò di costi da scaricare”; è fondamentale, invece, progettare una vera e propria campagna di event marketing – magari condividendo costi e risultati con alcuni colleghi – pianificando promozione e investimenti in termini di budget, energie, persone, tempo e immagine. Inoltre, qualunque evento deve passare attraverso un “messaggio emozionale”, veicolato da dettagli decisi a tavolino: il catering, la disposizione degli ospiti in sala, il buffet, la musica di sottofondo, l’amenità del luogo prescelto per l’evento, e persino le luci. Tutto questo va armonizzato con il prodotto/servizio che si vuole lanciare, e che diventa lo snodo centrale dell’intrattenimento (senza disdegnare le occasioni di interazione divertenti, che generano emozioni positive e aiutano gli ospiti a ricordarsi di voi e della serata).

Gli ospiti, del resto, vogliono essere sicuri di presenziare a un evento con contenuti di valore, sennò declinano l’invito o, peggio ancora, non si presentano.

Naturalmente, il successo degli eventi in cui è coinvolto il pubblico non elimina del tutto la possibilità di utilizzare la vecchia modalità di richiesta nominativi, ossia quella “in posizione di inferiorità“, ma la sua efficacia è limitata ad una cerchia molto ristretta di clienti – i “super-soddisfatti” – con i quali il professionista ha stretto un legame molto forte, che va al di là della ordinaria consulenza finanziaria e coinvolge spesso altri aspetti delle problematiche familiari, dagli studi dei figli all’estero ai passaggi di quote aziendali fino alla pianificazione successoria. Anche con questo tipo di clienti, tuttavia, è spesso necessario sollecitare con garbo i nominativi di persone appartenenti alla loro schiera di relazioni e professionalmente interessanti, poiché la referenza non avviene in modo spontaneo. La circostanza non deve trarre in inganno: se il meccanismo del  “passaparola spontaneo” non si è instaurato, ciò non è dovuto a mancanza di fiducia nel professionista, ma ad un malinteso senso della riservatezza (“…temo che il mio amico/parente possa venire a conoscenza della mia situazione patrimoniale…”)  o alla naturale scarsa abitudine a farlo. In questi casi, sarà sufficiente spiegare con grande trasparenza il motivo della richiesta, rassicurare sul mantenimento della privacy e ascoltare eventuali obiezioni.

Comunque avvenga la segnalazione di clientela potenziale, la  cura del c.d. follow up (attività di contatto post evento) è un comune denominatore. Infatti, bisogna dare seguito in breve tempo alla referenza e aggiornare subito il cliente che ha fornito attivamente il contatto, raccontandogli le proprie impressioni e, mantenendo comunque la riservatezza sulle informazioni eventualmente acquisite, rendendolo partecipe dell’eventuale successo. Inoltre, le attività di follow up vanno pianificate prima dell’evento, decidendo preventivamente cosa comunicare agli ospiti nei giorni immediatamente successivi (entro 48 ore al massimo). Tale attività può avere molte sfaccettature: l’invio di un ringraziamento personalizzato con allegate le slide degli interventi, oppure un video riassuntivo o qualunque altro segnale di conferma, che rinnova le emozioni e prepara l’ospite ad un successivo contatto individuale in occasione del quale, magari, chiedergli di identificare eventuali punti critici da non ripetere.

In quale direzione va la Consulenza Finanziaria? Parola ai manager di rete

P&F intervista i manager di rete per raccontare come le banche stanno affrontando i cambiamenti degli ultimi due anni e il problema del passaggio generazionale. Risponde il romano Valerio Marchetti di Fineco Bank.

Come è cambiata la professione del consulente finanziario negli ultimi due anni, e qual è il futuro della consulenza finanziaria? Cosa si intende per approccio olistico, e come andrebbe strutturata la formazione dei professionisti del risparmio? Come state affrontando la problematica del passaggio generazionale, e come gestite la selezione e il reclutamento delle risorse provenienti dal settore bancario?  Sono queste le domande che P&F ha rivolto ad alcuni manager delle principali reti di consulenza finanziaria, distribuite idealmente lungo il territorio nazionale, allo scopo di comprendere – e far comprendere – qual è la direzione verso cui va il mondo delle banche-reti, e quali sono le soluzioni maggiormente adottate dalle singole aziende per gestire le forti sollecitazioni al cambiamento imposte dal mercato e da una clientela sempre più esigente.

La prima intervista di questa “mini-serie” è rivolta a Valerio Marchetti, Senior Private Banker con certificazione €FPA (European Financial Advisor ) e Area Manager di Fineco Bank a Roma.

Valerio, qual è la sua visione sul futuro della consulenza finanziaria?
La consulenza finanziaria ha ampliato costantemente negli anni il proprio raggio di attività, e la pianificazione finanziaria ormai rappresenta solo una componente di un approccio più esteso che riguarda molteplici aspetti. Il cliente deve avere a disposizione un supporto che riguarda tutti i principali passaggi della vita e le tappe fondamentali che deve affrontare: ragionando secondo questa logica l’attenzione si sposta quindi verso una consulenza patrimoniale, allontanando il focus da singoli prodotti e adottando un approccio “olistico”, rivolto al patrimonio nella sua interezza: risparmio, immobili, opere d’arte, preziosi, auto d’epoca e, più in generale, qualunque strumento di investimento alternativo.

Come è cambiata la professione del consulente finanziario dalla pandemia ad oggi, in termini di relazione con i clienti?
L’organizzazione del lavoro è certamente cambiata, non solo per i consulenti finanziari, ma per tutte le professioni. Il Covid-19 ha creato un “prima” e un “dopo”. La pandemia ha certamente impresso una brusca accelerazione al trend di digitalizzazione nelle famiglie, che a livello finanziario era già in atto anche per via del ricambio generazionale in corso. All’interno dei gruppi familiari la leadership nella gestione dei patrimoni sta passando sempre più velocemente alle nuove generazioni, e questo passaggio di testimone non dipende da una rinuncia da parte del capofamiglia, bensì dai cambiamenti del linguaggio e della modalità operativa. Di conseguenza, oggi vengono premiati i consulenti che hanno saputo adottare uno stile di comunicazione trasversale, adattandosi alle esigenze di tutti i componenti della famiglia-cliente, soprattutto a quelli più “freschi” e più abituati alla comunicazione da remoto. Tuttavia, vince chi ha messo a punto una nuova tipologia di public speaking, poichè il rapporto costruito di persona è decisamente diverso rispetto a quello portato avanti attraverso una comunicazione a distanza, dove il linguaggio del corpo ha un impatto più limitato e la professionalità può essere trasmessa, per esempio, grazie a una cura attenta dei particolari.

Quali strumenti sono necessari per adottare un approccio olistico di consulenza e gestire la rendicontazione integrale del patrimonio?
In Fineco abbiamo avviato da tempo un percorso specifico di tipo olistico. Basti pensare che i consulenti private dispongono già di un tool che permette di analizzare il patrimonio immobiliare del cliente e le relative rendite catastali e l’imposizione fiscale, stimando in modo affidabile gli oneri di manutenzione e il valore commerciale degli immobili. Si tratta di uno strumento che può spingersi progressivamente più in profondità, arrivando addirittura a simulare, in base alle regole attuali, l’imposizione fiscale (se presente) in caso di passaggio generazionale. E’ anche possibile simulare alternative e ottimizzare così questo aspetto, sempre nel pieno rispetto della normativa vigente. Per quanto riguarda la rendicontazione, utilizziamo una gamma di applicativi sofisticati che permettono di passare “ai raggi X” il patrimonio, non solo attraverso semplici analisi delle asset class principali, ma anche estrapolando la composizione valutaria, la diversificazione settoriale e molto altro ancora. Inoltre, la nostra azienda (Fineco Bank, ndr) ha sviluppato negli anni accordi professionali con numerosi partner esterni nei settori della fiscalità, del real estate e della valutazione filantropica. Infatti, non è raro che le nostre famiglie-clienti manifestino esigenze al di fuori della ordinaria amministrazione finanziaria, e ci chiedano, per esempio, la stima del valore di una collezione d’arte, o una consulenza fiscale per valutare le conseguenze di un cambiamento di residenza fiscale nel caso in cui la si voglia trasferire in uno stato estero.  

Come dovrebbe essere strutturata oggi l’attività di formazione dei consulenti finanziari in relazione alle esigenze sempre più evolute della clientela?
Il tema della formazione è centrale per tutti, ma la sua fruizione non deve essere troppo complicata. Per esempio, capita di frequentare corsi con un approccio eccessivamente accademico, oppure altri focalizzati solo sugli strumenti, trascurando una visione più globale. E’ fondamentale essere estremamente motivati quando si partecipa a questi corsi. La mia idea, forse provocatoria, è quella di prevedere un gettone simbolico di partecipazione, al fine di attribuire il giusto valore all’impegno e sviluppare una reale motivazione a migliorare le proprie competenze. Per noi consulenti, la competenza più importante rimane quella di saper diagnosticare con estrema precisione i bisogni dei clienti, e instaurare con loro rapporti di empatia e fiducia.

In Fineco come state affrontando la problematica del passaggio generazionale?
Storicamente, la nostra azienda ha sempre creduto nel “vivaio”, ed oggi siamo la rete di consulenza con l’età media più bassa in Italia. Entriamo in contatto con giovani talenti attraverso la collaborazione con gli atenei universitari, e li inseriamo all’interno di un percorso di crescita fatto di lezioni in aula ed esperienza sul campo. Le nuove leve vengono affidate alle cure di un professionista senior, che a sua volta collabora con la struttura manageriale, condividendo il flusso delle informazioni. In particolare, circa tre anni fa abbiamo iniziato a sperimentare i Fineco Team, introdotti definitivamente lo scorso anno, i quali consentono di mettere in comune le proprie competenze e di gestire al meglio il ricambio generazionale, grazie a un canale diretto tra il professionista più giovane e quello più esperto.

Come affrontate la selezione e l’inserimento professionale dei consulenti provenienti dal settore bancario?
In Fineco i manager di rete non hanno un budget di reclutamento, per cui sono incentivati in modo naturale a fare selezione sul territorio. L’approccio è deontologicamente molto chiaro: il reclutamento avviene solo se c’è l’effettivo interesse di entrambe le parti, a seguito di una reciproca due diligence. A Roma, nella città in cui opera il nostro gruppo di colleghi, siamo estremamente attivi dal punto di vista della selezione, e negli ultimi anni abbiamo attratto professionisti bancari di spicco. Al candidato “target” viene offerto tutto il supporto economico, professionale e logistico necessario per garantire una crescita sostenibile nel tempo.

In crescita la Consulenza Finanziaria Indipendente. Luca Mainò: è solo l’inizio della storia

Intervista a Luca Mainò, Founder & Managing Partner di Consultique SCF. “Negli USA ci sono circa 40.000 Fee-Only planners. In Italia, in rapporto alla popolazione, dovrebbero essere circa 7.000”.

Intervista di Massimo Bonaventura

La storia della Consulenza Finanziaria Indipendente italiana è del tutto simile, per terra d’ispirazione e origine, a quella dei consulenti non autonomi: nasce negli Stati Uniti, e dall’esperienza a stelle e strisce prende in prestito contenuti e denominazioni iniziali. In particolare, con la denominazione più moderna di fee-only financial planner (1983), gli americani identificano i consulenti finanziari remunerati esclusivamente dalla propria clientela, a differenza dei “cugini” non autonomi che basano la propria remunerazione sulle provvigioni ricevute dalle società mandanti e, solo indirettamente, dalle commissioni pagate annualmente dalla clientela per la gestione di strumenti finanziari di  società terze (tipicamente: banche e compagnie assicurative).

La regolamentazione più antica del mercato finanziario, com’è noto, appartiene al mondo anglosassone e americano, dove già nel 1940 ai c.d. investment adviser veniva riconosciuto un ruolo importante dai clienti più facoltosi, in particolare dagli attori, dai capitani di industria della West Coast e dai petrolieri texani. Nello stesso anno, infatti, la SEC (Security and Exchange Commission) emanò le norme che disciplinavano il sistema finanziario americano, e nel corso dei successivi quarant’anni, i consulenti di quel tempo cominciarono ad organizzarsi in base alla propria specializzazione e natura economica della professione, fino a definire un modello professionale abbastanza elaborato ma essenzialmente basato sulla differenza tra chi distribuisce prodotti finanziari (“broker-dealer” e “registered investment advisor”) e chi fa consulenza pura fee-only (“certified financial planner”).

Tra le varie organizzazioni, la NAPFA (National Association of Personal Financial Advisor) è l’associazione più autorevole dei consulenti fee-only americani, ed è quella a cui si sono ispirati i “pionieri” della Consulenza Indipendente in Italia. Consultique – marchio originariamente derivante dalla fusione tra i termini “consulenza” e “boutique” – è certamente la più importante azienda del settore, operante da venti anni e fondatrice di NAFOP (National Association of Fee Only Planners). A questa sigla associativa va attribuito il merito di aver ottenuto, nel 2006, la modifica del disegno di legge 1014 (comma C, punto n. 10), con il quale si è previsto che “anche persone fisiche in possesso dei requisiti di onorabilità, professionalità e indipendenza..” potessero svolgere “l’esercizio nei confronti del pubblico, a titolo professionale, dell’attività di consulenza finanziaria”, che invece stava per essere riservata solo a “banche e soggetti abilitati”, con esclusione dei consulenti indipendenti di allora che erano già oltre un centinaio.

Prima di un riconoscimento formale della professione, però, dovranno trascorrere altri 12 anni, e il 1° dicembre 2018 sono diventate operative, all’interno dell’Organismo Unico dei Consulenti Finanziari, le due nuove sezioni dei Consulenti Finanziari Autonomi (CFA) e delle Società di Consulenza Finanziaria (SCF). Da allora, nonostante la pandemia, le dimensioni del settore sono cresciute in modo considerevole ma, a detta di Luca Mainò, Managing Partner di Consultique SCF e Membro del Consiglio Direttivo di NAFOP, “siamo solo agli inizi”.

Luca, della consulenza finanziaria non autonoma ormai sappiamo quasi tutto, dai suoi primi passi fino ad oggi. A quando si può fare risalire la nascita della consulenza finanziaria indipendente in Italia, e come si è sviluppata nel corso degli anni?
Il nostro network di consulenti indipendenti risale agli anni 2000, quando con la start up di Consultique riuscimmo a coinvolgere una cinquantina di studi professionali e società di consulenza. Eravamo alla fine del 2002. Si tratta dei pionieri del settore, persone che hanno fatto la storia della consulenza indipendente in Italia. Se adesso la strada della libertà finanziaria è stata aperta, anche per molti giovani, è per merito di quei visionari che ci hanno creduto fin dall’inizio e che hanno colto le sfide più importanti in un ambiente che di certo non favoriva la consulenza indipendente.

Cosa è cambiato nella professione con la costituzione della sezione OCF dei consulenti finanziari autonomi?
Anzitutto c’è una maggiore visibilità. Oggi tutti parlano di consulenza indipendente, una persona che vuole informarsi arriva velocemente a questo nuovo modello di advisory e può trovarlo in modo semplice grazie all’albo stesso ma anche ai siti delle due associazioni NAFOP e AssoSCF. Per quanto riguarda gli adempimenti da regolamento, per chi usa la fee-only platform è cambiato ben poco, in quanto già da oltre dieci anni abbiamo a disposizione una serie di strumenti di reg-tech che consentono di semplificare i processi. Tutto sta diventando paperless e digitale.  

Quanti sono oggi in Italia i soggetti che operano nel campo della consulenza indipendente, e quali sono le previsioni di crescita per gli anni futuri?
Ad oggi contiamo oltre 500 professionisti ed una sessantina di SCF (Società di Consulenza Indipendente). Sono numeri significativi, ma rappresentano solo la punta dell’iceberg. Personalmente conosco centinaia di persone che si stanno organizzando per avviare uno studio professionale o aprire una società di consulenza indipendente. Negli USA ci sono circa 40.000 fee-only planners; in Italia, in rapporto alla popolazione, dovrebbero essere circa 7.000.

Come è strutturato il modello di business della consulenza finanziaria autonoma, e quanto deve investire un consulente indipendente all’inizio della propria attività?
Come singolo professionista, un consulente che si avvale del supporto di Consultique riesce a seguire circa una sessantina di famiglie. Per crescere può strutturarsi ad esempio con l’inclusione di un tirocinante, di una risorsa al backoffice, e poi in futuro anche aggregando altri colleghi con diverse professionalità, ad esempio con la creazione di una semplice SRL. Una volta iscritti all’albo nell’apposita sezione dei consulenti “autonomi”, se consideriamo formazione e strumenti operativi, è possibile ridurre al minimo i costi d’esercizio, a meno di 5.000 euro l’anno. Ovviamente con budget superiori è possibile anche erogare servizi di consulenza finanziaria alle aziende, che consentono un salto di qualità nell’acquisizione di clienti HNWI.

E-book gratuito sugli strumenti di protezione del patrimonio della tua clientela.

Quali sono le fasi e i tempi medi di avviamento di un consulente autonomo, e quali sono per lui i vantaggi professionali derivanti dall’indipendenza?
Oggi in tre mesi ci si può iscrivere all’albo. Tra i vantaggi, credo che poter vantare il requisito di indipendenza soggettiva sia determinante nell’acquisizione del cliente. Sin da subito, con l’analisi indipendente del patrimonio, il cliente si apre e diventa addirittura un vero e proprio fan. Ed ecco che scatta il passaparola, l’unica leva di sviluppo per tutti i professionisti.

Come si riesce a superare la concorrenza del sistema bancario tradizionale e quello delle banche-reti?  
Con competenza (che cosa sappiamo fare), affidabilità (come facciamo le cose), integrità (con interessi allineati perfettamente a quelli dei clienti) ed empatia (supportando gli altri con le nostre azioni). In una sola parola alimentando la fiducia.

Esiste una sorta di rivalità tra i consulenti finanziari autonomi e quelli legati alle reti bancarie, oppure i secondi cominciano a manifestare curiosità e interesse verso i primi?
Una volta che i ruoli sono chiari svanisce ogni rivalità.

Quali sono i fattori che impediscono oggi alla consulenza indipendente di esplodere?
Il modello fee-only fully independent è ancora poco conosciuto non solo dagli investitori, ma anche dagli operatori. Molti dei professionisti che potrebbero già da oggi accedere al mondo fee-only non se la sentono di lasciare la propria comfort zone, non vedono ancora il forte “upgrade” professionale ed economico che ne deriva. Di contro, sono molti i giovani che si avvicinano a noi, con progetti dove l’indipendenza e la tecnologia danno vita a realtà nuove.

Per molto tempo le banche hanno considerato i consulenti finanziari indipendenti come i “cugini poveri” del sistema, non ritenendo la clientela sufficientemente pronta all’approccio “fee only”. Le cose stanno ancora così?
La domanda sta crescendo in modo netto, ma soprattutto stanno crescendo gli investitori consapevoli. È un processo irreversibile che, con l’eliminazione delle asimmetrie informative, farà crescere il numero di famiglie che faranno ricorso agli indipendenti.

Deutsche Bank ritorna all’utile in Italia e riorganizza le attività di banca commerciale

La Premium & Consumer Bank di Deutsche Bank riunisce in un’unica area di business le attività di Premium Bank e Consumer House. Utile netto di €36 milioni nel 2021, miglior risultato dal 2016.

Deutsche Bank SpA, la controllata del Gruppo che riunisce buona parte delle attività in Italia, chiude il 2021 con un ritorno all’utile netto per 36 milioni di euro, un risultato in deciso miglioramento di circa 54 milioni rispetto al dato del 2020 (quando la perdita si era attestata a 18,3 milioni) e conseguito in un perdurante contesto di difficoltà economica e di spese legate alla trasformazione (59 milioni). A contribuire positivamente sul risultato sono stati in particolare un progresso del margine di intermediazione, che si è assestato a 953 milioni con 56,5 milioni di maggiori ricavi netti, e un miglioramento del costo del rischio di credito, con un decremento di circa 70 milioni degli accantonamenti per perdite sui crediti (-37,9%).

La banca adesso preannuncia la continuazione verso un percorso evoluzionistico della divisione International Private Bank (IPB) Italy verso un modello di banca multi-specialistica, con la creazione dell’area di business Premium & Consumer Bank.

Questa ulteriore evoluzione fa seguito alla creazione della Bank for Entrepreneurs, e consiste nella unione della Premium Bank con la Consumer House in un’unica struttura. La nuova area di business così ottenuta si posizionerà nel mercato con servizi di consulenza per la clientela Affluent e Commerciale, grazie anche al forte posizionamento sul credito al consumo, e rafforzerà ulteriormente l’offerta multi-prodotto e multicanale, cogliendo in modo ancora più specifico le sinergie presenti tra le diverse linee di offerta e gli investimenti di trasformazione digitale. “Contiamo su un’offerta multicanale integrata, con una rete di filiali bancarie e di agenzie in attività finanziaria. Vogliamo spingere ulteriormente la trasformazione digitale, l’integrazione multicanale e la specializzazione dell’offerta attraverso l’innovazione di prodotto, l’aumento della capacità distributiva di Deutsche Bank Easy e lo sviluppo degli accordi di partnership”, ha dichiarato Marzio Pividori, Head of Premium & Consumer Bank Italy.

La professione di consulente finanziario e il ricambio generazionale che non c’è

La categoria dei consulenti finanziari ha bisogno di nuova linfa, ma le reti sembrano non accorgersene.

Di Alessio Cardinale

La figura del consulente finanziario, per lungo tempo denominato promotore finanziario (e prima ancora consulente, ma in modo informale e auto-attribuito), è nata cinquant’anni fa, in un’epoca in cui vendere un fondo comune di investimento equivaleva a piazzare un’astronave ad una tranquilla famiglia italiana della classe media. Al suo inizio, e per almeno trent’anni, il lavoro di consulente si è svolto mettendo in grande risalto le tecniche di vendita più sofisticate – ma mai ingannevoli – per quei tempi, prese in prestito dai maghi del marketing a stelle e strisce e soprattutto dall’esperienza di chi ha fatto nascere questa professione, l’americano Bernie Cornfeld. Dalle ceneri della sua IOS, prima grande rete di vendita con migliaia di agenti sparsi in tutto il mondo, nacque Fideuram (che era l’acronimo di “Fiduciaria Euro Americana”).

Fin dalle sue origini, pertanto, il mestiere di consulente finanziario – allora semplice venditore di fondi “porta a porta”, come amano ripetere ancora oggi alcuni detrattori di dubbia competenza e professionalità – riservava ai candidati dei contenuti a forte impatto emotivo, del tutto inadatti a chi non sapesse veramente mettersi in gioco e “denudare” il proprio io di fronte ai colleghi più anziani. Non sorprenderà, pertanto, che a cominciare dai primi anni ’80 chi veniva selezionato per sostenere un colloquio di inserimento non parlava in prima battuta con un manager, ma con uno psicologo, che verificava le capacità del candidato di imbastire nuove relazioni, sondare le esigenze più profonde delle persone, sapere ascoltare i loro messaggi espliciti o impliciti, imparare ad utilizzare le domande chiuse/aperte e a creare curiosità verso strumenti di investimento che ai risparmiatori di allora sembravano pura fantascienza.

Inoltre, si doveva comunicare – e motivare – al cliente potenziale la presenza di commissioni di ingresso anche del 7,5% (i primi pionieri raccontano di front fee del 10% negli anni ’70), e questo faceva dei consulenti finanziari ante Legge 1/91 dei venditori mitologici. Oggi una commissione di quel tipo ci fa gridare allo scandalo, ma bisogna contestualizzare il periodo storico: il management fee, ossia la “base stabile” del reddito ordinario del consulente,  neanche esisteva (sarebbe stata una conquista successiva di Anasf e delle sigle sindacali del tempo, di cui oggi beneficiano tutti), e il valore delle quote dei primi fondi di investimento si è moltiplicato per venti, ammortizzando largamente quelle commissioni così “preistoriche”.  

Il marketing operativo del neofita prevedeva sia il contatto “a freddo”con i potenziali clienti (le famose “telefonate a freddo” immortalate nel film “Wall Street” degli anni ’80), sia il contatto “a caldo” con persone già conosciute con cui era meno difficile ottenere un appuntamento insieme al proprio supervisore. Inoltre, si stava tutto il giorno fuori a fare appuntamenti – almeno 4 ogni giorno, era la regola aurea per un buon avviamento dell’attività – si conoscevano tante persone nuove e si andava in ufficio solo ad inizio e a fine giornata, per consegnare i contratti oppure per confrontarsi con i colleghi sull’efficacia delle tecniche di marketing operativo. Le postazioni di lavoro si condividevano – solo un “anziano” poteva averne una tutta sua – così come tutti i costi dell’ufficio. Lavorare dentro una filiale bancaria non era neanche lontanamente immaginabile. I supervisori, tutti di grande esperienza, tiravano su i nuovi entrati a forza di riunioni, incontri motivazionali e, soprattutto, a furia di costante affiancamento commerciale. Erano anche veri maestri di vita, i supervisori, ed oggi se ne sente la mancanza.

L’offerta di prodotti finanziari era ai minimi termini: un fondo comune obbligazionario (da assimilare ai BTP), uno azionario globale (azioni) e uno bilanciato (fifty-fifty tra il primo ed il secondo), con i quali si proponevano alternative, tutt’altro che fantasiose o ingannevoli, agli strumenti di risparmio più usati allora dagli italiani. Infatti, si lavorava contro i titoli di stato al 12-15%, in una Italia in cui ognuna delle principali città (Milano, Torino, Roma, Napoli e Palermo) aveva la propria borsa valori. Insieme ai fondi comuni si vendevano soprattutto sogni e ideali di risparmio, e non c’è dubbio che i concetti basilari dell’Educazione Finanziaria siano nati proprio in quel tempo, nel quale si parlava già di risparmio per obiettivi, e di sogni di vita vera che spesso si avveravano: nonostante le commissioni di ingresso molto elevate, i primi “risparmiatori/pionieri” che hanno creduto in quella innovazione di prodotto hanno comprato casa dopo appena qualche anno, grazie ai rendimenti stratosferici realizzati in quegli anni dai mercati finanziari.

Tutto questo oggi è un lontano e nostalgico ricordo.

Intendiamoci, i sistemi cambiano, si evolvono e si adattano ai tempi. E migliorano anche. E’ un fatto quasi naturale, che rientra nelle dinamiche di qualunque sistema produttivo. Le regole che hanno disciplinato per anni la professione dei consulenti finanziari, però, sono cambiate troppo in fretta, chiudendo la professione all’interno di una sfera di cristallo dove gli attuali consulenti invecchiano e dove migliaia di giovani, che sulla consulenza finanziaria potrebbero puntare dopo gli studi universitari, non riescono a fare ingresso e ad assicurare così al sistema quel passaggio generazionale che, invece, da sempre garantisce longevità alle altre professioni più rinomate. Infatti, la competizione tra banche/reti, incanalata verso il recruiting di consulenti con masse consolidate o di bancari con potenzialità di portafoglio ed esperienza, si rivela un gioco a somma zero, perché escludendo i giovanissimi – che non hanno né masse né esperienza – determina una lenta e inesorabile diminuzione del numero dei consulenti attivi.

Ancora oggi, ai parametri di qualità dei professionisti (solo a titolo di esempio: competenze specifiche acquisite, tasso di fedeltà della clientela, aggiornamenti professionali svolti, assenza di reclami, presenza sul web, capacità di diffondere contenuti, proattività nelle iniziative di attrazione della clientela etc) vengano preferiti dei parametri meramente quantitativi di natura tipicamente commerciale, primo tra tutti quello del portafoglio medio pro capite. Eppure, sono davvero pochi i clienti che soppesano il valore di un consulente in base al portafoglio da lui amministrato (quanti di loro ve lo chiedono, quanti di loro lo conoscono?), preferendo di gran lunga qualità come correttezza, puntualità, prontezza, prossimità, chiarezza, precisione e percezione di esclusività della relazione.

Da molti anni le reti preferiscono investire sui bancari con portafoglio clienti (i c.d. private bankers), che richiedono un investimento inferiore rispetto a quello previsto in termini di tempo (da tre a cinque anni) e di denaro (tra 50.000 e 75.000 euro) per un promettente neolaureato senza esperienza, ma il sistema ha gradualmente eliminato sia la figura del praticante sia quella del supervisore da affiancamento, determinando di fatto il crollo dell’architrave su cui si reggeva il ricambio generazionale della categoria. Basterebbe un solo supervisore “vecchio stampo” per fare crescere, ed anche in fretta, sia i bancari che i giovani neolaureati; entrambi, infatti, hanno caratteristiche simili: sono impreparati a diventare “imprenditori di se stessi” e sono bisognosi di un lungo periodo di adattamento al lavoro autonomo. Eppure, la presenza di giovanissimi all’interno di un ufficio di consulenti finanziari avrebbe più vantaggi che costi: darebbe all’ambiente di lavoro una “scarica motivazionale” formidabile, stimolando nuovo entusiasmo negli “older” e la loro naturale propensione a fare da tutor, trasmettendo quotidianamente il mestiere a coloro che sono destinati ad “ereditare” il loro portafoglio clienti nel momento della pensione.

Proprio oggi, in uno scenario di guerra e in una fase storica di mercato che non si vedeva da almeno vent’anni, è il momento giusto per fare molto di più in tema di passaggio generazionale, investendo moltissimo sui giovani e creando una tutorship sistemica prima ancora che individuale.

Ogni ritardo, in tal senso, diventa complicità in un sicuro declino della professione.

Compravendite immobiliari e mutui, consuntivi a confronto. Milano corre più di tutti

Nella sfida tra appartamenti e ville le seconde conquistano terreno grazie alla pandemia. Il 35,5% dei mutuatari ha tra 35 e 44 anni, e sono in aumento i mutui agli stranieri. Milano al top del mercato.

Una delle conseguenze più evidenti dell’arrivo della pandemia è stata l’aumento del numero di acquisti di soluzioni indipendenti e semi-indipendenti. L’Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa ha evidenziato come tra il 2019 ed il 2021 il tasso di acquisto di soluzioni indipendenti e semi-indipendenti sia passato dal 19,1% al 22,0% sul totale delle compravendite. Nello specifico, nel 2021, il 78,0% degli acquisti ha riguardato appartamenti, mentre nel 22,0% dei casi sì è trattato di ville singole, ville semi-indipendenti, case indipendenti, case semi-indipendenti e rustici.

Mettendo a confronto appartamenti e soluzioni indipendenti e semi-indipendenti, i primi hanno un tasso di acquisto per investimento superiore (17,6% contro 11,5%), mentre i secondi hanno una percentuale più alta di acquisti come abitazione principale e casa vacanza. Gli appartamenti, infatti, si prestano meglio a essere acquistati per investimento grazie a prezzi mediamente più contenuti, a una maggiore facilità di gestione e a un maggior numero di richieste da parte di potenziali inquilini. Inoltre, gli acquirenti più attivi sulle compravendite di appartamenti sono quelli con un’età compresa tra 18 e 34 anni (29,5%), mentre le soluzioni indipendenti e semi-indipendenti sono maggiormente apprezzate da acquirenti con età compresa tra 35 e 44 anni (31,7%). L’acquisto di ville, villette e case avviene mediamente in età più avanzata, poiché generalmente si tratta di tipologie più costose, e in molti casi la villa è l’acquisto definitivo.

Gli appartamenti sono la tipologia preferita dai single – il 34,4% delle compravendite di appartamenti sono state concluse da questa categoria – mentre ville e case sono quasi sempre acquistate da famiglie (83,2%). Nel 51,0% dei casi, chi acquista un appartamento lo fa grazie all’accensione di un mutuo, percentuale che sale al 53,1% se la compravendita riguarda una soluzione indipendente o semi-indipendente. Inoltre, ad essere finanziati sono principalmente cittadini italiani (74,8% dei mutui), ma stanno aumentando le percentuali degli stranieri che accedono al credito casa: attualmente quasi il 14,0% è rappresentato da cittadini europei e 11,2% è rappresentato da immigrati extra-europei. Le nazionalità più rappresentate sono quelle rumena, albanese e moldava, mentre la maggior parte dei non europei proviene dall’Asia, seguiti a brevissima distanza dai latinoamericani e dagli africani.

Secondo Kìron Partner, la maggiore concentrazione di erogazioni si trova nella macroarea settentrionale, con il 60,7%. Seguono a molta distanza Italia Meridionale e Italia Centrale con valori rispettivamente del 15,6% e del 16,4%. Solo il 7,3% sottoscrive un mutuo nelle isole. L’età media di chi ha sottoscritto un mutuo nel 2021 è 40,1 anni. In relazione alle fasce d’età, poi, la popolazione più giovane è quella che fa un maggior ricorso al mutuo e, in generale, la percentuale decresce con l’aumentare dell’età. C’è una leggera preponderanza dei 35-44enni rispetto agli under 35: la prima fascia incide per il 35,5%, quella più giovane pesa invece il 33,6%. La sicurezza economica è tra gli elementi fondamentali richiesti dagli istituti di credito per erogare un finanziamento. Tale caratteristica identifica l’85,1% del campione (dipendenti a tempo indeterminato e pensionati), a fronte del 9,4% di chi ha un contratto di lavoro flessibile (liberi professionisti/lavoratori autonomi e titolari d’azienda) e del 2,9% di lavoratori a tempo determinato.

Sul mercato residenziale, Milano si conferma regina assoluta. Nella seconda parte del 2021, infatti, le quotazioni immobiliari di Milano hanno messo a segno un incremento del 4,6%, e prosegue il suo trend estremamente positivo anche nel 2022: a livello di prezzi non conosce riduzioni dal 2016, anno in cui si sono stabilizzati, per poi crescere sempre e non arrestarsi neanche durante la pandemia. La città chiude il 2021 con un aumento delle transazioni pari al 24,4% rispetto al 2020, per un totale di 26.923 immobili scambiati.

Newsletter n° 3: “Dei disastri e delle opportunità”

La cosa peggiore che possa capitare agli operatori dei mercati finanziari è non poter intravedere né l’entità del disastro, né la sua fine in ordine di tempo. Solo quando tutto sarà più chiaro, si comincerà finalmente a riparlare di opportunità.

Il secondo trimestre dell’anno si è aperto confermando i principali fattori di rischio che hanno influenzato i mercati nelle settimane precedenti. Infatti, gli investitori sono preoccupati da un restringimento troppo rapido e aggressivo delle condizioni finanziarie da parte della FED che intende rallentare l’economia per spegnere l’inflazione “rovente”. Peraltro, le minute dell’ultima riunione del FOMC (15-16 marzo) sono state appena pubblicate, evidenziando che diversi membri del Comitato di politica monetaria volessero alzare il costo del denaro di 50bps, invece dei 25bps poi votati per via della maggiore incertezza sulla fine del conflitto Russia-Ucraina. Di conseguenza, molti analisti ritengono che fin dai prossimi meeting delle banche centrali – della Fed in particolare – i rialzi di 50bps saranno la norma. A questo si aggiunge la volontà della Federal Reserve di ridurre il bilancio in modo repentino, nella misura di 95 miliardi ogni mese, e questo peggiora lo scenario generale.

LEGGI ANCHE: Il mercato immobiliare USA è caldo, la Fed riuscirà a raffreddarlo prima che esploda?

Sul versante geo-politico internazionale, Ursula Von Der Leyen ha incontrato a Kiev il presidente ucraino Zelensky e gli ha ribadito il sostegno incrollabile nella lotta contro l’invasione russa, soprattutto in risposta alle violazioni e agli abusi del diritto umanitario da parte delle truppe russe. Per gli stessi motivi, l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato la sospensione della Russia dal Consiglio per i diritti umani. Tutto questo, è evidente, getta benzina sul fuoco, aumenta le preoccupazioni dei mercati e segna la sconfitta definitiva della diplomazia, grande assente in questa guerra il cui grado di coinvolgimento politico sta diventando sempre più mondiale.

I mercati finanziari globali, invece, sono più che mai desiderosi di un accordo almeno sulla fine al conflitto armato, ma Zelensky ha fatto sapere che “se ne parlerà dopo la grande battaglia sul Donbass”, in ciò rivelando assoluto disinteresse per il canale diplomatico anche di fronte all’arretramento delle truppe russe dalla capitale ucraina. Pertanto, bisogna essere preparati a rivedere le decisioni di politica monetaria qualora la pressione sui prezzi dell’energia e il conflitto Russia-Ucraina dovessero comportare un rallentamento marcato dell’economia mondiale.

LEGGI ANCHE: Come investire quando i tassi di interesse aumentano?

A ben vedere, si tratta dell’incubo peggiore per le banche centrali, che amano i cicli economici regolari (e senza strappi, sia in aumento che diminuzione) e odiano doversi destreggiare all’interno di un contesto che lascia aperta la possibilità di agire rapidamente sia con una stretta che con un allentamento, o peggio ancora con una alternanza di azioni simmetricamente contrarie. Relativamente alla Cina – che formalmente ha assunto un atteggiamento fin troppo prudente sulla guerra, ma tradisce spesso la sua simpatia per la Russia di Putin e per le sue materie prime – i dati rivelano una contrazione della propria attività manifatturiera per la prima volta in cinque mesi, per via del contagio galoppante che, nel paese che ha adottato la politica del “contagio zero”, costringe intere città (e fabbriche) a chiudere dalla mattina al pomeriggio finchè nella zona anche l’ultimo contagiato non si sarà negativizzato.

LEGGI ANCHE: La Fed rallenta l’economia per spegnere l’inflazione. Titoli growth giù, ma i value fanno peggio

Nel frattempo, l’inflazione in USA continua a salire +6.4% rispetto a un anno prima, ai massimi dal 1983. In Italia siamo a +6.7% su base annua, e in Europa non si scherza. Colpa delle frizioni sulle materie prime, petrolio e gas in primis, che costringono i capi di stato ad intraprendere azioni di sostegno straordinario sui prezzi, i quali non accennano a scendere a causa della situazione Russo-Ucraina.

LEGGI ANCHE: Un “nuovo ordine mondiale” alla guida di azioni e obbligazioni

Del resto, la Russia costituisce il secondo più grande esportatore di greggio del mondo, e fornisce all’Europa oltre il 40% del suo fabbisogno totale di gas e il 27% delle importazioni di petrolio.

In definitiva, la situazione si potrebbe riassumere citando una frase che Boris Jonhson pronunciò nel (lontanissimo) 2004: “Non ci sono disastri, ma solo opportunità. E, in effetti, anche opportunità per nuovi disastri”.

Professionisti e autonomi tra crisi di vocazione e necessità del cambiamento

A due anni dallo scoppio della pandemia, professionisti e autonomi fanno i conti con profondi cambiamenti e una cronica assenza di tutele. Tramontata per sempre l’idea di “prosperità” del libero professionista?

Di Alessio Cardinale

A due anni dall’inizio della pandemia, in tanti provano a fare un bilancio di cosa è successo nel mondo del lavoro subordinato, con il suo naturale portato di trasformazioni dovute agli obblighi di distanziamento (prima tra tutte il lavoro da remoto o smart working); in pochi, però, si soffermano ad analizzare i profondi cambiamenti con i quali le professioni liberali e autonome hanno dovuto fare i conti immediatamente, con effetti pressoché “istantanei”, nel momento in cui è scattata l’emergenza. In quel momento, infatti, ci si è resi conto della cronica assenza di tutele giuridiche e sociali di cui la categoria dei professionisti soffre, ed in soccorso della quale l’iniziale supporto finanziario del Governo si è rivelato ben poca cosa.

Dal punto di vista del “sistema”, non c’è dubbio che la pandemia abbia reso alcune professioni più richieste di altre, ed abbia peggiorato un trend già in atto relativamente alle professioni ”classiche”. Certamente sono calate quelle di contatto diretto con il pubblico, ed hanno guadagnato terreno quelle che, legandosi alla tecnologia, hanno beneficiato del telelavoro e dello smart working associati al contatto in video sia con i colleghi di studio che con la clientela. La crisi delle vocazioni, già manifesta dal 2010 al 2019 – nuove iscrizioni negli ordini dei dottori commercialisti e ragionieri -64,1%, geometri -41,6%, solo a titolo di esempio – tra il 2020 ed il 2021 si è amplificata, portando con sé anche l’aumento delle cancellazioni dalle casse di previdenza (8.000 circa negli ultimi 12 anni), ed uno scenario simile si sta vedendo anche per i giornalisti e gli agenti di commercio, entrambi interessati da importanti cambiamenti strutturali di mercato, e per le professioni legali, che da tempo hanno letteralmente “saturato” il mercato con oltre 240.000 iscritti all’albo degli avvocati (con il picco di 7 legali ogni 1.000 abitanti in Calabria).

Nel 2020 38.000 liberi professionisti hanno “chiuso bottega” per via della pandemia, ed il settore del lavoro autonomo nel suo insieme è calato di 154.000 unità. Il mondo del lavoro autonomo e delle libere professioni, pertanto, ha pagato effettivamente il maggiore prezzo alla pandemia, ed oggi si interroga sulla necessità di avere un nuovo sistema di garanzie e di tutele. Il problema è che non lo ascolta nessuno. Per secoli, infatti, all’attività professionale è stata tradizionalmente associata l’idea di “prosperità”, e fintanto che il numero degli iscritti agli albi e ordini si manteneva contenuto in rapporto alla popolazione – e i criteri di accesso erano più severi rispetto a quelli di oggi – l’idea reggeva e trovava conferma nell’effettivo contesto di ricchezza nel quale avvocati, commercialisti, ingegneri e consulenti vari vivevano sotto gli occhi di tutti. Oggi, dopo decenni di aumento incontrollato del numero di professionisti (soprattutto nelle categorie tradizionalmente più “attraenti”), il mercato si è gradualmente polverizzato generando una notevole diminuzione del reddito medio; nonostante ciò, sembra che in capo ai liberi professionisti sia rimasta una sorta di “presunzione di benessere”, valida per il solo fatto di appartenere alla categoria, che dovrebbe compensare i ridotti introiti dei periodi difficili o, come nel biennio 2020-2022, difficilissimi. Invece, il reddito annuo medio dei professionisti iscritti alla gestione separata dell’Inps è crollato da 25.600 euro del 2019 a 24.100 euro del 2020, mentre quello dei professionisti iscritti alle casse previdenziali è ancora più significativo, essendo sceso a quota 35.500 euro rispetto ai 37.500 euro di dieci anni prima.

Un elemento che salta all’attenzione è quello delle barriere all’ingresso della professione. Nelle professioni c.d. ordinistiche la barriera più alta è rappresentata dalla durata media necessaria per l’abilitazione post-laurea (quinquennale) e per la “gavetta”, che spesso supera i dieci anni. E anche dopo questo lasso di tempo così dilatato, il reddito medio si stabilizza per i successivi dieci anni ad una soglia troppo modesta (circa 18.000 euro lordi) per riuscire fare progetti di vita significativi, per sé e/o per la famiglia, prima dei quaranta anni di età. Relativamente al lavoro autonomo, la musica non cambia: gli agenti di commercio, a causa dell’accentuato processo di disintermediazione delle merci dovuto al mercato online, hanno perso in Italia circa 15.000 iscritti alla cassa Enasarco negli ultimi dieci anni, mentre nella categoria dei consulenti finanziari le stesse reti non fanno nulla di concreto per consentire l’ingresso ai giovani, e preferiscono continuare a crescere in linea orizzontale dando spazio agli ex bancari con portafoglio clienti pur di non investire sui neolaureati e abbassare l’età media della categoria (che oggi si attesta a circa 56 anni).

Non v’è dubbio, pertanto, che l’assenza di tutele abbia pesato tantissimo su questi trend, amplificando a dismisura problemi già esistenti. Le nuove professioni, nate sull’onda della rivoluzione digitale, non riescono a compensare il tasso di quiescenza degli addetti a quelle “older”, per cui la libera professione, nel suo complesso, sembra destinata ad un generale ridimensionamento rispetto al lavoro dipendente svolto sotto ogni forma. Sembrerebbe quasi un fatto positivo, ed invece è un disastro: con l’assottigliarsi del tessuto economico composto dalle partite IVA, il nostro Paese perde quella spinta all’iniziativa individuale che caratterizza ogni libero professionista e rende più competitiva la Società stessa, mentre i redditi da lavoro dipendente, complice la deregulation selvaggia e l’assenza di una paga oraria minima adeguata agli standard europei, si attestano continuamente al ribasso e non consentono ai percettori un tenore di vita capace di costruire progetti sostenibili (avere accesso al credito bancario e acquistare casa, per esempio).

Si tratta di un livellamento verso il basso che sta trascinando in un circolo vizioso preoccupante anche il settore delle libere professioni: i redditi bassi dei lavoratori dipendenti – che tradizionalmente costituiscono l’ossatura della domanda di professioni intellettuali – non sono più in grado di sostenere le parcelle dei professionisti, che così sono costretti ad accettare pagamenti inferiori a quelli tabellari pur di non perdere clienti e fatturato. Questo aspetto ha toccato il suo punto più basso durante la pandemia. Ma siamo certi che questo evento storico così grave e discusso non abbia prodotto anche cambiamenti costruttivi? Il lavoro da remoto, per esempio, era riservato a pochissimi addetti prima del 2020, mentre oggi è entrato a pieno titolo nella mentalità lavorativa di gran parte dei dipendenti pubblici e privati, riservando sorprese anche in termini di mantenimento della produttività (in alcuni settori della P.A., addirittura, è aumentata) e diminuzione dell’assenteismo. Inoltre, il minor numero di spostamenti per appuntamenti in presenza ha determinato una discesa dei livelli di smog ed una migliore qualità di vita per chi vive nelle periferie della grandi città. Le professioni c.d. vitali sono state rivalutate ed il talento, in tutti i settori ad alta creatività, è venuto fuori prepotentemente; le professioni legate alla tecnologia hanno visto una impennata in termini di interesse.

Su tutto, le libere professioni hanno cominciato ad adottare un approccio c.d. olistico, e gli studi associati adesso diversificano sempre di più le competenze interne, privilegiando il lavoro in team tra professionisti delle più disparate categorie e favorendo l’apporto dei più giovani (che finalmente cominciano ad avere un ruolo chiave nel successo dello studio e nel passaggio generazionale del portafoglio clienti). In questo senso, la strada è ancora lunga, però è ben tracciata, ed oggi non è raro che in uno stesso studio possano convivere – e condividere costi e fatturato – avvocati, commercialisti, consulenti finanziari e agenti immobiliari (con i notai sullo sfondo), stretti in una partnership che non sa più di semplice esperimento professionale ma di esperienza sul campo.

Acquistare un immobile in sicurezza: meglio servirsi della “dovuta diligenza”

Cos’è la Due Diligence Immobiliare, quando può servire e quali sono i professionisti più indicati per effettuarla nel modo migliore. Tutto questo in un webinar di Bisconti Avvocati. Mezz’ora tutta da seguire per gli operatori del patrimonio.

Clicca qui per iscriverti gratuitamente al webinar del 7 Aprile

I beni immobili sono tradizionalmente al centro degli interessi economici degli italiani, e il 75% di essi ne possiede almeno uno. Nel 2021, per esempio, sono stati stipulati circa ‪710.000 compravendite nel solo ambito residenziale, per un controvalore di circa 123 miliardi di euro, e questo dato dà l’idea dell’ordine di grandezza di questo settore fondamentale per l’Economia Italiana.

Nelle compravendite, il principale interlocutore delle parti è certamente il notaio, tuttavia le competenze di questo professionista sono circoscritte alla sola verifica della sussistenza dei requisiti, spesso solo formali, richiesti dalla legge per la stipula dell’atto di trasferimento della proprietà. Non sempre l’esame che compie il notaio prima di stipulare il contratto è sufficiente ad assicurare un acquisto esente da vizi che, nei casi più gravi, può rendere nullo l’atto stesso. Da qui la necessità per gli acquirenti e, talvolta, anche per i venditori, di far precedere all’acquisto una fase di “dovuta diligenza legale” (“due diligence”), che ha lo scopo di verificare la sussistenza dei requisiti, sia in capo al venditore, sia in capo all’immobile, per effettuare una vendita esente da vizi che possano inficiare la validità dell’atto.

Clicca qui per iscriverti gratuitamente al webinar del 7 Aprile

Ad esempio, anche per gli immobili costruiti ante 1967 talvolta occorre il titolo edilizio, oppure non sempre il titolo edilizio rilasciato è legittimo, oppure ancora la violazione delle distanze tra fabbricati secondo il regolamento edilizio non rende l’immobile incommerciabile, ma l’acquirente è esposto all’azione di riduzione in pristino. L’avvocato che effettua la due diligence ed il notaio che stipula l’atto hanno competenze e ruoli differenti, ma collaborano sinergicamente. “Nella mia esperienza professionale – afferma l’avvocato Pietro Bisconti – ho verificato che quasi sempre una due diligence legale prima dell’acquisto avrebbe evitato all’acquirente i seri problemi avuti in seguito”.

Spesso all’avvocato chiamato a espletare una due diligence si affianca un geometra, un ingegnere, o finanche un geologo, perché occorre effettuare verifiche di natura tecnica, come lo stato dei pilastri e dei solai, la conformità catastale, la corrispondenza dello stato di fatto al progetto autorizzato. “La due diligence – continua l’avvocato Bisconti – è quasi la prassi in ambito corporate, ma ancora poco utilizzata in ambito retail. Tuttavia, soprattutto se si intende acquistare immobili di un certo valore ovvero immobili realizzati da oltre dieci anni, oppure immobili oggetto di sanatoria edilizia, è sempre opportuno farsi assistere da un legale esperto in diritto immobiliare per effettuare una due diligence. “Con il webinar del prossimo 7 Aprile intendiamo descrivere il perimetro di indagine di una due diligence immobiliare, e offrire a chi ha nel proprio orizzonte l’acquisto di un immobili una check list delle verifiche da fare prima della stipula dell’atto di compravendita”.

Clicca qui per iscriverti gratuitamente al webinar del 7 Aprile