Maggio 31, 2026
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Azioni, Bond & Valute

SPAC americane, mercato pronto a ripartire. Incentivazioni agli investitori in caso di IPO

Secondo Antonio Midolo di Zest, il mercato delle SPAC americane riparte. Nuove quotazioni, annunci di acquisizioni e completamento di altre già avviate. Dal 2003 ad oggi quotate 1.100 SPAC per un valore di oltre 285 miliardi di dollari.

“Dopo una fase di debolezza e di scarso entusiasmo, dovuto anche all’intervento della Sec, il mercato SPAC Usa ha saputo riequilibrarsi e ripartire. Siamo convinti che il 2022 possa rappresentare un anno positivo per il settore”. È la previsione di Antonio Midolo, promotore e gestore del fondo Zest US SPAC.

Il mercato SPAC (Special Purpose Acquisition Company) è composto da oltre 600 società quotate in Usa a fine ottobre 2021, di cui 494 (per un controvalore raccolto di 140 miliardi di dollari) ancora in cerca di acquisizione e le altre 116 (363 miliardi di dollari) in attesa di completare l’operazione di fusione. Complessivamente dal 2003 sono state quotate 1.100 SPAC per oltre 285 miliardi di dollari. I 90 insuccessi, dovuti alla liquidazione per mancanza di successo nell’identificazione delle società target col totale rimborso di capitale raccolto nella fasi di IPO (offerta pubblica iniziale), sono concentrati nel periodo 2008-2011, quando il mercato azionario era in grossa difficoltà, mentre nell’ultimo triennio sono scesi a percentuali trascurabili sul totale delle SPAC quotate: nove, e nessuna liquidazione nel 2021. “A giudicare dal recente andamento del mercato primario, con oltre 30 nuovi IPO listati a settembre ed altrettanti almeno in ottobre e l’imminenza di future quotazioni, è chiaro che l’interesse degli investitori, degli sponsor e delle società target/da acquisire non accenna assolutamente a diminuire”, sottolinea Midolo

Gli sviluppi recenti sono stati positivi nonostante l’intervento a marzo scorso della Sec, che ha voluto raffreddare gli entusiasmi e l’eccesso di nuove quotazioni, che stavano creando una vera e propria bolla riflessa nei prezzi spesso generosamente gonfiati, non solo delle SPAC che avessero già annunciato l’operazione di fusione ma anche di tutte le neo-quotate. E infatti il semestre appena terminato è stato caratterizzato da sostanziale debolezza e scarso entusiasmo degli operatori, con quotazioni in discesa di oltre il 30%.

Nonostante le misure introdotte dalla Sec e dopo una prima fase di tracollo, il mercato SPAC ha saputo comunque riequilibrarsi e ripartire, sulla base di nuovi parametri. Tra questi, maggiori incentivazioni agli investitori in fase di IPO, maggior numero di warrant gratuiti offerti per Unit e sostanziale riduzione delle scadenze da 24 mesi a 12-18, con ulteriore compenso di 0,10 dollari a trimestre, in caso di richiesta di estensione dei termini. “Questo insieme di aggiustamenti sta ricreando le premesse non solo per un consolidamento del settore SPAC sulla notevole base dimensionale raggiunta, ma addirittura di futura crescita, in considerazione dell’equilibrio ricreato, a partire dall’estate, tra il numero di nuove quotazioni, annuncio di acquisizioni e completamento delle stesse”, conclude Midolo.

Gianluca Gabrielli: azioni Usa per proteggersi dalla bolla immobiliare cinese

La frenata del Pil cinese nel terzo trimestre è un campanello d’allarme. La bolla immobiliare cinese non è sostenibile e potrebbe generare un sensibile rallentamento della crescita del Paese negli anni a venire.

“Il caso Evergrande è un campanello d’allarme: la bolla immobiliare cinese non è sostenibile e potrebbe generare un sensibile rallentamento della crescita del Paese negli anni a venire. Pertanto, oggi serve estrema prudenza su quest’area”: è l’analisi di Gianluca Gabrielli, Strategist e gestore di Komorebi Invest Suisse.

“Quello che sta accadendo sul mercato immobiliare cinese, con grandi operatori a rischio default, da Evergrande a Family Holdings Group, è l’esempio plastico di cosa può accadere quando la creazione di debito non avviene per soddisfare la necessità insoddisfatta di capitali reali produttivi di una economia, ma serve, al contrario, per sostenere un dato livello corrente di consumi”, spiega Gabrielli. “Finché dura lo stimolo del credito a basso costo, l’economia reagisce positivamente, ma se manca la corrispondenza tra investimenti e domanda, quando lo stimolo cessa viene meno anche la componente di Pil generata artificialmente: la frenata del Pil cinese nel terzo trimestre, al 4,9% rispetto al 7,9% del trimestre precedente, è coerente con questo scenario”.

Si tratta di fenomeni già visti, per esempio, in Malesia nel 1997 e in Grecia nel 2003. Nei primi anni Novanta, la Malesia alimentò un boom di investimenti, grazie a condizioni di credito particolarmente favorevoli. Quando, però, nel 1997, le condizioni cambiarono e l’accesso al credito divenne più costoso, i flussi di investimenti si fermarono e, essendo disancorati da un aumento reale della domanda interna, generarono una caduta del Pil pari a quasi due terzi di quanto era cresciuto nella fase di stimolo e furono necessari sei anni per tornare ai livelli di Pil toccati nel ’97.

Il caso della Grecia è analogo. A partire dal suo ingresso nell’euro, il Paese ha sperimentato un boom dei consumi, pubblici e privati, dovuti al maggior credito disponibile e non al reddito disponibile. La crisi che ne è seguita, nel 2010, ha cancellato, fino ad ora, quasi metà di quella crescita effimera e temporanea e il PIL non accenna a riprendersi. “Il motore della crescita cinese dal 2009 ad oggi è stato l’aumento del debito, che è passato da 7 mila a 50 mila miliardi di dollari. La crescita del Pil conseguente a questo debito è stata di 11 mila miliardi di dollari, da 5 a 16 mila miliardi”, prosegue Gabrielli. “Tuttavia soltanto una parte di quel debito ha finanziato investimenti produttivi, mentre la maggior parte è servita a finanziare i consumi privati e investimenti non produttivi, come dimostrano l’aumento delle nuove auto per abitante – che secondo le nostre analisi ha quasi raggiunto il livello degli Stati Uniti – e soprattutto l’enorme boom edilizio residenziale, che, secondo Goldman Sachs, vale 62 trilioni di dollari contro i 24 trilioni degli Usa, e che ha generato il guaio Evergrande”.

In questo scenario, esiste il rischio concreto che al Pil cinese possa accadere quanto successo alla Malesia o alla Grecia: o un crollo repentino con un recupero successivo (tanto più veloce quanto più svaluteranno la loro valuta) oppure un lunghissimo periodo di crescita molto al di sotto del loro target del 6% annuo.

“Dal punto di vista dell’allocazione di portafoglio, quindi, è bene affrontare con estrema prudenza l’esposizione verso la Cina, perché gli attuali valori azionari, seppur ridimensionati rispetto ai recenti massimi di inizio anno, potrebbero subire consistenti cali”, conclude il gestore. “Il possibile bilanciamento di portafoglio continua a essere offerto dall’azionario americano, che ha beneficiato anch’esso di una forte crescita degli investimenti a partire da inizio 2009, ma si tratta di investimenti che hanno impattato un’economia in pieno slancio tecnologico, sostenendo settori decisivi per la crescita futura, come l’elettromobilità, il cloud computing, la comunicazione mobile, il software: non è un caso che dal 2009 a oggi nomi come Apple, Google, Amazon, Netflix, Tesla siano prettamente fenomeni a stelle e strisce”.

Ethenea: mercato dell’energia sotto pressione

I prezzi del gas e dell’elettricità stanno raggiungendo livelli record, non solo in Europa. Che impatto ha questo sui mercati finanziari? Ci sono ancora interessanti opportunità d’investimento nel settore energetico?     

Il recente aumento dell’energia porterà inevitabilmente a un ulteriore aumento dell’inflazione. Tuttavia, le banche centrali di tutto il mondo non sembrano essere preoccupate della situazione. Sostengono che gli attuali picchi d’inflazione siano solo temporanei. “Per la politica monetaria, superare il crollo dell’occupazione e dell’attività economica causato dalla pandemia da coronavirus rappresenta in questo momento la priorità”, afferma Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager presso Ethenea. “Pertanto al momento, gli alti costi dell’energia dovrebbero incidere limitatamente nelle decisioni delle banche centrali relative ai tassi d’interesse”.

L’inflazione e l’andamento dei tassi d’interesse delle banche centrali sono solo un fattore tra i tanti di cui tener conto nel determinare l’andamento dei rendimenti delle obbligazioni a lungo termine, aggiunge. Un aumento dei tassi d’interesse a lungo termine, ad esempio per i Treasury americani a 10 anni o i Bund tedeschi, è tuttora limitato grazie ai programmi di acquisto di asset delle banche centrali. “In generale, sia i consumatori che le aziende la cui produzione dipende fortemente dall’uso di energia, hanno una protezione almeno temporanea contro l’aumento dei prezzi, perché hanno stipulato contratti a lungo termine o di copertura”, spiega il dottor Schmidt. “Il fattore decisivo per loro sarà la durata dei sovraccosti dell’energia, perché a un certo punto anche il contratto più duraturo scadrà”.

Tuttavia, continua, ci sono evidenti differenze a livello di paese. “In Italia, Grecia e Francia, i consumatori ricevono già il sostegno del governo”, approfondisce l’esperto. “La Spagna ha fissato i prezzi dell’energia per l’energia idroelettrica e nucleare prodotta a livello nazionale, ha sospeso le tasse sull’energia e quindi ha frenato l’aumento dei prezzi attraverso la regolamentazione del governo”. La situazione attuale nel Regno Unito è particolarmente drammatica. Il produttore di fertilizzanti CF Industries ha chiuso i suoi impianti nel Regno Unito a causa della crisi energetica“. Ma, visto che un sottoprodotto della produzione di fertilizzanti è il CO2, essenziale per la conservazione degli alimenti, il governo è intervenuto e ha convinto CF a riprendere la produzione.

“Al momento è difficile tenere traccia di quali aziende stiano beneficiando degli sviluppi e quali stiano soffrendo”, dice Schmidt. Per i fornitori di energia in particolare, la situazione è complicata. “Da un lato, le società di servizi vogliono offrire ai loro clienti i prezzi più bassi possibili e competitivi, il che depone a favore dei contratti a breve termine tra le società di servizi e i produttori di elettricità quando i prezzi sono bassi”, spiega il portfolio manager. “D’altra parte, i contratti a lungo termine con i produttori sono importanti per le utility per fare calcoli affidabili. Ma se un utility è rimasta legata ad un livello di prezzo troppo alto per troppo tempo, sarà superata dai concorrenti che hanno effettuato coperture a breve termine in caso di un calo dei prezzi”.

L’esempio del fornitore di energia britannico Green mostra perché è importante analizzare a fondo le singole aziende quando si investe. “Green ha chiuso a causa dei regolamenti in essere, che stabiliscono che i contratti con i clienti non possono essere adattati alle attuali situazioni di mercato. Il costo di acquisto del gas è ben al di sopra del prezzo che l’azienda è autorizzata a praticare ai suoi clienti finali”. Anche se Green non è rappresentata sul mercato dei capitali né con azioni né con obbligazioni, questa è una chiara dimostrazione del fatto che un’analisi fondamentale caso per caso, così come la comprensione dei meccanismi di prezzo più importanti, è particolarmente significativa quando si tratta di società più piccole. Almeno altri sei fornitori di energia nel Regno Unito sono falliti nel solo mese di settembre perché i fornitori non sono anche i produttori di energia.

“In sintesi, allo stato attuale, le obbligazioni emesse dalle società del settore energetico difficilmente rappresentano un investimento interessante”, afferma Schmidt (nella foto). “I proprietari di reti elettriche o di gas, per esempio, oggi non pagano premi di rischio interessanti. Gli investitori li considerano giustamente a basso rischio perché il loro modello di business è scarsamente dipendente dalle variazioni dei prezzi dell’energia e solitamente sono in parte di proprietà dello Stato”. Il rischio principale è la perdita potenziale di uno o più clienti. “I chiari vincitori dell’attuale crisi energetica – conclude Schmidt – sono le società di estrazione del gas e del petrolio così come i produttori di elettricità pura, compresi i produttori di elettricità a carbone, che sono legittimamente criticati per motivi di sostenibilità se hanno dei depositi di carbone di proprietà. In Germania, questo vale solo per i produttori di elettricità a base di lignite; il carbone fossile non viene più estratto da tempo, ma viene invece importato. Al momento, per i consumatori e per le aziende che consumano energia, la sicurezza dell’approvvigionamento è prioritaria rispetto alla sostenibilità“. Lo dimostra anche il fatto che l’elettricità da carbone in Germania ha sostituito le energie rinnovabili come fonte energetica più importante durante la prima metà del 2021.

Economie, attese per una stabilizzazione dei dati sulla crescita. Enfasi sui titoli statunitensi

Secondo Michael Blümke di Ethenea, la Cina ha disinnescato il suo momento “Lehman Brothers” causato dal default Evergrande. Fase positiva per il dollaro, grazie al suo differenziale di crescita e alla funzione di bene rifugio. Portafoglio di Ethna-AKTIV rimane sovrappesato sulle azioni.

“Nonostante tutte le incognite legate ai tassi, all’inflazione e da ultimo al caso Evergrande in Cina, che però sono note e quindi già prezzate dai mercati, per i prossimi mesi ci attendiamo una stabilizzazione dei dati sulla crescita, al momento ancora in calo”. È la previsione di Michael Blümke, senior portfolio manager di Ethenea.

Esattamente alla fine di settembre di 40 anni fa, nel 1981, il rendimento del titolo di Stato decennale Usa era quasi al 16%, un massimo storico. Da allora le obbligazioni continuano a beneficiare dell’impatto strutturale del continuo calo dei tassi. Sebbene si sia spesso proclamata la fine del mercato rialzista, gli aumenti dei tassi si sono sempre dimostrati temporanei. Anche in queste settimane si è nuovamente osservato un netto rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato, innescato non solo dalle maggiori aspettative di inflazione, ma soprattutto dalla riunione della Banca centrale statunitense. A questo punto, soltanto cifre pessime sull’occupazione potrebbero impedire l’annuncio, a novembre, di una riduzione dei programmi di acquisti della Fed. Nasce da qui, oltre che dalla maggiore probabilità di un rialzo dei tassi d’interesse già l’anno prossimo, l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato Usa su tutta la curva.

Il mese di settembre ha confermato la sua fama negativa causando correzioni di prezzo su ampia scala. Anche l’imminente default del secondo maggiore sviluppatore immobiliare cinese, Evergrande, ha ovviamente avuto un impatto negativo. A causa di misure regolamentari volte a frenare le speculazioni immobiliari, la società, che ha debiti per circa 300 miliardi di dollari, è stata esclusa dal rifinanziamento sul mercato dei capitali per un anno e mezzo abbondante, minacciando almeno per un breve periodo di essere il “momento Lehman Brothers” della Cina. Tuttavia, visto che Evergrande non gioca un ruolo così centrale nel sistema finanziario globale e che ci si può aspettare uno smantellamento, se non privo di perdite perlomeno ordinato da parte dello Stato cinese, questo momento di stress è stato superato abbastanza rapidamente. Alla luce di tutto questo e nonostante le varie incognite in campo, ci si può aspettare una stabilizzazione dei dati sulla crescita.

“In questo contesto, continuiamo a gestire il portafoglio di Ethna-AKTIV con un sovrappeso sulle azioni, ponendo una particolare enfasi sui titoli statunitensi, le imprese appartenenti a settori growth, nonché i comparti della sanità e dei consumi”, conclude Blümke. “In base alle nostre previsioni, sempre supponendo uno scenario di reflazione piuttosto che uno di stagflazione, le azioni di alta qualità dovrebbero continuare a sovraperformare. Nel comparto obbligazionario, poco più del 20% del portafoglio resta investito in titoli di qualità elevata. Il rafforzamento della posizione in dollari ha dato i suoi frutti: nel corso del mese, il biglietto verde ha toccato un nuovo massimo annuale rispetto all’euro. Questo conferma il nostro orientamento positivo verso la valuta, la cui attrattiva è legata non solo al differenziale di crescita ma anche alle sue caratteristiche di bene rifugio”.

Nessuna recessione nel 2022, ma attenzione alla spirale inflazionistica

Secondo Mario Cribari di Bluestar, il caso Evergrande avrà effetti negativi sull’immobiliare cinese ma non dovrebbe contagiare nè il sistema finanziario cinese nè quello mondiale. Attese per un doloroso periodo di reset delle aspettative in ambito valutario e obbligazionario.

“I forti aumenti dei costi energetici e i colli di bottiglia nelle forniture, così come gli effetti delle politiche di stabilizzazione cinesi, rischiano di rallentare, nel breve termine, la crescita globale. L’incognita non è da sottovalutare, ma nessuna recessione in vista: tali elementi di disturbo dovrebbero infatti ridursi nel corso dei primi mesi del 2022. Il grosso rischio, piuttosto, riguarda l’accelerazione di una spirale inflazionistica che parte dalle componenti energetiche a monte e finisce a valle in un aumento dei salari, a causa dell’evidente squilibrio tra domanda-offerta di lavoro causato, tra l’altro, dalle politiche assistenzialiste implementate negli ultimi anni”. È l’analisi di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

Gli interventi a sostegno dell’economia durante la pandemia hanno evitato il disastro e reso la recessione del 2020 la più veloce della storia. Ma tutto ha un prezzo. Gli effetti secondari degli stimoli uniti alla de-globalizzazione, alle nuove tecnologie, alla corsa agli investimenti sostenibili ristabiliranno un punto di equilibrio dell’inflazione ben più elevato rispetto a quanto successo dal 1997 al 2019. Dall’altro lato, tuttavia, “l’elettroshock” subito dal ciclo lo renderà più vigoroso spinto da investimenti e consumi.

Le politiche fiscali e monetarie molto creative stanno per presentare il loro conto. Mentre alcune banche centrali, meno dipendenti dai ministri del Tesoro dei rispettivi paesi, possono permettersi politiche più ortodosse altre, in primo luogo la Fed e la Bce sono ormai intrappolate nel loro ruolo di prestatori di ultima istanza del debito nazionale e/o di difensori degli spread di credito di alcuni paesi periferici. Mentre la Fed ha per lo meno cominciato a parlare di tapering e qualche dubbio, non ufficiale, trapela sulla natura non transitoria dell’inflazione, per la Bce qualunque manovra di disimpegno è assolutamente tabù. L’insistenza sulla natura temporanea dell’inflazione ha l’obiettivo di mantenere ancorate le aspettative inflazionistiche di lungo termine che altrimenti rischierebbero davvero di innescare una pericolosa spirale. “È altamente probabile che le due banche centrali manterranno un atteggiamento molto lasco finché potranno, col rischio però di dover poi velocemente rincorrere senza dare tempo alle aspettative di aggiustarsi gradualmente”, sottolinea Cribari. “L’atteggiamento più ortodosso invece di altre banche centrali dovrebbe favorire la forza delle rispettive valute e la natura più solida dei propri mercati obbligazionari. La banca centrale cinese, in particolare, può ormai essere considerata la “Bundesbank” del nuovo Millennio”.

La Cina ha avuto il vantaggio di poter vedere, come in una macchina del tempo, tutti gli errori che i maggiori paesi capitalisti hanno compiuto negli ultimi 30 anni e non vuole ripeterne l’esperienza. Questo approccio può essere vincente. Il tempo della megalomania di alcune società è finito (Huarong o Evergrande) così come la penetrazione incontrollata di alcuni colossi tecnologici in ambiti non di loro stretta competenza, con effetti sociali a volte deleteri per le future generazioni. La Cina vuole fare il salto di qualità in termini di percezione della propria solidità, frenare gli eccessi e incentivare gli investimenti in settori ad alto valore aggiunto considerati strategici a livello nazionale (TikTok e videogames non lo sono di certo). Il caso Evergrande potrebbe avere effetti piuttosto negativi sull’immobiliare cinese ma non contagerà né il suo sistema finanziario né quello mondiale.

“In questo contesto generale, il nostro scenario base implica una view costruttiva sulle azioni nel medio termine ma allo stesso tempo la necessità di un doloroso periodo di reset delle aspettative in ambito valutario e obbligazionario che non potrà, a sua volta, non sortire effetti sulle azioni. Ancora peggio se il nuovo regime inflazionistico dovesse diventare più grave o avere ripercussioni economiche”, conclude Cribari (nella foto). “Un rialzo dei tassi avrà conseguenze sulle valutazioni azionarie di alcuni settori e titoli in particolare e potrebbe causare la definitiva rotazione settoriale a favore dei segmenti più ciclici/value. Nessuna bolla sui big cap tecnologici ma ci attendiamo un recupero relativo importante, in parte già realizzato, dei settori più old economy. Nei momenti di volatilità, che potranno essere ben peggiori di quelli appena sperimentati, non si avrà sollievo dalla detenzione delle solite obbligazioni statali, di certo non di quelle americane o europee. Consigliamo di privilegiare i real asset a sfavore delle obbligazioni, a eccezione di nicchie particolari o dei governativi (e corporate di qualità) cinesi o dei mercati emergenti. Le materie prime si trovano in un nuovo super-ciclo di crescita ma vanno trattate con attenzione. Il dollaro è destinato a svalutarsi ma un’alternativa di valore non è certamente l’euro”.

Tassi di interesse, mercato diviso in due fronti. Rendimenti a 10 anni tra il 2% e il 3%

Secondo Alberto Conca di Zest, il tasso di inflazione si è impennato a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e non ci sono prospettive di rallentamento all’orizzonte. I titoli finanziari rappresentano la “copertura perfetta” per un contesto di tassi in aumento.

“L’attuale situazione pandemica ha portato a una condizione di bassi tassi di interesse e aumento dell’inflazione, quindi il livello futuro dei tassi di interesse dipenderà dalla persistenza dell’inflazione nel tempo. La nostra ipotesi è che, una volta che tutto si sarà normalizzato, il rendimento a 10 anni si assesterà tra il 2% e il 3%, ancora un grande aumento partendo dalla condizione attuale. I portafogli obbligazionari con lunga duration soffriranno questo scenario”. È l’analisi di Alberto Conca, gestore Zest.

Negli ultimi mesi il legame tra crisi energetica globale, inflazione e tassi di interesse è diventato sempre più sfumato. Se guardiamo da vicino, i veri fattori che influenzano gli attuali picchi dei prezzi dell’energia derivano dall’interruzione della logistica globale e dalle dinamiche di approvvigionamento, tutte derivanti dalla situazione di pandemia contingente. I prezzi dell’energia stanno aumentando vertiginosamente soprattutto dalla seconda metà del 2020 e questa impennata porta inevitabilmente a una maggiore inflazione. La vera domanda rimane però se questa condizione dei prezzi persisterà e influenzerà le aspettative di inflazione. La risposta è che dipende: quello che possiamo affermare con un certo grado di fiducia è che i prezzi delle materie prime non continueranno ad aumentare a questo ritmo e quindi l’impatto reale sull’inflazione sarà sempre più mitigato.

“Il tasso di inflazione si è impennato soprattutto a partire dall’inizio del 2021 a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia. Con Germania e Spagna che raggiungono il 4% di inflazione, seguite dagli altri paesi, non ci sono prospettive di rallentamento all’orizzonte”, sottolinea Conca. C’è una correlazione positiva tra l’aumento del prezzo del greggio e l’inflazione. Più precisamente, l’aumento ripido e improvviso del prezzo del greggio fa raddoppiare l’indice dei prezzi al consumo nel breve periodo anche se nel tempo si avrà un ritorno verso la media dei prezzi. Una volta che l’aumento dei prezzi del petrolio avrà trasmesso i suoi effetti attraverso l’economia, si avrà un livello di prezzi più elevato sulle spalle del consumatore. Se i redditi delle famiglie continueranno a crescere non sarà un problema contingente.

In tempi tumultuosi, come la seconda crisi petrolifera del 1979, la relazione logaritmica tra rendimenti Usa a 10 anni e il tasso di inflazione Usa viene meno, anche se si normalizza nel tempo lasciando tornare i valori medi sulla curva. Anche l’attuale situazione pandemica ha orientato la relazione fuori dalla curva sottolineando una condizione di bassi tassi di interesse e aumento dell’inflazione. Intanto le economie dell’Ocse si stanno espandendo contemporaneamente, superando la contrazione derivante dalla pandemia. Ciò dovrebbe implicare che i value sovraperformeranno, ma il settore manifatturiero sta perdendo slancio favorendo i growth.

“Possiamo affermare che il mercato è attualmente diviso in due fronti opposti in relazione ai tassi di interesse”, conclude Conca (nella foto). “Da un lato abbiamo i titoli ad alta crescita che sono correlati negativamente con i rendimenti a 10 anni, cioè i loro prezzi scendono quando i tassi di interesse salgono, e dall’altro abbiamo settori finanziari come le banche che sono correlati positivamente con i tassi, vendendo a sconto rispetto al mercato. I titoli finanziari rappresentano quindi la “copertura perfetta” per un contesto di tassi in aumento, data la correlazione positiva con i tassi di interesse”.

Il Regno Unito preso alla gola dall’inflazione: un avvertimento per l’Occidente?

Secondo il team di gestione di DNCA Invest, la paura che il potere d’acquisto dei salari sarà schiacciato dall’aumento dei prezzi sta intaccando l’ottimismo dei britannici, alcuni dei quali temono che i costi energetici aumenteranno fino al 60%. A questo si aggiunge il conto della Brexit.

“Meglio prendere il cambiamento per mano prima che ci prenda per la gola” diceva Churchill. Con il rischio che l’inflazione vada fuori controllo, i banchieri centrali dovranno agire al più presto. Tra i primi di questi duellanti della moderna teoria del denaro a dover incrociare le spade con l’aumento dei prezzi c’è Andrew Bailey. Il governatore della Banca d’Inghilterra, che è entrato in carica a marzo al culmine della tempesta pandemica, è originario di Leicester. Oltre ad essere la patria dell’industria tessile e del suo famoso condimento, la città manifatturiera delle Midlands è anche nota per condividere il suo nome con la famosa piazza di Londra che fu uno degli epicentri più iconici dell'”inverno dello scontento” del 1978-79. Il ricordo della “piazza putrida” è forse particolarmente forte nella mente di Bailey, che deve già affrontare il fatto che la fiducia delle famiglie è scesa al livello più basso da febbraio nel suo 17° mese di mandato.

Nonostante una crescita nominale di quasi il 6% nel secondo trimestre e un rialzo dei salari mai visto da qui a 24 anni, la paura che il loro potere d’acquisto sarà schiacciato dall’aumento dei prezzi sta intaccando l’ottimismo dei britannici, alcuni dei quali temono che i loro costi energetici aumenteranno fino al 60%. A questo si aggiunge il conto della Brexit: la carenza di beni e di manodopera nell’industria, nell’artigianato e nei servizi sta paralizzando il paese dalle sue stazioni di servizio ai banchi dei macellai, e peggiorando le interruzioni della catena di approvvigionamento internazionale.

Questo aumento dell’inflazione non è arrivato nel momento migliore. Gravato da un deficit di bilancio e commerciale (rispettivamente 10% e 2% del PIL), il paese si trova in una situazione di dipendenza dai finanziamenti esteri, tanto più che, dopo 17 mesi di sostegno, la BoE smetterà di finanziare direttamente il debito pubblico da dicembre. Tuttavia, troppa inflazione riduce l’attrattiva della zona della sterlina. Gli investitori chiedono quindi un premio di rischio per investire nel Regno Unito. Il rendimento a 10 anni richiesto dal mercato è in aumento, mentre la sterlina ha perso il 6% del suo valore contro il dollaro da maggio. Questa doppia penalità finanziaria porta a un terribile circolo vizioso: più la sterlina cade, più le materie prime importate diventano costose, spingendo in alto i prezzi alla produzione e al consumo

Per fermare questo circolo vizioso e ripristinare la credibilità della BoE e della sua moneta, Bailey dovrà prendere una decisione difficile: aumentare i tassi di interesse prima del previsto e probabilmente più di una volta. In un contesto di rallentamento economico e di inflazione record dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia, questo cambiamento di politica monetaria potrebbe innescare una recessione alle porte dell’Europa. Tagliare la mano per non perdere il braccio… dall’altra parte della Manica e dell’Atlantico, né Lagarde né Powell possono vantarsi di essere indifferenti al destino britannico. 

Fonte: Newsletter DNCA dell’11 Ottobre 2011 – DNCA Finance, Via Dante, 9 Milano

Il crackdown cinese rivela già adesso un buon valore intrinseco delle società quotate

Nel caso cinese la componente politica gioca un ruolo fondamentale. Secondo Tommaso Procopio di Zest Global Equity, probabilmente il valore intrinseco di molte società cinesi emergerà molto velocemente.

“Il recente crackdown cinese su alcuni settori ad alta componente tecnologica deve essere visto in chiave positiva per quanto riguarda lo sviluppo di questi stessi settori e dell’economia cinese in generale”. È la view di Tommaso Procopio, gestore del fondo Zest Global Equity.

Di recente in Cina abbiamo assistito a un crackdown, cioè all’aumento della regolamentazione statale di alcuni settori, interessati dall’avanzata di tecnologie molto pervasive: il settore dei giochi, del food delivery, dell’e-commerce, della musica. Questo ha interessato società enormi come Alibaba, Baidu, Tencent, Didi, realtà con una capitalizzazione molto alta e che stavano diventando dei colossi a livello internazionale. L’effetto su questi titoli quotati che producono enormi flussi di cassa disponibili (Free cash flows) è evidente. Per esempio Alibaba quota meno di 10 volte Enterprise Value su Free cash flows 2024/2025, mentre Amazon quota oltre 20 volte. Nel caso di Baidu arriviamo a 5 volte rispetto a Google che quota oltre 16 volte. Questi numeri incorporano già stime degli analisti per il 2024/2025 rettificate in parte per il recente crackdown.

Ora gli investitori stanno valutando fino a che punto il crackdown vada a incidere su questi attori e se ne esistono altri potranno beneficiare di questa situazione. Avendo a che fare con la Cina, gli investitori internazionali hanno messo nell’equazione anche il fattore politico. Se lo stesso crackdown fosse avvenuto negli Stati Uniti, si sarebbe visto in maniera molto più netta e veloce e gli investitori avrebbero immediatamente adeguato le loro aspettative di rischio-rendimento. “Nel caso cinese la componente politica gioca un ruolo fondamentale e questo per ora sta frenando gli investimenti in quell’area”, sottolinea Procopio. “Gli investitori vorranno capire in modo più chiaro e trasparente cosa sta avvenendo prima di adeguare le loro scelte di investimento”.

“La grandezza dell’economia cinese rispetto a quella mondiale – conclude Procopio – non può essere trascurata dai capitali internazionali. Questi si muovono molto velocemente ma si tratterà di capire se questa nuova politica di prosperità comune della Cina possa compromettere in maniera definitiva il valore del mercato azionario cinese e creare una sorta di “obbligazionizzazione” della Cina. Se, come credo, questo non avverrà, il valore intrinseco di molte società cinesi emergerà molto velocemente”. 

Ciclo economico di transizione. Per l’equity rotazione settoriale e controllo del rischio

Secondo Christian Schmitt di Ethenea, il ciclo economico sta attraversando una fase intermedia , ma sarà necessario garantire agli investitori l’accesso ai mercati azionari globali con un rigoroso controllo del rischio.

“Non ci troviamo ancora alla fine del ciclo, ma possiamo sicuramente parlare di un ritorno alla normalità. Questa fase di transizione potrebbe però essere un po’ più turbolenta sui mercati azionari ed è probabile che la prossima fase dell’equity sarà caratterizzata da una continua rotazione settoriale”. È l’analisi di Christian Schmitt, portfolio manager di Ethenea Independent Investors.

Molti tassi di crescita sono attualmente al loro picco. Questo vale per la crescita economica in generale, ma anche per la crescita delle vendite e degli utili per molte aziende. Inoltre, si può supporre che anche il sostegno finanziario e monetario sia a livello di governi che di banche centrali abbia superato il suo zenit. Una situazione che può sembrare minacciosa, ma che rappresenta semplicemente l’inevitabile percorso di ritorno alla normalità. “Per quanto peculiare possa essere ogni crisi, il modello secondo il quale i mercati si sviluppano in un ciclo economico di flessione, recessione, ripresa e successivo boom presenta sempre alcune differenze, ma alla fine le somiglianze superano le diversità”, spiega Schmitt. Durante la fase iniziale di un ciclo, il problema più grande è che il mercato ha già prezzato la cosa, non appena la situazione si riflette concretamente nell’economia reale. In pratica, la demarcazione effettiva delle fasi iniziali e finali del ciclo è possibile solo guardando ex-post l’andamento relativo dei prezzi dei titoli ciclici rispetto a quelli più difensivi.

A posteriori, l’inizio del ciclo attuale è stato quasi esemplare, anche alla luce della recente crisi pandemica. I titoli ciclici hanno sovraperformato i titoli più difensivi da aprile 2020, prima di normalizzarsi gradualmente in estate. Questo è in linea con l’evidenza empirica, che suggerisce che il ciclo iniziale duri circa un anno. Ora sta cominciando la fase successiva, quella del ciclo intermedio. Possiamo aspettarci un ritorno alla normalità, perché in media la fase che abbiamo davanti dura quasi quattro anni. Anche se i rendimenti attesi del mercato azionario non sono più così generosi come nel primo anno della ripresa, rimangono comunque interessanti. La fase di transizione, in particolare, potrebbe essere un po’ più turbolenta sui mercati azionari, poiché gli operatori di mercato sono esposti a un nuovo tipo di incertezza sulle prospettive future.

Tuttavia, è difficile generare un rendimento aggiuntivo sostenibile dalla sola allocazione settoriale. È più probabile che la prossima fase del mercato azionario sia caratterizzata da una continua rotazione settoriale, in cui i singoli temi occupano ancora una volta più spazio e i temi di crescita strutturale possono fare la differenza a lungo termine. “Questa fase di transizione del ciclo è stata accompagnata con prudenza da varie componenti di copertura nel portafoglio Ethna-Dynamisch, che è il fondo multi-asset più aggressivo dei tre Ethna-Funds di Ethenea”, conclude Schmitt (nella foto): “abbiamo mantenuto una elevata esposizione azionaria fin dall’estate del 2020, tenendo il portafoglio concentrato su un nucleo resiliente di titoli, con l’obiettivo di continuare a garantire agli investitori l’accesso ai mercati azionari globali con un rigoroso controllo del rischio”.

Che effetti avrà sui mercati finanziari il voto in Germania?

Secondo Tobias Burggraf di Ethenea Independent Investors, i mercati finanziari sembrano completamente indifferenti all’eccitazione che circonda le elezioni del Bundestag. Tuttavia, con i negoziati di coalizione ancora completamente aperti, si aspetta una maggiore volatilità.

La chiusura delle urne in Germania e i suoi risultati preliminari vedono la SPD con il 25,7%, appena davanti alla CDU con il 24,1%, seguita dai Verdi (14,8%), la FDP (11,5%), l’AfD (10,3%) e la sinistra (4,9%). Stando così le cose, parecchi indizi fanno pensare che i negoziati di coalizione saranno complicati, con tante opzioni sul tavolo a rendere apertissima per ciascun partito la scelta del partner di un possibile governo.

Al momento, si fanno strada tre possibili coalizioni: una tra SPD, FDP e i Verdi (la cosiddetta coalizione “Ampel” che significa “semaforo” per via dei colori dei partiti coinvolti), una tra CDU/CSU, FDP e i Verdi (la cosiddetta coalizione “Jamaica”) o una grande coalizione di CDU/CSU e SPD. La coalizione “Jamaica” sembra essere la più probabile. La CDU/CSU e la FDP, infatti, potrebbero attuare gran parte della loro politica economica e finanziaria e calmare la classe media tedesca eliminando una volta per tutte lo spettro della tassa patrimoniale, soprattutto perché la sua realizzazione concreta è comunque incerta alla luce del principio di uguaglianza. Tuttavia, si dovrebbero fare concessioni nella politica sociale, per esempio stabilendo un salario minimo di dodici euro, e allo stesso tempo fissare obiettivi climatici molto più ambiziosi, per esempio sotto forma di rinuncia anticipata all’uso della lignite. In breve: la CDU/CSU e la FDP come spina dorsale dell’economia tedesca, i Verdi come salvatori del clima e coscienza verde, e quindi una situazione vantaggiosa per tutti.

Ma la coalizione “semaforo” sarebbe anche possibile. Olaf Scholz ha pubblicamente sottolineato più volte che può ben immaginare una coalizione con i Verdi. Tuttavia, l’ala sinistra della SPD intorno a Saskia Esken e Kevin Kühnert non dovrebbe fare grandi concessioni alla FDP. Allo stesso tempo, Christian Lindner (FDP) non si stanca di sottolineare che con lui non ci sarà uno spostamento a sinistra. Come intende raggiungere questo obiettivo in un governo di sinistra-verde rimane ancora un interrogativo. Il fatto che Christian Lindner intenda assumere la carica di ministro delle finanze renderà probabilmente le trattative ancora più difficili. In generale, vediamo un leggero vantaggio per una coalizione “Jamaica” rispetto a una coalizione “semaforo”.

Infine, Tobias Burggraf considera improbabile una rinascita della grande coalizione con la CDU/CSU come junior partner. In caso di dubbio, dopo 16 anni di governo, la CDU/CSU userà la prossima legislatura per rinnovarsi con lo scopo di essere in grado di attaccare nuovamente tra quattro anni. Lo stesso vale per una coalizione di CDU/CSU, SPD e FDP (la cosiddetta coalizione “tedesca” a causa della somiglianza con la bandiera). La SPD avrà probabilmente difficoltà a raggiungere i suoi obiettivi politici e ad accrescere la sua visibilità accanto ai liberali e ai conservatori.

E in che modo si stanno comportando i mercati finanziari? Sono completamente indifferenti all’eccitazione che circonda le elezioni del Bundestag. Dopo che il DAX ha chiuso venerdì circa dello 0,7 per cento in meno a 15.530 punti, i futures stanno negoziando circa lo 0,60 per cento in più prima dell’apertura della borsa. Questo è probabilmente dovuto principalmente al fatto che alla fine la coalizione rosso-rosso-verde temuta dall’economia non è andata in porto. Tuttavia, sullo sfondo dei negoziati di coalizione ancora completamente aperti, gli investitori dovrebbero essere preparati a momenti di maggiore volatilità. I rendimenti dei Bund decennali sono saliti bruscamente la scorsa settimana a causa dell’imminente riduzione degli acquisti di obbligazioni da parte della Federal Reserve, ma anche qui i futures sui Bund mostrano scarso movimento, e l’EUR/USD sembra aver trovato un punto stabile a 1,17.

In ogni caso, qualunque sia il risultato finale delle alleanze di governo, una cosa è certa: la Germania è a un bivio e il futuro governo determinerà in modo decisivo il futuro del paese. Quasi tutti i partiti hanno sposato la causa della digitalizzazione e del cambiamento climatico. Se il governo nascente riuscirà a stabilire le giuste premesse, entrambi dovrebbero agire come un ulteriore impulso per far avanzare la trasformazione dell’economia e rendere la Germania pronta per il futuro. Anche i mercati dei capitali dovrebbero beneficiarne.