Agosto 26, 2026
Home Archive by category Case, Arte & Auto (Page 24)

Case, Arte & Auto

Banca D’Italia, nel primo trimestre 2020 cresce il mercato dei mutui. Forte aumento delle surroghe

Secondo Renato Landoni (Kiron), si dovranno attendere i dati del trimestre di fine Giugno 2020 per avere segnali più certi circa l’impatto reale dell’emergenza sanitaria affrontata nel corso dei mesi scorsi dal mercato immobiliare, rimasto stabile grazie ai bassi tassi e alle operazioni di surroga. I segnali positivi non mancano.

I recenti dati riportati nel report Banche e istituzioni finanziarie – I trimestre 2020 – pubblicato da Banca d’Italia a fine giugno, riportano come le famiglie italiane hanno ricevuto finanziamenti per l’acquisto dell’abitazione per 12.345 milioni di euro nel primo trimestre 2020. Rispetto allo stesso trimestre del 2019 si registra una crescita delle erogazioni pari a +10,1%, pari a un controvalore di oltre 1.13 miliardi di euro.

Secondo Renato Landoni, Presidente Kìron Partner S.p.A. (Gruppo Tecnocasa) , quella pubblicata da Banca D’Italia è una rilevazione importante. Infatti, chi si aspettava un mercato in contrazione per via  della pausa dettata dall’emergenza Covid già dal primo trimestre dell’anno, ha dovuto ricredersi. E forse anche i più ottimisti non si aspettavano un crescita che è arrivata addirittura in doppia cifra rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

La spiegazione si trova nella grande crescita che le operazioni di surroga hanno avuto nel trimestre analizzato. Infatti, in scia a quanto già accaduto nel precedente trimestre (IV 2019), molti mutuatari hanno deciso di avvalersi dello straordinario momento di tassi ai minimi per migliorare le condizioni economiche del proprio mutuo già in essere. Analizzando nel dettaglio i dati relativi alle erogazioni di mutui in Italia scopriamo infatti che crescono del 97,4% le operazioni di sostituzione e surroga, mentre calano dello 0,8% quelle a supporto di un acquisto immobiliare. Quasi un quinto dei mutui erogati (19,8%) è rappresentato da un operazione di sostituzione o surroga.

In crescita anche l’importo medio, pari a 133.071 Euro, con un aumento del +2,4% rispetto allo stesso mese del 2019. In particolare, le preferenze degli italiani si sono concentrate prevalentemente nella classe compresa tra 100.001 e 150.000 Euro, con una quota pari al 29,9% del totale.

LEGGI ANCHE: Tecnocasa, quotazioni delle locazioni immobiliari nelle principali località turistiche

Per quanto riguarda invece la distribuzione per classe di durata dei mutui, complessivamente  il 75% delle richieste prevede un piano di rimborso superiore ai 15 anni.

Il dato d’apertura del 2020 ci restituisce la consapevolezza di un mercato pre-lockdown solido e ben strutturato, spinto  dalla surroga ma con un mercato dell’acquisto che tiene il proprio livello di vitalità.

LEGGI ANCHE: Il Covid19 può segnare la fine dell’era del petrolio? La “Rivoluzione Elettrica“ è già cominciata

Si dovranno attendere i dati del prossimo trimestre – Giugno 2020 – per avere segnali più certi circa l’impatto reale dell’emergenza sanitaria affrontata nel corso dei mesi scorsi. I segnali positivi comunque non mancano: il mercato si è chiuso nel 2019 con quasi 49 mld di valore, in forte recupero rispetto ai primi mesi, e ha tenuto nel primo trimestre 2020 nonostante i primo 20 giorni di lockdown in Italia.

Relativamente ai tassi, è probabile che rimarranno al minimo a lungo, e le istituzione europee si sono espresse a sostegno e a favore del mutualismo nell’affrontare le conseguenze della pandemia. Inoltre, i primi segnali riguardanti le nuove richieste di mutuo sono favorevolmente positivi, ed il resto dipenderà molto dalle politiche economiche che il nostro paese adotterà in termini di sostegno all’economia, soprattutto riguardo al sostegno dell’occupazione e al reddito delle famiglie.

Tecnocasa, quotazioni delle locazioni immobiliari nelle principali località turistiche

I canoni di locazione nelle zone di mare sembrano invariati, al momento, ma resta da capire come si evolverà l’offerta visto che molti proprietari che in passato affittavano la casa stanno valutando di utilizzarla per se stessi. 

In questo momento, sul mercato della casa vacanza nelle località di mare, si registrano casi di acquirenti che vogliono chiudere velocemente la trattativa per poter godere dell’abitazione durante l’estate. C’è chi vende per recuperare liquidità, in particolare tra coloro che avevano acquistato per mettere a reddito. Tendenzialmente chi compra la casa vacanza la usa per sé, talvolta affittandola per brevi periodi per recuperare parte delle spese. Quest’anno, in alcune località, si segnala bassa offerta proprio perchè molti proprietari hanno intenzione di utilizzare la seconda casa per lunghi periodi, grazie anche allo smart working.

Chi ha comprato per mettere a reddito quest’anno potrà fare affidamento soprattutto su un turismo interno e per un periodo più prolungato. Sono tanti coloro che stanno cercando in affitto oltre le canoniche 1 o 2 settimane estive.

In generale i rendimenti da locazione variano in base ai prezzi delle case più bassi al sud Italia o in località meno rinomate e di tendenza. I canoni possono variare anche in base a come è arredata ed allestita l’abitazione.

Le stagioni estive hanno canoni più importanti e può succedere che i proprietari affittino nei restanti 8 o 9 mesi con contratti transitori a lavoratori fuori sede, classico esempio chi lavora nelle scuole. In questo modo combinano l’affitto turistico con quello transitorio.

I canoni di locazione nelle zone di mare sembrano invariati, al momento, ma resta da capire come si evolverà l’offerta visto che molti proprietari che in passato affittavano la casa stanno valutando di utilizzarla per se stessi. La domanda di case da affittare per il periodo estivo è cresciuta, soprattutto in seguito alla maggior chiarezza sulle disposizioni per la mobilità tra regioni e alle misure per il rispetto dl distanziamento sociale.

In Sardegna sembrano confermate le prenotazioni per il periodo di luglio ed agosto. Notizie confortanti anche dalla Liguria, dal Veneto e dall’Emilia, dove in diverse località buona parte dei vacanzieri sembra aver confermato la casa per i mesi di luglio ed agosto. In generale in tanti si aspettano prenotazioni last minute, ed anche un discreto afflusso, alla luce del fatto che chi aveva intenzione di andare all’estero opterà per le località italiane.

LOCAZIONI ESTIVE IN LOCALITA’ DI MARE (i valori di seguito riportati si riferiscono a un bilocale con 4 posti letto)

LIGURIA (province di Savona e Imperia) – A Celle Ligure per un bilocale si spendono 1500 € a luglio e 1700 € ad agosto. A Varazze per un bilocale di quattro posti letto 1800€ a luglio, 2000 € ad agosto. A Bordighera canoni mensili di 1100-1200 € a luglio e 1500-1600 € ad agosto, mentre a Diano Marina 1600 € a luglio, 2000 € ad agosto. Sul mercato delle locazioni estive mensili a San Lorenzo al Mare 2400 € a luglio, 2800 € ad agosto e 1500 € a settembre.

EMILIA ROMAGNA (Provincia di Forlì-Cesena) – A San Mauro Mare per un bilocale di 4 posti letto a luglio 1700-1800 € al mese e ad agosto 2000-2200 € al mese.

VENETO – Attivo il mercato delle locazioni estive a Jesolo. Un bilocale di quattro posti letto costa circa 2.500,00 € al mese ad agosto, 1.200,00 €– 1.500,00 € a luglio.

LAZIO – A Gaeta 1500-1600 € a luglio, 2500 € ad agosto.

CAMPANIA (Provincia di Napoli e di Salerno) – A Ischia un bilocale con 4 posti letto si affitta a 3000 € nel mese di agosto (in base alla presenza o meno di spazi esterni e giardini), tra 2000 e 2500 € nel mese di luglio. A Castellabate si registrano soprattutto affitti settimanali, mentre per le mensilità si possono ipotizzare i seguenti canoni: per un bilocale di 4 posti letto si spendono 1600-2000 € a luglio e ad agosto 2600-3000 €.

SICILIA – Elevata la richiesta di locazione turistica. Nella zona di Castellammare del Golfo (nella foto) per un bilocale di 4 posti letto in media i prezzi per settimana si aggirano sui 600 € a luglio, 700 -800 € ad agosto e 600 – 700 € a settembre.

 

Tecnocasa, nel dopo Covid investire nel mattone diversificando il portafoglio. Speciale negozi e uffici

La pandemia ha fatto riscoprire il mattone non solo in generale, ma anche come asset da prendere in considerazione per diversificare il proprio portafoglio, in particolare per chi ha liquidità sul conto corrente e vorrebbe impiegare il capitale.

Gli investitori hanno contribuito, con il loro interesse verso il mattone, al rilancio del settore dopo la crisi degli anni scorsi. Infatti, secondo le analisi dell’Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa, negli ultimi cinque anni, la componente di acquisto per investimento è passata dal 18,5% al 25%, con un consistente balzo in avanti.  Oltre che dalla rivalutazione del capitale sono attirati anche dal rendimento medio annuo lordo da locazione che, per un bilocale, si aggira mediamente intorno al 5%. Una notevole spinta, poi, è stata data dall’esplosione degli affitti brevi che hanno portato tanti investitori su questo segmento, soprattutto, nelle città ad alta attrattività turistica.

E sono proprio questi ultimi ad essere in stand by in questo momento, perché stanno cercando di capire come muoversi in particolare in quelle città in cui questo segmento era già saturo. In questo caso si potrebbe optare per la locazione residenziale, infatti nelle nostre analisi le zone centrali, quelle interessate da locazioni da parte di studenti e lavoratori fuori sede così come quelle sottoposte ad interventi di riqualificazione, restano come sempre attrattive. In città come Firenze e Milano le zone centrali hanno raddoppiato il loro valore dal 1998.  La pandemia inoltre ha fatto riscoprire il mattone non solo in generale, ma anche come asset da prendere in considerazione per diversificare il proprio portafoglio, in particolare per chi ha liquidità sul conto corrente e vorrebbe impiegare il capitale.

SETTORE COMMERCIALE E TERZIARIO – Prima dell’emergenza sanitaria, nel 2019 il settore commerciale ed il settore terziario hanno registrato un aumento delle compravendite rispettivamente del 6,5% e del 4,8%. Dati positivi quindi che mettono in evidenza un interesse per l’acquisto di queste tipologie che, soprattutto nelle grandi metropoli, stanno attirando gli investitori.

Secondo l’Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa, il segmento dei negozi è da sempre orientato alla locazione che, infatti, interessa l’80,6% delle richieste. Solo il 19,4% della domanda opta per l’acquisto. Il 43,6% è rappresentato da investitori, un dato abbastanza allineato con quello degli scorsi anni alla luce degli interessanti rendimenti da locazione. Segue un 15,1% che desidera aprire attività di ristorazione e somministrazione, dato in aumento rispetto all’ultima rilevazione alla luce della maggiore attrattiva del comparto food. La metratura più gettonata tra gli acquirenti è inferiore a 50 mq.

LOCAZIONI COMMERCIALI – Sul mercato della locazione, quella che raccoglie la maggioranza delle richieste, il 38,0% dei potenziali affittuari desidera metrature comprese tra 51 e 100 mq, seguito dal 33,1% che ceca metrature inferiori a 50 mq. Il 26,8% di chi cerca in affitto lo fa per avviare attività di somministrazione e ristorazione, il 9,3% per cimentarsi nel settore dell’abbigliamento. C’è poi un 5,4% che realizza studi professionali.

Le zone centrali sono quelle maggiormente ambite dai retailer che tendono a posizionarsi soprattutto nelle città ad elevato afflusso turistico. Chi è presente nelle posizioni top cerca di difenderle e, se può, di migliorarle. In questo momento Milano è la città che, in Italia, attira maggiormente i brand più importanti, vista la grande attrattività che la città sta dimostrando nello sperimentare nuove modalità di shopping che uniscono tradizione e innovazione. Dopo Milano anche Firenze, Roma, Torino e Napoli richiamano l’interesse dei retailer, con il capoluogo partenopeo che, negli ultimi tempi, è in grande spolvero. Continua l’ascesa della ristorazione ed Il food si conferma un settore dinamico, soprattutto per quanto riguarda i nuovi concept.

CENTRI STORICI – Altro fenomeno che vale la pena segnalare è il progressivo abbandono dei centri storici da parte delle attività terziarie (presenza di Ztl e difficoltà di parcheggio tra i principali problemi) con conseguente liberazione di location importanti che sono così occupate da retailer a caccia di posizioni di primaria importanza. Nelle grandi città così come nelle città capoluogo e di piccola dimensione i locali commerciali in vie a basso transito continuano a soffrire e spesso chiudono. Al loro posto si insediano attività di servizi che non necessitano di passaggio. Nelle grandi città il cui mercato immobiliare residenziale è in ripresa si segnalano diversi casi in cui il locale commerciale in via non di passaggio è sottoposto a cambio d’uso in residenziale.

OFFERTA IMMOBILIARE – L’analisi dell’offerta rileva che il 57% dei negozi presenti sul mercato sono in locazione e prevalgono le metrature fino a 100 mq. Anche sugli uffici si registra una prevalenza di immobili in locazione, 78,8% contro un 21,2% di richieste di acquisto. Quello degli uffici resta al momento l’unico segmento ad avere delle difficoltà, ad eccezione di Milano dove il comprato è molto vivace perché attira numerosi investitori e registra diversi interventi sul territorio. Negli ultimi mesi sembra esserci una leggera ripresa anche se, al momento, la domanda è inferiore all’offerta e, quando possibile, si procede ad un cambio di destinazione d’uso in residenziale.

La domanda si concentra su immobili in buono stato, posizionati possibilmente non lontano dalla metropolitana e comunque in zone ben collegate con i mezzi. La maggioranza delle richieste, sia in acquisto sia in locazione, sono orientate su tagli inferiori a 150 mq.

Tecnocasa, il lockdown riaccende la prossimità. Adesso gli investitori puntano sui negozi

Da Fabiana Megliola, Responsabile Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa, un focus molto dettagliato sul mercato immobiliare, esaminato a partire dallo scenario pre-Covid fino alle tendenze attuali, che vedono un forte interessamento degli investitori verso i negozi di piccola quadratura.

Lo scenario che si presentava prima dello scoppio della pandemia di Covid19 vedeva, per il comparto degli immobili per l’impresa, una chiusura 2019 con compravendite in aumento per negozi (+6,5%) ed uffici (+4,8%), e stabilità degli scambi per i capannoni. I prezzi ed i canoni di locazione erano in leggero ribasso ad eccezione per le locazioni dei capannoni. Infatti, questi ultimi avevano registrato un aumento dei canoni delle tipologie nuove pari a +0,7%, e di quelle usate di +0,8%, mentre i prezzi erano in diminuzione rispettivamente dello 0,7% e dell’1,1%. I negozi registravano una contrazione più marcata per i prezzi: -2,2% per le soluzioni su vie di passaggio e -2,6% per quelle in vie di basso transito. Il valore degli affitti era diminuito rispettivamente dell’1,5% e dell’1,6%. Sul comparto uffici i canoni erano rimasti sostanzialmente stabili (-0,3% per le tipologie nuove ed usate) mentre i prezzi segnalavano una contrazione dell’1,3% per le soluzioni nuove e dell’1,5% per quelle usate.

Le compravendite in aumento dimostravano l’interesse per il comparto dove si muovevano soprattutto investitori attratti da rendimenti interessanti. Gli imprenditori prediligevano le locazioni.

In questo scenario si è inserita la pandemia, che ha fatto sentire i suoi effetti su questo settore strettamente collegato all’andamento dell’economia. In questo caso il segmento maggiormente interessato è quello dei negozi.

Gli effetti della pandemia si sono inevitabilmente avvertiti sulle compravendite, che nei primi tre mesi del 2020 registrano un calo del 17,2% per gli uffici, del 17,5% per gli immobili commerciali e del 22,8% per il produttivo. L’impatto del Covid19 si è fatto sentire sul segmento dei negozi, con un calo delle richieste di chi voleva aprire un’attività commerciale (che rimanda a tempi migliori) e aspetta anche di capire se la concessione delle nuove licenze non sia condizionata a determinati requisiti da cui possa dipendere la tipologia di immobile ricercata. Subito dopo la riapertura, però, si è registrata la volontà di aprire soprattutto attività di quartiere legate alla vendita di prodotti alimentari. Quindi la riscoperta della prossimità, avvenuta negli ultimi anni, che aveva portato diverse catene della media grande distribuzione ad aprire punti vendita, ha avuto un’ulteriore spinta dal lockdown. A questo fenomeno ha contribuito anche il massiccio ricorso allo smart working. 

Dopo la riapertura si cercano anche spazi per realizzare attività di asporto.

LEGGI ANCHE: Super Ecobonus, come aumentare il valore del patrimonio immobiliare senza spendere un centesimo

La ristorazione sta cercando di riorganizzarsi, quando può, attraverso il delivery che, in qualche modo, tampona le perdite. In questo settore ci aspettiamo una maggiore tenuta per le attività storiche o comunque con alcuni anni di attività alle spalle e che potrebbero avere la liquidità necessaria per fronteggiare il periodo di chiusura. Maggiori problemi potrebbero avere coloro che avevano aperto da poco tempo e su cui gravano i costi di avviamento, in particolare nelle città ad alta vocazione turistica.

In difficoltà maggiore potrebbero trovarsi i negozianti del settore non food (abbigliamento, calzature ecc.), soprattutto se non appartengono a brand importanti e solidi che possono reggere meglio la chiusura. Si pensi, ad esempio, ai costi sostenuti per non aver potuto smaltire la collezione primaverile. Un impatto minore potrebbe esserci per quelle attività che, al punto vendita fisico, hanno affiancato anche il canale online. Continua il trend che vede il cambio di destinazione d’uso in abitativo per quei locali commerciali ormai chiusi e posizionati in vie non di passaggio.

I dati sulle operazioni di acquisto e di locazione realizzate dalle nostre agenzie nei primi tre mesi dell’anno evidenziano soprattutto operazioni finalizzate alla creazione di spazi per deposito, seguiti da quelli da dedicare alle attività artigianali. 

Sugli uffici al momento non si segnalano richieste particolari o comunque cambiamenti legati a quanto sta accadendo. Le aziende stanno sperimentando lo smart working ma, al momento, non sembrano esserci impatti evidenti a parte il cambiamento dei layout. Sarà importante capire nei prossimi mesi come si muoverà il settore delle imprese, dove potrebbe continuare un fenomeno, ormai consolidato da anni, che vede gli uffici, soprattutto quelli obsoleti e inseriti in contesti residenziali, sottoposti a cambio di destinazione d’uso in abitativo.

La ripresa del mercato immobiliare residenziale deponeva a favore di questo trend.

LEGGI ANCHE: Gli anziani e la passione per gli appartamenti spaziosi. Eredi, la salvezza è il frazionamento

Gli investitori, soprattutto i piccoli risparmiatori, dopo la riapertura sembrano nuovamente interessati ad investire, in particolare nei negozi. Infatti, dai dati delle compravendite realizzate dalle nostre agenzie, nei primi tre mesi del 2020, risulta che il 61% degli acquisti di negozi ha avuto come scopo la messa a reddito. Nella maggioranza dei casi sono tagli inferiori a 60 mq. In linea generale sono pronti a cogliere delle occasioni che il mercato potrebbe presentare. Sui canoni di locazione sono già in atto rinegoziazioni e ci si aspetta una contrazione almeno fino alla fine dell’epidemia e, forse, anche oltre se l’impatto economico dovesse essere importante, in particolare per alcune categorie commerciali. Stesso trend al ribasso ci si aspetta sui prezzi perché è nell’aria un aumento di offerta di spazi, soprattutto commerciali, e potrebbe esserci chi sarà pronto ad occuparli soprattutto se in posizioni interessanti.

Super Ecobonus, come aumentare il valore del patrimonio immobiliare senza spendere un centesimo

Con il decreto rilancio, il settore immobiliare beneficia di un impulso mai visto prima d’ora, grazie al c.d. Superbonus del 110% sugli interventi di efficientamento energetico o di adeguamento antisismico. Si tratta di operazioni economicamente “gravose”, che potrebbero aumentare il valore dell’immobile ed essere effettuate anche  senza esborso di denaro da parte dei condomini. Necessario, però, il supporto di un team di professionisti.

Dopo i precedenti decreti del Governo emanati per garantire aiuti a famiglie e aziende, il c.d. Decreto Rilancio prevede, tra le altre (tantissime) misure a sostegno dell’Economia, alcuni programmi specifici sulla casa, ossia sul bene che negli ultimi mesi è stato protagonista assoluto del nostro lockdown. Infatti, in considerazione della profonda incertezza legata alla fine fase due ed alla data di ingresso di una auspicata fase tre – quella in cui i nuovi contagi, i contagiati ufficiali e i decessi saranno prossimi o pari allo zero – il Governo ha introdotto sui fabbricati l’Ecobonus al 110%. Una misura senza precedenti, che entra in vigore dal prossimo 1 Luglio (con termine 31/12/2021) e mira a dare un impulso fortissimo al settore immobiliare, incentivando una gamma considerevole di operazioni ed interventi ecosostenibili particolarmente innovativi (come la realizzazione nei condomini di colonnine per la ricarica delle batterie delle auto elettriche).

Entrando nel dettaglio, gli interventi di ristrutturazione coperti dall’Ecobonus riguardano l’efficientamento energetico, l’installazione di pannelli fotovoltaici e i lavori di adeguamento antisismico. Si tratta di operazioni “gravose” in termini economici, che potrebbero però aumentare notevolmente il valore dell’intero edificio e di ogni singolo immobile, ed essere effettuate anche  senza esborso di denaro da parte dei condomini. Al contempo, è una operazione laboriosa, che richiede necessariamente il supporto di un team di professionisti e aziende fornitrici.

Dal punto di vista squisitamente finanziario e fiscale, il nuovo incentivo “potenziato” per i lavori di risparmio energetico dà diritto a un credito d’imposta del 110%, che in termini pratici, per chi accede al bonus, significa beneficiare di una riduzione delle imposte pari al valore delle spese ammissibili ed effettivamente sostenute. Il credito d’imposta, inoltre, potrà essere “monetizzato” cedendolo direttamente all’azienda che esegue i lavori e ottenendo così uno sconto totale sul prezzo finale.

In alternativa, il credito si potrà utilizzare quale detrazione nelle prossime cinque dichiarazioni dei redditi ottenendo, nell’arco dello stesso periodo, una riduzione delle imposte superiore all’importo speso.

Facciamo degli esempi pratici. Nel caso in cui si scelga lo sconto 100% in fattura relativo, per esempio, alla installazione di una caldaia, ed il preventivo dell’impresa è pari a 10.000 euro, si richiede il visto di conformità dal CAF e vengono eseguiti i lavori, senza dover pagare nulla; l’impresa avrà un credito di imposta di 11.000 euro (110%). Invece, se si opta per il credito di imposta, nell’esempio considerato si pagheranno i 10.000 euro per l’esecuzione dei lavori e si avrà diritto a detrazioni per un totale di 11.000 euro (110%), divisi in cinque rate annuali di 2.200 euro.

LEGGI ANCHE: Focus mercato immobiliare. Giù prezzi ed affitti brevi, effetto superbonus sulla prima casa

Sembra evidente che la soluzione dello sconto in fattura sarà quella più richiesta, viste le condizioni economiche in cui versano molti condòmini a seguito della pandemia. Ma c’è di più. Il credito d’imposta così maturato potrà essere ceduto alle banche; per le imprese significa poter incassare, in tempi più brevi, i ricavi previsti.

Sebbene da qui al 1 Luglio la legge attuativa potrebbe contemplare l’accesso diretto del singolo immobile all’incentivo – pare che si stia discutendo sulla opportunità di estendere l’incentivo alle villette unifamiliari – al momento in cui scriviamo la misura è riservata esclusivamente gli interventi di grande entità (interi condomini, anche piccoli) e non alle singole unità abitative. Ma se consideriamo che l’agevolazione della cessione del credito d’imposta contempla anche  il rifacimento delle finestre e degli infissi, le schermature solari, gli interventi di coibentazione, le pompe di calore – quegli interventi, cioè, che già erano destinatari di detrazioni comprese “soltanto” tra il 50 e il 65% – l’intervento complessivo del Governo rappresenta una grande opportunità di aumentare il valore del proprio immobile condominiale e compensare così gran parte della minusvalenza subita dalle case nel corso degli ultimi dieci anni. Secondo Fulvio Cassetta, professionista palermitano attivo nell’amministrazione di condomini, “Una ricerca condotta un paio d’anni fa analizzando annunci immobiliari residenziali ha dimostrato che mediamente le abitazioni ristrutturate hanno un prezzo del 29% superiore a quelle non ristrutturate. Questo dato dimostra quanto l’impatto dei bonus per l’edilizia possa assumere notevole rilevanza in relazione alla valorizzazione del patrimonio immobiliare”.

Per poter aver accesso all’Ecobonus, però, bisognerà essere in possesso di determinati requisiti certificati e rispettare alcuni vincoli; in particolare, bisogna garantire, attraverso l’Attestato di Prestazione Energetica (Ape) rilasciato da un tecnico abilitato, il miglioramento di almeno due classi energetiche. Qualora non fosse possibile ottenere tale misura, ne basterà una (sempre con certificazione).

Tra gli interventi coperti dal credito d’imposta del 110%, a titolo di esempio, si potranno effettuare quelli relativi al c.d. cappotto termico, alle parti comuni degli edifici per la sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale, al raffrescamento o alla fornitura di acqua calda sanitaria a condensazione, alle spese relative allo smaltimento e alla bonifica degli impianti sostituiti, agli interventi sugli edifici unifamiliari per la sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale esistenti con impianti per il riscaldamento, il raffrescamento o la fornitura di acqua calda sanitaria a pompa di calore. Questi interventi sono quelli c.d. “trainanti”, nel senso che uno solo di questi basta a portare al 110% lo sgravio in cui possono entrare altri interventi come il montaggio di pannelli solari e di accumulatori di energia collegati ai pannelli solari, la realizzazione delle colonnine per caricare le batterie delle auto elettriche e gli interventi previsti dal vecchio Ecobonus.

Infine, per quanto riguarda le seconde case, i lavori si possono fare gratis solo se fanno parte di un condominio.

LEGGI ANCHE: Donazioni di denaro ai figli. Genitori e nonni, bonifici e cointestazioni vanno fatti a regola d’arte

L’Ecobonus al 110% è una misura di rivalutazione davvero formidabile, ma richiede l’intervento di molta burocrazia. Infatti, serve il via libera del condominio per i lavori sulle parti comuni, nonché attendere l’avvio delle procedure dell’Agenzia delle Entrate per richiedere il visto di conformità che commercialisti e CAF dovranno rilasciare per poter procedere con la richiesta del bonus e la cessione del credito. Serve poi l’Attestato di Prestazione Energetica (Ape), rilasciato da un tecnico abilitato per certificare che i lavori porterebbero un miglioramento di due classi energetiche (o la più alta raggiungibile), ed il miglioramento dovrà essere certificato sia prima che dopo l’ultimazione dei lavori, e solo professionisti abilitati e iscritti all’albo potranno farlo.

Tutti i dati e le caratteristiche degli interventi dovranno essere comunicati esclusivamente in via telematica e sarà anche necessario fare anche la comunicazione all’ENEA (Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente).

E’ evidente che, per raggiungere l’obiettivo, servirà potersi mettere in contatto con una vera e propria squadra di professionisti esperti della materia, che lavorino in sinergia tra loro ed i clienti (o chi li rappresenta, come gli amministratori di condominio). Secondo Antonino La Duca, ingegnere siciliano titolare degli “Studi di Ingegneria”, “Sarà importante, per l’utente finale, affidarsi a qualcuno in grado di compiere tutti i passaggi burocratici necessari, ed assicurare che questi vengano effettuati nel pieno rispetto delle norme, al fine di evitare future revisioni o persino richieste di rimborso da parte dell’Agenzia delle Entrate per via di certificazioni rilasciate con leggerezza“.

Focus mercato immobiliare. Giù prezzi ed affitti brevi, effetto superbonus sulla prima casa

Al momento, chi vuole vendere in fretta deve necessariamente adattare i prezzi alle mutate circostanze del mercato.  Chi ha la possibilità di attendere la ripresa di un ritmo regolare degli scambi, farà meglio a mutare le proprie aspettative.

Il Covid-19 ha cambiato, dalla sera alla mattina, le condizioni del mercato immobiliare, sebbene i prezzi siano sembrati, in un primissimo momento, alquanto stabili. Ma è solo una illusione percettiva, perché alla ripresa delle contrattazioni le quotazioni del residenziale e del commerciale stanno calando bruscamente, tanto che la peggiore delle previsioni di Febbraio è diventata oggi la più ottimistica.

Dopo l’inattività forzata causata dal lockdown, molti proprietari sono stati alla finestra, in attesa di vedere come si sarebbero comportati gli utenti in termini di visite e di offerte. Il risultato – piuttosto scontato – è quello che, al momento, chi vuole vendere deve necessariamente adattare i prezzi alle circostanze di un mercato semi-paralizzato dai profondi mutamenti avvenuti nelle relazioni sociali, sperando che si tratti solo di un  periodo di forzata “sospensione”. In caso contrario, chi ha la possibilità di attendere la ripresa di un ritmo regolare degli scambi, farà meglio a mutare le proprie aspettative.

A causa della pandemia, in generale, il rischio di correzioni nel settore immobiliare sembra essersi accresciuto, ma ciò è solo una logica amplificazione degli effetti di quanto stava già accadendo dal 2019, quando erano già evidenti i segnali di sopravvalutazione dei prezzi delle case rispetto ad una domanda sempre più funzione diretta del ciclo economico, delle mutate condizioni di reddito dell’ormai defunto “Ceto Medio” (con la generazione dei c.d. millennials che avanza in tutta la sua precarietà lavorativa) e del livello dell’occupazione. E’ questa la conclusione a cui sono giunti gli economisti della BCE, per i quali il rischio di una ulteriore discesa dei prezzi delle case è oggi più concreto. Infatti, secondo i loro modelli statistici, sussiste una probabilità del 5% che i prezzi crollino fino al 15% nei prossimi 4 trimestri, e quindi fino alla vigilia dell’estate 2021.

Questo scenario assai funesto, proveniente da una fonte piuttosto attendibile come la BCE, arriva insieme ai dati di altri players delle previsioni sul mercato delle case. Secondo Scenari Immobiliari, per esempio, il consuntivo 2020 vedrà una perdita di fatturato del mercato immobiliare del 18 per cento, pari a circa 106 miliardi di euro di valore complessivo. Questo dato, però, verrebbe compensato nel corso del 2021 da una forte ripresa e da un “rimbalzo” notevole, proporzionato agli effetti della pandemia e dal relativo blocco delle compravendite. In Europa, chi sta peggio è la Spagna, con un pesante -20,4%, mentre la Germania contiene le perdite al 10,3%. Nell’insieme, tutti i 28 Paesi dell’Unione Europea nel 2020 subiranno una flessione complessiva di fatturato di poco inferiore ai 1.000 miliardi di euro, pari al 18,1% rispetto al 2019.

In Italia, le cose non stanno messe meglio. Infatti, l’impatto del Coronavirus è stato forte anche sul settore immobiliare, e per Confedilizia e FIAIP le misure di sostegno contenute nel decreto Rilancio non sono tutte sufficienti per favorire una ripresa di compravendite, locazioni e mutui. Unica possibile “oasi” del mercato sembra essere quella della prima casa, trainata dopo la quarantena dal c.d. Superbonus del 110%, anche se secondo gli esperti di FIAIP questo strumento andrebbe migliorato sia come durata (per cinque anni, fino al 2025, contro le ipotesi del Governo che si fermano al 2022), sia in quanto ad estensione della misura, da allargare anche  alle seconde case, che già sono ricomprese nel c.d. Sisma-bonus.

Relativamente al settore degli affitti, si stima che le vacanze o trasferte di lavoro siano state cancellate in una “forbice” percentuale che, a seconda delle località, è compresa tra l’80 ed il 95%, con una forte ricaduta sull’area degli affitti brevi. I proprietari di seconde case, infatti, si stanno dirigendo verso una stabilizzazione delle fonti di reddito alternative alla pensione, aumentando l’offerta di affitti a medio/lungo termine, da preferire ad una gestione meno sicura di affitti settimanali, mensili o transitori (studenti o lavoratori fuori sede a tempo determinato).

L’aumento repentino di proprietari di immobili con problemi economici, inoltre, sta causando un fenomeno strano per il nostro Paese, nel quale queste persone in difficoltà si vedono costrette a vendere la loro abitazione per realizzare una “riserva di serenità” e andare a vivere in affitto. Eppure, l’acquisto continua a convenire rispetto all’affitto, per via dei tassi di interesse dei mutui ancora particolarmente convenienti, prezzi contenuti e/o in discesa e canoni di locazione in ascesa. Prima di lanciarsi nell’acquisto, però, chi vuole realizzare un investimento deve fare alcune valutazioni relativamente alla rendita ricavabile, al netto della tassazione, dal successivo affitto a terzi. Infatti, non tutte le zone sono vantaggiose, ed anche la tipologia dell’immobile può fare la differenza. E’ il caso dei monolocali, che rendono maggiormente a livello di affitti, soprattutto nelle città d’arte in previsione del rilancio del turismo nel 2021 o nelle mete preferite dagli studenti universitari fuori sede (Milano e Roma, soprattutto, ma anche Napoli e Palermo).

Gli anziani e la passione per gli appartamenti spaziosi. Eredi, la salvezza è il frazionamento

Sugli asset immobiliari degli anziani italiani incombe il passaggio generazionale a favore dei c.d. millennials, i quali non hanno la stessa passione per le case con molte camere o, nella maggior parte dei casi, non se le possono permettere. Come frazionare gli immobili sovradimensionati e realizzare maggior valore e rendita.

In Italia, gli anziani sono tornati improvvisamente – e tragicamente – a destare interesse per via della loro estrema fragilità di fronte alla pandemia di Covid19. Negli ultimi tre mesi, infatti, ci si è resi conto più di prima della loro grandissima importanza sociale all’interno delle reti familiari: gli anziani si prendono cura dei nipoti, hanno contatti frequenti con i propri figli adulti e li aiutano, sempre più spesso, economicamente.

Sfortunatamente, il contatto strettissimo dei giovani con i propri “anziani di famiglia” (nonni e zii) ha determinato un canale attraverso il quale il Covid19 si è trasmesso, con le conseguenze che conosciamo bene e che, in migliaia di casi, riguarderanno anche il patrimonio immobiliare oggetto di successione. In particolare, una volta che gli eredi saranno entrati in possesso delle abitazioni degli anziani genitori (o dei nonni), dovranno adottare le decisioni più disparate: andare a vivere in quelle abitazioni, lasciarle sfitte, affittarle o venderle. Negli ultimi due casi, chi ha ereditato si scontrerà ineluttabilmente con un mercato immobiliare che già prima dello scoppio della pandemia mostrava segni di “schizofrenia”: prezzi degli immobili di buona quadratura in costante diminuzione e con scambi rarefatti, e quelli della case al di sotto dei canonici 100 mq con prezzi stabili e scambi vivaci; in più, mercato dell’affitto tradizionale reso difficile dalla elevata percentuale di morosità, e “affitto breve” in ascesa.

Per chi vuole vendere gli appartamenti più grandi, pertanto, è definitivamente tramontato il mito del “mattone che sale sempre di valore” ed è necessario adattarsi a prezzi da svendita rispetto a soli cinque anni fa, ed il trend di discesa delle quotazioni non sembra aver toccato ancora il fondo.

LEGGI ANCHE: Coronavirus e mercato immobiliare, profondo rosso per le case dei baby boomers

C’è da dire che la passione per il mattone ha sempre colpito quella fascia di popolazione che oggi, dopo molti anni di distanza dal Boom economico, costituisce la categoria degli anziani. Infatti, secondo gli ultimi dati di Bankitalia-Abi, la popolazione con 65 anni o più (circa 15 milioni di italiani), che costituisce il 20% del totale, possiede il 73% della ricchezza nazionale, di cui oltre il 61% in immobili. Questo è avvenuto perché negli ultimi trent’anni in Italia la quota di famiglie proprietarie della casa è passata da circa il 60% del 1982 a circa il 70% del 2001, anno in cui la tendenza si è stabilizzata con le nuove generazioni.

In sintesi, si rischia di far passare di mano, da una generazione all’altra, immobili difficili da gestire ad eredi che hanno redditi bassi, esattamente come un quinto degli anziani di oggi.

LEGGI ANCHE: Le famiglie italiane ed il patrimonio immobiliare privato: chi pagherà le tasse di successione?

Su questo enorme asset immobiliare incombe il passaggio generazionale a favore dei c.d. millennials, che non hanno la stessa passione per le case con molte stanze e, nella maggior parte dei casi, non se le possono permettere economicamente. Tale avversione, inoltre, viene alimentata dalle rendite sempre più basse degli immobili, dai loro costi di manutenzione e dalla fiscalità crescente.

Tutte queste case hanno caratteristiche che le rendono poco appetibili agli occhi dei 30-35enni di oggi. In primo luogo, esse sono dotate di finestre di scarse dimensioni per via dei metodi di costruzione tipici degli anni della crisi energetica (1970), ed anche i balconi sono del tutto inutilizzabili anche per prendere un caffè o pranzarci dentro. In secondo luogo, gli standard di costruzione non sono dei migliori, soprattutto in relazione alle norme antisismiche, e le famiglie più giovani contano generalmente un solo figlio, per cui non serve avere molte camere da letto e due servizi. In terzo luogo, gli impianti ormai vetusti richiedono continui interventi di manutenzione,  le rifiniture di capitolato (o anche quelle derivanti dalle modifiche apportate dagli attuali proprietari) non incontrano il gusto dei più giovani e richiedono, in aggiunta al prezzo dell’acquisto, anche il costo (e il disagio) di una ristrutturazione.

Quest’ultima via, però, rappresenta l’unica veramente possibile laddove si voglia realizzare una vendita più conveniente e più rapida. Frazionare un appartamento di 150 mq in due appartamenti di 65-70 mq ciascuno non richiede un investimento eccessivo (dai 15.000 ai 20.000 euro) ed i lavori, oltre ad essere finanziabili, consentono di accedere a notevoli agevolazioni fiscali.

LEGGI ANCHE: Filantropia e investimento, 8 regole per coniugare progetti sostenibili e rendimento

I vantaggi di un frazionamento sono evidenti, sia in caso di vendita, sia in caso di locazione. Relativamente alla vendita, se da un appartamento di 160 mq commerciali in una zona semi-centrale di Palermo – identico ragionamento è valido, con le dovute proporzioni, per Roma, Milano e tutte le città italiane – si possono ricavare 240.000 euro, due appartamenti da 75 mq (+ 10 mq di parti comuni), ricavati dal primo e ristrutturati, frutteranno  141.500 euro ciascuno, e cioè un totale di 283.000 euro, con una plusvalenza (al netto dei costi di ristrutturazione) di circa 20.000 euro. Per quanto riguarda le locazioni, il maggior ricavo è ancora più evidente. Infatti, nell’esempio considerato, l’immobile intero potrebbe essere affittato per 690 euro mensili (8.300 euro l’anno), mentre in caso di frazionamento ciascun appartamento non frutterebbe meno di 500 euro mensili, attribuendo una rendita maggiore rispetto all’intero (12.000 euro l’anno, + 3.700 euro) e dando la possibilità di ammortizzare i costi di ristrutturazione in soli cinque anni.

In aggiunta all’aspetto economico, ce n’è uno che riguarda il “disagio” legato tipicamente alle operazioni immobiliari: grazie al frazionamento, i tempi di attesa per entrambe le soluzioni (vendita o locazione) si ridurrebbero notevolmente, diminuendo anche il disagio complessivo dell’operazione.

Arte al tempo del Coronavirus. Nessuno crollo dei prezzi, avanza il piccolo collezionismo online

Il mercato è pronto ad aprire agli acquirenti minori, grazie alle piattaforme di scambi e aste online ed ai collezionisti interessati all’aspetto economico dell‘Arte come prodotto “razionale” e non solo emozionale.

La pandemia del Coronavirus si è abbattuta con forza in quasi tutti i mercati, e quello degli investimenti in arte – segmento del più ampio settore degli alternative o passion investment – non fa certo eccezione. Dopo la prima fase di buio, conseguente al generalizzato lockdown a cui investitori e galleristi si sono dovuti adattare, il mercato comincia a mostrare i primi segnali di reazione.

In linea generale, questo evento così invasivo e minaccioso ha portato ad una velocizzazione del processo di digitalizzazione in moltissimi ambiti professionali e commerciali (ma anche sociali, come la scuola e l’università), ed il mercato dell’Arte non ne è certamente rimasto fuori, adattandosi perfettamente alle circostanze.

C’è da dire che, mentre le quotazioni degli strumenti finanziari tradizionali non hanno ancora prezzato la possibile via di uscita – sanitaria e/o finanziaria – dalla pandemia, gli scambi di opere d’arte di valore medio-alto – che avvengono necessariamente nelle affollate sedi delle aste, come una volta succedeva in borsa valori – si sono talmente rarefatti che non si può neanche parlare di crollo dei prezzi, ma di una situazione di sospensione (quella che la Consob non è riuscita a realizzare con prontezza tra il 9 ed il 14 Marzo per il mercato azionario) che ha di fatto congelato i prezzi ad un livello pre-Coronavirus, e solo quando le restrizioni saranno finite si potrà capire se le quotazioni dell’Arte saranno scese oppure, come si prevede per le opere di grandi artisti, avranno mantenuto una certa stabilità.

Quindi il mercato si è fermato del tutto? Ovviamente no, e l’offerta si sta adeguando alle circostanze. Artisti come Banksy, per esempio, fanno “smart working”. Costretto anche lui ad osservare la quarantena, il maggior esponente della street art – che ha fondato il suo mito artistico anche sulla segretezza della sua identità – ha deciso di valorizzare la sua abitazione disegnando i suoi ormai celebri ratti sulle pareti, maniglie e tavolette della toilette, ritratti mentre corrono su rotoli di carta igienica o sul tubetto del dentifricio. Una mossa di non poco conto, considerando che soltanto le decorazioni del suo bagno hanno fatto triplicare l’ipotetico prezzo di vendita del suo appartamento.

In generale, chi acquista opere d’arte o altri passion investment (mobili d’antiquariato e bottiglie di vino vintage) nell’80% dei casi è un collezionista appassionato, mentre il restante 20% desidera investire solo per interesse economico o per trovare un “rifugio” al patrimonio. Altro requisito è quello di avere patrimoni molto consistenti, ma chi li detiene, al momento, ha sospeso le proprie partecipazioni alle aste e alimenta il mercato “secondario” privato.

LEGGI ANCHE: Arte e Finanza, i gestori di fondi alla ricerca del valore. Come la logica di prodotto vanifica la ricerca di capolavori

Il valore delle opere scambiate nel mondo è arrivato, prima dello scoppio della pandemia, a 64 miliardi di dollari di valore, raggiunto anche grazie ai 1.000 scambi di opere dal prezzo superiore a due milioni di dollari. In Cina il mercato è cresciuto del 214% tra il 2009 e il 2014, ed era riuscito a superare gli Stati Uniti fino a quando il calo della borsa cinese ha permesso agli Usa di tornare ad essere primi in un mercato in cui un’opera d’arte dell’artista più famoso è considerata un trofeo. Ma adesso il mercato è pronto ad aprire agli acquirenti minori, perché le piattaforme affidabili di scambi online – così come le aste – si svilupperanno sempre di più ed i collezionisti interessati semplicemente all’aspetto economico (sono secondi solo al settore della gioielleria) hanno imparato a considerare l‘Arte come un prodotto “razionale” e non solo emozionale.

LEGGI ANCHE: Come si assegna il valore commerciale ad un’opera d’arte? Ecco i 9 criteri più diffusi per determinarlo

In Italia i compratori rappresentano il 2% del mercato, e adesso in molti si avvicinano a questo mondo con disponibilità di poche migliaia di euro. Del resto, le occasioni per tutte le tasche non mancano, e Banksy stesso, nell’ottobre 2019, aveva aperto un temporary shop online mettendo in vendita su ordinazione (chiuse da tempo) una ventina di opere esposte anche nell’omonimo temporary shop allestito a Croydon (a sud di Londra). I prezzi erano assolutamente popolari: 10 sterline per le lattine di vernice spray o le tazze con vari disegni, 30 sterline per una t-shirt, 850 sterline per un giubbotto antiproiettile “John Bull” che riproduceva la bandiera dell’Inghilterra. Molte opere di Banksy possono essere tuttora acquistate online sui siti di gallerie e case d’asta, ma oggi i prezzi di una sua serigrafia in edizione limitata vengono dichiarati solo su espressa richiesta via mail.

Come per le opere d’arte più importanti, anche per quelle minori – e soprattutto per queste – vale il principio consigliato spesso dallo stesso Banksy: “comprate un’opera d’arte se vi piace, non solo perché pensate di poter fare un buon investimento”. Secondo il rapporto The art Market di UBS, il 31% delle opere scambiate nel mondo vale fino a 5.000 dollari, pertanto sembra che i piccoli risparmiatori si stiano avvicinando sempre di più a questo mercato, sviluppato anche dalle aste online. In Italia, per esempio, il 60% delle compravendite vede prezzi inferiori a 5.000 euro, specialmente per quanto riguarda le opere su carta di formato medio-piccolo che, secondo alcuni studi, possono avere una rivalutazione compresa tra il 10 ed il 15% annuo.

Affidandosi agli esperti, è bene “anticipare” il trend di alcuni artisti emergenti, per approfittare della crescita di valore che li accompagna nei primi 3-5 anni dalla loro “emersione”. Nel canale online, per esempio, le opere di artisti come il siciliano (ma milanese di adozione) Marco Fratini e la estone Elisaveta Sivas sono molto richieste.

Il primo è un pittore “espressionista metropolitano” che fonda la sua produzione sull’utilizzo esclusivo delle penne Bic di colore nero. I suoi primi disegni su “carta+Bic”, ognuno dei quali richiede un lungo lavoro manuale (tutti realizzati a mano, nessun processo di stampa e/o riproduzione in serie), venivano scambiati due anni fa a circa 600 euro, e cioè poco più del prezzo medio al pubblico praticato dall’artista; oggi, grazie alla scelta di produrre le sue opere solo su richiesta ed in numero limitato, queste passano di mano a non meno di 1.200 euro nel mercato secondario. 

La seconda è pittrice e ceramista a tutto tondo, proveniente da San Pietroburgo con un passaggio per qualche anno in Italia, presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo. In pochi anni, il progetto artistico della Sivas è cresciuto contro ogni aspettativa, ed oggi è apprezzato in tutta Europa (dalla Germania all’Olanda, passando per Cipro e Italia), ma esistono ancora notevoli margini di apprezzamento per il valore delle sue opere, ancora sottovalutate in relazione alla sua capacità di espressione artistica. Le sue quotazioni, attualmente, vanno dai 1.500 euro ai 4.800 euro, a seconda dell’opera (scultura in ceramica o olio su tela), e sono molto richieste soprattutto in Nord Europa, dove prima della pandemia molte gallerie importanti stavano cominciando ad interessarsi alla produzione della Sivas.

La previsione/sensazione è che, ad emergenza finita, le opere di artisti come Fratini e la Sivas riceveranno ancora più attenzione da parte dei piccoli collezionisti, e finchè gli artisti minori non saranno inclini ad effettuare produzione in serie, è prevedibile che le loro quotazioni possano aumentare, grazie alla crescita della domanda di settore. 

Coronavirus e mercato immobiliare, profondo rosso per le case dei baby boomers

I baby boomers, in tutto il mondo occidentale, sono stati fondamentali per lo sviluppo della cultura, della politica e dell’economia, ma oggi la loro evoluzione demografica preoccupa moltissimo gli analisti del mercato immobiliare. Mentre i millennial sceglieranno di riqualificare i sobborghi, ci attende un decennio di ulteriori ribassi dei prezzi.

Gli effetti della pandemia del Coronavirus sulla salute pubblica avranno importanti ripercussioni sull’economia globale, influenzando le future tendenze in molti settori differenti tra loro. Tra questi, certamente quello immobiliare.

In Italia, in particolare, il patrimonio di case costruite dai c.d. baby boomers (individui nati tra il 1950 ed il 1965), composto da abitazioni di quadratura medio-grande, era già “sofferente” prima della pandemia, ed al suo arrivo ha fatto subito i conti con una totale immobilità: tante trattative interrotte, molte altre ripensate per via dei sopravvenuti dubbi sulla opportunità di assumere un importante impegno economico durante e dopo l’emergenza. Pertanto, le case con molte stanze saranno sempre più difficili da vendere, ed il loro prezzo appare destinato a calare vertiginosamente. Ciò significa che, nel nostro Paese – ma anche in Europa – il portafoglio immobiliare dei tipici proprietari di questa tipologia di immobili – i baby boomers, appunto – è prevedibile che subirà un duro colpo proprio mentre essi si ritirano gradualmente dal lavoro per sopraggiunti limiti di età.

Tale “congiuntura”, come vedremo, ha effetti notevoli sul mercato delle case per i prossimi dieci anni. I baby boomers (denominati anche “BBs”), in tutto il mondo occidentale, sono stati fondamentali per lo sviluppo della cultura, della politica e dell’economia; l’importanza della loro domanda di abitazioni, combinata al potere d’acquisto in crescita negli anni del c.d. Boom Economico, è stata osannata dai media fin dagli anni ’80, ed ha contribuito a generare in tutto il mondo una crescita costante del mercato immobiliare fino al 2006, allorquando negli Stati Uniti alcuni studiosi hanno cominciato a capire (pochi, in verità) che la festa stava per finire.

Poi è arrivata la “generazione X” (quella che segue i baby boomers), caratterizzata da un relativo declino nella crescita della domanda di alloggi e nella percentuale di proprietari, giunta presto in Italia al livello impressionante del 70%. Ma è la generazione precedente che continua a preoccupare gli analisti di mercato. Infatti, le pensioni dei baby boomers, che andranno via via diventando sempre più basse, già oggi non sono più in grado di alimentare il livello di compravendite, il cui prezzo medio (e quadratura media) si è abbassato notevolmente. E così, le case più grandi hanno sotto-performato in termini di crescita dei prezzi, numero di compravendite e durata media dei tempi di incasso. Inoltre, nei prossimi due decenni il numero dei BBs si ridimensionerà sempre di più – anche per via dello shock demografico causato dal Coronavirus – e si stima che almeno un quinto delle case italiane arriverà sul mercato, alimentando un circolo vizioso di continui ribassi per eccesso di offerta. Stessa cosa accadrà in Europa, con numeri meno elevati rispetto all’Italia per via delle percentuali più basse di proprietari.

LEGGI ANCHE: Unione Europea, il conto alla rovescia per la sua eutanasia è appena cominciato

La domanda di alloggi, invece, tenderà a seguire un modello già tracciato negli ultimi anni, con netta preferenza di acquisti destinati a basse quadrature (70-80 mq, anziché la media di 120 mq dei BBs) e ulteriore sviluppo del mercato degli affitti, soprattutto stagionali e/o ad altro reddito (camere arredate per studenti, turisti e lavoratori in trasferta). Pertanto, pare che ci troviamo in una fase del ciclo di vita degli immobili in cui, con l’avvicinarsi dell’età pensionabile, i BBs tenderanno a ridimensionare il proprio stile di vita, spostandosi dalle case in cui hanno cresciuto le loro famiglie in case notevolmente più piccole, spesso con una o al massimo due camere da letto.

Relativamente alla situazione in atto, si calcola che, a livello locale, uno shock demografico dell’1% delle fasce più anziane della popolazione – come quello che sta tragicamente avvenendo nelle regioni del Nord Italia a causa della pandemia – porterà ad un aumento dell’offerta di case dell’11%, e si tratterà per lo più di abitazioni di grande quadratura, difficili da vendere, se non a costo di consistenti riduzioni dei prezzi, anche quando la situazione si sarà normalizzata.

In definitiva, gli effetti della diffusione del Coronavirus si stanno aggiungendo, aggravandola, ad una fase di lunga correzione del mercato immobiliare che, nel 2019, stava mostrando i primi segni di adattamento alla mutata composizione della domanda di abitazioni; ciò significa che tali adeguamenti continueranno probabilmente in tutto il prossimo decennio, e avranno effetti macroeconomici significativi. Questo mix micidiale di fattori congiunturali, però, potrebbe portare con sé il beneficio di invertire o accelerare questi aggiustamenti. Confinati nei loro appartamenti urbani, infatti, i millennial potrebbero tornare a preferire il distanziamento sociale garantito dal vivere nei sobborghi, invertendo le tendenze attuali di concentrazione abitativa nelle parti centrali dei nuclei urbani. Pertanto, sembra altamente probabile che la domanda di case, anche in considerazione dello sviluppo del c.d. Smart Working, si sposterà verso le parti esterne delle città, facendo nascere nuovi modelli cittadini anche nello sviluppo edilizio e, di conseguenza, nella produzione di nuove case di tipologia differente dagli edifici tradizionali.

La posta in gioco, naturalmente, sembra piuttosto alta.

Arte e Finanza, i gestori di fondi alla ricerca del valore. Come la logica di prodotto vanifica la ricerca di capolavori

Per trovare valore nell’Arte,  è fondamentale individuare solo gli artisti emergenti il cui grado di ricerca può confermare le aspettative future degli appassionati e del mercato. La Finanza sia al servizio dell’Arte (e non il contrario).

ll mercato dell’arte sembra ormai sempre più proiettato verso una evidente integrazione con i mercati finanziari e con i suoi maggiori players, interessati alle potenzialità delle opere d’arte ed ai loro margini di guadagno nel tempo. Secondo l’ultimo report di Deloitte, infatti, il valore totale degli asset in arte posseduti dai miliardari è di 1.712 miliardi di dollari, pari al 6% del totale dello stock di ricchezza. Eppure, l’adattabilità ai sistemi di finanza tradizionale di questo particolare settore – che più di tutti incarna il c.d. passion investment – non è affatto scontata, e sembra legata a doppio filo agli elementi “emozionali” che l’Arte, a differenze di azioni e obbligazioni, suscita nei suoi appassionati.

Fino ad un ventennio fa, l’acquisto di opere d’arte era una faccenda quasi esclusivamente privata, dovuta a motivazioni di natura estetica e, soprattutto, di status. Il valore economico-finanziario di un’opera aveva una importanza del tutto marginale. Successivamente, cominciarono a diffondersi alcune pubblicazioni che decantavano le sue qualità anti-cicliche, identificando il mercato dell’Arte come un contenitore ideale di scambi di beni rifugio, capaci di difendere il valore del patrimonio nei momenti di recessione (al pari dell’oro e dei diamanti).

Da lì in poi, quindi, un aumento vertiginoso degli acquisti e dei prezzi. Nel 2008, poi, il crollo del mercato finanziario ha generato una spinta notevole verso gli asset alternativi, portando alla ribalta anche gli scambi in altre categorie di passion investment (come le auto d’epoca ed i vini pregiati).

Ma i cambiamenti più profondi sono avvenuti nel meccanismo di attribuzione del valore. Prima del 2000, infatti, la consacrazione commerciale di un artista avveniva esclusivamente grazie al supporto indispensabile dello storico dell’arte o del critico prestigioso, e solo successivamente gli operatori commerciali e i collezionisti, insieme, ne permettevano gli scambi sul mercato; oggi, invece, è quasi sempre il mercato a influenzare le valutazioni dello storico dell’arte, nel senso che l’artista contemporaneo viene prima consacrato dagli operatori commerciali (che lo lanciano ad un certo livello di prezzo), e solo dopo , una volta “comprato”, egli riceve le attenzioni ed il riconoscimento artistico da parte dei musei o della gallerie più prestigiose.

Di conseguenza, artisti come Jeff Koons o Maurizio Cattelan sono nati letteralmente nelle fiere-mercato mondiali, e successivamente hanno avuto ingresso nei musei. Ma non è tutto. I gestori dei fondi specializzati in Arte stanno già strutturando i propri portafogli associando ai nomi dei “big” (Picasso, Monet etc) quelli di giovani artisti che, secondo i maggiori esperti, presentano margini di rendimento elevati. Una volta acquisite queste opere, i fondi avviano una gestione dei prestiti (lending) ai musei di tutto il mondo, condizionando il trasferimento dei capolavori all’esposizione delle opere delle giovani leve facenti parte del portafoglio, facendo in modo che il passaggio presso un museo di prestigio (o più musei nel corso dell’anno) determini una lievitazione del prezzo dell’artista.

Sembra un meccanismo facile, ma l’apparenza inganna; è fondamentale, infatti, individuare e proporre solo artisti emergenti il cui grado di ricerca artistica presenta caratteristiche tali da confermare le aspettative degli appassionati e rappresentare i futuri capolavori (per niente facile!).

LEGGI ANCHE: Mondo dell’Arte al bivio: tecnologia e finanza “assediano” il mercato dei collezionisti

Con le dovute differenze, il meccanismo di formazione delle quotazioni descritto in precedenza per le opere d’arte somiglia moltissimo a quello che viene attuato nei mercati finanziari, allorquando un titolo azionario o obbligazionario viene immesso in un paniere/indice per la prima volta. Da quel momento, infatti, scatta un aumento della quotazione per via del fatto che sui titoli di quel paniere – che rappresenta un c.d. benchmark per il risparmio gestito – confluisce molta più liquidità in acquisto che su quelli che stanno al di fuori. Al contrario, quando un titolo esce fuori dal paniere-indice, perderà valore perché sarà scambiato (e apprezzato) di meno. Idem per le opere di un artista, se per loro sfortuna dovessero uscire dai “panieri” dei galleristi più autorevoli e dal giro dei musei.

Coloro che operano in finanza, oggi, sono abituati a trattare titoli di qualsivoglia tipologia e rischio, espressi sotto forma di un nome all’interno di una piattaforma telematica. Si tratta della c.d. “dematerializzazione”, che annulla del tutto l’elemento emozionale dettato dal possesso “immateriale” di una tale azione (es. Microsoft). Ebbene, se agli stessi operatori viene fornito il certificato rappresentativo di una singola azione, essi la possono “toccare con mano”, e provare la tipica emozione dettata dal possesso “fisico” del bene e dalla sua storia (non a caso le pareti degli uffici di molti consulenti finanziari sono tappezzate da antichi certificati di vecchie azioni, abbelliti da graziose cornici).

In ogni caso,  vendere e comprare in asta continua ad essere il mezzo più sicuro per investire. il “vecchio” meccanismo dell’asta, infatti, assicura che la formazione del prezzo di vendita sia l’autentico incrocio tra domanda e offerta, ed in più certifica la “storia” di un’opera (particolare fondamentale per i veri appassionati) e consente ai gestori di alimentare il portafoglio dei propri fondi. Arte e finanza, quindi, rappresentano due mondi  adesso ben integrati, ma è importante che la finanza sia a servizio dell’Arte, e non il contrario. In quest’ultimo caso, la seconda verrebbe relegata al rango inferiore di “prodotto vendibile”, determinando una selezione delle opere, da parte dei gestori dei fondi specializzati, basata essenzialmente sulla loro vendibilità e capacità di scambio sul mercato, e non sulle loro qualità artistiche immortali.

In questo consiste la logica finanziaria, che il mondo dei veri appassionati respinge con malcelato sdegno. Infatti, l’investimento in “arte vendibile” finirebbe con l’omologare sia la nuova produzione artistica sia il gusto del pubblico, togliendo spazio alle caratteristiche tipiche di ogni potenziale capolavoro: genio, racconto, capacità creativa, ma anche tracce delle circostanze storiche, culturali, sociali ed economiche dell’epoca in cui l’opera è stata concepita.

LEGGI ANCHE: Come si assegna il valore commerciale ad un’opera d’arte? Ecco i 9 criteri più diffusi per determinarlo