Giugno 8, 2026
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Finanza Personale

Cosa possono insegnarci Charlie Watts e i Rolling Stones sugli investimenti

Come in una band, ogni investitore ha bisogno di avere accanto un Charlie Watts che lo aiuti a capire quando è “abbastanza”, ed evitare così le conseguenze più dannose. “Negli investimenti sii il batterista, e stai fuori dalla mischia”*.

Le migliori lezioni che gli investitori possono imparare dai Rolling Stones non vengono dal carismatico cantante Mick Jagger, bensì dal batterista Charlie Watts, recentemente scomparso all’età di 80 anni. Watts era nei Rolling Stones dal 1963, e non perdeva mai un tour da più di 50 anni, esprimendo ciò che meno ti aspetteresti dal batterista di una band guidata da Mick Jagger e Keith Richards: fermezza, disciplina e freddo distacco dal “pathos” dei concerti dal vivo.

Se vi chiedete cosa c’entri con gli investimenti la storia di una rock band dove non sono mai mancati gli eccessi, è presto detto: per i Rolling Stones, scrivere buone canzoni ed essere grandi musicisti non era sempre abbastanza. Come disse una volta Mick Jagger, “Tutto ciò che vale la pena fare, vale la pena strafare“. Ebbene, quell’appetito insaziabile non è una prerogativa esclusiva delle rockstar, poiché lo troviamo – con le dovute differenze di stile – anche nella maggioranza degli investitori, soggetti come sono agli stessi alti e bassi di emotività

Del resto, la storia finanziaria dei Rolling Stones non è sempre stata lastricata di ricchezza. Nei primi anni della loro carriera, infatti, pur vendendo milioni di copie ed essendo spesso primi in classifica – in alternanza con i Beatles – prendevano solo una piccola parte dei guadagni, e successivamente ebbero bisogno di assumere un manager esperto di finanza per riprendersi dagli inganni della precedente casa discografica. In sintesi, nonostante il successo ubriacante, capirono che tutto ciò era abbastanza, e che si doveva voltare pagina. La “leggenda” racconta che fu proprio Watts, insieme a Mick Jagger, a guidare la rifondazione finanziaria del gruppo, uscendo fuori gradualmente anche dalle sabbie mobili dei debito con il fisco. Allo stesso modo, quando investiamo dobbiamo aver presente che arriverà il momento di abbracciare l’idea di “abbastanza“, smettendo di essere gli investitori che non siamo ed evitando così le conseguenze più dannose.

Charlie Watts, lungo tutta la sua carriera, evitò accuratamente i riflettori. Era tranquillo, pensieroso, ebbe una sola moglie e, a differenza degli altri Stones, non fece uso di droga se non, ormai quarantenne, durante un brevissimo frammento della sua vita e in un momento di crisi coniugale; terminata la quale, smise come aveva iniziato, da un momento all’altro e per sempre. Ha suonato notte dopo notte davanti a migliaia di fan adoranti, ma non ha lasciato che la fama influenzasse la sua personalità riservata e prudente. Prendendo il suo esempio, e traslandolo nel mondo degli investimenti, ecco tre lezioni che gli investitori possono imparare dall’esperienza di Charlie Watts.

Sii il batterista, non il cantante”. Watts citava spesso Adam Smith che, in relazione al mercato azionario, ebbe a dire: “Se non sai chi sei, questo è un posto costoso per scoprirlo”. Lo stesso si può dire dello stile di investimento di molti investitori, che inseguono le tendenze, seguono le folle e si lasciano influenzare dalla cultura dominante, imparando solo successivamente, a proprie spese, che alcuni di quei percorsi non erano adatti a loro. Charlie Watts sapeva chi era – un batterista Jazz prestato al Rock ‘n Roll – ed ha contribuito allo spettacolo, senza mai farne veramente parte. Lui  si descriveva come un accompagnatore, qualcuno il cui compito era portare avanti la grande idea della band più famosa e longeva di tutti i tempi, sapendo quando era il momento di dire basta.

Se vuoi andare lontano, tieni unita la band”. Come i Rolling Stones, che tennero insieme il gruppo anche con un Keith Richards in preda alla tossicodipendenza più acuta, anche l’investitore che ha una famiglia ed è affiancato dai propri consulenti deve comprendere che il loro intero è maggiore della semplice somma delle sue parti. Gli investitori, in pratica, dovrebbero pensare ai propri limiti come fa una band, poiché diversificare un portafoglio è come costruire una band, il cui successo non dipende da uno solo dei componenti, ma dall’insieme.

Stai al di sopra della mischia”. Mentre per alcuni membri della band la festa continuava dopo i concerti, Charlie Watts aveva una routine diversa: se non aveva la moglie al seguito, tornava da solo nella sua stanza d’albergo dopo uno spettacolo, tirava fuori un taccuino e disegnava la sua stanza, fregandosene della eccitazione che c’era intorno a lui. La sua soddisfazione veniva dall’essere nella band, ma anche al di sopra della mischia. Lo stesso concetto è particolarmente adatto al contesto del 2021, che ha segnato uno spartiacque storico nel modo di percepire il rischio ed ha permesso alla massa di approcciarsi alle criptovalute ed agli investimenti più volatili. In una situazione del genere, gli investitori potrebbero chiedersi “mi sto perdendo qualcosa?“. Dipende, naturalmente. Per qualcuno è più importante essere appagati, per altri è fondamentale il brivido della volatilità. Ma chi ha già avuto successo con gli investimenti, forse è preferibile un atteggiamento alla Charlie Watts, che ha tenuto a distanza la “volatilità del successo” e ha preferito goderselo in un modo diverso.

Parimenti, se siamo a nostro agio con la nostra strategia di investimento, allora siamo liberi di perseguire la vita alle nostre condizioni, e poco importa se queste siano solamente “soddisfacenti”.

* Liberamente tratto daWhat the Rolling Stones can teach us about investing”, di Dennis Morton

Asset Protection Advisory. L’insostenibile leggerezza del Fondo Patrimoniale

Molto usato in passato come forma di protezione del patrimonio familiare, il Fondo Patrimoniale è stato gradualmente “depotenziato” e ricondotto dalla Cassazione alla sua funzione principale, che è quella di porsi a difesa di interessi meritevoli di tutela dei componenti della famiglia.

Il Fondo Patrimoniale, come strumento di protezione del patrimonio familiare dall’aggressione dei terzi, ha avuto in passato particolare successo tra coloro che ne magnificavano le proprietà “salvifiche” contro tutti i debiti non onorati. Successivamente, questo rimedio giuridico è stato fatto scendere dal suo piedistallo e ricondotto alla sua funzione principale, che è quella di tutelare esclusivamente gli interessi meritevoli dei componenti di una famiglia (si pensi a quelli relativi ad un figlio portatore di handicap). Da ciò ne è conseguito che, per esempio, è un grave errore conferire tutto il patrimonio all’interno del Fondo, e lasciare le “briciole” al di fuori di esso dopo aver contratto un debito “importante”, oppure subito prima.

Tecnicamente, il fondo patrimoniale è uno strumento attraverso il quale uno dei coniugi o entrambi vincolano determinati beni destinandoli ai bisogni della famiglia. In tal modo, i beni individuati (immobili, auto e motoveicoli, titoli di credito e altro) costituiscono un patrimonio separato la cui funzione è quella di soddisfare i diritti di mantenimento e assistenza di tutti i componenti della famiglia. Inoltre, i coniugi non possono disporre dei beni che formano il fondo per scopi estranei agli interessi della famiglia, né i creditori particolari dei coniugi (per obblighi sorti per scopi estranei ai bisogni della famiglia) possono soddisfare i loro diritti sui beni oggetto del fondo patrimoniale stesso. Però, come abbiamo detto, la sua opponibilità ai creditori non è supportata da un buon livello di protezione, ed è necessario, affinchè esso sia veramente efficace, che la sua costituzione sia fatta risalire con largo anticipo rispetto all’insorgenza di un contenzioso per debiti non onorati oppure, come accade nel campo della libera professione, rispetto ad una richiesta di risarcimento danni per responsabilità professionale.

In estrema sintesi, i creditori dei coniugi non possono soddisfarsi sui beni vincolati dal fondo patrimoniale quando i debiti sono stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia, in ciò intendendosi che il Fondo ha una efficacia limitata agli scopi relativi al soddisfacimento di esigenze di famiglia, con esclusione totale dei debiti sorti per finalità voluttuarie o accessorie. Tuttavia, se un credito è sorto prima della costituzione del Fondo, il creditore può avanzare un’azione revocatoria ex art. 2901 c.c., ma avrà l’onere di provare che il fondo patrimoniale è stato costituito con la volontà di arrecare un pregiudizio ai creditori. Inoltre, questi ultimi devono anche dimostrare che manchi un patrimonio residuo (oltre ai beni del Fondo) sul quale poter soddisfare il proprio credito, e se i beni della famiglia sono stati trasferiti nel Fondo nella loro interezza, la deduzione diventa indizio o prova di fronte al giudice delle esecuzioni.

Relativamente al tempismo con il quale si costituisce un fondo patrimoniale, possiamo stilare una sorta di “classifica” in base alla quale il Fondo è più o meno aggredibile.

1) Entro il primo anno dalla sua costituzione – i beni inseriti nel Fondo possono essere sempre aggrediti dai creditori e messi in vendita all’asta, senza bisogno di una azione revocatoria, poiché è sufficiente, per il giudice delle esecuzioni, confrontare la data di iscrizione del Fondo e quella del pignoramento: se sono trascorsi meno di 12 mesi, il Fondo è come se non fosse mai stato costituito.
2) Nei primi cinque anni dalla sua costituzione – il fondo patrimoniale può essere oggetto di azione revocatoria, ma i creditori devono provare che è stato costituito con l’intento di frodarli (dimostrazione facile solo nel caso in cui, come abbiamo visto, il debitore non ha altri beni pignorabili).
3) Dopo i cinque anni dalla sua costituzione – si possono ipotecare e pignorare, senza azione revocatoria, i beni inseriti nel Fondo per debiti necessari a soddisfare i bisogni della famiglia.

In relazione alla funzione del Fondo di soddisfare i diritti di mantenimento e assistenza di tutti i componenti della famiglia, la Corte di Cassazione ha sempre dato una interpretazione molto ampia, comprendendo in tali bisogni anche quelle esigenze volte al pieno mantenimento ed all’armonico sviluppo della famiglia, nonché al suo potenziamento dal punto di vista lavorativo, restando escluse solo le esigenze voluttuarie e speculative. Ciò significa che, secondo la Cassazione, rimane in capo al creditore l’onere di provare che il debito entrato in contenzioso, assunto in ambito esclusivamente lavorativo-professionale e solo incidentalmente suscettibile di effetti per la famiglia, è volto a soddisfare immediatamente e direttamente i bisogni della famiglia.

Aver costituito un fondo patrimoniale, naturalmente, non esclude che chi ne fa parte non possa indebitarsi per motivi legati alla professione (es. acquisto dello studio per mezzo di un mutuo). Pertanto, l’indebitamento in buona fede e per esigenze estranee ai beni ed agli interessi tutelati dal Fondo è sempre possibile, ed in caso di improvvisa insostenibilità finanziaria – come succede nei casi di perdita del lavoro e conseguente sovraindebitamento – le garanzie offerte dal fondo patrimoniale potranno essere validamente opposte alle azioni esecutive volte ad aggredire anche i beni contenuti nel Fondo.

Nel corso del 2021, in piena pandemia, la Corte di Cassazione è intervenuta con una ordinanza molto interessante (n. 2904 dell’8 Febbraio 2021), con la quale ha stabilito che i debiti nati nell’esercizio dell’attività di impresa o professionale hanno uno scopo normalmente estraneo ai bisogni della famiglia. In questo modo, la Cassazione ha escluso che vi possa essere un collegamento automatico tra le obbligazioni sorte per motivi professionali e la necessità per il debitore di sopperire con essi ai bisogni della propria famiglia, attribuendo l’onere di provare tale collegamento – cosa per niente facile – in capo al creditore

In sintesi, anche in presenza di un indebitamento già in essere al momento della costituzione del Fondo, ciò che conta è che esso sia regolarmente onorato a quella data. Infatti, in assenza di ritardi nei pagamenti delle rate, di contestazioni del debito e, in generale, di qualunque contenzioso o causa pregiudizievole (anche sopravvenuta ed informale), nessun creditore potrà, ad esempio, comunicare arbitrariamente al debitore la decadenza dal beneficio del termine, per poi argomentare temerariamente che il ricorso al Fondo, anziché essere sotteso alla protezione di interessi meritevoli, sia stato concepito in futuro danno ai creditori. Ma attenzione: è sufficiente anche un solo ritardo nei pagamenti del debito per poter permettere ai creditori di argomentare la necessità di misure cautelative, sorrette dalla circostanza secondo cui il conferimento di beni nel fondo patrimoniale abbia di fatto diminuito le garanzie complessive del debitore che, all’atto della analisi e delibera del prestito, erano state giudicate idonee alla sua concessione pur non essendo oggetto di garanzia reale.

Da qui la “leggerezza” della protezione prestata dal Fondo Patrimoniale, che spesso soccombe di fronte alle esigenze dei creditori e, soprattutto, rivela la scarsa credibilità di un tardivo progetto di tutela degli asset familiari.

Relativamente al titolo di proprietà dei beni conferiti nel Fondo, è interessante precisare che, nel caso in cui vengano inseriti anche beni che erano già di proprietà di uno o di entrambi i coniugi, il titolo di proprietà non muta: se uno dei due è proprietario di un appartamento, e dopo qualche tempo decide di inserirlo nel fondo patrimoniale, la proprietà resta la sua anche se l’altro coniuge può amministrare il bene in quanto parte costituente il Fondo.

A testimonianza del suo strettissimo legame giuridico e sostanziale con i bisogni della famiglia, il fondo patrimoniale non “muore” nemmeno con la separazione, e deve avvenire il divorzio (o l’annullamento del matrimonio) affinchè cessi di vivere e permetta ai beni di ciascuno dei coniugi, precedentemente inseriti nel patrimonio separato, di tornare a chi ne era il legittimo proprietario prima del conferimento. In realtà, a tornare pienamente nella sfera giuridica del proprietario non è esattamente il titolo di proprietà – che non è mai cessato – bensì la sua disponibilità e amministrazione esclusiva. In caso di comproprietà originaria, ognuno dei due coniugi conserverà la rispettiva quota, ed il bene potrà essere diviso solo con un autonomo procedimento di scioglimento della comunione legale.

L’unico caso – peraltro piuttosto frequente – in cui il fondo patrimoniale non cessa neanche con il divorzio è quando la famiglia, nel cui interesse il Fondo era stato costituito, annovera dei figli minorenni. In questo caso, finchè il figlio più piccolo non sarà diventato maggiorenne il Fondo avrà vita.

I fondi sovrani, obiettivi e criteri di gestione. E in Italia, quando ne avremo uno?

Tutti i fondi sovrani sono caratterizzati da alcuni principi ispiratori, uguali per tutti, che guidano le loro scelte di investimento. Mentre il fondo norvegese guadagna nel 2021 ben 111 miliardi di dollari, in Italia si comincia solo adesso  a dare un po’ di concretezza al progetto voluto da Draghi.

E’ notizia di pochissimi giorni fa che il mega-fondo sovrano norvegese, che contiene asset pari a circa 1.400 miliardi di dollari – il più grande del mondo – ha ottenuto un rendimento complessivo sugli investimenti mobiliari superiore al 9% solo nel primo semestre del 2021, grazie alla forte crescita dei mercati azionari globali (ad esclusione della Cina) nei settori dell’energia, della finanza e della tecnologia. Nel dettaglio, il fondo (denominato Norges Bank Investment Management) ha registrato un guadagno di 111 miliardi di dollari (pari a 990 miliardi di corone norvegesi), sovraperformando il proprio benchmark. Ancora più in particolare, gli investimenti nei titoli dell’energia hanno dato un ritorno del 19,5%, ma gli investimenti si sono concentrati maggiormente su alcune bluechip come Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon e Facebook, che hanno permesso di realizzare una performance del 13,7% e compensare le lievi perdite di valore degli asset obbligazionari.

Non è la prima volta che si ha notizia di ottimi risultati di gestione dei fondi sovrani, ma i più non sanno bene cosa siano e come vengano gestiti. Innanzitutto, un fondo sovrano è una vera e propria istituzione finanziaria partecipata dallo Stato, che ha come attività esclusiva quella di gestire il patrimonio mobiliare conferito in totale autonomia dal mondo della politica nazionale e dagli stessi ministeri competenti. Il fondo può gestire rendite e apporti provenienti dalle più disparate fonti statali, come quelle petrolifere e gli avanzi commerciali, e possono anche avere il mandato di promuovere, attraverso investimenti “mirati”, lo sviluppo dell’economia e del tessuto imprenditoriale nazionale.

Nonostante la dotazione di mezzi finanziari e la loro gestione professionale, la storia dei fondi sovrani ci ha regalato alcuni insuccessi – come lo scandalo del fondo di sviluppo malese, che è stato al centro di uno scandalo finanziario e ha imbarazzato non poco il suo advisor americano, Goldman Sachs – e iniziative vincenti (come quella del fondo irlandese ISIF), ma tutti i fondi sovrani sono caratterizzati da alcuni principi ispiratori, uguali per tutti, che guidano le loro scelte di investimento. Il primo criterio è quello di focalizzare l’attività di gestione su progetti di largo respiro e di lungo periodo, con una complessità che richiede necessariamente un intervento pubblico per assorbire una parte di rischio e per attrarre i capitali privati in momenti particolarmente difficili per un certo mercato. Allo stesso modo, e per gli stessi motivi, un fondo sovrano può attrarre anche gli investimenti di altri fondi sovrani stranieri, in modo tale da favorire l’internazionalizzazione delle aziende su cui si investe. Il secondo criterio di gestione riguarda la sostenibilità delle scelte di investimento, che sono diverse da quelle di un tipico fondo privato. Il fondo sovrano, infatti, può anche non conseguire rendimenti di mercato strabilianti, ma in ogni caso il ritorno deve essere superiore al costo del servizio del debito pubblico sommato a quello dell’eventuale impatto economico, sociale e ambientale.

In Italia, dopo l’istituzione nel 2015 del miniFondo Strategico Italiano (FSI, con un capitale sottoscritto di 4,5 miliardi di euro) si parla di fare sul serio solo da un paio d’anni, ma la particolare inclinazione della politica a non delegare il controllo di una simile iniziativa, e le vicende interne legate anche allo scoppio della pandemia, non hanno permesso un dibattito costruttivo. Solo di recente, con l’avvicinarsi della partenza del Recovery Fund (in Italia PNRR), e grazie all’opera di moral suasion del premier Mario Draghi, si è cominciato a dare un po’ di concretezza, individuando nella Cassa Depositi e Prestiti l’istituzione finanziaria più idonea a gestire il fondo sovrano tricolore, che funzionerebbe gestendo sia le disponibilità liquide di “Patrimonio destinato CDP” (44 miliardi per le spa italiane), sia le disponibilità liquide dei contribuenti che investono nei PIR (Piani individuali di risparmio, che consentono l’esenzione fiscale per 5 anni entro un tetto di 150mila euro).

Ma c’è di più. Nel fondo sovrano potrebbero confluire anche parte delle risorse del Recovery Fund ed il risparmio privato raccolto attraverso altre forme di incentivazione fiscale anche diverse da quelle dei PIR. In tal senso, basterebbe coinvolgere anche una piccola parte del risparmio privato italiano – 4.400 miliardi investiti tra titoli, fondi e conti correnti – per dare in dotazione al fondo dai 200 ai 400 miliardi di euro, da investire nel tessuto produttivo italiano, e quindi non più nel debito pubblico, ma nel capitale aziendale e, in definitiva, nella crescita del Paese.

I millennials, le ansie da investimento e i consigli sui social. Accumulo, o compro casa?

I millennials si confrontano ogni giorno sui social, e discutono senza troppe riserve di tutti gli aspetti della propria vita, compresa la gestione del denaro. Navigare nei gruppi a tema finanziario offre uno spaccato delle reali esigenze degli investitori più giovani.

Di Massimo Bonaventura

Scrivere di consulenza finanziaria operativa – che è cosa diversa dalla consulenza strategica – insegna a fare molte cose solo apparentemente inutili. Una di queste è quella di girovagare tra i gruppi social di investitori italiani, e cercare di capire come la pensano realmente in materia di investimenti. Al netto degli “invasati” da criptovalute – sono tantissimi! – i social network sono addirittura meglio dei vecchi forum, dove dominano i nickname e gli interlocutori sono piuttosto elitari (alcuni veramente appassionati e competenti). Nei social, invece, troverete tantissimi millennials che, senza alcun candore, si raccontano su tutti gli aspetti della propria vita, compresa la gestione del proprio denaro.

Per un consulente finanziario, i gruppi Facebook di risparmiatori e investitori sono come un corso di formazione a cielo aperto, delle vere e proprie piazze virtuali dove poter entrare, possibilmente in punta di piedi e senza essere troppo “commerciali“, e conoscere i bisogni più intimi della generazione dei millennials, che sta prendendo il posto di quella dei babyboomers e che tra pochi anni costituirà l’ossatura di qualunque portafoglio clienti degno di questo nome. Eppure, pochi professionisti si cimentano in queste frequentazioni virtuali, e quelli che lo fanno spesso risultano un po’ maldestri nei loro tentativi di dirigere le discussioni verso i prodotti finanziari, quando ciò che chiedono i giovanissimi investitori è di essere ascoltati e di ricevere buoni consigli sulle scelte di vita da fare, non sugli specifici servizi di investimento.

I millennials non vogliono cultura finanziaria – quella, i social-investitori, già ce l’hanno – bensì un confronto da cui ricavare vera educazione finanziaria. Scrivono tutto, con tanto di nome, cognome e profilo anagrafico (alcuni pubblicano persino il proprio indirizzo e-mail), spaziando liberamente dalle cifre a disposizione alle possibilità di accantonamento. In più, quasi tutti dimostrano di conoscere bene l’importanza di individuare i bisogni e l’orizzonte temporale, nonché quella di fare una programmazione finanziaria delle proprie risorse, sia mobiliari che immobiliari.

Recentemente, mi sono imbattuto in questo post, che riporto qui fedelmente: “Da un po’ di tempo, ogni mese investo 700 euro in un PAC e dai 100 ai 150 euro in ETF che sembrano profittevoli, fermandomi ad un numero massimo di 100 azioni per ogni ETF. Mi si è aperta l’occasione di comprare un bilocale di 75 mq per 95.000 euro, sebbene necessiti di una ristrutturazione (solo facciata e balcone, ma ci sono incentivi del 110%). Questo bilocale risponderebbe al mio bisogno di andare via da casa dei miei genitori, che mi stanno mettendo un po’ di fretta (ho 32 anni). Certo, non pago bollette né cibo, ma ho una fidanzata che studia ancora e non lavora, per cui vorrei aspettare che lei sia indipendente prima di mettere su casa. Pertanto, stavo pensando di comprare questo bilocale, viverci per un po’ di tempo ed in futuro, tra una decina d’anni, affittarlo a 500 euro al mese, oppure venderlo. Ma così facendo potrei accumulare molto meno per via del mutuo, e personalmente ritengo inutile un PAC fatto con meno di 500 euro al mese. Avete qualche consiglio da darmi?”.

A prima vista, un consulente finanziario “older” potrebbe scambiare il post per uno di quei quesiti artefatti che si vedono nei corsi di formazione, dove il docente cerca di coinvolgere i discenti – tutti appartenenti ad una rete commerciale – sull’analisi dei bisogni. Ma il nostro millennial ha davvero le idee chiare: ha scelto dove investire, per quanto tempo investire e gli piace anche farlo, lo rende orgoglioso. Eppure, sente il “peso” di vivere ancora con i genitori, che più o meno velatamente lo sollecitano ad uscire da casa e diventare autonomo, imparando a gestire il proprio reddito. Il suo dilemma è chiarissimo: continuo ad accumulare, o compro casa? Le risposte ed i consigli che riceve sono tra i più disparati, ma si fa presto a capire l’identikit sociale di chi glieli dà. Eccone alcuni, tra i più rappresentativi.

1) Il consiglio del babyboomer: “… Personalmente continuerei il PAC, su di lui non paghi bollette e non va imbiancato periodicamente, per non parlare delle riunioni di condominio….”.

E-book gratuito sulla protezione del patrimonio familiare.

2) Il consiglio del millennial 1:  “…Da 33enne quale sono, capisco il tuo bisogno di indipendenza. La prima casa è importante per una futura convivenza, per cui parlane con la tua ragazza. Secondo me ti conviene sospendere temporaneamente il PAC, andare a convivere e riprenderlo in tempi migliori. Nella vita non esistono solo i soldi, e costruire una famiglia è di uguale importanza, se non superiore….”.

3) Il consiglio del millennial 2: “…Da qualche parte devi pur vivere. La questione non è tra bilocale o PAC, la domanda da porsi è: vivo per sempre dai miei genitori, mi compro una casa o ne cerco una in affitto? Io quando ho comprato casa non l’ho fatto basandomi su una scelta economica, ma sulla soddisfazione che la casa mi dava rispetto ad accumulare soldi. Farmi una famiglia era la mia priorità…”.

4) Il consiglio del consulente finanziario: “…In generale non giudico gli immobili un buon investimento, per quanto in questo periodo di cosiddette occasioni ce ne sono molte. Inoltre, le previsioni di inflazione in crescita faranno crescere il valore dei beni reali come gli immobili. Continua per quanto possibile i PAC, perché lavorare sul costo medio non ha mai deluso nessuno. Valuterai il futuro quando la tua ragazza avrà un lavoro e/o quando avrai esigenze abitative differenti. Ricordati di tutelare il capitale umano con delle polizze e di pensare anche alla tua pensione….”.

E voi, cosa avreste consigliato…?

Novembre 2021, nasce ufficialmente il mercato unico europeo del Crowdfunding

Le piattaforme italiane dovranno attrezzarsi per poter essere competitive, altrimenti dovranno fondersi con quelle di altri paesi europei per raggiungere la massa critica sufficiente. Investitori più tutelati, grazie ad una specifica profilatura e maggiori controlli.

Di Alberto Villa*

Non in molti sono al corrente che il 10 Novembre 2021 nascerà ufficialmente il Mercato Unico Europeo del Crowdfunding. Probabilmente – anzi, certamente – gli Stati membri utilizzeranno la proroga di un anno, concessa dalla normativa del Regolamento Europeo 2020/1503, per potersi adeguare alle nuove disposizioni, quindi con ogni probabilità la deadline verrà spostata a Novembre 2022. La logica sottostante è quella di predisporre una regolamentazione più coerente tra i diversi Paesi europei, sostituendo le normative nazionali frammentate e diverse tra loro. L’arrivo di questa novità porterà sicuramente dei cambiamenti ad un settore che, secondo il report del Politecnico di Milano, è in forte crescita. Ma cosa cambierà esattamente per il Crowdfunding rispetto al passato?

In primo luogo, l’obiettivo dichiarato ufficialmente dalla Commissione e dal Parlamento Europeo è quello di creare un mercato unico, armonizzato e più competitivo; in secondo luogo, quello di salvaguardare con norme più trasparenti e maggior controlli i potenziali investitori, specialmente quelli retail e non professionali, poiché la partecipazione attiva ad una campagna di Crowdfunding richiede un supporto di competenze “non tradizionali” che, nel caso di una startup, devono necessariamente privilegiare la conoscenza dei bilanci preventivi e, soprattutto, la determinazione del c.d. valore di Pre-money dichiarato dall’azienda che chiede di essere finanziata-partecipata e, quindi, del rendimento potenziale dell’investimento.

Le novità del Regolamento Europeo 2020/1503 riguardano, in primis, la licenza di cui dovranno essere dotate le piattaforme, poiché basterà ottenerla in un qualunque Stato Membro per poter operare in tutti gli altri, facendo precedere il tutto da una semplice notifica. Sarà poi l’ESMA ad istituire un registro di tutti i fornitori dei servizi di Crowdfunding, disponibile sul suo sito web e regolarmente aggiornato. Inoltre, riguardo l’ambito di applicazione, le nuove disposizioni si applicheranno a tutti i fornitori europei di servizi di Crowdfunding e fissano un limite massimo di 5 milioni di euro per ogni offerta su piattaforma, che la startup destinataria potrà ottenere entro un periodo massimo di 12 mesi.

In merito alla tutela degli investitori: le piattaforme dovranno dotarsi di indicatori specifici del rischio e simulatori in merito alla capacità di perdita dell’investimento. In riferimento alla loro remunerazione, le piattaforme dovranno assicurare ai potenziali investitori offerte di investimenti su base neutrale, e non potranno agire in conflitto di interessi, accettando remunerazioni, sconti o benefici non monetari per il fatto di canalizzare gli ordini degli investitori verso una particolare campagna.

Altro elemento normativo riguarda il sistema di Governance, che devono assicurare “…un’efficace e prudente gestione, comprese la separazione delle funzioni, la continuità operativa e la prevenzione dei conflitti di interesse, in modo tale da promuovere l’integrità del mercato e gli interessi dei propri clienti. Al fine di evitare conflitti di interesse, ai fornitori di servizi di Crowdfunding è impedita qualsiasi partecipazione alle offerte di Crowdfunding presenti sulle loro piattaforme e i principali conflitti di interesse, azionisti, i dirigenti e dipendenti e qualsiasi persona fisica o giuridica collegata a questi da un legame di controllo non devono agire in qualità di titolari di progetti in relazione ai servizi di Crowdfunding offerti sulle loro piattaforme”. Elemento importante risiede nella scheda contenente le informazioni chiave sull’investimento (Key Investment Information Sheet – KIIS), che riassume l’obbligo dei fornitori di servizi di Crowdfunding di fornire ai potenziali investitori una scheda – redatta dalla società titolare del progetto in almeno una delle lingue ufficiali dello Stato membro o in un’altra lingua accettata da tali autorità – contenente le informazioni chiave sull’investimento.

Anche riguardo alle autorizzazioni e alla vigilanza ci saranno novità importanti. Infatti, “….I fornitori di servizi di Crowdfunding forniranno le loro prestazioni sotto la vigilanza delle autorità competenti che hanno rilasciato l’autorizzazione, mentre l’ESMA istituisce un registro di tutti i fornitori. Il fornitore di servizi di Crowdfunding autorizzato potrà poi fornire i propri servizi anche a livello transfrontaliero, presentando una serie di informazioni all’autorità competente designata quale punto di contatto unico dallo Stato membro in cui è stata concessa l’autorizzazione…”.

CONSEGUENZE DERIVANTI DALL’ENTRATA IN VIGORE DELLA NORMATIVA – Dato che la normativa si applicherà sia all’Equity che al Lending Crowdfunding, ci saranno dei cambiamenti per gli emittenti dei progetti, le piattaforme e gli investitori. Infatti, dal momento che basterà ottenere la licenza di gestire una piattaforma in uno Stato membro per poter operare e raccogliere denaro in tutti gli altri Stati (previa una semplice notifica), i fornitori di servizi di Crowdfunding maggiormente sviluppati, come quelli di Francia e Germania, potranno operare la raccolta di progetti anche in Italia, dove operano circa 80 piattaforme di dimensioni medio-piccole e aventi volumi non sufficienti per raggiungere il pareggio tra costi e ricavi e un buon utile. Pertanto, è legittimo aspettarsi operazioni di consolidamento, fusioni e acquisizioni tra gli operatori italiani e quelli europei, al fine di raggiungere la “massa critica” e, parallelamente al progressivo sviluppo del settore e delle iniziative, assicurare stabilità economica.

Del resto, la nuova normativa porterà anche sensibili aumenti dei costi di adeguamento normativo, stimabili tra i 20 e i 60mila euro per ciascuna piattaforma. A questi si dovranno aggiungere tutte le spese necessarie per poter competere con concorrenti molto più strutturati, capaci di attrarre capitali maggiori e, quindi, maggiori ricavi. Solo a titolo di esempio, in Italia ogni campagna raccoglie mediamente intorno ai 150.000 euro, mentre in Francia supera il milione. Nel nostro Paese si parla ancora di un “settore di nicchia”, mentre in Germania il Crowdfunding viene considerato come un mercato che ha spazi per sviluppare tematiche ancora più innovative.

Relativamente agli investitori, le norme sono orientate, attraverso indicatori specifici di rischio, a determinare la reale capacità di sopportare perdite, attraverso un test d’ingresso di verifica delle conoscenze e una simulazione della capacità di sostenere patrimonialmente delle perdite. In particolare, i fornitori di servizi di Crowdfunding saranno obbligati a chiedere ai potenziali investitori poco evoluti una serie di informazioni circa l’esperienza, gli obiettivi di investimento, la situazione finanziaria e la comprensione di base sulle tipologie di investimento e sui loro rischi. In Francia, ad esempio, viene già utilizzata una profilatura completa del cliente per poter accedere alla campagna, e non è più sufficiente rispondere a poche domande.

In merito alla capacità di sostenere perdite, nella misura massima del 10% del patrimonio netto, l’investitore dovrà comunicare alcune informazioni, come il proprio reddito abituale ed il reddito totale, nonché la sua stabilità nel tempo; le sue attività patrimoniali, ivi compresi gli investimenti finanziari e i depositi in contante, con esclusione degli immobili a scopo privato o dei fondi pensione; e infine gli impegni finanziari, esistenti o futuri.

Consulente Finanziario Autonomo, socio AIAF e partner di M&V Private Corporate Advisor 

Corporate bond, da scegliere quelli delle aziende farmaceutiche e dei beni di consumo

Secondo Volker Schmidt di Ethenea, i  premi al rischio delle obbligazioni societarie sono scesi in misura significativa e sono vicini ai minimi storici. Adesso anche un portafoglio molto prudente può arrivare al 10% di esposizione azionaria.

“Nel contesto attuale, nel portafoglio Ethna-DEFENSIV ci concentriamo su obbligazioni di qualità con rating da positivo a molto positivo, integrando anche posizioni del segmento high yield, al fine di realizzare una performance aggiuntiva. In questo caso, puntiamo su aziende con business model stabili, appartenenti a settori relativamente indipendenti dai cicli economici, come per esempio i beni di consumo e i prodotti farmaceutici”. Queste sono le indicazioni di Volker Schmidt, senior portfolio manager di Ethenea Independent Investors.

Nel primo semestre 2021, due temi hanno dominato i mercati obbligazionari, soprattutto negli Stati Uniti, ossia l’inflazione e l’aumento dei rendimenti. A maggio, l’inflazione ha raggiunto il 5%, mentre l’inflazione media annua prevista per i prossimi dieci anni è salita a un massimo del 2,6% circa. I rendimenti dei Treasury Usa decennali sono anch’essi saliti, passando un rendimento pari allo 0,9% a inizio anno all’1,7% alla fine del primo trimestre 2021. Ciononostante, la Fed ha mantenuto invariata la sua politica di sostegno monetario, con bassi tassi d’interesse a breve termine e acquisti di obbligazioni, in quanto gli Stati Uniti sono ancora molto lontani dall’obiettivo della piena occupazione. Inoltre, secondo la banca centrale statunitense, gli attuali picchi d’inflazione non sarebbero che un fenomeno transitorio.

Per ora, quindi, la Fed si attiene alla sua politica monetaria, anche se i toni si fanno sempre più restrittivi. L’intenzione della Fed di monitorare da vicino l’andamento dell’inflazione e la domanda di obbligazioni in dollari da parte dei fondi pensione e degli investitori esteri hanno fatto sì che nel secondo trimestre l’aumento dei tassi d’interesse si interrompesse e i rendimenti dei titoli di Stato Usa a dieci anni tornassero all’1,5%. Per contro, da aprile la Bce ha accelerato il ritmo degli acquisti di obbligazioni governative e societarie, senza però riuscire a impedire del tutto l’aumento dei rendimenti a lungo termine, bensì solo a mitigarlo.

“Le misure di politica monetaria adottate dalle banche centrali hanno assicurato condizioni di finanziamento favorevoli. Di conseguenza, gran parte delle aziende è riuscita a finanziarsi sul mercato dei capitali a condizioni interessanti”, spiega Schmidt. “I premi al rischio delle obbligazioni societarie sono scesi in misura significativa e sono vicini ai minimi storici in tutte le classi di rischio. Una serie di banche centrali di minori dimensioni, come la Bank of Canada o la Bank of England, ha nel frattempo iniziato a ridimensionare gradualmente le proprie politiche monetarie accomodanti. È probabile che nei mesi a venire la Federal Reserve segua questi esempi, il che dovrebbe portare a un nuovo aumento dei rendimenti nel medio termine. Se, contrariamente alle aspettative, la banca centrale porterà avanti i programmi di sostegno, ciò dovrebbe sostenere lo scenario di rendimenti bassi negli Usa, ma farà anche crescere il rischio di un eccessivo aumento dei di tassi d’inflazione”.

“In questa situazione, manteniamo un posizionamento prudente nel portafoglio Ethna-DEFENSIV”, conclude Schmidt. “In un contesto che vede i rendimenti salire solo lentamente e alla luce della crescita economica sostenuta e dell’aumento degli utili societari, desideriamo sfruttare le opportunità offerte dai mercati azionari portando l’esposizione azionaria del fondo al 10% circa. Al contempo abbiamo ridotto la duration del portafoglio obbligazionario a circa cinque anni: questi livelli ci sembrano al momento adeguati, in quanto il rischio causato da tassi d’inflazione eccessivi e dall’aumento dei rendimenti è limitato, mentre i rendimenti offerti in questo segmento di scadenze sono ancora ragionevoli, soprattutto per le emissioni denominate in dollari”.

Cresce la fiducia dei millennials nelle criptovalute, ma l’insidia è dietro l’angolo

Finanziariamente “ineducati”, i risparmiatori più giovani valutano con un certo interesse l’investimento in Bitcoin, anche come fondo pensione o come strumento che assicuri un rendimento reale positivo del capitale al netto dell’inflazione.

Tre mesi fa il prezzo del Bitcoin segnava il suo massimo storico di quasi 65.000 dollari; da allora, un crollo verticale fino agli attuali 31.700 dollari circa, con una perdita teorica del 51%. La correzione-monstre, peraltro, è arrivata in maniera del tutto inaspettata, poiché molti analisti prevedevano la continuazione di un ciclo rialzista da record.

Le criptovalute ci hanno abituato ad una certa volatilità, per cui chi ci ha messo dentro del denaro lo ha fatto in modo marginale. Però, negli ultimi 9 mesi il Bitcoin aveva ricevuto un importante endorsement da parte di fondi speculativi e personaggi di spicco del mondo industriale (Elon Musk, soprattutto), i quali hanno poi, altrettamento rapidamente, fatto marcia indietro quando qualcuno ha fatto notare come il c.d. mining andasse contro le problematiche di sostenibilità ambientale. La stessa Unione Europea – è notizia di pochi giorni – ha messo le mani avanti sulla criptovaluta continentale, rinviando di qualche anno il momento della sua entrata sul mercato.

Pertanto, varrebbe la pena chiedersi se, nel medio periodo, il Bitcoin e le altre maggiori criptovalute siano destinate a raggiungere nuovi massimi, e soprattutto se la contrazione in corso è solo una interruzione temporanea della traiettoria rialzista, oppure la tendenza generale sia quella ribassista nel lungo termine premonizzata da Warren Buffett. La risposta a questo secondo quesito, in particolare, è importante perché non mancano gli analisti che consigliano ai propri clienti millennials di accumulare investimenti alternativi, oro e Bitcoin, motivando la scelta con la sempre più stretta correlazione della criptovaluta con il mercato azionario tradizionale. Altri, invece, prevedono un enorme sell-off delle azioni che, nell’immediato, potrebbe spingere gli investitori ad affidarsi ai Bitcoin come bene rifugio.

Qualunque sia la risposta a queste domande, le criptovalute stanno ormai segnando un confine sensibile tra le abitudini di investimento dei babyboomers e quelle dei millennials. Secondo una recente ricerca di Coindance, infatti, il 48% circa di compra bitcoin ha un’età compresa tra 25 e 34 anni, e cioè i millennial più giovani; se a questi sommiamo la percentuale dei millennial un pò più maturi (35-44 anni), che sono il 28%, le criptovalute sono un appannaggio (76%) della generazione dei millennial, che sono caratterizzati dall’avere una visione omogenea dei propri bisogni finanziari in tutto il mondo. Per esempio, un australiano su cinque ritiene che le criptovalute siano una ottima soluzione per risparmiare finalizzando l’accantonamento all’acquisto della casa, sia per il track record del Bitcoin – che non autorizza a sognare – sia per una certa diffidenza sugli strumenti finanziari tradizionali, considerati non più adeguati e/o affidabili.

Da sempre poco inclini all’investimento immobiliare, per il 40% dei millennial le criptovalute rappresentano una valida alternativa agli immobili, che continuano ad essere amati solo dai babyboomers (i quali non amano affatto i bitcoin). Tutto ciò non è una sorpresa, poiché oggi le persone più giovani vogliono pagare in modalità digitale e mostrano grande interesse, fin dalla maggiore età, ai prodotti digitali e alla tecnologia blockchain, ovvero alla finanza decentralizzata, sebbene questo interesse cresca in funzione della ricchezza personale. Secondo un sondaggio della CNBC, infatti, quasi la metà dei milionari millenial ha almeno il 25% della propria ricchezza investita in criptovalute, ed è il loro elevato grado di percezione positiva verso bitcoin & co. a spingerli ad investire in uno strumento che li “collega” a livello generazionale con il mondo digitale in cui essi sono nati o cresciuti culturalmente. In più, le criptovalute consentono di investire, nelle piattaforme ufficiali e verificate, dover detenere un deposito titolo o persino un conto in banca.

Questo scenario è il naturale portato della scarsa educazione finanziaria dei più giovani, i quali hanno ereditato dai genitori il medesimo (basso) livello di conoscenza della finanza. Pertanto, anziché affidarsi ad un consulente finanziario, moltissimi millennial della fascia d’età più giovane preferiscono fare (e rischiare) da soli, nonostante l’investimento in criptovalute sia da considerare insidioso, volatile e stressante. Ciò che li spinge è la fiducia su queste tecnologie, che secondo loro hanno il potenziale per risolvere i problemi più grandi del futuro, come la pensione e la tutela della salute.

Investire in Startup è questione di metodo, non di emozioni. In arrivo il tool di rating Startup Fixing

L’investimento in startup non può essere dettato solo dalle preferenze di natura emozionale, ma da un metodo razionale e replicabile per qualunque progetto di Equity Crowdfunding. A Settembre disponibile il tool di rating Startup Fixing dell’italiana ProjectBI.

Le recenti ricerche sui criteri di scelta adottati da chi ha investito in startup attraverso le piattaforme di Crowdfunding hanno rivelato che le loro preferenze sono dettate prevalentemente da elementi emozionali, i quali spesso consentono di “superare” persino il naturale sentimento di prudenza che si prova generalmente quando si acquistano azioni nei mercati regolamentati e che guida le nostre scelte. Infatti, è importante essere sempre informati sulle prospettive dell’azienda di cui diventiamo azionisti, ed la circostanza che i titoli siano quotati ufficialmente non deve costituire un deterrente verso la conoscenza di tutti gli elementi utili.

In buona sostanza, si tratta di un processo razionale – almeno così dovrebbe essere, nella maggior parte dei casi – che dà priorità al metodo, e relega l’emotività ad elemento del tutto secondario. Nel campo dell’Equity Crowdfunding, invece, si ha la sensazione che le scelte vengano dettate prevalentemente  da elementi emozionali o irrazionali, come l’interesse per un tema di importanza collettiva (clima, energie alternative, biotecnologie etc) oppure per le applicazioni informatiche di largo consumo. La  stessa Consob, sull’argomento, ha segnalato questa criticità nel suo sito dedicato all’Educazione Finanziaria “…il preponderante elemento emozionale nelle scelte di investimento in startup poste in essere dai risparmiatori, soprattutto non professionali, e il rischio di truffe, sono da tenere in considerazione prima di un investimento…..”.

Pertanto, è necessario uscire dalla “logica emozionale”, ma per farlo correttamente serve un metodo razionale di scelta e replicabile in tutti i progetti dell’Equity Crowdfunding. Su queste basi, la collaborazione di professionisti specializzati in diversi settori della finanza aziendale ha portato allo sviluppo di Startup Fixing, un tool di analisi che racchiude e sintetizza diverse discipline e competenze. Il tool è stato sviluppato da ProjetBI srl, che è essa stessa una startup innovativa italiana già conosciuta per aver creato nel 2018 (per conto di  Giuffrè Editore) la app “Indicatori di allerta”, finalizzata ad individuare precocemente segnali di crisi aziendale alla luce anche della riforma sulla Crisi d’impresa.

Ai fondatori di ProjectBI Carlo Mauri (Commercialista, Revisore ed Analista finanziario) e Roberto Massucco (Ingegnere Gestionale specializzato in sistemi informatici di analisi finanziaria) si è presto unito Alberto Villa, consulente finanziario autonomo, che ha portato il suo contributo di esperienza nella  formazione di assets d’investimenti, rendendo fruibile il tool agli investitori professionali e permettendo loro di beneficiare del set informativo che mette in evidenza, per tutte le proposte d’investimento in startup o in PMI innovative, l’intrinseca rischiosità ed il possibile rendimento atteso.

La fonte dei dati che alimentano il sistema di Startup Fixing sono gli stessi documenti obbligatori presenti  e pubblicamente consultabili nelle diverse piattaforme di Equity Crowdfunding. In particolare, vengono selezionati ed archiviati i dati economico-finanziari presenti nei business plan e nei bilanci. Le informazioni quantitative archiviate nel database passano alla successiva fase di analisi, dalla quale si genera finalizzata una scheda di valutazione sintetica relativa al progetto proposto sulla piattaforma. “Il fulcro di Startup Fixing – spiega Carlo Mauri – si fonda sulla coerenza tra rischio e rendimento, che deve rispettare il postulato fondamentale di ogni scelta di investimento finanziario, e cioè che ad un maggior rendimento corrisponde sempre un maggior rischio”. “Pertanto – aggiunge Mauri – abbiamo individuato dei criteri che ci consentono di apprezzare gli sviluppi del progetto in chiave prospettica, basandoci esclusivamente sulle informazioni di carattere economico e finanziario presenti nei business plan, senza apportare alcuna modifica od integrazione. In particolare, grazie al tool di Startup Fixing, siamo in grado di determinare il rendimento netto teorico atteso, assumendo che la vendita delle quote della startup si realizzerà nell’ultimo anno indicato all’interno del progetto”.

In sintesi, il tool Startup Fixing (che sarà disponibile in rete da Settembre) adotta come criterio di valutazione il metodo universalmente utilizzato per questo tipo di investimenti, denominato “Venture Capital Method”. Per quanto riguarda la verifica dell’adeguatezza del c.d. valore di Pre-Money, dichiarato nel business plan del progetto, al valore futuro dell’azienda, il tool Startup Fixing applica un tasso di attualizzazione implicito derivante dal metodo di attualizzazione dei flussi di cassa (DCF). “In ogni progetto di startup – spiega Carlo Mauri – il rischio maggiore è rappresentato dal valore di Pre-Money, che viene attribuito dagli stessi soci del progetto e, quindi, sconta la possibilità di essere un po’ troppo generoso. Se il valore determinato con il metodo DCF è sufficientemente maggiore rispetto al tasso espressione del rischio del settore di riferimento (che è una grandezza conosciuta), questo significa che chi ha redatto il business plan ha tenuto debitamente conto dell’elevato rischio specifico che inevitabilmente caratterizza progetti di questa natura”. La risultante finale di questo processo di analisi è un rating sintetico, che attribuisce un numero di “stelle” (da 1 a 5) quale espressione qualitativa del giudizio di Startup Fixing in funzione di alcuni parametri fondamentali. Più precisamente, il rating sarà più elevato:

– se il rendimento netto teorico atteso supera (o meno) il benchmark di rendimento predeterminato per questo tipo d’investimenti;
– se il business plan espone la presenza di almeno un brevetto, rendendo più difendibile l’azienda (e i suoi azionisti) dalla concorrenza;
– se la startup non beneficia di finanziamenti da parte di terzi;
– se il valore Pre-Money di partenza, autodeterminato dai fondatori della startup/Pmi, sconta adeguatamente il livello di rischio specifico del progetto in misura tale da ridurre lo stesso valore Pre-money ad un livello più conveniente per l’investitore.

Oggi le startup e le Pmi innovative godono di una particolare attenzione non solo da parte delle autorità italiane ed europee – basti pensare alle generose disposizione in materia fiscale per gli investitori, recentemente emanate dal nostro Governo – ma sempre di più anche da parte degli investitori e dei loro consulenti, e la forte crescita della raccolta fatta negli ultimi due anni lo testimonia. La tendenza ad investire nella c.d. economia reale viene sollecitata sempre più spesso dalle Istituzioni, e si ritiene che nel giro di qualche anno anche il settore delle startup e del Crowdfunding, con le dovute limitazioni in relazione ai profili di rischio, farà parte dei portafogli di tutti i risparmiatori, ma sia le nuove aziende che i futuri distributori (banche, reti, piattaforme indipendenti) dovranno dotarsi di uno strumento di analisi preventiva come Startup Fixing.

Il mattone per investimento convince ancora. Rendimento medio annuo del 5% nelle grandi città

Secondo Tecnocasa, i babyboomers e i tardo-millennials considerano ancora il mattone una modalità per diversificare il proprio portafogli, essendo una tipologia di investimento che ha già subito un forte ribasso delle quotazioni. Attenzione a servizi e zona, con un occhio alla rivalutazione del capitale.

Il mercato immobiliare sta lanciando importanti segnali di ripresa, come hanno dimostrato i dati di chiusura del 2020 e quelli relativi ai primi tre mesi del 2021. Riassumendo, nel 2020 si è registrata una contrazione degli acquisti per investimento (dal 17,9% al 16,5%) mentre è aumentata la percentuale di chi acquista per comprare la casa vacanza. Dalla fine del primo trimestre, in concomitanza con la riapertura dei settori produttivi ed il graduale allentamento delle restrizioni, le reti nazionali di mediazione immobiliare segnalano un rinnovato desiderio di acquisto per investimento, complice il miglioramento della fiducia e anche la liquidità accumulata durante il lockdown.

Secondo l’ufficio studi Tecnocasa, gli investitori – in particolare i babyboomers e i tardo-millennials – considerano ancora il mattone una modalità per diversificare il proprio portafoglio, essendo adesso una tipologia di investimento che ha già subito un forte ribasso delle quotazioni e con ipotesi di stabilità di reddito e valore a lungo termine. Inoltre, nell’ultimo anno la diminuzione dei turisti ha fermato chi acquistava con l’intenzione di fare attività ricettiva, soprattutto nelle grandi città, ma non ha trattenuto coloro che hanno voluto acquistare comunque una casa per puntare sulla sua futura rivalutazione e per ottenere comunque un rendimento da locazione, che resta interessante (2,2% annuo per bilocali e trilocali) nonostante la riduzione dei canoni che si è registrata nel 2020.  

Relativamente ai rendimenti annui lordi, i dati di Tecnocasa restituiscono un risultato del 5,0% per un bilocale di 65 mq nelle grandi città italiane, e le metropoli che spiccano per avere i rendimenti maggiori sono: Genova e Verona, con il 6,2 e il 6,1%, Palermo con il 6% e al terzo posto Bari con il 5,4%. Un target, sempre molto apprezzato dagli investitori, è quello degli studenti, nonostante siano stati in parte assenti dalle aule durante la pandemia. In questo caso i quartieri vicini agli atenei o con essi ben collegati sono stati i preferiti.

Altro aspetto da considerare, il cui peso è aumentato soprattutto dopo la pandemia, è la presenza dei servizi (negozi, supermercati, scuole, ecc) all’interno dei quartieri. Questi elementi consentono di valutare l’acquisto per investimento nell’immediato, ma c’è anche chi decide di investire sul mercato immobiliare scommettendo sul futuro. E in tal caso, ad essere interessate sono le aree sottoposte ad interventi di riqualificazione e che hanno in sè tutte gli elementi per potersi rivalutare. Si potrebbe per esempio guardare ai quartieri che saranno serviti da fermate della metropolitana, in particolare quelli più periferici possono arrivare anche rivalutazioni a due cifre. Nel 2020 e nel primo trimestre 2021, la tipologia immobiliari più acquistata con questa finalità è stata il bilocale, con il 34,4% delle preferenze, a seguire i trilocali con il 26,4%.

In genere, chi investe nel settore immobiliare per il lungo periodo non guarda solo ai rendimenti da locazione, ma anche e soprattutto alla rivalutazione del capitale. A tal proposito, dal 1998 al 2020 (grandi città italiane) la rivalutazione media è stata del 37,1%. Quella che si è rivalutata maggiormente è stata Milano con 103,7%, seguita da Firenze con il 66,0% e Napoli con il 64,3%.

Mutui acquisto casa 2021. Nel primo trimestre tiene il mercato del credito

Il mercato dei mutui riparte in maniera importante, e si lascia alle spalle un periodo di transizione caratterizzato dall’emergenza sanitaria. Crescita del 41,8% per le operazioni a supporto di un acquisto immobiliare, calo del 18,4% per le operazioni di sostituzione e surroga.

Di Renato Landoni*

Secondo i dati riportati nel report Banche e Istituzioni finanziarie – I trimestre 2021 pubblicato da Banca d’Italia a fine giugno analizzati da Kìron (Gruppo Tecnocasa), le famiglie italiane hanno ricevuto finanziamenti per l’acquisto dell’abitazione per 14.722 milioni di euro nel primo trimestre 2021, e rispetto allo stesso trimestre del 2020 si registra una crescita delle erogazioni pari a +29,2 %, per un controvalore di oltre 3.3 miliardi di euro.

Pertanto, il mercato dei mutui riparte in maniera importante, e si lascia alle spalle un periodo di transizione caratterizzato dall’emergenza sanitaria. Infatti, i dati relativi alle erogazioni evidenziamo una crescita del 41,8% delle operazioni a supporto di un acquisto immobiliare, mentre calano del -18,4% le operazioni di sostituzione e surroga; segno che il mercato sta tornando ad incentrarsi sulle operazioni di acquisto anche a fronte delle mutate esigenze della famiglia nel periodo post-Covid. Cala, quindi, il rapporto tra surroghe e totale delle erogazioni proseguendo nel trend di discesa che dura dal secondo trimestre dello scorso anno.

Le previsioni per i prossimi mesi del 2021 indicano che la crescita dell’attività economica, grazie anche agli effetti del pacchetto di stimoli all’economia che ha interessato il nostro Paese, si rifletterà sulle condizioni finanziarie e sul clima di fiducia delle famiglie favorendo il ricorso al credito. La domanda di credito, in particolare, sarà sostenuta anche dalla ripresa dei consumi e dai bassi tassi di interesse per tutto il 2021 e buona parte del 2022. I finanziamenti alle famiglie per l’acquisto delle abitazioni cresceranno grazie al contributo della moderata ripresa degli investimenti in costruzioni, dai tassi di interesse ancora molto favorevoli e dalle nuove necessità abitative emerse nell’ultimo periodo.

Al contrario, la componente di surroga e sostituzione si ridurrà ulteriormente, anche in considerazione del fatto che gran parte dello stock mutui correnti è stato già surrogato o rinegoziato.

* Renato Landoni, Presidente Kìron Partner S.p.A. – Gruppo Tecnocasa