Settembre 15, 2026
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Finanza Personale

Mercato mutui 2021. Crescono le operazioni legate all’acquisto della casa

Se la crescita dovesse essere confermata dai dati di fine anno, il volume complessivo dei mutui erogati si porterebbe a ridosso dei massimi storici registrati nel 2006-2007. Volumi a 31,3 miliardi di euro con un aumento del +34,7%.

Di Renato Landoni

Le famiglie italiane hanno ricevuto finanziamenti per l’acquisto dell’abitazione per oltre 16,6 miliardi di euro nel 2021 (dati a giugno). Rispetto allo stesso trimestre del 2020 si registra una crescita significativa delle erogazioni pari a +39,9%, per un controvalore di circa 8 miliardi di euro. È quanto emerge dai dati riportati nel report Banche e Istituzioni finanziarie pubblicato da Banca d’Italia.

Una prima parte dell’anno decisamente positiva: oltre 31,3 miliardi di euro i volumi erogati con un aumento, rispetto al pari periodo del 2020, del +34,7% per un controvalore di circa 8 miliardi di euro. Lo sviluppo del mercato risulta quindi essere solido in quanto è imperniato sulla crescita della componente di mutui per l’acquisto, che storicamente è quella più “stabile”, rispetto alla componente “sostituzione e surroga” che sono finalità legate all’andamento ciclico dei tassi. Infatti, dopo il moderato calo nei primi tre mesi del 2021, nel secondo trimestre la domanda di mutui e quella di credito al consumo delle famiglie sono aumentate, sospinte dalle migliori prospettive del mercato degli immobili, dalla maggiore fiducia dei consumatori e dal basso livello dei tassi di interesse.

In crescita nel semestre del 46,5% le operazioni a supporto dell’acquisto immobiliare, mentre calano del -6,8% le operazioni di surroga e sostituzione il cui peso sul totale delle erogazioni si sta lentamente riducendo ed è arrivato a toccare, nel secondo trimestre del 2021, il 14,4%. Il fenomeno della crescita del mercato della sostituzione e della surroga aveva sostenuto le erogazioni durante la fase di sviluppo della pandemia, anche in virtù dei tassi ai minimi storici. Ora stiamo assistendo ad una nuova fase che, come abbiamo già detto, è più strutturale e saldamente legata alla crescita delle compravendite immobiliari. Se la tendenza dovesse confermarsi nei prossimi mesi, potremmo assistere a fine anno a numeri di crescita importanti che potrebbero portare il volume complessivo dei mutui erogati a ridosso dei massimi storici registrati nel 2006-2007.

Tiene quindi la domanda di credito alle famiglie, che molto probabilmente durerà per buona parte del 2022. I finanziamenti alle famiglie per l’acquisto dell’abitazione cresceranno grazie al contributo della ripresa degli investimenti in costruzioni, dei tassi di interesse ancora molto favorevoli e dalle nuove necessità abitative emerse nell’ultimo periodo. Al contrario, la componente di surroga e sostituzione si ridurrà ulteriormente anche in considerazione del fatto che gran parte dello stock mutui correnti è stato già surrogato o rinegoziato. Le attese sono per una chiusura d’anno intorno ai 59 mld di euro erogati.

*Renato Landoni, Presidente Kìron Partner S.p.A. – Gruppo Tecnocasa

La casa immaginata dagli italiani. Una ricerca svela come cambiano le preferenze

Casa.it presenta i risultati della ricerca “La casa che immagino”, con cui ha dato voce ai propri utenti per capire come sono cambiate le loro aspettative e priorità immobiliari. Ecco dove le persone sognano la loro futura abitazione.

Sulla scorta dei profondi cambiamenti avvenuti nella domanda di abitazioni post-pandemia, il portale Casa.it ha coinvolto 3.600 persone nella ricerca denominata “La casa che immagino”, concepita per comprendere come le persone immaginano oggi la loro futura casa, le loro aspirazioni e priorità quando la cercano, e come queste siano cambiate negli ultimi due anni.

“Sono cresciuti la necessità e il desiderio di avere case grandi, luminose e confortevoli, vicino a spazi verdi e soprattutto vicino ai punti d’interesse utili per la vita quotidiana”, commenta Daniela Mora di Casa.it. In termini di obiettivi, l’acquisto della prima casa è quello principale per chi cerca casa oggi (39% degli intervistati), seguito da chi la comprerebbe per sostituire la prima casa con una più grande (27%) e da chi, al contrario, la comprerebbe per sostituire la prima casa con una più piccola (9%). Di contro, il 17% degli intervistati prenderebbe una casa in affitto quale scelta momentanea in attesa di acquisto (23% delle preferenze), oppure per motivi di lavoro (19%).

L’appartamento e la casa indipendente sono le tipologie più richieste; le persone cercano soprattutto case grandi e già abitabili o nuove. In dettaglio, il 42% degli intervistati cerca un appartamento, il 25% una casa indipendente, il 7% un attico, il 6% una villa, il 6% una villetta a schiera, il 5% una casa bifamiliare/tri familiare, il 4% un rustico/casale, e a seguire le altre tipologie. I trilocali, i quadrilocali e gli appartamenti con più di cinque locali sono in cima alle preferenze con rispettivamente il 33%, 29% e 25%. Il bilocale ottiene il 12% delle preferenze e il monolocale soltanto l’1%. Il 61% preferisce una casa già abitabile, il 26% una casa nuova, solo il 13% una casa da ristrutturare.

Le giovani coppie sognano la casa in periferia (44%), mentre i giovani single e le persone più adulte preferiscono il centro città (27%). Preferite anche le località di mare (13%), i piccoli borghi (10%), i paesini in montagna (4%) o sul lago (2%). A preferire maggiormente la casa in periferia sono maggiormente le coppie con o senza figli, rispettivamente 46% e 44%, ma anche i giovani adulti dai 26 ai 34 anni (55% del gruppo specifico) e dai 35-44enni (51%). Salendo con l’età, la preferenza per la periferia cala: solo il 40% dei 45-54enni cerca casa in periferia, il 34% dei 55-64enni e il 30% degli ultrasessantacinquenni. Invece il centro città è preferito soprattutto dai 18-25enni (37%) e dagli over 65 (31%), ma anche dai single (33%) e dalle famiglie monoparentali (28%). Una casa in un piccolo borgo è desiderata soprattutto dai 35-44enni (12%). Al crescere dell’età aumenta, quindi, il desiderio di abitare fuori città, al mare, in montagna e al lago.  

In testa alla classifica dei contesti di maggiore interesse ci sono negozi e servizi (54%), con un cambio rispetto ad un anno fa quando gli spazi verdi, giardini e parchi erano al primo posto con il 60% delle preferenze (oggi al secondo posto con il 53%). Di alto gradimento, naturalmente, anche la presenza di supermercati (48%), mezzi pubblici (39%), lavoro (25%), scuola e luoghi per il tempo libero (23%) e il mare (18%). Abitare vicino alla casa dei nonni (9%) è più importante di abitare vicino alla montagna (6%) o al lago (5%).

Dopo la pandemia, per gli italiani gli spazi essenziali nella futura casa sono il giardino privato e il box/garage a pari merito, al contrario di un anno fa quando l’esperienza del lockdown aveva portato al primo posto il giardino privato con il 58% delle preferenze con +7% rispetto al box/garage. Oggi gli altri spazi essenziali sono il soggiorno (49%), la cucina abitabile (47%), il terrazzo (46%), 2 o più bagni (45%), la cameretta per i figli (37%), il balcone (34%), il ripostiglio (31%). Seguono il locale lavanderia (26%), la camera per gli ospiti e la cantina (23%), la cucina a vista (21%), la cabina armadio (18%), lo studio o spazio per lo smart working (17%), la stanza/luogo per le passioni (14%) e l’area palestra (4%). La cabina armadio, in particolare, è essenziale soprattutto per single e coppie senza figli, mentre il box/garage soprattutto per le coppie che siano con figli o senza, rispettivamente 54% e 53%.

Tra le caratteristiche o i servizi che la futura casa dovrebbe avere, al primo posto troviamo la luminosità, con il 71% delle preferenze, al secondo il riscaldamento autonomo (62%), al terzo una bella vista (46%), al quarto l’aria condizionata (38%), al quinto la connessione Internet veloce (32%), al sesto una casa più grande di quella attuale (30%), al settimo l’accessibilità con il resto della città e l’esterno (28%), all’ottavo l’elevata classe energetica (27%), al nono l’isolamento acustico (25%), al decimo il cortile (18%), all’undicesimo la domotica (9%), al dodicesimo la casa modificabile con pareti mobili (6%), al tredicesimo il servizio di portineria (5%), al quattordicesimo i locker per le consegne a domicilio (3%).

La responsabilità civile dei patrimonials e l’accantonamento per il “non si sa mai”

Sono ancora tanti i babyboomers che accantonano denaro “per ogni evenienza” anziché proteggersi con una polizza assicurativa di responsabilità civile e/o professionale. Il problema è che, quando l’evenienza si verifica, il denaro accantonato spesso non è nemmeno sufficiente a rifondere il danno ai terzi.

Stavo saldando, mi è partita una fiamma. Non sapevo che nell’intercapedine ci fosse un materiale coibentante infiammabile“. Così ha dichiarato, in preda alla disperazione, il fabbro che qualche settimana fa, chiamato da un inquilino, stava installando una cassaforte in un attico torinese da cui, come hanno stabilito i vigili del fuoco, è partito l’incendio.  Da quel momento il professionista delle casseforti è sotto indagine della procura – l’accusa è di incendio colposo – e presto dovrà rendere conto in sede civile del risarcimento di tutti i danni causati dal rogo che ha distrutto i piani alti di un isolato in pieno centro del capoluogo piemontese.

Da un istante all’altro, il tempo di una scintilla che ha acceso del materiale infiammabile, e il fabbro – con ditta operante nel settore da lunga data – si ritrova debitore di qualche milione di euro. Infatti, il valore stimato degli appartamenti andati distrutti è di circa 2,5 milioni di euro, più i danni non patrimoniali-biologici per gli inquilini che faranno salire l’importo complessivo ben oltre i 3 milioni. La domanda è: come farà a pagare? L’assicurazione di responsabilità professionale, qualora ci sia, coprirà l’intera cifra, o prevede una franchigia? La polizza rischio incendio dell’edificio rifiuterà di coprire i danni, oppure risarcirà gli inquilini e poi si rivarrà sul fabbro?

Questa vicenda di cronaca insegna una piccola grande verità: se sei un professionista o un imprenditore, il rischio di diventare debitore senza aver contratto formalmente un debito è sempre presente, soprattutto quando si parla di responsabilità professionale verso terzi. In realtà, anche la “semplice” responsabilità civile può determinare l’obbligo di risarcire danni causati a persone o cose e non riguardanti la famiglia, e ciò può avvenire sia in forma diretta che indiretta. L’importante è assicurarsi, in modo tale da invertire il processo di rimborso da parte della compagnia: non all’assicurato autore del danno, ma direttamente a chi lo ha subito.

La fonte normativa di questa particolare tipologia di copertura assicurativa sta nell’art. 1917 del Codice Civile, che rispetto all’assicurazione di responsabilità civile recita “l’assicuratore è obbligato a tenere indenne l’assicurato da quanto questi deve pagare ad un terzo in considerazione di un fatto accaduto durante il tempo dell’assicurazione, in dipendenza della responsabilità dedotta dal contratto. Sono esclusi i danni derivanti da fatti dolosi”. Pertanto, una polizza del genere assicura il patrimonio dell’assicurato, e più precisamente lo copre dal rischio di potenziale diminuzione di patrimonio derivante da un eventuale risarcimento a terzi. Di conseguenza, si stratta di uno strumento di protezione patrimoniale che, agendo dal lato della prevenzione, dovrebbe essere utilizzato da qualunque patrimonial[1].

Come tutte le coperture assicurative, bisognerà prestare grande attenzione al massimale assicurato, e cioè alla somma massima che l’assicuratore si obbliga a pagare all’assicurato in caso di sinistro a lui imputabile per fatto non doloso. Questo massimale, infatti, potrebbe essere automaticamente decurtato da una franchigia che, sebbene faccia scendere il prezzo della polizza anche del 30-40%, si rivela come un boomerang allorquando il danno causato a terzi è di entità elevata, come nel caso del fabbro torinese. In casi come quello, infatti, una franchigia del 10% significherebbe lasciare nelle mani dell’assicurato l’obbligo di pagare diverse centinaia di migliaia di euro di tasca propria.

In ogni caso, non c’è contenzioso civile che non richieda l’intervento di un avvocato che sostenga la propria difesa e cerchi di limitare i danni. Gli avvocati, però, costano parecchio, così come può essere piuttosto elevata la c.d. soccombenza nelle spese legali della controparte in un eventuale procedimento civile di natura risarcitoria. Di conseguenza, sottoscrivere l’appendice di polizza – o meglio ancora una polizza dedicata – per la copertura delle spese legali in caso di controversia è un ulteriore atto di protezione patrimoniale che però deve sottostare a precise regole di “ingaggio”: è l’assicuratore che si occupa della gestione della vertenza e di organizzare la linea difensiva, e l’assicurato deve accettare la linea e non deve prendere iniziative personali con la controparte. In quest’ultimo caso, infatti, le spese sostenute non verrebbero rimborsate dalla compagnia. Contestualmente, esiste l’obbligo per l’assicurato di collaborare senza ostacolare in alcun modo l’operato della compagnia nella gestione della vertenza. In caso contrario, quest’ultima può rivalersi sull’assicurato per eventuali sue inadempienze degli obblighi contrattuali.

In definitiva, l’effetto più benefico di una copertura assicurativa per la responsabilità civile e/o professionale è quello, da un lato, di trasferire il rischio ad un terzo soggetto (la compagnia assicurativa) e, dall’altro, quello di accantonare risparmio per altri scopi, più concreti e “performanti”, del non si sa mai. Eppure, Sono ancora tanti i babyboomers che accantonano denaro per ogni evenienza e non si proteggono attraverso una di queste polizze così utili e pratiche, vivendo quindi “pericolosamente” la propria vita lavorativa. Spesso, infatti, quando la famigerata evenienza si verifica, il denaro accantonato non è nemmeno sufficiente a rifondere il danno ai terzi, e diventa necessario fare ricorso all’indebitamento.

[1] Individuo o gruppo familiare detentore di una ricchezza mobiliare e immobiliare pari ad almeno 750.000 euro. Tale classe di individui identifica massimamente i c.d. babyboomer, ossia i nati tra il 1955 ed il 1965, periodo del boom economico italiano.

Crowdfunding immobiliare, previsioni di crescita impressionanti

Secondo le previsioni, il mercato del crowdfunding immobiliare crescerà ad un tasso stratosferico del 33,4% l’anno da qui al 2028. Il settore in Europa vale già 7 miliardi di euro, nel 2028 arriverà a 94 miliardi.

Dopo un lungo periodo di gestazione e di deregulation, anche il mercato immobiliare europeo ha finalmente il suo settore “alternative investment”. Infatti, le tutele previste dai nuovi regolamenti dell’UE sul Crowdfunding, che entreranno in vigore il prossimo mese di Novembre, assicureranno un elevato livello di legittimità sia al settore immobiliare che alle piattaforme di investimento, attirando finalmente l’attenzione degli investitori retail che faranno confluire liquidità sul mercato attivando un ciclo di crescita forsennato. Infatti, secondo le previsioni il mercato globale del Crowdfunding Immobiliare crescerà ad un tasso “stellare” del 33,4% l’anno da qui al 2028, ed il valore complessivo in Europa passerà dagli attuali 7 miliardi di euro del 2021 (erano 5 miliardi nel 2020) ai 94 miliardi del 2028.

Il nuovo regolamento UE, del resto, nasce per rafforzare un mercato ancora per pochi e diffuso in modo irregolare nell’Unione, ampliando in modo esponenziale il mercato potenziale e consentendo l’acquisizione di nuove opportunità economiche per tutti gli attori. La necessaria due diligence prevista dai regolamenti per le piattaforme, in particolare, restituirà sicurezza ai investitori nelle loro decisioni di investimento, poiché i requisiti di idoneità e appropriatezza, da verificare preliminarmente, garantiranno il rispetto del migliore interesse dei clienti in ogni momento. Inoltre, il regolamento europeo prevede requisiti specifici per gli operatori del mercato e una loro severa selezione, per cui ci saranno meno partecipanti ma opportunità di investimento più sicure.

Con il nuovo schema europeo, le piattaforme di crowdfunding immobiliare potranno collaborare con i c.d. sviluppatori e con le società di costruzioni di tutta Europa per progetti di importo non superiore a 5 milioni di euro, ed è prevedibile che, con l’aumentare della popolarità presso gli investitori, aumenterà anche la qualità media delle stesse piattaforme, che dovranno gestire la crescita vertiginosa dei flussi di liquidità e, contestualmente, ampliare l’offerta complessiva e assicurare una gamma di progetti immobiliari in grado di soddisfare le esigenze di quanti si avvicineranno al mercato. Inoltre, i costi previsti per gli operatori dalle nuove normative UE spingeranno diverse aziende già operative verso forme di collaborazione o aggregazione che permetteranno di reggere l’urto dei maggiori costi e, soprattutto, di combinare le conoscenze specifiche dei vari territori e i punti di forza di ciascuno, portando il mercato a fare un salto di qualità.  

Sinteticamente, i modelli di investimento consentiti dal Crowdfunding Immobiliare possono essere di due tipi, quello dell’ “Equity” e quello del “Lending”. Nel primo caso, l’investimento viene effettuato in quote della società di costruzione che ha avviato un dato progetto, e il rendimento sarà dato dalla differenza tra prezzo di vendita finale dell’immobile e il capitale investito; nel secondo caso il rendimento dell’investimento si ricava dal tasso d’interesse pattuito con l’azienda che raccoglie i fondi (c.d. sviluppatore) e, in questo modello, l’oggetto dell’operazione non è l’impresa di costruzione ma il prestito che viene erogato ad essa dall’investitore, sebbene in alcuni casi il regolamento del Lending può prevedere un’extra rendimento commisurato al prezzo di vendita degli immobili facenti parte del progetto.

In pratica, il modello dell’Equity è simile ad un investimento di tipo azionario, e quello del Lending è assimilabile ad un investimento obbligazionario, e tutte le piattaforme italiane di Equity sono autorizzate e vigilate dalla Consob.

In termini di protezione della quota di patrimonio investito in Equity o Lending Crowdfunding, questo tipo di investimento offre comunque all’investitore la possibilità di rivalersi sull’asset sottostante nel caso in cui il costruttore non riuscisse a terminare le opere previste nel progetto. Inoltre, la tassazione del Real Estate Crowdfunding è differente a seconda che si investa in piattaforme italiane autorizzate da banca d’Italia oppure in quelle che non hanno tale autorizzazione: nel primo caso i rendimenti sono tassati al 26% e ed il versamento dell’imposta è effettuata dalla piattaforma in qualità di sostituto, nel secondo caso i proventi devono essere dichiarati nel modello unico e verranno tassati ad aliquota marginale. Secondo Pietro Bisconti, founder dello studio Bisconti Avvocati, “con l’entrata in vigore del Regolamento UE 2020/1503 c’è da attendersi nel nostro Paese una forte crescita del Lending Crowdfunding nel settore Real Estate, che avverrà attraverso tre importanti direttive di mercato. La prima è quella dell’aumento del numero di piattaforme di Lending dedicate specificamente al Real Estate; la seconda è quella dettata dall’accesso al Lending per qualunque persona fisica o giuridica che agisca per finalità di tipo commerciale o professionale; la terza riguarda la concreta possibilità che il Lending Crowdfunding consenta ai proprietari di immobili, sia residenziali che commerciali, di avviare progetti di valorizzazione del patrimonio immobiliare reperendo le risorse finanziarie per ristrutturare e poi mettere a reddito o rivendere”.

C’è da dire che il mercato immobiliare europeo del Crowdfunding ha già evidenziato un tasso di sviluppo incoraggiante, sebbene ci si trovi ancora vicini al “punto zero” di una ideale rappresentazione grafica in ascissa e ordinata. Alcuni paesi dell’Europa orientale, come l’Estonia, la Moldova e la Lettonia stanno attirando gli interessi degli investitori e mostrano di avere un grande potenziale per via della concorrenza quasi inesistente, e non appena le piattaforme di Crowdfunding e Crowdlending inizieranno a diversificare il proprio portafoglio e a collaborare tra loro, questo tipo di mercato immobiliare alternativo sarà pronto a diventare una delle principali fonti di raccolta di capitali.

Grazie alla massiccia evoluzione in corso, da qui al 2028 si prevede anche la crescita del livello di internazionalizzazione degli scambi, con un aumento dell’interesse da parte degli investitori transfrontalieri e, di conseguenza, la possibilità per gli operatori di Crowdfunding Immobiliare di lavorare agevolmente con gli sviluppatori in tutto il continente europeo. Su tutto, però, comanderà non la dimensione della piattaforma, bensì la qualità complessiva del progetto, che sarà il fattore decisivo per affermare il Crowdfunding Immobiliare. Per questo motivo, preoccupa la possibilità che le piattaforme non regolamentate possano cercare di offrire rendimenti più elevati rispetto a quelle regolamentate, non subendo alcuna restrizione. Ciò potrebbe creare un’area di mercato speculativo che comunque non dovrebbe impedire alle piattaforme regolamentate di essere più attrattive per via della maggiore affidabilità.

Dal punto di vista dei rendimenti, gli operatori che saranno capaci di sviluppare progetti in autonomia – cioè senza l’ausilio di operatori intermedi – nei mercati in via di sviluppo, assicureranno agli investitori un grande potenziale di crescita del capitale e rendimenti elevati, in grado di aumentare la popolarità del settore e, di conseguenza, l’afflusso di capitali all’interno di un circolo virtuoso. Bisognerà prestare attenzione, però, agli eventuali ostacoli che, lungo il suo cammino, potrebbero individuarsi nel tasso di insuccesso dei progetti. Il superamento della soglia “psicologica” del 2%, infatti, potrebbe avere l’effetto di frenare l’entusiasmo e di rallentare l’afflusso di capitali in previsione di un eventuale inasprimento della regolamentazione da parte delle autorità di mercato.

Chi compra un attico poi ci abita dentro, ma c’è chi investe e ne fa una casa vacanza

Dall’analisi dei dati di Tecnocasa, chi acquista un attico ne fa soprattutto l’abitazione principale, ma sono in aumento coloro che comprano per farci una casa vacanza e ricavarne un reddito, soprattutto nelle grandi città.

Com’è noto, l’attico è un’abitazione all’ultimo piano, nel sottotetto di un edificio, e la sua particolare posizione comporta una serie di vantaggi e svantaggi che dovranno essere necessariamente esaminati prima di lanciarsi in un acquisto.

In estrema sintesi, i vantaggi di abitare in un attico sono la luminosità, il silenzio, il panorama ed il prestigio, tutti benefici che aumentano considerevolmente se l’attico è anche dotato di un terrazzo dove trascorrere le serate estive. Gli svantaggi, di contro, non sono meno importanti: ambiente più freddo degli altri in inverno, e molto caldo in estate, che costringono a maggiori costi di climatizzazione in tutte le stagioni e una spesa notevole per l’isolamento termico; e poi le possibili infiltrazioni d’acqua dal tetto, che spesso interessano gli inquilini dei piani inferiori, con relativo risarcimento del danno da umidità o altro. Il valore di un attico, naturalmente, cambia a seconda della sua quadratura e delle eventuali rifiniture e pertinenze, come qualunque altro appartamento, ma a differenza di questo sconta un “sovrapprezzo” per via della sua tipologia. Inoltre, il valore cambia notevolmente a seconda della città e della zona: un attico a Milano costa mediamente il 22% in più delle altre unità immobiliare (a parità di elementi), e uno a Roma il 20% in più. 

Interessante l’analisi degli scambi su questo segmento di mercato immobiliare. Secondo i dati di Tecnocasa, circa lo 0,7% delle compravendite totali riguarda gli attici. I tagli maggiormente scambiati sono quelli compresi tra 51 e 150 mq, che compongono in totale il 78,2% delle transazioni. A seguire, con il 22,7% delle scelte, ci sono gli attici con ampiezza compresa tra 151 e 200 mq. In crescita la percentuale di acquisti di attici compresi in quest’ultima fascia, che nel 2019 si attestavano al 12,7% e nel 2020 al 19,7%. Anche gli attici risentono quindi della tendenza all’acquisto di tipologie più ampie, trend evidenziato in seguito alla pandemia anche su altre tipologie immobiliari.   

Gli attici si acquistano soprattutto come abitazione principale (84,0%). Bassa la percentuale di compravendite per investimento che si attesta all’8,6%, mentre gli attici adibiti a casa vacanza sono il 7,4% del totale, in notevole aumento rispetto al 2020 e al 2019, quando si attestavano al 4,8% del totale. Il settore della casa vacanza, infatti, si è subito dimostrato estremamente vivace in seguito ai primi lockdown, e questo fermento ha coinvolto anche gli attici acquistati nelle località di mare, montagna o lago, coinvolgendo soprattutto gli under 35, che formano il 29,0% del campione, e a seguire gli under 44 (24,4%). Infine, quelli tra 45 e 54 anni sono il 22,2%.

L’abbassamento dell’età media degli acquirenti di attici sembra essere spinta anche dai bassi tassi sui mutui. Cresce infatti la percentuale di ricorso al mutuo per l’acquisto di un attico: nella prima parte del 2021 ben il 61,6% delle compravendite di queste tipologie è stato realizzato grazie all’accensione di un mutuo. Nel primo semestre del 2019 la quota di mutui si fermava al 45,5% e nel primo semestre del 2020 al 51,7%. A comprare attici sono soprattutto coppie e coppie con figli che in totale compongono il 72,2% degli acquirenti, mentre sono single il 27,8% degli acquirenti. Questi valori sono sostanzialmente invariati rispetto al 2020, mentre rispetto al 2019 cresce la percentuale di coppie e diminuisce la percentuale di acquirenti single.

Felicità economica e immobiliare passano sempre dalla “Visione” del futuro

Nei suoi due libri, Maria Luisa Visione* racconta a investitori e addetti ai lavori come sia possibile diventare esperti dei propri bisogni e perseguire un nuovo concetto di “felicità applicata” agli obiettivi personali e familiari.

Intervista di Alessio Cardinale

Definire cosa sia la felicità risulta estremamente difficile, e chiunque troverà le definizioni più diverse per definire un concetto tra i più astratti persino per i filosofi più attenti. Per molti la felicità è una serie di emozioni deflagranti, per altri una condizione di costante e “tranquillo” appagamento esistenziale.

In realtà, dare un significato assoluto alla felicità è un’impresa ardua anche per la Scienza. Per Daniel Gilbert (psicologo e ricercatore ad Harvard), per esempio, la felicità può essere di diversi tipi: Felicità Emotiva, quella cioè legata da qualcosa di oggettivamente presente nel mondo reale, come rimanere senza fiato davanti al mare in burrasca o essere appagati da un buon piatto; e Felicità Morale, collegata ai propri comportamentimoralmente appaganti”, come essere attivamente generosi e altruisti. Secondo i dati derivanti dallo studio di Harvard “Study of Adult Development”, l’unica cosa che nella vita conta davvero sono i rapporti con gli altri, ossia i legami affettivi anche complessi che ci legano a famiglie e amici, e che quando arriva la mezza età diventano l’unico fattore per misurare la felicità.

E il denaro, che posto ha nella definizione “tecnica” di felicità? Secondo un altro studio condotto da “The journal of happiness studies”, i soldi contano solo fino ad una certa soglia di disponibilità, oltre la quale perdono di “efficacia felicitante“. Infatti, le persone con un reddito superiore a tre milioni annui non risultano essere significativamente più felici di quelle che si fermano a 70.000, e il denaro ha una correlazione diretta con la felicità solo quando riesce a sollevare una persona da una condizione di disagio economico ad una migliore, indentificata da una soglia di reddito pari a circa 35.000 euro annui. Al di sopra di quel reddito, ricchezza e felicità cambiano direzione, e ciò significa che solo la serenità economica e gli affetti più cari ci rendono veramente felici. Ed è proprio sulla scia della serenità e della concretezza economica che Maria Luisa Visione, nei suoi due libri, racconta a investitori e addetti ai lavori come sia possibile diventare “esperti dei propri bisogni” e perseguire un nuovo concetto di “felicità applicata” agli obiettivi personali e familiari. P&F l’ha intervistata per capire la “visione” della scrittrice e consulente patrimoniale.

Maria Luisa, da quanto tempo svolge la professione di consulente finanziario, e cosa ricorda dei suoi inizi?
Ho superato il ventennio. Venti anni vissuti intensamente, in un mondo che abbiamo visto mutare velocemente, con tanti momenti di cambiamento, transizione ed evoluzione, sia dal punto di vista personale che professionale. Oggi, noi consulenti siamo il risultato di questa evoluzione. Ricordo l’emozione unica dei primi appuntamenti, quando sei un fiume in piena di contenuti da raccontare e da rappresentare, consapevole di essere giovane e del desiderio di farti valere. L’emozione più grande è stata sempre quella di scoprire il vissuto del cliente, ogni volta una storia familiare diversa. 

La sua professione riesce ad emozionarla ancora?
Molto, sempre. Ho la certezza di non saperne mai abbastanza, per cui tutto per me rappresenta una continua esplorazione e una nuova scoperta. Vedo il futuro a colori, come una bambina al primo giorno di scuola, e professionalmente cerco di pormi obiettivi sempre più sfidanti.

Quando e perché ha cominciato a scrivere?
Scrivo da quando ne ho avuto la facoltà, in maniera naturale, istintiva. Scrivere è un accesso facile alla comunicazione, una via di comprensione per unire le strade della conoscenza. Che sia conoscenza finanziaria o personale, che arrivi all’educazione o all’anima, non fa differenza. Il mio primo libro è stato un passaggio fondamentale, una sfida con me stessa che mi ha portato a pensarlo, progettarlo, realizzarlo in autonomia e a continuare così ad evolvermi come professionista.

Come descriverebbe i suoi libri, a chi sono rivolti e quali concetti vorrebbero trasmettere?
Sono libri di Educazione Finanziaria, uno rivolto a tutti ed il secondo destinato ad un pubblico più tecnico ed evoluto. Nel primo, La Felicità Economica, propongo un percorso consapevole, concreto e realizzabile per diventare esperti dei propri bisogni e aumentare la probabilità di raggiungere gli obiettivi personali e familiari. I miei testi mostrano come il denaro sia uno strumento a servizio della qualità della nostra esistenza, e come la c.d. Financial Capability, cioè la partecipazione responsabile e consapevole al processo di organizzazione delle proprie risorse economiche, si realizzi veramente quando facciamo di tutto per trasformare sogni e desideri in progetti.

Lei ha adottato il termine “felicità”, quanto ha a che fare con il benessere personale?
Il termine felicità, nei miei libri, perde la sua astrattezza e diventa concreto, identificandosi nella conquista del benessere economico e finanziario personale, e soprattutto nell’autodeterminazione del contributo attivo da attuare per realizzarlo. È la presa d’atto della conoscenza di sé stessi, il termine corretto da adottare rispetto al rapporto con il risparmio e con la sua funzione di “mezzo”. Conoscere, applicare, diventare abili e scegliere consapevolmente sono passaggi accessibili a tutti, che non necessitano di particolari tecnicismi e che sono in simbiosi con il raggiungimento di una vita economica “felice”.

Secondo lei, cosa impedisce oggi la diffusione capillare dell’Educazione Finanziaria in Italia?
Non parlerei di impedimenti, ma di ritardo. Sono stati fatti molti passi in avanti rispetto anche a soli 5 anni fa, ed oggi è presente una sitografia istituzionale ricchissima dedicata all’Educazione Finanziaria con strumenti operativi, pubblicazioni, percorsi, giochi ed esperienze virtuali a disposizione di tutti. Basti guardare il ricco calendario del Mese dell’Educazione Finanziaria al quarto anno dalla prima edizione. Tuttavia, il ritardo accumulato dal nostro Paese richiede un’azione continuativa di Welfare promozionale di rete e un ulteriore tempo di semina, poiché ci vuole tempo per trasformare la conoscenza acquisita in comportamenti virtuosi.

L’Educazione Finanziaria conviene all’industria del Risparmio, oppure no?
L’Educazione Finanziaria è utile sia al singolo che alla collettività, perché alla lunga genera valore sociale, ricchezza, benessere psicologico e serenità economica, con risultati riscontrabili in termini di sicurezza e di sviluppo. Pertanto, quella di esserne parte, per l’industria del Risparmio, è una grande occasione per spostare il focus dal prodotto e dai mercati alle decisioni finanziarie consapevoli, guidate dagli obiettivi e dai momenti della vita che contano. Nella pianificazione finanziaria, per fare un esempio concreto, i conti sono sempre in sicurezza, la liquidità serve alla gestione delle spese correnti, la riserva occorre per affrontare gli imprevisti e il tempo è funzionale agli strumenti di investimento per raggiungere gli obiettivi di vita in relazione al profilo di rischio.

Quali provvedimenti prenderebbe oggi, se venisse nominata “ministro per l’Educazione Finanziaria”?
Per prima cosa destinerei ogni anno un budget di spesa fisso per programmare percorsi di Educazione Finanziaria e di Welfare aziendale destinati a tutte le fasce sociali e di età, dando risalto alla figura dell’Educatore Finanziario come operatore riconosciuto sul mercato. Poi istituirei l’insegnamento dell’Educazione Finanziaria all’interno dei programmi scolastici e universitari come oggetto di studio e di esame, in modo da portare l’Italia a diventare un esempio di eccellenza nel mondo.

Ci parli dell’ultimo libro, “La Felicità Immobiliare”.
La Felicità Immobiliare è un manuale tecnico, rivolto agli addetti ai lavori (consulenti finanziari, patrimoniali, immobiliari) e ai clienti più evoluti, che esplora la consulenza finanziaria integrata, poiché inserisce gli immobili e crea una linea di coerenza tra questi e gli asset finanziari per la gestione complessiva del patrimonio, in funzione del ciclo di vita economico e degli eventi di transizione. Il nuovo modello di servizio proposto nel libro inquadra la dinamicità del patrimonio immobiliare alla stregua del patrimonio finanziario, cogliendone gli aspetti amministrativi, economici, gestionali e fiscali. Il principio di base è che il patrimonio non è mai fermo, si evolve, si ricontestualizza ed è per questa ragione che necessita di una consulenza integrata per unire elementi strategici e specialistici, restituendo valore e utilità ai clienti. È un libro che propone un altro modo di guardare alle esigenze del cliente, affermando il ruolo strategico di Consulente Finanziario quale fiduciario della famiglia verso la costruzione del benessere e della qualità della vita,  e quindi della “felicità”.

Cosa manca, in Italia, per dare dignità professionale ed una seria regolamentazione alla professione di Consulente Patrimoniale?
Non credo che manchino le regole, ce ne sono molte, forse non sempre vengono rappresentate quale elemento di distinzione. Manca la competenza di saper scegliere a chi affidarsi, ma l’Educazione Finanziaria serve a far compiere il salto di paradigma a clienti e consulenti verso la pianificazione finanziaria funzionale agli obiettivi di sicurezza e di sviluppo, entrambi fondamentali per la ricerca della serenità.

* Maria Luisa Visione, consulente patrimoniale e scrittrice

Disponibilità per l’acquisto della casa. Aumentano coloro che spendono più di 170mila euro

L’analisi della disponibilità di spesa per l’acquisto della casa è un utile indicatore per rivelare lo stato di salute di un paese e il livello di fiducia nel mercato da parte degli acquirenti.  

L’analisi della disponibilità di spesa per l’acquisto della casa è un utile indicatore per rivelare lo stato di salute di un paese e il livello di fiducia nel mercato da parte degli acquirenti. Le variazioni nelle fasce di spesa, infatti, indicano come si stanno muovendo le preferenze di chi vuole acquistare un immobile e, soprattutto, le differenze di città in città.

Secondo le ultime rilevazioni dell’Ufficio Studi Tecnocasa, la disponibilità di spesa per l’acquisto della casa è aumentata per alcune fasce di reddito. La maggiore concentrazione della disponibilità di spesa si rileva ancora nella fascia più bassa, fino a 119 mila euro (25,4%). Segue con il 22,7% la fascia tra 120 e 169 mila euro e con il 22,2% il range compreso tra 170 a 249 mila euro. Complessivamente, si registra un aumento più marcato della percentuale di chi desidera spendere da 350 a 475 mila euro, ma è a Roma e a Milano che la maggioranza delle richieste di tagli superiori alla media Italia riguarda immobili dal valore compreso tra 250 e 349 mila euro (rispettivamente il 24,7% per Roma e il 26,3% per Milano). A Milano, in particolare, la percentuale di chi vuole spendere oltre i 250 mila euro è del 59,7%, mentre a Firenze e a Bologna prevale una maggiore concentrazione nella fascia compresa tra 170 e 249 mila euro (rispettivamente con il 33,3% ed il 34,2%). A Bari e a Verona incide maggiormente la fascia di spesa compresa tra 120 e 169 mila euro (31,9% e 31,4%, mentre nelle altre grandi città (Genova, Napoli, Palermo e Torino) la disponibilità di spesa resta concentrata nella fascia di spesa inferiore a 120 mila euro.

L’analisi di Tecnocasa evidenzia anche l’aumento dell’offerta immobiliare di bilocali, trilocali e quattro locali, ed un certo “effetto Covid” anche sui grandi tagli – meglio ancora se appartenenti al segmento del lusso – dotati di terrazzi e spazi esterni. Nelle grandi città italiane, infatti, la tipologia più presente è il trilocale, con il 33,7%, a seguire il quattro locali con il 24,4% ed i bilocali con il 23,9%. In aumento, rispetto a gennaio 2021, le percentuali di bilocali, trilocali e quattro locali sul mercato, mentre è in calo la percentuale di offerta dei cinque locali molto probabilmente perché i tagli più grandi sono ora più desiderati, e chi possiede una casa di ampia metratura decide di non venderla.

La crescita della concentrazione di bilocali sul mercato è sicuramente un effetto legato alla pandemia, in quanto è diminuita la domanda per investimento e quindi questa tipologia è adesso meno richiesta. Peraltro, molti investitori che, in passato, avevano acquistato bilocali con finalità turistiche, a seguito delle difficoltà economiche legate agli effetti delle chiusure hanno deciso di dismettere l’investimento. Il bilocale, infatti, era la tipologia più richiesta per chi aveva intenzione di mettere a reddito l’immobile, superando di slancio il monolocale dopo un discreto boom di quest’ultimo negli anni passati (prima del 2008). La diminuita presenza sul mercato di monolocali potrebbe spiegarsi con la volontà dei risparmiatori di acquistare direttamente la prima casa, grazie ai tassi dei mutui molto convenienti, dando in acconto le piccole cifre a disposizione al fine di non superare la soglia dell’80% di mutuo, rispetto al valore di perizia dell’immobile, e non far salire il tasso finito dell’operazione (che nei mutui di percentuale superiore all’80% prevedono di solito uno spread superiore ed una rata più alta).

Tassi d’interesse, indici sempre ai minimi e rate di mutuo molto accessibili

Le previsioni per l’imminente futuro delineano uno scenario senza rialzi dei tassi di interesse ed un proseguimento della politica accomodante della Bce. Si teme, però, un ritocco in aumento degli spread da parte delle banche, i cui bilanci necessitano di una politica dei ricavi da mutuo più aggressiva.

“Nell’attuale congiuntura socio-economica, tenuto conto dell’emergenza sanitaria che ha impattato in maniera importante sul PIL europeo, la Bce continua a manifestare la propria volontà di contenere i tassi di interesse agli attuali livelli attraverso il mantenimento delle misure emergenziali adottate (“PEPP”). Di contro, giungono dai paesi del Nord Europa e dagli Stati Uniti le prime avvisaglie di un deciso aumento dell’inflazione che, com’è noto, fa da contraltare a un successivo aumento dei tassi di interesse. Gli indici di riferimento dovrebbero far registrare lievi aumenti, restando comunque ancora a valori storicamente molto bassi e permettendo così di ottenere tassi convenienti sui finanziamenti”, è l’opinione di Renato Landoni, Presidente Kìron Partner SpA.  

Relativamente al primo semestre del 2021, le domande di mutui e di surroga sono cresciute del 20,6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. I volumi totali – nonostante un dato sensibilmente negativo di Giugno (-4,4%) – sono superiori sia a quelli del 2020 che ai valori degli anni precedenti. Sulla crescita hanno inciso soprattutto le richieste di mutui per acquisto, mentre le surroghe e i mutui per sostituzione rappresentano una percentuale marginale.

I dati su Euribor ed Eurirs degli ultimi dieci anni, analizzati da Kiron SpA – società del gruppo Tecnocasa – delineano uno scenario di sostanziale stabilità per tutto il 2021. Per quanto riguarda l’Euribor (indicizzazione mutui a tasso variabile), dai massimi di Luglio 2011 (1,60%) il tasso Euribor (3 mesi) ha iniziato una parabola discendente che lo ha portato a quota 0,19% (Dicembre 2012), per attestarsi poco sopra lo 0,20% per tutto il 2013 e il 2014. Ha virato sottozero col mese di Maggio 2015 e dopo una progressiva discesa ha raggiunto il -0,55% nel mese di Agosto 2021, molto vicino al minimo storico. L’Eurirs (indicizzazione mutui a tasso fisso), invece, dopo aver mantenuto una media intorno al 3,4% nel 2011, è sceso a Giugno 2012 a quota 2,13% per poi tornare a crescere fino a 2,75% a Settembre 2013. Da allora ha iniziato una fase discendente di lungo periodo che si è accentuata a Luglio 2019. Ha toccato il minimo storico a Ottobre 2020 segnando 0,02%. Dal mese di Gennaio 2021, che ha fatto registrare lo 0,08%. Con la rilevazione media del mese di Agosto quota a 0,26%.

Stando alle dinamiche dei tassi di Agosto 2021, si è calcolato l’importo della rata mensile di un mutuo ipotecario del valore di 110.000 euro per una durata di 25 anni, ipotizzando che l’immobile valga 160.000 € e che lo spread medio di mercato si attesti all’ 1,1% sia per il tasso fisso che per il tasso variabile. Con un mutuo a tasso fisso sosterremmo una rata di 433 euro, circa 40 euro in più rispetto a quanto dovremmo sostenere se scegliessimo un mutuo a tasso variabile, in quanto la sua rata ammonta a 393 euro. Questo chiaramente qualora i tassi rimanessero sempre agli attuali livelli, cosa che è difficilmente verificabile in un orizzonte temporale così lungo.

Volendo optare per la situazione di maggior risparmio, ovvero quella del mutuo a tasso variabile, è fondamentale capire quanto il reddito del nucleo familiare sia in grado di sopportare eventuali aumenti di rata, sia in termini di capacità di rimborso sia in termini di sostenibilità del tenore di vita che si è abituati ad avere. Però, le previsioni per l’imminente futuro delineano uno scenario senza rialzi dei tassi di interesse e con un proseguimento della politica accomodante della Bce. Si teme, semmai, un ritocco in aumento degli spread da parte delle banche, i cui bilanci necessitano di una politica dei ricavi da mutuo più aggressiva.

Pertanto, è lecito pensare di approfittare subito del binomio tassi bassi/spread bassi e, per chi ce l’ha in programma, acquistare casa adesso e senza ulteriori rinvii. Peraltro, negli ultimi tre mesi i tassi dei mutui hanno fatto registrare già dei lievi aumenti, e questo ha avuto degli effetti sulla rata mensile media dei mutui a tasso fisso.

ll cambiamento climatico detta l’agenda degli investimenti (e degli investitori) responsabili

Gli investitori di tutto il mondo stanno esprimendo un maggiore interesse per gli investimenti ESG, che sono aumentati del 50% dal 2018 al 2020. La valutazione di questi potenziali investimenti è fondamentale, ecco dove informarsi prima di sottoscrivere.

Di Adriana Cardinale*

Dall’uragano Ida agli incendi in California, gli esperti indicano che questi sono i segni evidenti del cambiamento climatico in atto nel nostro pianeta. Secondo un recente sondaggio condotto dalla società di servizi professionali Accenture, anche gli investitori ne stanno prendendo atto, e nel corso del 2020 il 59% di quelli che sono assistiti dai consulenti finanziari ha chiesto loro informazioni sugli investimenti socialmente responsabili. Inoltre, l’84% degli investitori intervistati ha manifestato la propria intenzione di investire i propri soldi negli strumenti “ESG sensitive” nel corso di quest’anno.

In Europa e negli Stati Uniti, la maggior parte degli investimenti che tengono conto dei fattori ESG viene effettuata da investitori istituzionali, come fondi pensioni e fondi assicurativi, ma gli investimenti tematici sottoscritti da investitori individuali sono in crescita. Infatti, secondo il Forum for Sustainable and Responsible Investment (US SIF) le attività ESG detenute da singoli investitori sono aumentate del 50% dal 2018 al 2020, a 4,6 trilioni di dollari dai 3 trilioni di due anni prima. “Il cambiamento climatico, per la maggior parte delle persone, è qualcosa a cui vedono più facilmente un collegamento nel processo di investimento”, ha affermato Lisa Woll, CEO di US SIF.

Altre questioni, in particolare negli USA, stanno attirando più interesse da parte degli investitori, che oggi si mostrano più sensibili ai temi di giustizia razziale o di genere, ma proprio come qualsiasi altro tipo di investimento, è importante assicurarsi che siano in linea con i valori e obiettivi dichiarati. In tal senso, è bene leggere con attenzione il prospetto informativo degli strumenti di risparmio gestito oppure la scheda riassuntiva di un titolo, che dichiareranno con chiarezza se la strategia di investimento tiene conto dei fattori ESG.

Nato negli Stati Uniti già da diversi anni, il Forum US SIF fornisce agli investitori americani una tabella online di fondi comuni di investimento e di ETF sostenibili, confrontando i costi e le performance che contribuiscono a stilare uno speciale indice di gradimento grazie anche all’opinione dei lettori. As You Sow, invece, è un’organizzazione no-profit incentrata sulla responsabilità sociale delle imprese, ed offre uno strumento online che confronta la classifica dei fondi in base alla loro partecipazione in titoli di aziende che operano nei settori “no-ESG” come la deforestazione, i combustibili fossili, le armi da fuoco ed il tabacco. In tutto il mondo, poi, anche la società di ricerca sugli investimenti Morningstar fornisce valutazioni dei fondi in base al loro livello sostenibilità secondo i criteri ESG.

Sulla scia di quanto fatto fino ad oggi nell’industria del risparmio gestito, anche le società quotate in borsa spesso includono informazioni, nei loro siti Web, sulla responsabilità aziendale e sulla sostenibilità, nonché politiche e prestazioni in materia di fattori ESG. La speciale classificazione di aziende fornita da Just Capital, per esempio, analizza i titoli quotati in base al trattamento riservato ai lavoratori e al suo impatto ambientale, mentre il Corporate Human Rights Benchmark e il Business & Human Rights Resource Center monitorano le prestazioni delle aziende in materia di diritti umani.

Di recente, il rispetto dei criteri ESG è stato fatto proprio anche dalle banche di sviluppo comunitario e dalle cooperative di credito, che aiutano le comunità a reddito basso e moderato sostenendo progetti edilizi per la messa in commercio di alloggi a prezzi accessibili, oppure di credito alle micro imprese e alle organizzazioni non profit. Siti web come Inclusiv, National Community Investment Fund, Community Development Bankers Association e CDFI Funds possono aiutare a identificare tali istituzioni, che però faticano ad entrare in Europa per via delle forti restrizioni del sistema MiFID e dell’ESMA.

* Segreteria di redazione P&F

La Scienza di Beppe atto III, ovvero l’era delle “revenge news”

Il prof. Beppe Scienza è un sedicente esperto di risparmio e previdenza che scrive spesso sul Fatto Quotidiano. Lo scorso 4 Settembre ha pubblicato un vero e proprio capolavoro di “giornalismo vendicativo” contro i programmi di accumulo (PAC).

Di Alessio Cardinale

Se in mezzo non ci fosse il Fatto Quotidiano, che sfortunatamente gli regala una certa visibilità, gli strali del prof. Beppe Scienza sarebbero solo una nota di colore, quasi caricaturale, nel noiosissimo mondo della finanza raccontata. Purtroppo, ogni 5 o 6 mesi al giornale diretto dal duo Travaglio/Gomez si ricordano che il sistema bancario è un totem del “capitalismo tossico” che va bastonato periodicamente, giusto per non perdere l’allenamento, e così vengono chiamati all’azione modestissimi “soldati” che, anziché sortire l’effetto voluto, finiscono col far perdere credibilità alla stessa testata. La quale, a sua volta, si è già distinta per una sorta di “guerra santa” contro i consulenti finanziari; per cui, finchè non si accorge della modesta caratura dei suoi blogger, la cosa può persino tornare utile (oltre ad essere oggettivamente divertente).

Uno di questi autori è il prof. Beppe Scienza, sedicente “esperto di risparmio e previdenza” che lo scorso 4 Settembre ha pubblicato sul Fatto online un vero e proprio capolavoro di assenza argomentativa e rivalsa personale, dal titolo eloquente “Piani di accumulo capitale: un imbroglio per i risparmiatori”.

Il professore ha un conto da regolare con i “venditori di PAC“, ossia i c.d. Piani di Accumulo di Capitale, per cui vale la pena vivisezionare alcune temerarie affermazioni dell’autore, che esordisce con un incipit significativo: “È oltre mezzo secolo che ai risparmiatori italiani vengono consigliati i Piani di accumulo di capitale (Pac). Una delle prime a rifilare tali trappole, purtroppo del tutto lecite, fu Fideuram, rete porta a porta che risale al 1968…”.  Per la Scienza di Beppe, pertanto, a nulla vale che i PAC siano presenti sul mercato da cinquant’anni, e che milioni di risparmiatori li abbiano sottoscritti con soddisfazione. Non importa neanche che siano “del tutto leciti”, poiché sono comunque delle ”trappole”. Non c’è approfondimento analitico, sul perché i PAC debbano essere delle trappole per i risparmiatori, ma solo la sua modestissima opinione basata esclusivamente su una esperienza familiare, che egli erge a simbolico monito per l’intera Società dei risparmiatori: “…(Fideuram) ne sbolognò uno anche a mio padre, con costi sull’80% delle somme versate per le rate iniziali…”.

Il seguito, poi, è in puro Scienza-style: “…Ma non li spingono solo venditori porta a porta e bancari, li consigliano incessantemente anche i giornalisti economici…”. A parte il fatto che da almeno da trent’anni – forse quaranta -non c’è un solo consulente finanziario che si arrischia ad entrare in un condominio e bussare alla porta degli ignari condomini per proporre strumenti finanziari come si faceva un tempo con le pentole e le enciclopedie, ma nemmeno il fatto che i giornalisti economici consigliano la soluzione del PAC può convincere il nostro Beppe Scienza a stemperare i toni o a scrivere imbarazzanti inesattezze. Come quella che “…col termine PAC si intende però un contratto con cui uno s’impegna a versare periodicamente una certa cifra, per esempio 200 euro al mese per anni se non decenni, in un determinato fondo comune o altro contenitore…”.

Sbagliato, professore, i PAC non prevedono alcun impegno a versare, ma solo l’opportunità di farlo per via del noto meccanismo – di grande efficacia, per niente “insulso” – del costo medio di acquisto. Inoltre, le preistoriche commissioni del 70-80% sui primi 12 versamenti mensili sono defunte da almeno quindici anni, sebbene sulla carta esistano ancora – in pochissime famiglie di fondi – ed in misura molto più ridotta, ma trovare un consulente finanziario che le faccia pagare alla propria clientela è quasi impossibile; e nei rarissimi casi in cui ciò accade, non c’è niente di immorale o vessatorio, poiché si tratta della remunerazione prevista e preventivamente autorizzata da Consob/Banca D’Italia; inoltre, qualora applicate, le commissioni sui primi 12 versamenti – che già dal 2008 sono molto più contenute di quelle di un tempo – vengono idealmente “spalmate” negli anni successivi, durante i quali ulteriori commissioni possono essere annullate del tutto, riducendo il “taeg” del PAC ad uno zero virgola qualcosa in proporzione al capitale investito

Del resto, un PAC si sottoscrive per essere alimentato nel tempo e con regolarità, poichè risponde ad una esigenza fondamentale delle famiglie italiane, e soprattutto di quelle più giovani e senza risorse già formate: accumulare capitale con gradualità, secondo le proprie possibilità di accantonamento mensile, per raggiungere obiettivi di spesa a lungo termine. E i PAC, in relazione a questo, non temono confronti.

L’impegno a versare sui PAC, sul quale argomenta astutamente il prof. Scienza, è tipico di prodotti come le polizze vita, e nonostante l’offerta di strumenti finanziari sia cambiata profondamente pare che il nostro professore non se ne sia accorto, tanto è concentrato a “vendicare” il papà per l’offesa ricevuta da Fideuram qualche decina di anni fa. Poco lucido, parimenti, è l’esempio del PAC in un fondo monetario: nessun consulente con un po’ di sale in zucca lo avrebbe mai fatto sottoscrivere, per cui è ridicolo essere ingannevoli con i lettori del Fatto Quotidiano facendo riferimento ad una possibilità priva di fondamento pratico.

Solo al termine dell’articolo, il professore si riscatta parzialmente, quando afferma “Benché (i PAC) non vincolino legalmente ai versamenti…”, ma poi si perde nella sua teoria strampalata: “…i PAC intrappolano psicologicamente i clienti. Il solo senso che hanno è raschiargli via commissioni per un tempo lunghissimo...Conclusione operativa: meglio dare subito disposizioni alla propria banca di sospendere i PAC sottoscritti. Poi si vedrà”. In pratica, il consiglio del professore Scienza è quello di sospendere i versamenti nei programmi di accumulo e tenere i soldi in conto corrente; “poi si vedrà cosa fare”. Tutto questo – alla faccia del grande esperto – senza offrire uno straccio di alternativa.