Luglio 30, 2026
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In primo piano

Il sistema economico cambia troppo in fretta: includere il worst case scenario nei portafogli

Secondo Gianluca Gabrielli di Komorebi, l’auto elettrica di massa potrebbe arrivare in 7 anni anziché in 15, minando alla base il sistema economico e causando un possibile “cigno nero”. I mercati fortemente volatili richiedono la riduzione dell’esposizione in azioni al di sotto del 20%.

“La svolta verso l’elettromobilità sarà molto più rapida delle attuali previsioni di mercato e questo comporterà, per le economie tradizionali basate sull’automotive a combustione,  una grande volatilità nei prossimi anni, con il rischio di shock improvvisi. Se c’è una lezione da imparare dal crollo dei mercati di marzo 2020, causato della pandemia, è che bisogna inglobare il worst case scenario nei portafogli di investimento”: è l’analisi di Gianluca Gabrielli, strategist e advisor di Komorebi Invest Suisse.

Siamo all’inizio di una trasformazione epocale, paragonabile all’avvento della macchina a vapore: il mondo si avvia a saltare dall’epoca della meccanica a quella dell’elettronica – spiega Gabrielli – ma i tempi della transizione sono sovrastimati. Seguendo il modello della curva di adozione delle innovazioni, la curva di Rogers, la diffusione di massa dell’auto elettrica, che sarà il fattore trainante nell’evoluzione verso l’economia elettronica, non si verificherà prima del 2035. Tuttavia, gli studi sulle nuove tecnologie disruptive prevedono che il passaggio avverrà nella metà del tempo, entro soli sette anni a partire da oggi, perché ogni avanzamento tecnologico abiliterà in maniera esponenziale gli step successivi.

“Abbiamo il precedente dello smartphone, che ha creato dal nulla, in pochi anni, un intero ecosistema. Lo sviluppo dell’elettromobilità, però, sarà diverso, perché scardinerà il sistema economico a cui siamo abituati e questo non sarà un processo indolore”, prevede il gestore, “perché i tempi sono troppo stretti per consentire ai lavoratori, alle imprese e ai sistemi Paese meno dinamici di riposizionarsi. Si manifesteranno, quindi, dei colli di bottiglia e una forte volatilità dei mercati finanziari. Uno scenario non esente da rischi di shock anche violenti”.

“Per far fronte a questi rischi, in una prospettiva di investimento di medio termine, noi manterremo l’impostazione di portafoglio che abbiamo consigliato per i fondi Atomo, di cui siamo advisor, e che ci ha permesso di proteggere il patrimonio anche a marzo 2020, conseguendo un rendimento pari al 19% nell’anno della pandemia, contro il rendimenti pari a zero del mercato con cui ci confrontiamo”, prosegue Gabrielli. “Questo perché, già a partire dall’inizio del nostro mandato di advisor, a fine 2019, pur non potendo immaginare un cigno nero come il Covid, si preannunciava una fase economica dominata da incertezza e volatilità. Aggiornando quella strategia, oggi riteniamo che un portafoglio anti shock debba limitare l’esposizione azionaria a un massimo del 20%, investendo unicamente in asset Usa. In particolare, il bilanciamento del portafoglio avviene attraverso il contenimento della volatilità – con la vendita di opzioni sul mercato americano, che è più dinamico ma anche più volatile – e la costruzione di coperture sui mercati europei”.

La responsabilità civile dei patrimonials e l’accantonamento per il “non si sa mai”

Sono ancora tanti i babyboomers che accantonano denaro “per ogni evenienza” anziché proteggersi con una polizza assicurativa di responsabilità civile e/o professionale. Il problema è che, quando l’evenienza si verifica, il denaro accantonato spesso non è nemmeno sufficiente a rifondere il danno ai terzi.

Stavo saldando, mi è partita una fiamma. Non sapevo che nell’intercapedine ci fosse un materiale coibentante infiammabile“. Così ha dichiarato, in preda alla disperazione, il fabbro che qualche settimana fa, chiamato da un inquilino, stava installando una cassaforte in un attico torinese da cui, come hanno stabilito i vigili del fuoco, è partito l’incendio.  Da quel momento il professionista delle casseforti è sotto indagine della procura – l’accusa è di incendio colposo – e presto dovrà rendere conto in sede civile del risarcimento di tutti i danni causati dal rogo che ha distrutto i piani alti di un isolato in pieno centro del capoluogo piemontese.

Da un istante all’altro, il tempo di una scintilla che ha acceso del materiale infiammabile, e il fabbro – con ditta operante nel settore da lunga data – si ritrova debitore di qualche milione di euro. Infatti, il valore stimato degli appartamenti andati distrutti è di circa 2,5 milioni di euro, più i danni non patrimoniali-biologici per gli inquilini che faranno salire l’importo complessivo ben oltre i 3 milioni. La domanda è: come farà a pagare? L’assicurazione di responsabilità professionale, qualora ci sia, coprirà l’intera cifra, o prevede una franchigia? La polizza rischio incendio dell’edificio rifiuterà di coprire i danni, oppure risarcirà gli inquilini e poi si rivarrà sul fabbro?

Questa vicenda di cronaca insegna una piccola grande verità: se sei un professionista o un imprenditore, il rischio di diventare debitore senza aver contratto formalmente un debito è sempre presente, soprattutto quando si parla di responsabilità professionale verso terzi. In realtà, anche la “semplice” responsabilità civile può determinare l’obbligo di risarcire danni causati a persone o cose e non riguardanti la famiglia, e ciò può avvenire sia in forma diretta che indiretta. L’importante è assicurarsi, in modo tale da invertire il processo di rimborso da parte della compagnia: non all’assicurato autore del danno, ma direttamente a chi lo ha subito.

La fonte normativa di questa particolare tipologia di copertura assicurativa sta nell’art. 1917 del Codice Civile, che rispetto all’assicurazione di responsabilità civile recita “l’assicuratore è obbligato a tenere indenne l’assicurato da quanto questi deve pagare ad un terzo in considerazione di un fatto accaduto durante il tempo dell’assicurazione, in dipendenza della responsabilità dedotta dal contratto. Sono esclusi i danni derivanti da fatti dolosi”. Pertanto, una polizza del genere assicura il patrimonio dell’assicurato, e più precisamente lo copre dal rischio di potenziale diminuzione di patrimonio derivante da un eventuale risarcimento a terzi. Di conseguenza, si stratta di uno strumento di protezione patrimoniale che, agendo dal lato della prevenzione, dovrebbe essere utilizzato da qualunque patrimonial[1].

Come tutte le coperture assicurative, bisognerà prestare grande attenzione al massimale assicurato, e cioè alla somma massima che l’assicuratore si obbliga a pagare all’assicurato in caso di sinistro a lui imputabile per fatto non doloso. Questo massimale, infatti, potrebbe essere automaticamente decurtato da una franchigia che, sebbene faccia scendere il prezzo della polizza anche del 30-40%, si rivela come un boomerang allorquando il danno causato a terzi è di entità elevata, come nel caso del fabbro torinese. In casi come quello, infatti, una franchigia del 10% significherebbe lasciare nelle mani dell’assicurato l’obbligo di pagare diverse centinaia di migliaia di euro di tasca propria.

In ogni caso, non c’è contenzioso civile che non richieda l’intervento di un avvocato che sostenga la propria difesa e cerchi di limitare i danni. Gli avvocati, però, costano parecchio, così come può essere piuttosto elevata la c.d. soccombenza nelle spese legali della controparte in un eventuale procedimento civile di natura risarcitoria. Di conseguenza, sottoscrivere l’appendice di polizza – o meglio ancora una polizza dedicata – per la copertura delle spese legali in caso di controversia è un ulteriore atto di protezione patrimoniale che però deve sottostare a precise regole di “ingaggio”: è l’assicuratore che si occupa della gestione della vertenza e di organizzare la linea difensiva, e l’assicurato deve accettare la linea e non deve prendere iniziative personali con la controparte. In quest’ultimo caso, infatti, le spese sostenute non verrebbero rimborsate dalla compagnia. Contestualmente, esiste l’obbligo per l’assicurato di collaborare senza ostacolare in alcun modo l’operato della compagnia nella gestione della vertenza. In caso contrario, quest’ultima può rivalersi sull’assicurato per eventuali sue inadempienze degli obblighi contrattuali.

In definitiva, l’effetto più benefico di una copertura assicurativa per la responsabilità civile e/o professionale è quello, da un lato, di trasferire il rischio ad un terzo soggetto (la compagnia assicurativa) e, dall’altro, quello di accantonare risparmio per altri scopi, più concreti e “performanti”, del non si sa mai. Eppure, Sono ancora tanti i babyboomers che accantonano denaro per ogni evenienza e non si proteggono attraverso una di queste polizze così utili e pratiche, vivendo quindi “pericolosamente” la propria vita lavorativa. Spesso, infatti, quando la famigerata evenienza si verifica, il denaro accantonato non è nemmeno sufficiente a rifondere il danno ai terzi, e diventa necessario fare ricorso all’indebitamento.

[1] Individuo o gruppo familiare detentore di una ricchezza mobiliare e immobiliare pari ad almeno 750.000 euro. Tale classe di individui identifica massimamente i c.d. babyboomer, ossia i nati tra il 1955 ed il 1965, periodo del boom economico italiano.

I pensionati preferiscono i trilocali. Su la domanda per soluzioni indipendenti

Il segmento di mercato immobiliare dei pensionati vale circa il 7% del totale. Gli over 65 acquistano soprattutto i trilocali, ma mostrano una certa preferenza anche per le soluzioni indipendenti e per gli acquisti da investimento.

L’analisi delle compravendite e delle locazioni effettuate attraverso le agenzie del Gruppo Tecnocasa nel 2021 evidenzia che i pensionati hanno acquistato nel 75,5% dei casi, mentre hanno optato per l’affitto nel 24,5% dei casi. Si tratta di percentuali simili a quelle registrate nel primo semestre del 2019, mentre nel 2020 la componente affitto aveva evidenziato una crescita arrivata al 27,4%. In particolare, nella prima parte del 2021 il 7,1% degli acquisti è stato concluso da pensionati. La quota è in leggero calo se confrontata con gli stessi periodi del 2020 e del 2019 quando si attestava rispettivamente al 7,8% ed all’8,2%.

I pensionati che hanno comprato casa nel 2021 lo hanno fatto per viverci (68,6% dei casi per abitazione principale) o per investire (22,4%), oppure ancora per acquistare la casa vacanza (9,1% dei casi). Nella prima parte del 2020, in piena pandemia, gli acquisti per investimento avevano evidenziato una contrazione (20,2%), ma in questa prima parte del 2021 la quota è risalita al 22,4%, percentuale comunque inferiore a quella registrata nel 2019 e quindi nel periodo antecedente alla pandemia. Le compravendite di case vacanza evidenziano percentuali simili nella prima parte del 2020 e del 2021, intorno al 9%, mentre nel 2019 si arrivava al 10,3%.

I pensionati comprano soprattutto trilocali, arrivati al 41,9% delle scelte nella prima parte del 2021, il semestre però segnala un salto in avanti delle soluzioni indipendenti e semi-indipendenti che passano dall’11% del 2019-2020 all’attuale 13,5%. Anche i pensionati, infatti, causa pandemia, hanno optato più spesso per abitazioni dotate di spazi esterni. Da segnalare infine la progressiva contrazione della percentuale di acquisto di bilocali che, tra il 2019 ed il 2021, passano dal 28,5% al 22,8%, effetto attribuibile anche in questo caso alla pandemia che ha penalizzato le soluzioni dalle metrature contenute.

I pensionati che acquistano fanno parte di una famiglia o di una coppia nel 66,1% dei casi, mentre si tratta di single, vedovi/e, divorziati e separati nel restante 33,9% dei casi. La quota di pensionati che acquista accendendo un mutuo, naturalmente, è piuttosto bassa, e nel primo semestre del 2021 si attesta al 14,9% sul totale delle compravendite. Si tratta comunque di una percentuale in lieve crescita rispetto al 2019 ed al 2020, probabilmente grazie ai tassi sui mutui sempre convenienti.  

Patrimonio personale e assegno divorzile: la Cassazione risolve un problema e ne crea altri dieci

Interpellata per dirimere la questione della variegata natura dell’assegno divorzile, la Cassazione a Sezioni Unite ha perso l’ennesima occasione per imporre ai tribunali di merito una soluzione definitiva, ponendo invece le basi per una ulteriore crescita del contenzioso patrimoniale tra ex coniugi.

Di Alessio Cardinale

L’Ordinamento giuridico italiano ha disegnato, di anno in anno, un complesso di norme dove ogni strumento di protezione patrimoniale ha un suo ambito di applicazione e, a seconda degli strumenti utilizzati, offre un diverso livello di protezione a ciascun componente della famiglia, generalmente nei confronti dei terzi. In questo particolare ambito, lo status di “debitore” ha una doppia origine, e va dal caso tipico di colui che contrae un debito per acquistare un bene (casa, auto), a quello di chi diventa debitore non per sua scelta, ma in forza di una sentenza di risarcimento a suo carico o, anche più spesso, per via di un divorzio, a causa del quale gli ex coniugi diventano vicendevolmente “terzi”, con effetti durevoli e di segno opposto sul proprio patrimonio.

Relativamente agli effetti derivanti dal divorzio, nel corso del 2021 la giurisprudenza di legittimità, in un rapido susseguirsi di decisioni dalla portata storica, ha aggiornato i criteri e le modalità ai quali la magistratura di merito dovrà necessariamente uniformarsi nel gravare uno dei coniugi – notoriamente l’uomo, salvo rarissime e quasi introvabili (nella giurisprudenza) eccezioni – dell’assegno di mantenimento in favore dell’altro coniuge. Infatti, nel mese di Maggio 2021 la Cassazione (ordinanza n. 28995/2020) sollecitava l’intervento delle Sezioni Unite per chiarire se l’estinzione del diritto all’assegno fosse automatica in caso di nuova convivenza del suo percettore, spinta dal fatto che, sebbene la Suprema Corte avesse già “virato” dal folle principio del mantenimento del tenore di vita, nei tribunali di merito si era continuato a statuire secondo la regola che chi avesse iniziato una convivenza avrebbe perduto il diritto all’assegno di divorzio, applicando una modalità che di fatto rispondeva ancora alla decaduta prassi di collegare l’assegno al tenore di vita.

Pertanto, occorreva un aggiornamento della disciplina, e l’occasione è scaturita da un divorzio incardinato nel distretto di Corte di Appello di Venezia, che respingeva la domanda di riconoscimento dell’assegno divorzile proposta da una ricorrente sulla scorta del fatto che la stessa avesse instaurato una stabile convivenza con un nuovo compagno, da cui aveva avuto anche una figlia. E così, la Cassazione è intervenuta a Sezioni Unite (sentenza n. 32198/2021), declinando i principi a cui i tribunali di merito dovranno attenersi. In particolare, se l’assegno è dovuto in funzione “assistenziale” – ossia per le esigenze di puro sostentamento del coniuge più debole – la convivenza ne determina automaticamente l’estinzione; se la finalità è di tipo “compensativo“, lo status di convivente è irrilevante di fronte alla circostanza che il coniuge “debole” abbia sacrificato la propria vita per far fronte alla gestione della famiglia, contribuendo così indirettamente alla creazione del patrimonio dell’altro coniuge e non perdendo, quindi, il diritto alla compensazione economica rappresentata dall’erogazione di un assegno per un periodo di tempo circoscritto o la sua “capitalizzazione”.

La Corte, però, anche in questa occasione ha peccato di quella tipica indeterminatezza che, come un virus inarrestabile, si trasmette poi ineluttabilmente alle decisioni dei tribunali di merito, per i quali sarà molto difficile adesso determinare l’entità proporzionale della “compensazione” senza commettere errori o senza dover applicare nuove e arbitrarie prassi – molto comode, però – con cui regolare sbrigativamente le questioni. Tutto ciò, naturalmente, con l’inevitabile seguito di ricorsi giudiziali – che tra qualche anno potrebbero richiedere un ulteriore richiamo alle Sezioni Unite – che difficilmente riceveranno una risposta adeguata.

Ne cito alcune, solo a titolo di esempio:
– L’assegno divorzile di natura compensativa potrebbe durare anche tutta la vita?
– Potrà essere aggiornato o annullato, in base alle migliorate condizioni economiche del coniuge percettore?
– Se sì, con quali modalità ed in base a quali parametri?
– Se il matrimonio è durato pochissimi anni, durante i quali il coniuge c.d. debole ha comunque sacrificato il proprio tempo alla gestione di casa e famiglia, in che modo potrà essere determinato con esattezza il periodo temporale di corresponsione dell’assegno?  
– Se il presupposto dell’assegno compensativo è l’aver contribuito, con il proprio sacrificio, alla creazione di patrimonio da parte dell’altro coniuge, qual è la forza misteriosa che impedisce di misurare con esattezza l’entità di tale contributo, dal momento che il patrimonio creato ex novo è facilmente misurabile?
– Esiste un coefficiente, o una scala di coefficienti, in base ai quali determinare con trasparenza ed omogeneità l’esatta misura del contributo apportato dal coniuge debole alla creazione di ricchezza?
– I tribunali adotteranno un criterio uguale in tutto il Paese, oppure seguiteranno ad applicare decisioni differenti a seconda del distretto di Corte di Appello in cui ricadono o, come spesso accade, a seconda del magistrato?

La sentenza della Cassazione a Sezioni Unite, pertanto, solo apparentemente ha rimesso le cose al loro posto. In realtà – com’è tipico costume della Giustizia Civile italiana in tema di famiglia – essa ha risolto un problema e ne ha creato altri dieci, soprattutto per i coniugi ben patrimonializzati, che potrebbero essere gravati, da oggi in poi, di un assegno divorzile di proporzioni inusitate e durata indeterminata (o determinata in modo frettoloso e inesatto). Per non citare il fatto che una tale pronuncia amplifica ancora di più le differenze – ormai inaccettabili dal punto di vista sociale – tra le tutele prestate dall’Ordinamento alle coppie unite in matrimonio e quelle negate alle coppie sorrette da un solido e durevole rapporto di convivenza che, spesso, si rivela più stabile di quello delle coppie sposate.

I più maliziosi potrebbero sostenere che non è compito della Cassazione entrare nel merito di questioni numeriche che, invece, dovranno essere affrontate nei tribunali civili. L’osservazione è corretta, ma andrebbe accompagnata da un’altra: nessuno avrebbe potuto impedire alla Cassazione – soprattutto a Sezioni Unite – di statuire, rinviando ad altri organi tecnici, l’istituzione di un documento vincolante per tutti i tribunali che potesse rispondere alle domande sopra evidenziate e ridurre, così, l’ulteriore contenzioso che certamente scaturirà dall’applicazione di principi così indeterminati. Invece, l’unica accortezza usata dalle Sezioni Unite è stata quella di decidere che l’ex coniuge, in virtù del suo nuovo progetto di vita derivante dalla convivenza stabile e dal principio di auto-responsabilità, non potrà più pretendere di ricevere l’eventuale somma riferita alla componente assistenziale dell’assegno.

Questo aspetto, almeno, non lo hanno dimenticato. In “compensazione”, hanno lasciato sul tavolo tutti gli altri.

Startup Fixing, un rating la settimana: Homepal a Better Place Srl

L’investimento in una startup richiede molta cautela, poiché l’azienda generalmente non ha una “storia” di mercato. Non è il caso di Homepal, che ha già condotto con successo due round di raccolta. Ecco la sua scheda di valutazione redatta da Startup Fixing.

In occasione dell’investimento in una startup, gli investitori sono chiamati a valutare, in un’ottica fortemente speculativa, una idea nata dalla mente di altri soggetti, e ad investire su di essa, diventando così soci (Equity Crowdfunding) oppure prestando del denaro ai soci promotori – ad un tasso di interesse generalmente conveniente rispetto a quello offerto nei mercati regolamentati dalle aziende c.d. emergenti – ed essere così dei finanziatori (Lending Crowdfunding). Entrambe le possibilità determinano necessariamente una informazione finanziaria puntuale e prudente, che i fondatori della startup devono fornire agli investitori. Soprattutto agli investitori retail, cui va riservata la più ampia tutela allorquando si avvicinano alle piattaforme di Crowdfunding e si imbattono nella tipica enfasi che nella documentazione viene attribuita alla rapida crescita prospettica del valore dell’azienda.

Per evitare l’assunzione inconsapevole di maggiori rischi da parte degli investitori, bisogna adottare dei metodi accessibili a tutti per razionalizzare al massimo il processo di investimento, e permettere ai risparmiatori di fare scelte che escludano del tutto quegli elementi emozionali  di valutazione capaci di portare fuori strada. “Startup Fixing” è un metodo di valutazione che può essere applicato in ogni contesto di mercato, nazionale ed estero, grazie alle sue caratteristiche di semplicità e “universalità”. Esso, infatti, permette delle comparazioni tra le varie proposte di investimento in startup e aiuta ad comprendere, in pochi passaggi, la credibilità del modello di business prospettato dai soci promotori, il tutto nel rispetto del principio fondamentale della Finanza: ad alti rendimenti corrispondono alti rischi.

Il metodo Startup Fixing consente di scartare automaticamente qualunque progetto i cui dati ufficiali dichiarati dai fondatori-promotori determinino una risposta negativa alle seguenti due domande:
1) il rendimento netto atteso* è superiore al benchmark di riferimento?
2) il costo per l’ingresso nel capitale della startup sconta adeguatamente il rischio specifico per questo tipo di investimento, tenendo conto che si tratta di un rischio superiore a quello previsto per le aziende già presenti nel mercato di riferimento?
Solo con due risposte entrambe affermative Startup Fixing consente di analizzare positivamente l’ipotesi di un investimento, da valutare tenendo conto dei limiti e delle cautele che ogni investitore-risparmiatore deve osservare nella composizione del proprio portafoglio complessivo, in funzione della esperienza e competenza acquisita in materia di investimenti e in base al proprio livello sopportazione del rischio.

Nota metodologica – Il modello di valutazione Startup Fixing considera due direttrici di analisi. La prima consiste nell’attribuire una congrua valutazione sulla possibile reddittività che un ipotetico investitore potrebbe realizzare se si verificassero in futuro tutti i risultati previsti nel business plan redatto a cura della società; la seconda direttrice è rappresentata dalla stima del livello di rischio che i soci fondatori implicitamente attribuiscono al proprio progetto rispetto al livello di rischio del comparto azionario di riferimento. Ciò significa che, se i soci fondatori attribuiranno al proprio progetto una maggiore rischiosità specifica rispetto allo spettro di rischio riscontrabile nei titoli di aziende già quotate quotate in borsa nel medesimo comparto, le informazioni contenute nel business plan verranno giudicate più attendibili dal modello, poiché l’applicazione di questo principio di prudenza determina una sensibile “correzione” al ribasso del valore di Pre-money, e quindi una riduzione del costo, proporzionale al maggior rischio assunto ad un normale investimento azionario, che gli investitori dovranno sostenere per acquisire una partecipazione societaria alla startup.
Il livello di rischio scontato nella determinazione del valore Pre-Money, così come dichiarato nel business plan dai soci fondatori, è espresso dal tasso di attualizzazione implicito ricavato attraverso l’adozione del metodo di attualizzazione dei flussi di cassa (DCF), assumendo come parametri noti il valore Pre-money stesso e quello dei flussi di cassa indicati nel piano industriale. Se il valore ricavato attraverso il DCF è sufficientemente maggiore rispetto al tasso espressione del rischio di mercato del settore di riferimento (grandezza conosciuta), il modello rileva un ulteriore elemento di attendibilità del business plan, che in tal modo dimostra di aver implicitamente tenuto conto dell’elevato rischio specifico che caratterizza le fasi di startup.
Il rendimento* ipotizzato da Startup Fixing viene espresso al netto degli effetti fiscali, ed è determinato sulla base sia delle performance aziendali dichiarate nei documenti ufficiali che dell’orizzonte temporale considerato per l’exit strategy dall’investimento.
Il giudizio complessivo viene espresso attraverso un rating sintetico, individuato da una scala di valori (“stellette”) da 1 a 2 assegnate ad alcuni parametri qualitativi, con un massimo complessivo pari a 5.

HOMEPAL  A BETTER PLACE S.r.L. – Analisi dell’azienda Homepal  A Better Place S.r.l. è uno dei principali operatori proptech in Italia, ed è operativo nell’ambito dei servizi immobiliari (Operations & Services, secondo la classificazione di Damodaran). L’azienda ha già effettuato con successo due round di raccolta fondi per complessivi 5 milioni di euro – uno nel 2018 ed un altro nella primavera del 2021, quest’ultimo con l’ingresso di circa 600 nuovi investitori – e non esclude di effettuarne altri nel prossimo futuro. Il suo modello di business si fonda prevalentemente sulla possibilità di permettere l’incontro tra domanda e offerta superando l’intermediazione degli agenti immobiliari. Fino ad oggi, il suo collocamento presso gli investitori è avvenuto attraverso la piattaforma Mamacrowd, e all’atto della redazione dell’ultimo business plan conosciuto (16 Febbraio 2021), la società dichiarava un valore di Pre-money complessivo pari a 19.808.497.

Giudizio – Relativamente ad Homepal A Better Place S.r.l., il rapporto tra il rischio specifico e il rischio generale del settore è 2,2, superiore pertanto al valore di benchmark 2 previsto per aziende che si trovano in fase Second stage. Anche il rendimento teorico*, ricavato in base ai dati dichiarati, è superiore alle aspettative e si attesta al 69,7%*. Tuttavia, l’assenza di brevetti, l’esistenza di finanziamenti e la mancanza di una exit strategy chiaramente definita penalizzano lievemente il rating complessivo, suggerendo all’investitore maggiore cautela e un supplemento di informazioni prima di investire.


La performance prospettica* relativa all’incremento di valore dell’azienda lungo l’arco temporale considerato per la exit strategy (4 anni) supera la soglia minima di rendimento* considerata congrua dal modello Startup Fixing per la forma di investimento in Equity; inoltre, si riscontra da parte dell’azienda un’adeguata attribuzione di rischiosità specifica, che supera ampiamente il rischio sistemico presente nel comparto azionario. Pertanto, il valore di Pre-money sconta una sufficiente correzione dei valori, grazie alla quale l’investitore potrebbe valutare positivamente l’ingresso nel capitale dell’azienda, in caso di futuri round di raccolta, a parità di prospettive e di valori economico-finanziari.

HOMEPAL  A BETTER PLACE S.r.L. 
VALUTAZIONE SINTETICA DELL’AZIENDA
Rating Sintetico: 3 stelle
Ratio del Rischio: 2,2
Valore Teorico Investimento: 10.000,00 euro
Rendimento Netto Teorico atteso*: 6.971,00 euro
Rendimento teorico espresso in percentuale*: 69,71%

 

*DISCLAIMER
Il presente documento è rivolto a investitori professionali (ai sensi della Direttiva Mifid II) che investono per proprio conto e a soggetti professionali che investono per conto dei propri clienti. Il valore dell’investimento e/o dei redditi periodici derivanti è soggetto a fluttuazioni anche di grande entità, con conseguente variazione al rialzo o al ribasso, ed è possibile che non si riesca a recuperare l’importo originariamente investito. Le informazioni contenute nel presente documento non devono essere considerate offerte o raccomandazioni di acquisto o vendita né sollecitazione di offerte di acquisto o di vendita di titoli e/o di partecipazioni societarie, né attività di consulenza di investimento. Prima di ogni investimento, si raccomanda di esaminare la documentazione fornita dalle fonti ufficiali e/o dagli organi di controllo che vigilano sulla commercializzazione in Italia, nonché la relazione annuale o semestrale e lo Statuto, disponibili presso i collocatori e le piattaforme di investimento.
ProjectBi Srl, proprietaria del marchio e del software Startup Fixing, e l’editore di Patrimoni & Finanza non si assumono alcuna responsabilità relativamente all’accuratezza e alla completezza delle informazioni economiche e patrimoniali fornite dai responsabili della Società esaminate, essendo loro responsabilità fornire dati veritieri al pubblico indistinto e al mercato.
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SPAC americane, mercato pronto a ripartire. Incentivazioni agli investitori in caso di IPO

Secondo Antonio Midolo di Zest, il mercato delle SPAC americane riparte. Nuove quotazioni, annunci di acquisizioni e completamento di altre già avviate. Dal 2003 ad oggi quotate 1.100 SPAC per un valore di oltre 285 miliardi di dollari.

“Dopo una fase di debolezza e di scarso entusiasmo, dovuto anche all’intervento della Sec, il mercato SPAC Usa ha saputo riequilibrarsi e ripartire. Siamo convinti che il 2022 possa rappresentare un anno positivo per il settore”. È la previsione di Antonio Midolo, promotore e gestore del fondo Zest US SPAC.

Il mercato SPAC (Special Purpose Acquisition Company) è composto da oltre 600 società quotate in Usa a fine ottobre 2021, di cui 494 (per un controvalore raccolto di 140 miliardi di dollari) ancora in cerca di acquisizione e le altre 116 (363 miliardi di dollari) in attesa di completare l’operazione di fusione. Complessivamente dal 2003 sono state quotate 1.100 SPAC per oltre 285 miliardi di dollari. I 90 insuccessi, dovuti alla liquidazione per mancanza di successo nell’identificazione delle società target col totale rimborso di capitale raccolto nella fasi di IPO (offerta pubblica iniziale), sono concentrati nel periodo 2008-2011, quando il mercato azionario era in grossa difficoltà, mentre nell’ultimo triennio sono scesi a percentuali trascurabili sul totale delle SPAC quotate: nove, e nessuna liquidazione nel 2021. “A giudicare dal recente andamento del mercato primario, con oltre 30 nuovi IPO listati a settembre ed altrettanti almeno in ottobre e l’imminenza di future quotazioni, è chiaro che l’interesse degli investitori, degli sponsor e delle società target/da acquisire non accenna assolutamente a diminuire”, sottolinea Midolo

Gli sviluppi recenti sono stati positivi nonostante l’intervento a marzo scorso della Sec, che ha voluto raffreddare gli entusiasmi e l’eccesso di nuove quotazioni, che stavano creando una vera e propria bolla riflessa nei prezzi spesso generosamente gonfiati, non solo delle SPAC che avessero già annunciato l’operazione di fusione ma anche di tutte le neo-quotate. E infatti il semestre appena terminato è stato caratterizzato da sostanziale debolezza e scarso entusiasmo degli operatori, con quotazioni in discesa di oltre il 30%.

Nonostante le misure introdotte dalla Sec e dopo una prima fase di tracollo, il mercato SPAC ha saputo comunque riequilibrarsi e ripartire, sulla base di nuovi parametri. Tra questi, maggiori incentivazioni agli investitori in fase di IPO, maggior numero di warrant gratuiti offerti per Unit e sostanziale riduzione delle scadenze da 24 mesi a 12-18, con ulteriore compenso di 0,10 dollari a trimestre, in caso di richiesta di estensione dei termini. “Questo insieme di aggiustamenti sta ricreando le premesse non solo per un consolidamento del settore SPAC sulla notevole base dimensionale raggiunta, ma addirittura di futura crescita, in considerazione dell’equilibrio ricreato, a partire dall’estate, tra il numero di nuove quotazioni, annuncio di acquisizioni e completamento delle stesse”, conclude Midolo.

Consulenti finanziari USA: in che modo creano e coinvolgono la propria clientela

I consulenti “invecchiano” insieme ai propri clienti, con i quali spesso condividono gli aspetti della propria crescita personale. Pertanto, è fondamentale che il professionista abbia le capacità di rinnovare il portafoglio clienti, usando le migliori strategie di acquisizione.

Di Coryanne Hicks e Susannah Snider – usnews.com

Nei servizi finanziari, le questioni più importanti sono incentrate esclusivamente sui clienti: di cosa hanno bisogno, cosa vogliono, dove sono, dove stanno andando e a chi possono fare riferimento lungo il percorso. Non c’è business senza clienti, e tutti i consulenti finanziari devono essere esperti anche nell’arte di trovarne di nuovi e di coinvolgere quelli già acquisiti in portafoglio.

Il fattore età, naturalmente, è essenziale: i bravi consulenti “invecchiano” insieme ai propri clienti, con i quali spesso condividono gli aspetti della propria crescita personale ed economica, i propri successi ma anche gli insuccessi e a volte gli eventi più tristi. Dal punto di vista degli obiettivi di investimento e del ciclo di vita del patrimonio, però, c’è un momento in cui consulente e cliente si confrontano da due posizioni differenti. Infatti, man mano che i clienti invecchiano, essi passano dalla fase dell’accumulo a quella della distribuzionequest’ultima determinata dal raggiungimento degli obiettivi di spesa – e se il denaro accumulato viene speso, le risorse di un consulente (asset in gestione) diminuiscono, e con esse anche le sue entrate. Pertanto, è fondamentale che il consulente abbia le capacità di rinnovare costantemente il portafoglio clienti, facendo leva su moderne strategie di acquisizione e nuove regole che, in particolare negli Stati Uniti, sono il risultato di una evoluzione cominciata già negli anni ’60-‘70, e che in Italia – con i dovuti distinguo – si sono diffuse già da qualche tempo, una volta abbandonate le vecchie “telefonate a freddo“. 

Restringere il focus – Secondo Kevin Darlington, vicepresidente di Broadridge Advisor Solutions (New York), “il consulente finanziario che restringe le dimensioni del proprio target di destinazione massimizza il proprio investimento in tempo e alla fine attira  i clienti ideali. Invece di prendere di mira chiunque abbia almeno 1 milione di dollari, è meglio restringere il campo ai potenziali clienti che, tra quelli con disponibilità di almeno 1 milione, abbiano un’età compresa tra 45 e 60 anni e vivono entro 50 miglia dalla sede di lavoro del consulente”.

Definire il proprio cliente ideale – Il processo di restringimento del campo aiuta a anche a definire il profilo del cliente ideale, quello con il quale il consulente finanziario ha maggiori chance di adattare la propria strategia di marketing e, una volta acquisito, di esprimere al meglio il proprio modello di servizio. Questa fase richiede l’identificazione dei bisogni primari del cliente-tipo, le sue domande e le sue preoccupazioni più probabili, individuate anche in base alla esperienza maturata con clienti simili. E’ grazie a questo studio preliminare che il consulente potrà costruire la sua proposta di valore originale, capace di “parlare” – e far parlare di sè – non solo al potenziale cliente, ma anche al mercato.

Sviluppare campagne di content marketing – Definite le domande che il cliente ideale si sta ponendo, è possibile – e conveniente, dal punto di vista dell’autorevolezza – creare campagne di content marketing che lo portino al proprio sito Web, dove troverà delle risposte di base, utili a fissare l’attenzione e, magari, a richiedere un contatto. Un consulente finanziario alla ricerca di imprenditori, ad esempio, potrebbe creare campagne sulla pianificazione della successione aziendale; oppure creare video didattici che affrontano le sfide finanziarie che gli imprenditori devono affrontare. In particolare, i contenuti video di buona qualità, rivolti al cliente ideale, generano molte risposte e aumentano il livello di “conferma” nel caso in cui il nominativo del consulente sia stato riferito da un altro cliente.

Diventare “social” – I social si amano o si odiano, ma questo non deve interessare ai consulenti più efficaci, poiché i social network sono una solida fonte per scoprire nuove opportunità per nuove relazioni con i clienti potenziali. Soprattutto su LinkedIn, dove i consulenti possono comunicare in modo efficiente il proprio brand personale, creando una sorta di “impronta digitale” con cui venga identificata la sua specializzazione. In caso contrario, infatti, si rischia di perdersi nel mare dell’uniformità e dell’anonimato in cui galleggiano moltissimi consulenti. Per vitare ciò, è consigliabile l’espansione su più canali di social media (Youtube, per esempio, oltre a Facebook, Instagram, Twitter e Linkedin), rimanendo però sempre coerenti con il proprio messaggio.

Fin qui si è parlato di “accademia”, ossia di strumenti e strategie universalmente conosciute dai consulenti (sebbene non sviluppate con regolarità). Infatti, la creatività nell’individuare metodi di acquisizione di nuova clientela, così complicata e indiretta nel mondo virtuale, non ha limiti nel mondo reale. Infatti, esistono altri modi per socializzare con i potenziali clienti oltre ai canali virtuali (con i quali molti professionisti non hanno un buon rapporto), e sebbene richiedano maggiori energie e costi, sono sicuramente molto più efficaci se perfezionati con una certa costanza e con metodo. In pratica, si tratta di identificare i possibili interessi comuni a quelli della clientela ideale, e sfruttarli per trovare opportunità di interazione al di là del PC, come facevano i consulenti di una volta. Per esempio, uno dei più bravi consulenti newyorkese, appassionato di cani, acquisiva clientela nuova organizzando – o improvvisando, molto spesso – riunioni e incontri “casuali” proprio in un parco per cani. Altri, molto più “classici”, fanno ancora identica cosa nei circoli del tennis e persino in occasione dei celebri “mercatini del vicinato” americani.

Il capitolo dedicato ai clienti già acquisiti (mercato effettivo) non certo è meno importante di quello del mercato potenziale, ed anzi necessita di grandissima attenzione, poiché i “già clienti” sono i migliori testimonial del consulente. Pertanto, è utilissimo coinvolgerli nelle proprie riunioni di acquisizione, senza alcun “copione”: parleranno comunque bene, in modo del tutto spontaneo, del professionista, e in più si sentiranno orgogliosi di averlo fatto. In generale, però, il mantenimento di un buon livello di relazione con i clienti passa dalla sensibilità del consulente nel saper definire le loro aspettative di contatto periodico, nel senso che alcuni di loro desiderano ricevere notizie solo una volta all’anno, mentre altri si aspettano contatti più frequenti (trimestrali o addirittura mensili).

Negli Stati Uniti, poi, non di rado i consulenti organizzano i c.d. “eventi trimestrali di apprezzamento dei clienti”, veri e propri happening informali, dalla durata di qualche giorno (o un week end) in occasione dei quali i clienti possono andare e venire a loro piacimento, anche più volte, magari invitando amici “non clienti” a pranzi o cene a base di vino e formaggio, oppure ad un barbecue, con tanto di giochi per i bambini, nei mesi estivi. Dopo due anni di Covid, naturalmente, la necessità del distanziamento sociale ha fatto sì che le riunioni-clienti al chiuso siano diminuite enormemente – non i “parties on barbecue” che sono all’aperto – e siano aumentati esponenzialmente gli eventi in video, molto meno coinvolgenti dal punto di vista emozionale ma più sicuri, da svolgere invitando anche le famiglie dei clienti rendendo così la pianificazione finanziaria un evento familiare.

Banche, il “no core” aumenta la prossimità presso i clienti e apre nuovi mercati

Il modello di business in declino e la riduzione dei margini costringono a ripensare l’offerta dei consulenti finanziari non autonomi e delle stesse società mandanti. Il “multi-service” sembra essere la struttura più promettente per stabilizzare i ricavi, fidelizzare la clientela e permettere l’ingresso di nuove leve.

Di Alessio Cardinale

Un virus si aggira da molti anni tra i grandi gruppi bancari italiani, e come tutti i virus è invisibile ad occhio nudo, ma molto potente. A causa della sua diffusione, le banche sono costrette quasi ogni biennio a cambiare rapidamente i propri piani di sviluppo, aggiornandoli in base a quelle che solo in apparenza sembrano essere le mutate condizioni del mercato o la differente congiuntura economica. In realtà, il virus di cui parliamo è endogeno allo stesso sistema bancario, ed ha come effetto quello di generare la famigerata “sindrome da innovo-deficienza acquisita”.

I sintomi di questa malattia auto-immune, resi ancora più evidenti dall’azzeramento dei tassi di interesse e dalla scomparsa della tradizionale fonte di ricavo delle banche (la “forbice dei tassi”), sono sempre più evidenti: incapacità di trovare nuove fonti di ricavo, necessità di continui processi di accorpamento, affannosa ricerca di economie di scala al proprio interno, perenne standardizzazione del modello distributivo per massimizzare il numero di clienti al minimo costo e, infine, chiusura dei punti-vendita (filiali) e costante diminuzione dei margini di ricavo alla rete. Il sistema bancario, pertanto, esprime una certa incapacità a rivoluzionare l’offerta in senso modulare, mostrando una certa lentezza sia nel mettere in pratica gli intenti già dibattuti che nel progettare servizi ad alta possibilità di personalizzazione, in modo tale da costruire soluzioni ritagliate in base agli specifici bisogni e desideri dei clienti.

Non sembrano esserci differenze di scenario anche nelle banche-reti, che continuano ad investire nel recruiting di risorse umane già operative nel settore e nello sviluppo dei canali digitali, senza però cogliere la grande sfida del contratto di consulenza indipendente e, soprattutto, del marketing virtuale, ossia di quel nuovo modello distributivo ibrido che già in altri paesi occidentali utilizza efficacemente la tecnologia per mettere in contatto i propri wealth manager con il pubblico indistinto e per esaltare le loro competenze professionali acquisite nel tempo. E’ evidente, infatti, che legando strettamente la consulenza alla distribuzione dei prodotti finanziari non possa esserci alcuna affermazione presso il pubblico di utenti della consulenza finanziaria da remoto, che già oggi potrebbe essere fruibile attraverso la tecnologia video, sempre più  all’avanguardia, di cui disponiamo.

In definitiva, nonostante la fase di maturità e declino del core business bancario imporrebbe un integrale ripensamento del modello aziendale, le banche italiane – e con esse le banche-reti – continuano a voltare lo sguardo, incuranti dei richiami all’innovazione dell’offerta, dal momento che l’innovazione di prodotto è ai massimi livelli. Per definire in modo semplice ciò che sta accadendo, è come se le banche avessero raffinato in modo ineguagliabile il proprio modo di cucinare prodotti di pasticceria, ma avessero completamente dimenticato come si cucinano due uova al tegamino.

DALLA PERFORMANCE DI PORTAFOGLIO ALLA “PERFORMANCE DEL CONSULENTE”

Eppure, relativamente al mondo delle banche-reti, una delle possibili soluzioni è a portata di mano, e basterebbe richiamarsi alle innate capacità di adattamento dei consulenti finanziari – e alla loro abilità nel saper trattare sufficientemente bene di ogni cosa, abituati come sono ad essere creativi – per vederla con chiarezza e tracciare un solco tra il passato ed il futuro. Il sistema, infatti tende ancora ad osannare il portafoglio medio e a privilegiare il vecchio modello di competenza e relazione basato sulla performance di portafoglio, e fa una certa fatica a sposare una nuova ottica, quella di “performance del consulente” nel soddisfare le esigenze di benessere dei clienti. Questa ottica, infatti, impone anche alle società mandanti ed al mercato intero dei profondi mutamenti di approccio professionale, di fronte al quale l’approccio commerciale di oggi scompare anche idealmente. Il successivo passaggio, poi, al concetto di “performance della banca-rete” diventerebbe immediato, e forse mette paura all’industria del risparmio che si fonda ancora sulla qualità dei processi ma non sulla qualità del risultato complessivo per la clientela.

Invece, il passaggio dalla performance di portafoglio alla performance del consulente permetterebbe di scollegare la propria attività dalla performance, e quindi potrebbe essere una opportunità anche per l’industria del risparmio, i cui strumenti finanziari fanno fatica a superare i vari benchmark per via della necessaria presenza dei costi annui. Peraltro, le banche-reti e le società di gestione hanno già un modello a cui ispirarsi, quello del Wealth Management, oggi riservato ai detentori di buoni patrimoni ma del tutto estendibile, con i dovuti accorgimenti, a qualunque fascia di clientela, che lo scoppio della pandemia ha costretto ad un forzoso adattamento dei costumi e, soprattutto, delle modalità di consumo. In tal senso, le banche oggi potrebbero far valere il proprio livello di prossimità e la propria capacità di attrazione verso la clientela per distribuire servizi “no core”, ossia quelli di natura anche molto differente da quelli “core” ma del tutto adattabili all’offerta bancaria, che così guadagnerebbe nuove fonti di ricavo per sé e per i propri addetti.

Ma come può avvenire tutto ciò, quale può essere la strategia da adottare per un simile cambiamento? Il principio da osservare è simile a quello utilizzato in qualunque azienda multi-prodotto o multi-service, e cioè individuare dei “contenitori” che fungano da volano per servizi di natura diversa da quelli tradizionali ma piuttosto profittevoli. Il contenitore “naturale” delle banche-reti non può che essere l’Educazione Finanziaria di base, valorizzata in termini di formazione al consulente, elevata a servizio vero e proprio verso i clienti e non più relegata a mero optional discrezionale in mano ai consulenti più sensibili ed evoluti. Per fare alcuni esempi pratici, le banche-reti potrebbero strutturare corsi di educazione finanziaria alle famiglie, da svolgere presso il domicilio dei clienti e/o tramite video-call, divisi in più appuntamenti settimanali e con un programma sartoriale, da seguire con l’ausilio di dispense informatiche (o cartacee, per i clientiolder“) personalizzate a cura di un ufficio dedicato.

Educazione finanziaria

Il mercato di sbocco di un simile approccio, grazie ad un ulteriore aumento del grado di prossimità alle famiglie, potrebbe essere quello dei servizi “no core”, gratuiti e/o a contenuto economico-partecipativo (indiretto). In particolare, tra i servizi gratuiti, da erogare in collaborazione con primarie aziende di settore, potrebbero individuarsi in quelli di:
– livelli successivi di Educazione e Cultura Finanziaria diversi dal livello di base;
– consulenza per studi all’estero dei figli (vacanza-studio e università, con collegamenti personalizzati con i college stranieri);
– servizi di vacanza-studio estivi presso college in tutto il mondo con alloggio alberghiero o presso famiglie ospitanti, anche per i clienti adulti (corsi di lingua sia all’estero che in loco, per il mantenimento del livello o l’ottenimento di certificazioni);
– servizi di agenzia di viaggio.

Tra i servizi “no core business” a contenuto economico – e quindi con conseguimento di ricavi per la banca-rete ed il consulente – potremmo annoverare, solo a titolo di esempio:
– supporto attivo per servizi notarili-successori;
– supporto attivo per servizi legali-societari;
– supporto attivo per servizi tributari;
– supporto attivo per servizi di intermediazione immobiliare;
– supporto attivo per servizi di noleggio auto di lungo termine e/o leasing;
– supporto attivo per servizi di acquisto orologi di pregio;
– supporto attivo per servizi di acquisto auto d’epoca;
– supporto attivo per servizi di ingegneria e interior design.

Già oggi, quasi tutti i consulenti finanziari vengono regolarmente coinvolti in eventi familiari e relative richieste di consigli utili che nulla hanno a che fare con la finanza operativa e la gestione del risparmio, per cui il passaggio tra l’attuale sistema di offerta e quello del futuro, ben strutturato (anche) sui servizi no core, sarebbe più vicino che mai, e permetterebbe di assicurare l’ingresso di nuove risorse umane da formare persino in attesa del conseguimento dell’esame di stato da consulente finanziario, poiché la distribuzione di quasi tutti i servizi no core esaminati non richiede l’autorizzazione della Consob. Il problema è che le banche-reti, questo passaggio, non riescono ancora a vederlo, oppure non vogliono vederlo.

E’ proprio vero che il cambiamento, anche quando ci attrae, mette sempre un po’ di paura.

Startup Fixing, il metodo universale per valutare correttamente qualunque investimento in startup

In ogni progetto imprenditoriale in fase di startup, il c.d. rischio d’impresa si manifesta nella sua massima espressione, poiché l’azienda su cui investire non ha ancora una “storia” né risultati di mercato sui quali fare affidamento.

In occasione dell’investimento in una o più startup, gli investitori sono chiamati a valutare positivamente, in un’ottica fortemente speculativa, una idea nata dalla mente di altri soggetti e ad investire su di essa in base a varie forme e modalità. Si tratta della nuova frontiera dell’investimento, quello nella c.d. Economia Reale, che richiede una forte capacità di coinvolgimento sociale dei potenziali investitori, prima ancora di quello economico.

In un contesto simile, il concetto di rischio deve essere analizzato sia dal punto di vista dei soci promotori che da quello degli investitori, che nelle startup hanno un ruolo fondamentale almeno quanto i primi (se non di più). Infatti, i primi chiedono ai secondi di finanziare la propria idea imprenditoriale e gli investimenti sostenuti fino ad un certo momento (c.d. vantaggio competitivo), dietro condivisione dei risultati futuri– individuabili massimamente in un forte incremento del valore delle proprie quote in un lasso di tempo massimo di 5–7 anni – mentre i secondi devono valutare l’investimento di denaro proprio nel presente e diventare così soci (Equity Crowdfunding) oppure semplici finanziatori dietro corresponsione di un tasso di interesse annuale (Lending Crowdfunding).

Ed è proprio questa differenza di “punto di vista” che determina, nell’investimento in una startup, la necessità di una informazione finanziaria puntuale e prudente che i fondatori devono fornire agli investitori, soprattutto agli investitori retail, che grazie alla nuova normativa europea saranno chiamati a valutare la partecipazione azionaria in aziende startup (o a finanziarle) senza avere le competenze degli investitori professionali e confidando sulle informazioni contenute nei business plan pubblicati nelle piattaforme di Crowdfunding (che consentono l’investimento anche nel settore immobiliare), dove generalmente si dà particolare enfasi alla rapida crescita prospettica del valore dell’azienda e minore cura agli scenari negativi ed ai possibili rischi. Infatti, non capita di rado che nei business plan venga presentato un valore aziendale (c.d. di Pre-money ) privo dei suoi criteri di stima, a detrimento del principio di puntuale informazione richiesto da qualunque investimento.

Naturalmente, la maggior parte delle startup, all’interno della “proposta informativa per l’investitore” che si trova sia nel proprio sito web che tra la documentazione presente nella piattaforma di investimento, parlano anche dei rischi insiti nell’investimento, nel rispetto di quanto stabilito dagli organi di controllo. A tal proposito, la Consob sul suo portale di informazione finanziaria prevede espressamente: “Il fattore emozionale nella scelta del progetto da finanziare costituisce forse uno degli aspetti più delicati di cui l’investitore (soprattutto quello non professionale) deve prendere coscienza (…). L’approccio inevitabilmente emozionale con cui si valuta l’investimento, oltre che la intrinseca rischiosità di società neo costituite operanti in settori innovativi, sono alla base dei principali rischi dell’investimento in start-up innovative. A questi si aggiunge il rischio di truffa tipico di tutte le transazioni effettuate on-line”.

Di conseguenza, la necessità di porre un freno alle scelte puramente emozionali degli investitori richiede l’adozione di strumenti mediante i quali razionalizzare al massimo il processo di acquisto e permettere ai risparmiatori di fare scelte consapevoli. Oggi, il metodo più attendibile è quello proposto dal modello di valutazione denominato “Startup Fixing”,  sviluppato da ProjetBI srl, che può essere applicato in ogni contesto e mercato nazionale ed estero grazie alle sue caratteristiche di semplicità e “universalità”. Con Startup Fixing, infatti, è possibile effettuare delle comparazioni tra le varie proposte e formare dei benchmark per via del criterio di base – del tutto razionale e privo di qualunque implicazione emozionale –  volto ad individuare la credibilità del modello di business prospettato dai soci promotori della startup, sotto l’egida del principio fondamentale della Finanza: ad alti rendimenti corrispondono alti rischi, e viceversa.

Sulla base di questo assioma, si può esprimere un giudizio sulla misura del rischio, e soprattutto la sua “congruità” rispetto all’assioma considerato. Infatti, è coerente attendersi che il rischio specifico del progetto della startup (espresso dal simbolo greco “σ” – sigma), attribuito dai soci promotori, debba essere di parecchie volte superiore rispetto a quello che si riscontra negli investimenti in azioni presenti nei mercati regolamentati (espressi dal simbolo “s”). Questa maggiore rischiosità, per un principio di prudenza del tutto proporzionale al sensibile tasso di “mortalità” delle startup, determina alla fonte un necessario contenimento del valore di pre-money dichiarato (espresso dal simbolo “W”), che in definitiva è il costo che gli investitori devono sostenere.

Senza la rigida osservanza di questi due principi di definizione del rischio, il metodo Startup Fixing scarta automaticamente il progetto, poiché il processo decisionale di scelta dell’investimento cui il metodo risponde si basa sulle seguenti domande:
1) il rendimento netto atteso è superiore al benchmark di riferimento? (il benchmark più usato è l’Italian Equity Crowdfunding Index del Politecnico Milano);
2) il costo per l’ingresso nel capitale della startup sconta adeguatamente il rischio intrinseco per questo tipo di investimento, tenendo conto delle soglie di rischio previste per il mercato di riferimento?

Solo con due risposte entrambe affermative l’investimento può essere poi valutato nel dettaglio. Infatti, la qualità del segnale informativo scaturente dal modello di calcolo è a sua volta legato strettamente alla qualità dei dati economico-finanziari presenti nei business plan, i quali dovrebbero derivare da un percorso logico di calcolo moltiplicativo ed additivo di altrettanti dati elementari (es: numero di ore lavorate per il costo lavoro orario, numero di pezzi di materia prima per costo unitario, etc). Ebbene, il rispetto di questo processo di costruzione numerica è riscontrabile rapidamente attraverso l’utilizzo di una speciale proprietà matematica (la c.d. Legge di Benford) che, presente anche nel software interno al modello Startup Fixing, è da diversi anni applicata in ambito di revisione ed estesa anche per l’analisi dei piani economici e finanziari. Il superamento del test della Legge di Benford rafforza la validità della decisione presa sull’investimento.

Gianluca Gabrielli: azioni Usa per proteggersi dalla bolla immobiliare cinese

La frenata del Pil cinese nel terzo trimestre è un campanello d’allarme. La bolla immobiliare cinese non è sostenibile e potrebbe generare un sensibile rallentamento della crescita del Paese negli anni a venire.

“Il caso Evergrande è un campanello d’allarme: la bolla immobiliare cinese non è sostenibile e potrebbe generare un sensibile rallentamento della crescita del Paese negli anni a venire. Pertanto, oggi serve estrema prudenza su quest’area”: è l’analisi di Gianluca Gabrielli, Strategist e gestore di Komorebi Invest Suisse.

“Quello che sta accadendo sul mercato immobiliare cinese, con grandi operatori a rischio default, da Evergrande a Family Holdings Group, è l’esempio plastico di cosa può accadere quando la creazione di debito non avviene per soddisfare la necessità insoddisfatta di capitali reali produttivi di una economia, ma serve, al contrario, per sostenere un dato livello corrente di consumi”, spiega Gabrielli. “Finché dura lo stimolo del credito a basso costo, l’economia reagisce positivamente, ma se manca la corrispondenza tra investimenti e domanda, quando lo stimolo cessa viene meno anche la componente di Pil generata artificialmente: la frenata del Pil cinese nel terzo trimestre, al 4,9% rispetto al 7,9% del trimestre precedente, è coerente con questo scenario”.

Si tratta di fenomeni già visti, per esempio, in Malesia nel 1997 e in Grecia nel 2003. Nei primi anni Novanta, la Malesia alimentò un boom di investimenti, grazie a condizioni di credito particolarmente favorevoli. Quando, però, nel 1997, le condizioni cambiarono e l’accesso al credito divenne più costoso, i flussi di investimenti si fermarono e, essendo disancorati da un aumento reale della domanda interna, generarono una caduta del Pil pari a quasi due terzi di quanto era cresciuto nella fase di stimolo e furono necessari sei anni per tornare ai livelli di Pil toccati nel ’97.

Il caso della Grecia è analogo. A partire dal suo ingresso nell’euro, il Paese ha sperimentato un boom dei consumi, pubblici e privati, dovuti al maggior credito disponibile e non al reddito disponibile. La crisi che ne è seguita, nel 2010, ha cancellato, fino ad ora, quasi metà di quella crescita effimera e temporanea e il PIL non accenna a riprendersi. “Il motore della crescita cinese dal 2009 ad oggi è stato l’aumento del debito, che è passato da 7 mila a 50 mila miliardi di dollari. La crescita del Pil conseguente a questo debito è stata di 11 mila miliardi di dollari, da 5 a 16 mila miliardi”, prosegue Gabrielli. “Tuttavia soltanto una parte di quel debito ha finanziato investimenti produttivi, mentre la maggior parte è servita a finanziare i consumi privati e investimenti non produttivi, come dimostrano l’aumento delle nuove auto per abitante – che secondo le nostre analisi ha quasi raggiunto il livello degli Stati Uniti – e soprattutto l’enorme boom edilizio residenziale, che, secondo Goldman Sachs, vale 62 trilioni di dollari contro i 24 trilioni degli Usa, e che ha generato il guaio Evergrande”.

In questo scenario, esiste il rischio concreto che al Pil cinese possa accadere quanto successo alla Malesia o alla Grecia: o un crollo repentino con un recupero successivo (tanto più veloce quanto più svaluteranno la loro valuta) oppure un lunghissimo periodo di crescita molto al di sotto del loro target del 6% annuo.

“Dal punto di vista dell’allocazione di portafoglio, quindi, è bene affrontare con estrema prudenza l’esposizione verso la Cina, perché gli attuali valori azionari, seppur ridimensionati rispetto ai recenti massimi di inizio anno, potrebbero subire consistenti cali”, conclude il gestore. “Il possibile bilanciamento di portafoglio continua a essere offerto dall’azionario americano, che ha beneficiato anch’esso di una forte crescita degli investimenti a partire da inizio 2009, ma si tratta di investimenti che hanno impattato un’economia in pieno slancio tecnologico, sostenendo settori decisivi per la crescita futura, come l’elettromobilità, il cloud computing, la comunicazione mobile, il software: non è un caso che dal 2009 a oggi nomi come Apple, Google, Amazon, Netflix, Tesla siano prettamente fenomeni a stelle e strisce”.