Giugno 18, 2026
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INVESTITORI

Il Regno Unito preso alla gola dall’inflazione: un avvertimento per l’Occidente?

Secondo il team di gestione di DNCA Invest, la paura che il potere d’acquisto dei salari sarà schiacciato dall’aumento dei prezzi sta intaccando l’ottimismo dei britannici, alcuni dei quali temono che i costi energetici aumenteranno fino al 60%. A questo si aggiunge il conto della Brexit.

“Meglio prendere il cambiamento per mano prima che ci prenda per la gola” diceva Churchill. Con il rischio che l’inflazione vada fuori controllo, i banchieri centrali dovranno agire al più presto. Tra i primi di questi duellanti della moderna teoria del denaro a dover incrociare le spade con l’aumento dei prezzi c’è Andrew Bailey. Il governatore della Banca d’Inghilterra, che è entrato in carica a marzo al culmine della tempesta pandemica, è originario di Leicester. Oltre ad essere la patria dell’industria tessile e del suo famoso condimento, la città manifatturiera delle Midlands è anche nota per condividere il suo nome con la famosa piazza di Londra che fu uno degli epicentri più iconici dell'”inverno dello scontento” del 1978-79. Il ricordo della “piazza putrida” è forse particolarmente forte nella mente di Bailey, che deve già affrontare il fatto che la fiducia delle famiglie è scesa al livello più basso da febbraio nel suo 17° mese di mandato.

Nonostante una crescita nominale di quasi il 6% nel secondo trimestre e un rialzo dei salari mai visto da qui a 24 anni, la paura che il loro potere d’acquisto sarà schiacciato dall’aumento dei prezzi sta intaccando l’ottimismo dei britannici, alcuni dei quali temono che i loro costi energetici aumenteranno fino al 60%. A questo si aggiunge il conto della Brexit: la carenza di beni e di manodopera nell’industria, nell’artigianato e nei servizi sta paralizzando il paese dalle sue stazioni di servizio ai banchi dei macellai, e peggiorando le interruzioni della catena di approvvigionamento internazionale.

Questo aumento dell’inflazione non è arrivato nel momento migliore. Gravato da un deficit di bilancio e commerciale (rispettivamente 10% e 2% del PIL), il paese si trova in una situazione di dipendenza dai finanziamenti esteri, tanto più che, dopo 17 mesi di sostegno, la BoE smetterà di finanziare direttamente il debito pubblico da dicembre. Tuttavia, troppa inflazione riduce l’attrattiva della zona della sterlina. Gli investitori chiedono quindi un premio di rischio per investire nel Regno Unito. Il rendimento a 10 anni richiesto dal mercato è in aumento, mentre la sterlina ha perso il 6% del suo valore contro il dollaro da maggio. Questa doppia penalità finanziaria porta a un terribile circolo vizioso: più la sterlina cade, più le materie prime importate diventano costose, spingendo in alto i prezzi alla produzione e al consumo

Per fermare questo circolo vizioso e ripristinare la credibilità della BoE e della sua moneta, Bailey dovrà prendere una decisione difficile: aumentare i tassi di interesse prima del previsto e probabilmente più di una volta. In un contesto di rallentamento economico e di inflazione record dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia, questo cambiamento di politica monetaria potrebbe innescare una recessione alle porte dell’Europa. Tagliare la mano per non perdere il braccio… dall’altra parte della Manica e dell’Atlantico, né Lagarde né Powell possono vantarsi di essere indifferenti al destino britannico. 

Fonte: Newsletter DNCA dell’11 Ottobre 2011 – DNCA Finance, Via Dante, 9 Milano

Investire in immobili. Milano, Roma e Napoli nel mirino degli investitori, nonostante i costi

Sebbene il 2021 sia stato, fino ad ora, un anno di ripresa delle compravendite, in Italia gli scambi sono comunque gravate da pesanti oneri di investimento. Nonostante ciò, la casa resta ancora un asset importante che attira gli investimenti dei risparmiatori.  

Ancora prima della pandemia, il modo di investire in immobili era già molto cambiato rispetto al passato; con l’inizio dell’emergenza Covid il fenomeno si è solo accelerato, anticipando rapidamente i cambiamenti che il progressivo ricambio generazionale stava determinando nelle preferenze di acquisto, così diverse tra babyboomers e i figli millennials. Di conseguenza, l’approccio tradizionale al mercato immobiliare ha lasciato spazio ad un atteggiamento più “pragmatico” delle nuove generazioni di acquirenti, e gli investimenti immobiliari oggi non sono più visti come un bene rifugio a senso unico, capace di produrre reddito e un sicuro plusvalore in caso di rivendita.

Accanto all’approccio di investimento tradizionale – ancora valido per alcune tipologie immobiliari e in determinate aree geografiche o locali – l’accelerazione dei servizi internet e della tecnologia ha permesso la nascita di nuove forme di investimento immobiliare (Crowdfunding), che hanno ampliato le opportunità di chi desidera investire in abitazioni con piccole cifre e, in ogni caso, la politica dei mutui a tasso più che accessibile sta fungendo da volano per le tipologie di case meno ampie (due e tre vani) ma molto appetibili per le coppie più giovani e dai single, ma anche per chi vuole investire e mettere in locazione, soprattutto secondo la modalità di affitto breve.

Sebbene il 2021 sia stato, fino ad ora, un anno di ripresa delle compravendite, in Italia gli scambi sono comunque gravate da pesanti oneri di investimento. Il primo è rappresentato dalle imposte di registro per l’acquisto di seconde case – chi investe in immobili da mettere a reddito di solito detiene già almeno la prima – o dalla cedolare secca per gli affitti. Il secondo onere è meno determinabile ma non meno insidioso, ed è costituito dai tempi di rivendita dell’immobile, che variano dai circa 100 giorni di Milano agli altre 300 di Palermo. Il terzo onere è individuabile nei costi di agenzia, pari mediamente al 3% del prezzo di acquisto dell’immobile. Nonostante ciò, secondo Fabiana Megliola (Responsabile Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa) “La casa resta ancora un asset importante che attira gli investimenti dei risparmiatori nonostante il lieve calo registrato dalle compravendite con questa finalità”. Nel 2021, le rilevazioni di Tecnocasa evidenziano come nelle grandi città gli acquisti per investimento abbiano rappresentato il 23,2%, in lieve calo rispetto al periodo pre-pandemia quando erano intorno al 24,9%.

Analizzando le compravendite da investimento a Milano, Roma e Napoli, il dato di Milano è perfettamente in linea con quello nazionale, e si posiziona intorno al 23%, quello di Roma è decisamente al di sotto, con il 17,4%, mentre a Napoli si segnala la percentuale più elevata, con il 35%. Relativamente alle zone della città citate, a Milano buona parte delle transazioni si sono orientate verso le zone interessate da lavori di riqualificazione: San Siro  dove, oltre ad esserci attesa per l’importante progetto di riqualificazione che interesserà l’area  da alcuni anni c’è attrattività legata all’arrivo della metropolitana lilla che ne ha migliorato i collegamenti con le zone centrali ma anche con i due poli più importanti sorti a Milano, Porta Nuova e City Life determinandone anche una maggiore richiesta in termini di locazione ed acquisti. Bene anche i quartieri che gravitano attorno allo Scalo Farini e naturalmente le aree universitarie, da quelle intorno alla Bocconi fino ad arrivare alle zone intorno alla Bicocca. C’è anche interesse, in generale, per i quartieri periferici dove in tanti stanno investendo con l’unico obiettivo di salvaguardare il capitale.

Roma, a differenza di Milano, non ha al momento importanti lavori di recupero e di riqualificazione sul territorio e, per questo motivo, l’interesse degli investitori è orientato abbastanza equamente sulle zone universitarie e su quelle turistiche, che dopo un rallentamento della domanda nel 2020 sono tornate, con la dovuta prudenza, nel mirino di chi investe.  A Napoli, invece, sono le zone centrali ad attirare gli investitori che stanno andando soprattutto nei quartieri meno costosi, anche centrali, per acquistare sia con finalità di casa vacanza sia per mettere a reddito da locazione.  

Imbound marketing la nuova parola d’ordine per le PMI. HubSpot leader grazie al 5G

Inbound Marketing, uno strumento sempre più fondamentale per le piccole e medie imprese che non hanno grandi budget né team dedicati. Secondo Il team di gestione del fondo Neuberger Berman 5G Connectivity*, HubSpot è il player destinato ad aumentare la quota di mercato nel settore.  

L’Inbound Marketing è un importante strumento a disposizione delle PMI, in particolare quelle che non hanno grandi budget di marketing né hanno un team di Information Technology su cui fare affidamento. La pandemia, poi, ha accelerato le esigenze di digitalizzazione di queste PMI, poiché i clienti target sono diventati digitali, e di conseguenza avere una buona posizione fronte strada non è più un vantaggio come prima: i passanti evitano volontariamente di prendere i volantini, mentre altri passeggiano senza nemmeno sollevare lo sguardo dai loro smartphone.

Se volessimo riassumere in poche parole il concetto di Inbound Marketing, potremmo dire che si tratta di un metodo di marketing online che punta a sfruttare le opportunità offerte dal web per rispondere alle esigenze, informative e non, del cliente potenziale, allo scopo di creare interazioni che favoriscono l’acquisto. L’Inbound Marketing mira, pertanto, a far crescere le imprese informando, educando e fornendo ai potenziali clienti contenuti informativi e servizi utili, attraverso un sito web ben progettato, un focus attento sulla creazione di contenuti rilevanti e un coinvolgimento continuo tramite e-mail, messaggi di testo, social media, etc. Questo insieme di attività consente di rivolgersi con certezza al giusto target di persone, con modalità più personalizzate ed efficaci evitando, allo stesso tempo, di sprecare preziose risorse di marketing e di ridurre il costo di acquisizione di nuovi clienti del 60-70% rispetto ai metodi tradizionali.

In un contesto simile, non c’è da meravigliarsi che l’Inbound Marketing sia diventato la nuova parola d’ordine, grazie ai software basati sul c.d. Cloud. Queste soluzioni funzionano per aiutare le aziende ad automatizzare l’intero “viaggio del consumatore” all’interno di una strategia di marketing migliore sia nella vendita che nell’assistenza ai clienti, il tutto ad un costo molto conveniente. Per una micro-impresa, per esempio, 30-40 dollari al mese sono tutto ciò di cui ha bisogno per i servizi software di Inbound Marketing, che ovviamente è molto più conveniente ed efficiente rispetto all’assunzione di un intero team di esperti di marketing digitale.

L’opportunità di investimento legata al marketing digitale è destinata a crescere in modo significativo nei prossimi anni, dagli attuali 57 miliardi di dollari agli oltre 180 miliardi. Tutto questo è trainato dai trend di trasformazione digitale in atto e dalla diffusione su scala globale della connettività 5G. A beneficiarne saranno i software più innovativi connessi al Cloud in grado di automatizzare e ottimizzare l’Inbound Marketing, così come le società sviluppatrici. Tra queste, HubSpot è società leader nel segmento specifico, grazie alla sua piattaforma all-in-one di marketing automation tra le più popolari al mondo, e appare in una buona posizione per catturare questo trend di crescita e aumentare la propria quota di mercato.

Relativamente all’azienda, HubSpot si è evoluta nel tempo, passando dall’essere un singolo software ad una vera e propria piattaforma all-in-one e connessa al Cloud. Ad oggi viene utilizzata da più di 100.000 clienti, molti dei quali sono PMI, e aiuta le aziende a ricostruire il proprio sito web, a realizzare i contenuti destinati a guidare i clienti target verso i prodotti o servizi commercializzati, a interagire con gli utenti dei social media pubblicando notizie/promozioni e aumentando la consapevolezza del marchio attraverso campagne pubblicitarie e messaggi personalizzati. HubSpot, inoltre, supporta le PMI nell’ottimizzazione dei motori di ricerca, aiutando i siti Web delle aziende ad apparire nella prima pagina in base alle parole chiave cercate dagli utenti.

Con una vasta rete di quasi 400 partner, HubSpot sta crescendo rapidamente, conquistando sempre più quote di mercato. Oggi HubSpot e il Marketing Inbound sono uno dei principali beneficiari della diffusione della connettività 5G. Con velocità di caricamento più elevate e una migliore connettività, le persone visualizzeranno ancora più contenuti online. il 5G migliorerà la raccolta dei dati che richiedono molto tempo per creare esperienze personalizzate, migliorando la performance. Lo sviluppo di una presenza online per le aziende sarà ancora più vitale, e il 5G porterà anche a una maggiore penetrazione degli annunci digitali con immagini e media avanzati grazie alle elevate velocità della rete. Attraverso il 5G, inoltre, il marketing diventerà ancora più interattivo: ad esempio, potrebbero essere incorporate funzionalità di realtà aumentata o ologrammi

Fonte: newsletter 08/10/2021 Neuberger Berman per investitori istituzionali 

* Questo materiale non deve essere interpretato come una raccomandazione o un’offerta di acquisto o vendita o una sollecitazione all’acquisto o alla vendita di alcun titolo. Le posizioni del fondo Neuberger Berman 5G Connectivity non devono essere considerate una raccomandazione o un consiglio di investimento o un suggerimento di intraprendere o astenersi da iniziative di investimento in titoli. Le posizioni e le allocazioni del fondo Neuberger Berman 5G Connectivity sono soggette a modifica in qualsiasi momento e senza preavviso.  

Il crackdown cinese rivela già adesso un buon valore intrinseco delle società quotate

Nel caso cinese la componente politica gioca un ruolo fondamentale. Secondo Tommaso Procopio di Zest Global Equity, probabilmente il valore intrinseco di molte società cinesi emergerà molto velocemente.

“Il recente crackdown cinese su alcuni settori ad alta componente tecnologica deve essere visto in chiave positiva per quanto riguarda lo sviluppo di questi stessi settori e dell’economia cinese in generale”. È la view di Tommaso Procopio, gestore del fondo Zest Global Equity.

Di recente in Cina abbiamo assistito a un crackdown, cioè all’aumento della regolamentazione statale di alcuni settori, interessati dall’avanzata di tecnologie molto pervasive: il settore dei giochi, del food delivery, dell’e-commerce, della musica. Questo ha interessato società enormi come Alibaba, Baidu, Tencent, Didi, realtà con una capitalizzazione molto alta e che stavano diventando dei colossi a livello internazionale. L’effetto su questi titoli quotati che producono enormi flussi di cassa disponibili (Free cash flows) è evidente. Per esempio Alibaba quota meno di 10 volte Enterprise Value su Free cash flows 2024/2025, mentre Amazon quota oltre 20 volte. Nel caso di Baidu arriviamo a 5 volte rispetto a Google che quota oltre 16 volte. Questi numeri incorporano già stime degli analisti per il 2024/2025 rettificate in parte per il recente crackdown.

Ora gli investitori stanno valutando fino a che punto il crackdown vada a incidere su questi attori e se ne esistono altri potranno beneficiare di questa situazione. Avendo a che fare con la Cina, gli investitori internazionali hanno messo nell’equazione anche il fattore politico. Se lo stesso crackdown fosse avvenuto negli Stati Uniti, si sarebbe visto in maniera molto più netta e veloce e gli investitori avrebbero immediatamente adeguato le loro aspettative di rischio-rendimento. “Nel caso cinese la componente politica gioca un ruolo fondamentale e questo per ora sta frenando gli investimenti in quell’area”, sottolinea Procopio. “Gli investitori vorranno capire in modo più chiaro e trasparente cosa sta avvenendo prima di adeguare le loro scelte di investimento”.

“La grandezza dell’economia cinese rispetto a quella mondiale – conclude Procopio – non può essere trascurata dai capitali internazionali. Questi si muovono molto velocemente ma si tratterà di capire se questa nuova politica di prosperità comune della Cina possa compromettere in maniera definitiva il valore del mercato azionario cinese e creare una sorta di “obbligazionizzazione” della Cina. Se, come credo, questo non avverrà, il valore intrinseco di molte società cinesi emergerà molto velocemente”. 

Ciclo economico di transizione. Per l’equity rotazione settoriale e controllo del rischio

Secondo Christian Schmitt di Ethenea, il ciclo economico sta attraversando una fase intermedia , ma sarà necessario garantire agli investitori l’accesso ai mercati azionari globali con un rigoroso controllo del rischio.

“Non ci troviamo ancora alla fine del ciclo, ma possiamo sicuramente parlare di un ritorno alla normalità. Questa fase di transizione potrebbe però essere un po’ più turbolenta sui mercati azionari ed è probabile che la prossima fase dell’equity sarà caratterizzata da una continua rotazione settoriale”. È l’analisi di Christian Schmitt, portfolio manager di Ethenea Independent Investors.

Molti tassi di crescita sono attualmente al loro picco. Questo vale per la crescita economica in generale, ma anche per la crescita delle vendite e degli utili per molte aziende. Inoltre, si può supporre che anche il sostegno finanziario e monetario sia a livello di governi che di banche centrali abbia superato il suo zenit. Una situazione che può sembrare minacciosa, ma che rappresenta semplicemente l’inevitabile percorso di ritorno alla normalità. “Per quanto peculiare possa essere ogni crisi, il modello secondo il quale i mercati si sviluppano in un ciclo economico di flessione, recessione, ripresa e successivo boom presenta sempre alcune differenze, ma alla fine le somiglianze superano le diversità”, spiega Schmitt. Durante la fase iniziale di un ciclo, il problema più grande è che il mercato ha già prezzato la cosa, non appena la situazione si riflette concretamente nell’economia reale. In pratica, la demarcazione effettiva delle fasi iniziali e finali del ciclo è possibile solo guardando ex-post l’andamento relativo dei prezzi dei titoli ciclici rispetto a quelli più difensivi.

A posteriori, l’inizio del ciclo attuale è stato quasi esemplare, anche alla luce della recente crisi pandemica. I titoli ciclici hanno sovraperformato i titoli più difensivi da aprile 2020, prima di normalizzarsi gradualmente in estate. Questo è in linea con l’evidenza empirica, che suggerisce che il ciclo iniziale duri circa un anno. Ora sta cominciando la fase successiva, quella del ciclo intermedio. Possiamo aspettarci un ritorno alla normalità, perché in media la fase che abbiamo davanti dura quasi quattro anni. Anche se i rendimenti attesi del mercato azionario non sono più così generosi come nel primo anno della ripresa, rimangono comunque interessanti. La fase di transizione, in particolare, potrebbe essere un po’ più turbolenta sui mercati azionari, poiché gli operatori di mercato sono esposti a un nuovo tipo di incertezza sulle prospettive future.

Tuttavia, è difficile generare un rendimento aggiuntivo sostenibile dalla sola allocazione settoriale. È più probabile che la prossima fase del mercato azionario sia caratterizzata da una continua rotazione settoriale, in cui i singoli temi occupano ancora una volta più spazio e i temi di crescita strutturale possono fare la differenza a lungo termine. “Questa fase di transizione del ciclo è stata accompagnata con prudenza da varie componenti di copertura nel portafoglio Ethna-Dynamisch, che è il fondo multi-asset più aggressivo dei tre Ethna-Funds di Ethenea”, conclude Schmitt (nella foto): “abbiamo mantenuto una elevata esposizione azionaria fin dall’estate del 2020, tenendo il portafoglio concentrato su un nucleo resiliente di titoli, con l’obiettivo di continuare a garantire agli investitori l’accesso ai mercati azionari globali con un rigoroso controllo del rischio”.

Next Generation Plan e Finanza Sostenibile, una sfida per le PMI

Il PNRR-Next Generation Plan porterà in Italia 209 miliardi di euro, di cui 68 miliardi stanziati per la transizione energetica. Le PMI sono chiamate ad integrare l’organigramma aziendale con figure professionali in grado di implementare modelli di business sostenibili e incrementare valore.

Il piano di investimenti elaborato dall’Unione Europea volto alla creazione di un modello di ripresa sostenibile porterà in Italia 209 miliardi di euro, destinati agli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza  (PNRR), con il quale sono state programmate, per alcuni settori, anche delle entrate di capitali privati in partnership con quelli pubblici. Infatti, secondo un’indagine condotta dal Forum per la Finanza Sostenibile, più del 60% degli attori finanziari si è rivelato favorevole a portare avanti progetti sostenibili in partenariato tra la sfera pubblica e quella privata, ma è emersa la necessità di snellire la burocrazia e di formare  le istituzioni pubbliche sui mezzi più idonei al raggiungimento degli obiettivi.

Secondo Maurizio Santacroce (nella foto), amministratore delegato di 24ORE Business School, “In Italia, il patrimonio promosso in fondi aperti sostenibili e responsabili ammonta a circa 80 miliardi di euro, e il PNRR aprirà delle opportunità importanti di sviluppo per tutta l’economia italiana e per le PMI. Il tutto si giocherà in chiave di sostenibilità, visto che quasi il 40% dei fondi europei sarà destinato a progetti di transizione ecologica”. Per le PMI italiane, quindi, l’arrivo di fondi di investimento europei rappresentano una vera e propria sfida, anche perché in Italia il boom degli investimenti sostenibili è in continua crescita: negli ultimi anni è stato guidato da cambiamenti di regolamentazione, dalla consapevolezza degli asset manager, ossia coloro che gestiscono i patrimoni, e, soprattutto, dalla crescente domanda sia dei clienti istituzionali, sia del segmento retail. Un aumento che di recente è stato anche catalizzato dalla crisi del COVID-19.

“La necessità oggi – afferma Santacroce – è quella di aumentare figure professionali di matrice ESG, come i Sustainability Manager, i Corporate Social Responsibility Manager, i consulenti ESG e gli esperti di sostenibilità finanziaria e ambientale, ovvero tutti professionisti  in grado di creare valore in azienda implementando modelli di business sostenibili. Le aziende devono investire nella formazione di risorse qualificate per supportare i nuovi piani di sostenibilità”.

A questo panorama si aggiunge il fatto che il 21 aprile 2021 la Commissione Europea ha avanzato una proposta di direttiva sul reporting di sostenibilità, il CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive). Si tratta di un testo volto ad integrare la direttiva sul reporting non-finanziario attualmente in vigore, allo scopo di aumentare la comparabilità dei dati relativi alla sostenibilità forniti dalle aziende. La nuova direttiva prevede per tutte quelle imprese che vantano al loro interno 250 dipendenti e per tutte le PMI quotate sui mercati europei  l’obbligo di fornire tutti i dati sui rischi ambientali e sociali e le prestazioni finanziarie che abbiano un impatto sugli elementi di sostenibilità. “La nuova proposta – spiega Santacroce – ha una duplice utilità: per gli investitori fornisce una fotografia dello stato attuale dell’impresa, orientando dunque le strategie di investimento, mentre per i clienti è un documento capace di soddisfare le imposizioni di informativa in vigore. La nuova direttiva migliorerà la trasparenza sulla sostenibilità e, quindi, una integrazione per le decisioni degli investitori”.

Per implementare la richiesta di nuove figure professionali che possano affiancare le PMI ad accogliere le nuove opportunità offerte dal PNRR e dai fondi europei, il prossimo 15 ottobre partirà, in modalità live streaming, il Master “Strategie di Sostenibilità Aziendale”, istituito dalla 24ORE Business School e volto alla formazione di giovani neolaureati che desiderano diventare esperti di sostenibilità finanziaria e ambientale, ma anche quei professionisti quali consulenti, commercialisti, revisori e imprenditori, che desiderano aggiornarsi e accompagnare le PMI nella sfida lanciata dal Next Generation Plan.

ll Master è realizzato con il contributo tecnico specialistico di GSE – Gestore dei Sevizi Energetici, con la collaborazione di KPMG, il patrocinio di Ferpi e con un network d’eccellenza composto dai partner del Master e di associazioni del settore.

Che effetti avrà sui mercati finanziari il voto in Germania?

Secondo Tobias Burggraf di Ethenea Independent Investors, i mercati finanziari sembrano completamente indifferenti all’eccitazione che circonda le elezioni del Bundestag. Tuttavia, con i negoziati di coalizione ancora completamente aperti, si aspetta una maggiore volatilità.

La chiusura delle urne in Germania e i suoi risultati preliminari vedono la SPD con il 25,7%, appena davanti alla CDU con il 24,1%, seguita dai Verdi (14,8%), la FDP (11,5%), l’AfD (10,3%) e la sinistra (4,9%). Stando così le cose, parecchi indizi fanno pensare che i negoziati di coalizione saranno complicati, con tante opzioni sul tavolo a rendere apertissima per ciascun partito la scelta del partner di un possibile governo.

Al momento, si fanno strada tre possibili coalizioni: una tra SPD, FDP e i Verdi (la cosiddetta coalizione “Ampel” che significa “semaforo” per via dei colori dei partiti coinvolti), una tra CDU/CSU, FDP e i Verdi (la cosiddetta coalizione “Jamaica”) o una grande coalizione di CDU/CSU e SPD. La coalizione “Jamaica” sembra essere la più probabile. La CDU/CSU e la FDP, infatti, potrebbero attuare gran parte della loro politica economica e finanziaria e calmare la classe media tedesca eliminando una volta per tutte lo spettro della tassa patrimoniale, soprattutto perché la sua realizzazione concreta è comunque incerta alla luce del principio di uguaglianza. Tuttavia, si dovrebbero fare concessioni nella politica sociale, per esempio stabilendo un salario minimo di dodici euro, e allo stesso tempo fissare obiettivi climatici molto più ambiziosi, per esempio sotto forma di rinuncia anticipata all’uso della lignite. In breve: la CDU/CSU e la FDP come spina dorsale dell’economia tedesca, i Verdi come salvatori del clima e coscienza verde, e quindi una situazione vantaggiosa per tutti.

Ma la coalizione “semaforo” sarebbe anche possibile. Olaf Scholz ha pubblicamente sottolineato più volte che può ben immaginare una coalizione con i Verdi. Tuttavia, l’ala sinistra della SPD intorno a Saskia Esken e Kevin Kühnert non dovrebbe fare grandi concessioni alla FDP. Allo stesso tempo, Christian Lindner (FDP) non si stanca di sottolineare che con lui non ci sarà uno spostamento a sinistra. Come intende raggiungere questo obiettivo in un governo di sinistra-verde rimane ancora un interrogativo. Il fatto che Christian Lindner intenda assumere la carica di ministro delle finanze renderà probabilmente le trattative ancora più difficili. In generale, vediamo un leggero vantaggio per una coalizione “Jamaica” rispetto a una coalizione “semaforo”.

Infine, Tobias Burggraf considera improbabile una rinascita della grande coalizione con la CDU/CSU come junior partner. In caso di dubbio, dopo 16 anni di governo, la CDU/CSU userà la prossima legislatura per rinnovarsi con lo scopo di essere in grado di attaccare nuovamente tra quattro anni. Lo stesso vale per una coalizione di CDU/CSU, SPD e FDP (la cosiddetta coalizione “tedesca” a causa della somiglianza con la bandiera). La SPD avrà probabilmente difficoltà a raggiungere i suoi obiettivi politici e ad accrescere la sua visibilità accanto ai liberali e ai conservatori.

E in che modo si stanno comportando i mercati finanziari? Sono completamente indifferenti all’eccitazione che circonda le elezioni del Bundestag. Dopo che il DAX ha chiuso venerdì circa dello 0,7 per cento in meno a 15.530 punti, i futures stanno negoziando circa lo 0,60 per cento in più prima dell’apertura della borsa. Questo è probabilmente dovuto principalmente al fatto che alla fine la coalizione rosso-rosso-verde temuta dall’economia non è andata in porto. Tuttavia, sullo sfondo dei negoziati di coalizione ancora completamente aperti, gli investitori dovrebbero essere preparati a momenti di maggiore volatilità. I rendimenti dei Bund decennali sono saliti bruscamente la scorsa settimana a causa dell’imminente riduzione degli acquisti di obbligazioni da parte della Federal Reserve, ma anche qui i futures sui Bund mostrano scarso movimento, e l’EUR/USD sembra aver trovato un punto stabile a 1,17.

In ogni caso, qualunque sia il risultato finale delle alleanze di governo, una cosa è certa: la Germania è a un bivio e il futuro governo determinerà in modo decisivo il futuro del paese. Quasi tutti i partiti hanno sposato la causa della digitalizzazione e del cambiamento climatico. Se il governo nascente riuscirà a stabilire le giuste premesse, entrambi dovrebbero agire come un ulteriore impulso per far avanzare la trasformazione dell’economia e rendere la Germania pronta per il futuro. Anche i mercati dei capitali dovrebbero beneficiarne.

La definizione di erede legittimo nelle polizza secondo le Sezioni Unite della Cassazione

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno cercato di dare una risposta definitiva al problema della ripartizione dell’indennizzo in materia di polizza sulla vita in favore di terzi, chiarendo come debba interpretarsi l’espressione “erede legittimo”.

Articolo di Bisconti Avvocati*

Il contratto di polizza vita in favore del terzo, include tre soggetti: l’assicurato–contraente, l’assicurazione e il beneficiario. Al verificarsi della morte dell’assicurato il beneficiario ottiene un indennizzo. La caratteristica della polizza vita a favore di terzo è che il beneficiario acquisisce il diritto al pagamento dell’indennizzo da parte della Compagnia iure proprio, in forza del contratto, e non iure hereditatis, cioè perchè erede del contraente-assicurato; quindi, la polizza vita non rientrerà nell’asse ereditario. Ciò nonostante, laddove una polizza vita rechi la disposizione “l’indennizzo deve essere versato in favore degli eredi” si è posta la questione sulla individuazione degli eredi beneficiari e sulle quote spettanti a ciascuno.

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con una recente pronuncia, la n. 11421 del 30.04.2021, hanno cercato di dare una risposta definitiva al problema della ripartizione dell’indennizzo in materia di polizza sulla vita in favore di terzi, chiarendo come debba interpretarsi l’espressione “erede legittimo” contenuta nella polizza. A norma dell’art. 1920, comma 2, la designazione del beneficiario può essere fatta nel contratto di assicurazione, o con successiva dichiarazione scritta o per testamento. Spesso i contratti di assicurazione recano la formula generica “erede legittimo” per designare il beneficiario di un’assicurazione, ove questi non sia specificatamente nominato dal contraente–assicurato. Orbene, tale espressione generica di erede legittimo desta non poche perplessità sul suo significato, e dunque se la stessa debba intendersi in senso astratto oppure in senso letterale, con conseguente applicazione (o meno) delle regole in materia di successione ereditaria, nella ripartizione dell’indennizzo in favore del terzo beneficiario.

La vicenda oggetto della sentenza – Una compagnia di assicurazione impugnava la sentenza della Corte di Appello di Catania, poiché la Corte, in accoglimento del gravame spiegato da Tizio, aveva condannato la stessa a liquidargli una maggiore somma. Tizio era erede del defunto fratello unitamente alla sorella, ma quest’ultima era nel frattempo deceduta e a lei succedevano i suoi quattro figli. Trovandosi, complessivamente in presenza di cinque eredi, la compagnia assicurativa riteneva corretto ripartire in parti uguali, tra tizio ed i suoi quattro nipoti, l’indennizzo derivante dalla polizza, nella misura di un quinto ciascuno. Ma gli eredi beneficiari dell’indennizzo, in realtà, erano solo due: Tizio e la sorella. Per cui Tizio ricorreva in Appello, e la Corte accoglieva la sua impugnazione, affermando che il ricorrente avesse diritto alla metà dell’indennizzo assicurativo, in proporzione alla sua quota ereditaria, mentre ai quattro nipoti, subentrati per rappresentazione (art. 467 c.c.) nel luogo e nel grado della loro madre, sarebbe spettata la restante metà da ripartire fra loro.

La Corte di Cassazione a Sezione Unite, chiamata successivamente a pronunciarsi per dare soluzione relativamente ai principi di legittimità da osservare in vicende simili, ha affermato che la designazione generica degli “eredi” come beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita, in una delle forme previste dall’art. 1920 c.c., comporta l’acquisto di un diritto proprio ai vantaggi dell’assicurazione da parte di coloro che, al momento della morte dello stipulante, rivestono tale qualità in forza del titolo della astratta definizione di “erede legittimo” indicata all’assicuratore per individuare i creditori della prestazione. La designazione generica degli “eredi” come beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita, in difetto di una inequivoca volontà del contraente in senso diverso, non comporta la ripartizione dell’indennizzo tra gli aventi diritto secondo le proporzioni della successione ereditaria, spettando a ciascuno dei creditori una quota uguale dell’indennizzo assicurativo, il cui pagamento ciascuno potrà esigere dall’assicuratore nella rispettiva misura. Tuttavia, se uno dei beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita premuore al contraente, la prestazione, se il beneficio non sia stato revocato o il contraente non abbia disposto diversamente, deve essere eseguita a favore degli eredi del premorto – nella vicenda, la madre dei quattro nipoti del de cuius – in proporzione della quota che sarebbe spettata a quest’ultima, e cioè la metà.

Ai quattro nipoti, pertanto, sarebbe andato un indennizzo pari al 12,5% ciascuno (e non del 20%, come inizialmente osservato dalla compagnia assicurativa).

* Bisconti Avvocati, Studio legale in Palermo

USA, l’esuberanza irrazionale dei mercati è un rischio per la stabilità finanziaria

Secondo Maurizio Novelli, mentre gli indici USA macinano record storici ogni giorno, 45 società su 100 quotate nell’indice Russell 2000 sono in perdita netta. Se la crescita sarà inferiore al 2%, si prospetta una crisi finanziaria da eccesso di debito.

“Il modello di politica economica finanziato ormai prevalentemente dalla Fed vuol far credere che siamo all’inizio di un nuovo boom economico basato su spesa pubblica infinita e leverage finanziario. Mentre gli indici macinano record storici ogni giorno, il 45% circa delle società quotate nell’indice Russell 2000 sono però in perdita netta. Molti confondono la stabilità finanziaria con il fatto che gli asset a rischio continuano a salire, ma è proprio l’esuberanza irrazionale dei mercati che denota che il controllo della stabilità finanziaria è già sfuggito di mano ai policy makers. Il rischio è che gli investitori stiano basando le decisioni d’investimento su dati distorti da provvedimenti straordinari e non sostenibili”. È il commento di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund.

Gli Stati Uniti hanno pubblicato la seconda revisione del Pil del secondo semestre del 2021, che segnala un’economia in espansione a un tasso del 6,6% annualizzato rispetto al secondo trimestre del 2020. All’interno dei dati che compongono il Pil si evince che l’inflazione è salita al 6,1% rispetto al 2,1% del precedente trimestre e che i consumi interni sono in rialzo del 7,9% annualizzato rispetto al secondo trimestre del 2020. Il punto critico è che lo stesso Bureau of Economic Analysis dichiara che l’inflazione, in precedenti dati pubblicati, sarebbe salita al 9,68% annualizzato rispetto al precedente trimestre. Se quindi l’inflazione è al 9,68% il Pil reale non sarebbe in crescita del 6,6 ma solo del 3,02% e i consumi reali sarebbero +4,3% e non +7,9%, secondo il gestore.

Un’altra parte interessante riguarda i profitti delle società americane (quotate e non quotate), che sono saliti del 9,7% rispetto al secondo semestre del 2020, ma sono ancora al -12% rispetto al 31 dicembre 2019. In questa contrazione sono comprese tutte le iniziative fiscali attuate dal marzo 2020, come è stato fatto anche in Europa e tutte queste passività sono state posticipate a tempi migliori, sia per privati che per società. “I dati che abbiamo a disposizione servono solo a mascherare i veri problemi di un sistema economico in grande difficoltà e si preferisce manipolare la realtà anziché implementare politiche mirate al cambiamento”, spiega Novelli.

Le moratorie sui pagamenti hanno contenuto i default nel sistema ma questo non vuol dire che il sistema è sano. Il mercato finanziario sta acquistando a piene mani posizioni speculative sull’equity sulla proiezione di utili distorti dai sostegni fiscali e che in futuro non saranno sostenibili, proiettando gli indici verso livelli che oltre a non essere compatibili con l’economia reale non sono più nemmeno compatibili con la fantasia che li sostiene. Tra dati distorti e Pil “gonfiati” da statistiche di dubbia qualità, il trend rialzista continua sostenuto da una colossale campagna di marketing da parte di Wall Street, che attira sempre più investitori retail alla festa assicurando che le aziende americane continueranno a macinare utili grazie ai fondi pubblici erogati ai privati per consumare, le aziende continueranno a beneficiare di tasse minime e debito gratis e chi non è in grado di pagare i debiti accumulati non potrà essere considerato insolvente grazie alle moratorie in essere.

“Tutto questo non è sostenibile”, conclude Novelli. “Non sarà necessario assistere alla prossima recessione per avere una crisi finanziaria da eccesso di debito, sarà sufficiente una crescita inferiore al 2% per far emergere seri problemi di solvibilità”.

Evergrande, la bomba cinese ad orologeria che nasce dal mattone

Nel 2007 fu il mercato immobiliare degli USA a scatenare una crisi sistemica che mise in dubbio l’esistenza stessa del modello capitalistico, oggi tocca alla Cina mettere alla prova il mondo. Due crisi a confronto, con un’unica matrice.

Il 2021 si era aperto con una piacevole sensazione di continuità della ripresa mondiale, trainata dall’entusiasmo per l’inizio della campagna vaccinale e per uno “scampato pericolo” sanitario che, oggi, tanto scampato proprio non è. Mentre le economie occidentali trovavano nuova linfa nella ripresa e nel recupero del PIL, quella cinese già in primavera ricordava a tutti che la natura del suo capitalismo non è uguale a quella liberista dell’Occidente, poiché il Partito Comunista popolare cinese può sempre intervenire e regolare, a suo modo e senza troppi convenevoli, le distorsioni dei mercati e di tutti i settori della propria economia.

Pertanto, l’estate si è trasformata in una specie di brutto sogno per chi aveva deciso di investire pesantemente sul megatrend cineseche certamente rimane una buona proposta, per il lungo periodo – ed oggi che siamo quasi in autunno il bel vaso Ming da tutti ammirato mostra delle crepe evidenti. In più, la crescita economica di America ed Europa si mostra più lenta delle previsioni, e i prezzi al consumo stanno aumentando rapidamente, soprattutto negli USA ma anche nell’area Euro, dove i prezzi rilevati nel mese di agosto sono balzati del 3% rispetto a quelli dell’anno precedente. Infine, a completare il quadro alcuni effetti della pandemia – carenza di semilavorati e di manodopera, spedizioni lente e tariffe più care – non sono ancora rientrati.

Volendo, tutto la produzione ed il commercio mondiali si erano abituati all’idea di uno “Stop&Go” dettato dal virus, e si stavano adattando alle ondate infettive e alla alternanza di improvvisi rallentamenti della produzione e di rapidissime riprese; la variante Delta, però, con il suo minore tasso di mortalità e la sua alta infettività, non permette più questa modello alternante e indebolisce la crescita, facendo contemporaneamente salire l’inflazione e determinando una generale aspettativa di rialzo dei tassi di interesse per quando gli acquisti di obbligazioni, effettuati dalla Bce per immettere liquidità, rallenteranno e poi cesseranno del tutto (negli USA la Fed ha già cominciato).

In questo scenario di generale debolezza, il mese di Settembre fa intravedere un rischio sistemico all’orizzonte, che potrebbe fare danni rilevanti e che nasce, come per la crisi dei mutui subprime del 2007-2008, dal settore immobiliare. Si tratta di Evergrande e della sua mole di debiti – circa 300 miliardi di dollari, pari al PIL della Finlandia – sotto il cui peso il colosso immobiliare cinese potrebbe fallire a breve, trascinando con sé la borsa e causando un potenziale effetto domino sui mercati finanziari di tutto il mondo. Infatti, nonostante i suoi 79 miliardi di USD di ricavi, i profitti di Evergrande non sono sufficienti per onorare gli interessi su 300 miliardi di debito, e nessuno (neanche il governo cinese) gli presta denaro per via dei ripetuti downgrade delle sue obbligazioni fino alla soglia del rating “junkbond” (titoli spazzatura).

In assenza di liquidità, com’è noto, segue sempre l’insolvenza e il default. La situazione è talmente grave che, al momento, l’unica speranza è che il governo cinese sia persuaso ad intervenire per via dello status di “too big to fail” di Evergrande, le cui passività coinvolgono circa 130 banche e oltre 120 istituti non bancari in tutto il mondo e le cui dimensioni sono da “azienda-stato”: 163.000 dipendenti e 3,8 milioni di lavoratori cinesi nell’indotto (inclusi fornitori e società di costruzione in appalto e sub-appalto). A poco conta che, a differenza dell’unica “too big to fail” americana portata al macello (Lehman Brothers), il colosso immobiliare abbia proprietà reali, poiché il mercato è saturo e la domanda di immobili ristagna.

Pertanto, se non verrà trovata una soluzione con i creditori, c’è la seria possibilità di un crollo che rischia di travolgere l’intero comparto immobiliare cinese e gli investitori internazionali che hanno in mano la metà del debito corporate estero cinese, attratti come sono stati dagli alti interessi distribuiti dalle obbligazioni. Di conseguenza, il rischio del contagio sta già avendo effetti sulle obbligazioni diverse grosse aziende immobiliari cinesi, i cui prezzi sono scesi in media a circa 80/100. Nel frattempo, l’agenzia di rating americana Moody’s ha confermato l’outlook negativo sul gruppo sui 104 miliardi di dollari di bond, parte del quale in scadenza nel 2022. Sullo sfondo, si attendono le mosse del governo cinese, il quale diffonde da mesi il mantra secondo il quale “la casa serve per viverci, non per specularci”, quasi ad anticipare la volontà di Xi Jinping di voler stabilizzare il mercato, disinnescare una possibile (e terrificante) bolla immobiliare e ridurre forzosamente i costi che i cinesi devono affrontare per acquistare casa.

Un compito difficile, visto che il settore immobiliare rappresenta il 13% dell’economia cinese e un default con effetto domino mettere nei guai l’intero sistema bancario, il quale conta 7,7 trilioni di dollari di prestiti nel settore, che oggi si vede costretto a ridurre, mentre il governo cinese introduce un tetto massimo all’aumento degli affitti e pensa di introdurre una tassa sulla proprietà, nel nome di una “chinese way” per disinnescare la possibile crisi del mattone susseguente alla bolla. In tal senso, già i prossimi 3 mesi ci diranno se il modello di intervento imposto da Xi Jinping – il “nuovo Mao”, come qualcuno si è affrettato a chiamare, non senza evocare tristi presagi – sarà stato più efficace di quello americano, i cui effetti si trascinano fino ad oggi, ben 13 anni dopo quella che si riteneva essere la più grande bolla immobiliare della storia moderna.