Agosto 26, 2026
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INVESTITORI

Evergrande, la bomba cinese ad orologeria che nasce dal mattone

Nel 2007 fu il mercato immobiliare degli USA a scatenare una crisi sistemica che mise in dubbio l’esistenza stessa del modello capitalistico, oggi tocca alla Cina mettere alla prova il mondo. Due crisi a confronto, con un’unica matrice.

Il 2021 si era aperto con una piacevole sensazione di continuità della ripresa mondiale, trainata dall’entusiasmo per l’inizio della campagna vaccinale e per uno “scampato pericolo” sanitario che, oggi, tanto scampato proprio non è. Mentre le economie occidentali trovavano nuova linfa nella ripresa e nel recupero del PIL, quella cinese già in primavera ricordava a tutti che la natura del suo capitalismo non è uguale a quella liberista dell’Occidente, poiché il Partito Comunista popolare cinese può sempre intervenire e regolare, a suo modo e senza troppi convenevoli, le distorsioni dei mercati e di tutti i settori della propria economia.

Pertanto, l’estate si è trasformata in una specie di brutto sogno per chi aveva deciso di investire pesantemente sul megatrend cineseche certamente rimane una buona proposta, per il lungo periodo – ed oggi che siamo quasi in autunno il bel vaso Ming da tutti ammirato mostra delle crepe evidenti. In più, la crescita economica di America ed Europa si mostra più lenta delle previsioni, e i prezzi al consumo stanno aumentando rapidamente, soprattutto negli USA ma anche nell’area Euro, dove i prezzi rilevati nel mese di agosto sono balzati del 3% rispetto a quelli dell’anno precedente. Infine, a completare il quadro alcuni effetti della pandemia – carenza di semilavorati e di manodopera, spedizioni lente e tariffe più care – non sono ancora rientrati.

Volendo, tutto la produzione ed il commercio mondiali si erano abituati all’idea di uno “Stop&Go” dettato dal virus, e si stavano adattando alle ondate infettive e alla alternanza di improvvisi rallentamenti della produzione e di rapidissime riprese; la variante Delta, però, con il suo minore tasso di mortalità e la sua alta infettività, non permette più questa modello alternante e indebolisce la crescita, facendo contemporaneamente salire l’inflazione e determinando una generale aspettativa di rialzo dei tassi di interesse per quando gli acquisti di obbligazioni, effettuati dalla Bce per immettere liquidità, rallenteranno e poi cesseranno del tutto (negli USA la Fed ha già cominciato).

In questo scenario di generale debolezza, il mese di Settembre fa intravedere un rischio sistemico all’orizzonte, che potrebbe fare danni rilevanti e che nasce, come per la crisi dei mutui subprime del 2007-2008, dal settore immobiliare. Si tratta di Evergrande e della sua mole di debiti – circa 300 miliardi di dollari, pari al PIL della Finlandia – sotto il cui peso il colosso immobiliare cinese potrebbe fallire a breve, trascinando con sé la borsa e causando un potenziale effetto domino sui mercati finanziari di tutto il mondo. Infatti, nonostante i suoi 79 miliardi di USD di ricavi, i profitti di Evergrande non sono sufficienti per onorare gli interessi su 300 miliardi di debito, e nessuno (neanche il governo cinese) gli presta denaro per via dei ripetuti downgrade delle sue obbligazioni fino alla soglia del rating “junkbond” (titoli spazzatura).

In assenza di liquidità, com’è noto, segue sempre l’insolvenza e il default. La situazione è talmente grave che, al momento, l’unica speranza è che il governo cinese sia persuaso ad intervenire per via dello status di “too big to fail” di Evergrande, le cui passività coinvolgono circa 130 banche e oltre 120 istituti non bancari in tutto il mondo e le cui dimensioni sono da “azienda-stato”: 163.000 dipendenti e 3,8 milioni di lavoratori cinesi nell’indotto (inclusi fornitori e società di costruzione in appalto e sub-appalto). A poco conta che, a differenza dell’unica “too big to fail” americana portata al macello (Lehman Brothers), il colosso immobiliare abbia proprietà reali, poiché il mercato è saturo e la domanda di immobili ristagna.

Pertanto, se non verrà trovata una soluzione con i creditori, c’è la seria possibilità di un crollo che rischia di travolgere l’intero comparto immobiliare cinese e gli investitori internazionali che hanno in mano la metà del debito corporate estero cinese, attratti come sono stati dagli alti interessi distribuiti dalle obbligazioni. Di conseguenza, il rischio del contagio sta già avendo effetti sulle obbligazioni diverse grosse aziende immobiliari cinesi, i cui prezzi sono scesi in media a circa 80/100. Nel frattempo, l’agenzia di rating americana Moody’s ha confermato l’outlook negativo sul gruppo sui 104 miliardi di dollari di bond, parte del quale in scadenza nel 2022. Sullo sfondo, si attendono le mosse del governo cinese, il quale diffonde da mesi il mantra secondo il quale “la casa serve per viverci, non per specularci”, quasi ad anticipare la volontà di Xi Jinping di voler stabilizzare il mercato, disinnescare una possibile (e terrificante) bolla immobiliare e ridurre forzosamente i costi che i cinesi devono affrontare per acquistare casa.

Un compito difficile, visto che il settore immobiliare rappresenta il 13% dell’economia cinese e un default con effetto domino mettere nei guai l’intero sistema bancario, il quale conta 7,7 trilioni di dollari di prestiti nel settore, che oggi si vede costretto a ridurre, mentre il governo cinese introduce un tetto massimo all’aumento degli affitti e pensa di introdurre una tassa sulla proprietà, nel nome di una “chinese way” per disinnescare la possibile crisi del mattone susseguente alla bolla. In tal senso, già i prossimi 3 mesi ci diranno se il modello di intervento imposto da Xi Jinping – il “nuovo Mao”, come qualcuno si è affrettato a chiamare, non senza evocare tristi presagi – sarà stato più efficace di quello americano, i cui effetti si trascinano fino ad oggi, ben 13 anni dopo quella che si riteneva essere la più grande bolla immobiliare della storia moderna.

Lemanik: il sell-off nella new economy cinese crea opportunità

Secondo Marcel Zimmermann, i titoli Asean restano attrattivi e a livello settoriale c’è interesse per tecnologia e materie prime. Si intravedono il rischio della fine della politica monetaria espansiva e un ulteriore deterioramento della relazione tra Usa-Eu verso la Cina.

“Le società private generano il 60% del Pil cinese e il governo sa che gli interventi diretti potrebbero ridurre la crescita in una fase di fragilità. Riteniamo che il sell-off in corso possa offrire delle opportunità e intendiamo lentamente ricominciare ad aumentare il peso della Cina nel portafoglio, attualmente al 12% e quindi al di sotto del livello del benchmark, tramite investimenti in titoli della nuova economia”. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity.

L’Asia continua a essere la regione più importante a livello di crescita anche se il trend appare in rallentamento. Sia l’indice Cinese Caixin Purchasing Manager Manufacturing (PMI) che il PMI dei servizi sono scesi sotto la soglia di 50 – e dunque in territorio di contrazione – nel mese di agosto. I casi di Covid in Giappone sono aumentati drammaticamente durante le Olimpiadi di Tokyo ma grazie alla vaccinazione il tasso di mortalità rimane molto più basso rispetto a gennaio. Vediamo principalmente due rischi per i mercati azionari: la fine della politica monetaria espansiva e un ulteriore deterioramento della relazione tra Usa-Eu verso la Cina. Un aumento dei tassi d’interesse sarà comunque graduale e compensato da un’accelerazione economica. Al contrario, un aumento delle tensioni geopolitiche potrebbe indebolire il sentiment positivo verso la regione.

Il giro di vite del governo cinese sulle grandi società dei settori della tecnologia, del gaming, dell’e-commerce e della didattica ha cancellato un trilione di dollari di capitalizzazione e ha lasciato gli investitori nell’incertezza circa la direzione futura. Questa è un’opportunità per accumulare aziende cinesi con un interessante potenziale a lungo termine. La protezione dei dati personali e l’atteggiamento monopolistico dei giganti della new economy sono discussi anche in Europa e negli Stati Uniti.

“Il fondo nell’ultimo periodo ha beneficiato della bassa esposizione sulla Cina e di una posizione del 45% sul Giappone”, sottolinea Zimmermann. “Abbiamo ridotto di qualche percentuale la nostra ponderazione in Giappone a favore della Cina mentre restiamo sovrappesati sull’area Asean, che trae profitto dell’accordo RCEP, firmato nel novembre 2020. La diversificazione delle supply chain fuori della Cina, spinta dagli Usa e anche dal Giappone, è un altro fattore positivo per questi paesi. A livello settoriale restiamo sovrappesati sugli industriali e i metalli industriali che continueranno a beneficiare degli investimenti sostenibili (auto elettriche, turbine eoliche, ecc) e degli importanti programmi infrastrutturali lanciati dai diversi paesi per sostenere la crescita”.

Ethenea: dalle elezioni tedesche volatilità sui mercati, ma solo a breve termine

Le dichiarazioni elettorali dei maggiori partiti tedeschi, in vista delle elezioni di domenica 26 settembre 2021, fanno pensare a un big bang imminente. Tuttavia allo stato attuale non emergono segnali di coalizioni che cambierebbero drasticamente la direzione dell’economia.   

“Dopo 16 anni di cancellierato, quest’anno Angela Merkel terminerà il suo mandato e con esso finirà anche un’era politica caratterizzata, come mai in precedenza, da razionalità, pragmatismo e stabilità. Un cambio di governo può sempre portare a reazioni di mercato nel breve termine, anche turbolente, e a una fase di incertezza. A maggior ragione, ci aspettiamo che questo possa succedere in Germania con la fine dell’era Merkel. Di norma, però, dopo l’annuncio del risultato elettorale queste reazioni tendono a placarsi con la stessa rapidità con cui sono emerse. Ci potrebbero dunque essere picchi di volatilità sui mercati a breve termine, che però non devono turbare: l’importante è restare focalizzati sul proprio obiettivo di investimento a lungo termine”. È l’analisi di Tobias Burggraf, Portfolio Manager presso Ethenea Independent Investors Sa.

Le dichiarazioni elettorali dei maggiori partiti tedeschi, in vista delle elezioni di domenica 26 settembre 2021, fanno pensare a un big bang imminente, soprattutto per quanto riguarda la questione climatica. I Verdi parlano di una “rivoluzione energetica”, da realizzare attraverso una massiccia espansione delle fonti di energia rinnovabili e l’imposizione di sanzioni più salate sui combustibili fossili. Analena Baerbock, la candidata di punta del partito, nel suo ultimo programma di azioni urgenti propone anche un Ministero del clima con potere di veto. L’Fdp, invece, si appella al suo ruolo di “modello e pioniere nella protezione del clima”, salvo poi spostare la responsabilità sui mercati, con il proposito di allargare il commercio delle quote di emissione. Mentre nel caso dei due grandi partiti Cdu/Csu e Spd, quando si parla di protezione del clima molte domande rimangono senza risposta.

Tobias Burggraf

I risultati delle elezioni non sono prevedibili, tuttavia allo stato attuale non emergono segnali di coalizioni che cambierebbero drasticamente la direzione dell’economia. Stando ai sondaggi, sono possibili sia una coalizione formata da Cdu, Verdi e Fdp sia una coalizione formata da Spd, Verdi e Fdp. In entrambi i casi, bisognerebbe trovare dei compromessi sui contenuti e ciò significherebbe ridimensionare le richieste più estreme. Inoltre, l’esperienza dimostra che non tutti i punti fissati nel manifesto elettorale verrebbero attuati e alcuni addirittura fallirebbero per la loro impraticabilità. “Questo scenario rende difficile fare una previsione seria su quali punti dei programmi saranno implementati e, di conseguenza, sull’impatto che potranno avere sui mercati dei capitali”, conclude Burggraf. “La politica ha giocato un ruolo minore nei mercati finanziari in questi ultimi anni e, a nostro avviso, continuano a esserci elementi che suggeriscono che le prossime elezioni federali tedesche avranno ancora una volta un impatto minimo sui mercati, con una volatilità soltanto nella fase iniziale”.

Equity Crowdfunding, business plan alla prova della “legge di Benford”

Come misurare l’affidabilità dei valori presenti nei business plan di Equity Crowdfunding? Ci viene in aiuto l’approccio innovativo della Legge di Benford.

Di Carlo Mauri

Il Portale web della Consob, nella sezione dedicata alla Educazione Finanziaria in tema di Equity Crowdfunding, evidenzia come nelle decisioni di investimento i risparmiatori non siano messi nelle condizioni di prestare la necessaria attenzione agli elementi razionali, nel senso che spesso non ce ne sono. Infatti, secondo la Consob il problema è che “….la mancanza di elementi economici e razionali cui fare riferimento e, conseguentemente, l’approccio inevitabilmente emozionale con cui si valuta l’investimento, oltre che la intrinseca rischiosità di società neo costituite operanti in settori innovativi, sono alla base dei principali rischi dell’investimento in startup innovative. A questi si aggiunge il rischio di truffa tipico di tutte le transazioni effettuate on-line”.

Invertendo l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia: se a dominare le decisioni di investimento in una startup sono le componenti  emotive e suggestionali, è evidente che manchino quelle quantitative e computazionali, con il risultato che l’asimmetria informativa tra startup e risparmiatori non trova alcun freno nei business plan. A ciò si aggiunga che l’assenza di riferimenti storici e comparativi, da utilizzare come elemento di confronto per valutare le prospettive dichiarate dagli  amministratori delle startup, lascia campo aperto alle fascinazioni indotte dal marketing, che trova una valida motivazione nella mancanza, in una startup, di una “storia aziendale” da poter raccontare agli investitori.

Esposto così, il problema sembra di difficile soluzione, poiché l’accesso delle startup al Crowdfunding e ai mercati non può essere inibito senza negare l’essenza stessa del liberismo economico e delle libertà di intrapresa. Infatti, per quanto prudentemente possa essere stato redatto (soprattutto nella quantificazione del valore di Pre-money), un business plan vive all’interno dell’universo delle informazioni che influenzano sia le nostre scelte personali che quelle collettive. Molte di queste informazioni, in relazione ad un investimento, sono a loro volta costituite da una enorme quantità di valori numerici provenienti dalle più disparate fonti, delle quali non abbiamo alcun controllo (a meno che non ne siamo noi stessi gli autori e divulgatori). Pertanto, come possiamo essere veramente sicuri della loro autenticità

Il problema, a causa del fenomeno della “iper-informazione” nato con la condivisione – e sempre più spesso con la “fabbricazione” – delle news sul web e sui social network, si manifesta oggi tramite due principali effetti collaterali: l’impossibilità di verificare le informazioni, da un lato, e la proliferazione delle c.d. fake news, dall’altro. Questo ordine di effetti, in tutta evidenza, non fa bene neanche al settore degli investimenti, dove le informazioni devono obbligatoriamente essere diffuse osservando precise regole di trasparenza e autenticità, ma ciò che esce fuori dai prospetti informativi degli investimenti di Crowdfunding, ed “entra” nel web, è sottoposto agli stessi rischi tipici del più celebre dei paradossi di Internet: troppa informazione=nessuna informazione.

Per dare soluzione al problema, possiamo ricorrere all’utilizzo critico della “Legge di Benford”, che è uno schema matematico statistico scoperto verso la fine dell’Ottocento dal matematico Simone Newcomb ma perfezionato negli anni ’30 del secolo scorso da Frank Benford, un brillante impiegato della General Eletric. Costui aveva intuito che i valori presenti nelle serie storiche prodotte dai più disparati fenomeni naturali, demografici e socio economici non fossero casuali, ma seguissero una “regola” ben precisa che determinava la probabilità del fenomeno osservato con particolare precisione. Il concetto appena espresso è un pó astruso per chi non ha dimestichezza con la statistica, ma basterà un semplice esercizio – davvero divertente – da fare a casa per comprendere l’utilità pratica della legge di Benford. Prendete un foglio di carta qualunque, e scrivete a casaccio un insieme numerico di trenta numeri, i primi che vi vengono in mente, senza alcun limite di cifra. Ebbene, secondo la regola di Benford almeno 9 di questi numeri (e cioè il 30%) inizieranno con la cifra 1, e quelli che iniziano con la cifra 9 saranno in quantità inferiore a quelli che iniziano con la cifra 2. Se avete eseguito l’esercizio, avrete constatato questo risultato con i vostri occhi, e se non lo avete fatto potete fidarvi: anche se raddoppiate o triplicate i numeri contenuti nella serie, il risultato sarà lo stesso.

A livello pratico, di conseguenza, su tutti i valori e le serie storiche che si discostano da questa regola penderà il sospetto di una frode, di una volontaria manipolazione o di un errore. Infatti, grazie alla legge di Benford si è riusciti persino a scoprire le anomalie presenti in alcune piattaforme che trattano le criptovalute – notoriamente prive di controllo istituzionale – e le “finte visualizzazioni” prodotte dai c.d. bot per gonfiare i dati di un’azienda in cerca di sponsor o di acquirenti per i suoi spazi pubblicitari. Allo stesso modo, una serie storica di dati finanziari prospettici riferiti ad un investimento in Equity Crowdfunding può essere messa alla prova della legge di Benford, e in caso di difformità dei dati rispetto ad essa un investitore sarebbe portato a verificare una truffa o, come accade più generalmente, una certa mancanza di accuratezza – a volte volontaria – nella redazione dei risultati prospettici.

In ogni caso, si tratta di una arma in più per gli investitori che, di fronte al business plan di una startup, non hanno molte chance di capire se le informazioni contenute siano autentiche ed esatte. Infatti, i ricavi ipotetici futuri, per essere calcolati correttamente, devono essere ottenuti da un processo moltiplicativo e additivo che coinvolge la quantità di prodotti venduti ogni anno, il prezzo unitario di vendita, i costi diretti ed indiretti ed il margine di profitto desiderato, e se i valori contabili prospettici si discostano dalle corrette operazioni di moltiplicazione e sommatoria di quelle grandezze, al solo scopo di gonfiare i risultati del business plan e facilitare la raccolta fondi, la legge di Benford lo evidenzierà con un eccellente margine di approssimazione.

Borse mondiali, chi ha paura della correzione?

Si rafforza nelle ultime settimane la prospettiva di una correzione causata dagli effetti della variante Delta sull’economia e dalle repressioni della Cina contro il crescente potere delle aziende tecnologiche. L’annuncio del tapering da parte della Fed non aiuta.

Sono mesi ormai che si preannuncia una imminente correzione dei mercati azionari, dopo la corsa post-pandemica e quella, ancora più lunga, che ha avuto inizio nel 2009. Con qualche battuta d’arresto (2015 e 2018), infatti, negli ultimi 12 anni le borse non hanno fatto altro che brindare, trainate da continui spunti al rialzo che il Covid-19 ha amplificato a dismisura, creando un solco ancora più evidente tra Old e New Economy. Nel frattempo, i richiami a riequilibrare il collegamento tra le quotazioni azionarie e l’Economia Reale sono progressivamente caduti nel vuoto, ed anzi oggi è persino consigliabile non farci più alcun riferimento, tanto è evidente la supremazia del comparto derivati su quello delle azioni ordinarie.

In uno scenario simile, con il megatrend delle tecnologie (e soprattutto delle biotecnologie) sempre più lanciato verso il futuro predominio dei listini, attendersi una correzione secondo i “vecchi” schemi dell’analisi grafica e/o quantitativa non è più lecito, dal momento che la Covid-Economy ha fatto saltare definitivamente, con un anticipo di almeno 3 anni, tutti gli equilibri della Old Economy, e gli analisti non riescono ancora a trovare dei validi punti di riferimento per abbozzare previsioni che, peraltro, vengono puntualmente smentite dai fatti.

Persino il concetto di “bolla speculativa” ha un nuovo significato, aggiornato in base ad altri parametri che si vanno definendo in relazione ai cambiamenti che viviamo giorno per giorno. Gli eventi della Cina, per esempio, due anni fa avrebbero condizionato senza distinzione le borse di tutto il mondo; oggi, invece, si comincia ad intravedere una certa decorrelazione, resa ancora più evidente dall’impensabile (per l’Occidente) potere di condizionamento delle economie che il governo cinese sta mettendo in atto a dispregio del suo stesso liberalismo di facciata.

Da un recente sondaggio di Reuters, è emerso che 66 analisti sui 107 intervistati considerano probabile una correzione del mercato azionario globale entro la fine di quest’anno. Gli altri 41, invece, lo ritengono altamente improbabile. Secondo Tomas Hildebrandt di Evli Bank, “i fondamentali suggeriscono che la situazione è ancora favorevole ai mercati, e non importa che gli stessi mercati siano cresciuti notevolmente”. Una dichiarazione del genere, fino al 2019, avrebbe fatto sorridere gli analisti fedeli alla teoria dei cicli, che però sono ancora tanti e nutrono profonda preoccupazione la valutazione delle azioni. Eppure le condizioni per la crescita delle azioni growth – tassi sui prestiti bassissimi, politica monetaria accomodante più un fiume di liquidità – sono ideali. Ma è anche vero che il rapporto prezzo/utili (P/E) dell’S&P 500 Shiller (quello ottenuto al netto dell’inflazione) di recente ha superato quota 40, e si trova molto al di sopra della media annuale storica di 16,82. Anche qui vale la stessa domanda: in considerazione dei cambiamenti apportati dalla Covid Economy, tale rapporto è da considerarsi sostenibile?

C’è da dire che una correzione delle borse non deve essere considerata necessariamente come una specie di catastrofe irrisarcibile, poiché nel breve periodo si è verificato spesso, anche a due cifre, e la sua durata non è estesa nel tempo (in media 155 giorni per lo S&P500). Inoltre, grazie all’avvento di Internet e all’aumento della circolarità delle informazioni, la durata media delle correzioni è scesa sensibilmente negli ultimi venti anni, e tale riduzione temporale è ormai strutturale nel sistema.

Un capitolo a parte, come dicevamo, è quello della Cina, che ha dato vita all’uso politico spregiudicato della finanza in nome della guerra commerciale con gli Stati Uniti, dove il cambio di presidenza sembra aver fatto piuttosto male: nonostante i suoi difetti, Trump aveva mostrato di saper fronteggiare meglio del modestissimo Biden il confronto muscolare con l’economia cinese. In particolare, dopo le repressioni governative che hanno determinato il crollo delle quotazioni di numerosi big dell’azionario cinese, adesso è emersa la volontà del partito di effettuare una rapida e forzosa redistribuzione dei redditi, chiamando “i ceti a più alto reddito a restituire alla collettività una parte di quello che hanno guadagnato”. L’obiettivo dichiarato, dopo decenni di limitazione delle nascite, è quello di assicurare la prosperità comune contrastando la crescita zero della popolazione, da sempre volano del sistema economico cinese, modificando la legge sulle nascite nel senso di consentire alle coppie di poter avere fino a tre figli. 

E mentre la Cina segue i suoi programmi economici, l’Europa sembra avere più benzina degli Stati Uniti, dove l’annuncio del tapering non aiuta a vedere spunti validi per l’azionario a stelle e strisce nel medio periodo. In più, si è rafforzata nelle ultime settimane la prospettiva di una correzione causata dagli effetti della variante Delta sull’economia globale anche per l’autunno e l’inverno.

Ma la paura, come la fretta, è cattiva consigliera.

In arrivo una patrimoniale “alla tedesca”? Tranquilli, siamo in Italia

Grazie al PNRR, l’ennesimo dibattito sulla patrimoniale verrà rinviato al 2024, e cioè nel momento in cui si dovrà discutere su come ripagare il prestito elargito dall’UE  per “santa intercessione” di Mario Draghi.

Di Alessio Cardinale

Le cronache di ogni governo ci regalano, da diversi anni, una discreta narrazione su una possibile imposta patrimoniale sulla grande ricchezza o, in alternativa, sui grandi redditi, allo scopo di effettuare una redistribuzione del reddito e dare opportunità di crescita alla asfittica classe media italiana, ormai ridotta ad un brandello rispetto al fulgido segmento economico che ci ha consentito di farci confluire allegramente – e inconsciamente – nell’Unione monetaria a trazione tedesca. E proprio dalla Germania arriva la notizia secondo cui la patrimoniale, lì, non è più un tabù.

Il dibattito sulla patrimoniale ha subito una certa evoluzione di principio nel corso degli ultimi anni, e da “argomento di sinistra” è rapidamente passato a “misura necessaria” un po’ per tutte le formazioni politiche, da destra a sinistra, salvo poi addormentarsi sulla scia di quanti, tra gli imprenditori, ricordano ai partiti l’entità del finanziamento pubblico a loro destinato nelle precedenti tornate elettorali dal mondo imprenditoriale. L’attuale versione concettuale della patrimoniale prevede un “approccio non punitivo o confiscatorio, ma una semplice azione redistributiva”, ed effettivamente è impossibile non notare come il Fisco, al punto in cui siamo, sia più favorevole ai ricchi e meno favorevole – per usare un eufemismo – verso chi ricco non lo è affatto.

L’ingiustizia fiscale, anche in altri paesi dell’Europa e del mondo, oggi è talmente esagerata che persino il FMI ha caldamente suggerito questa misura redistributiva. In Italia, per esempio, il 53% dei redditi deriva dai profitti realizzati con gli investimenti, e solo il 43% dal lavoro vero e proprio. Nonostante ciò, la pressione fiscale è concentrata maggiormente sul lavoro, e molto meno sui profitti da investimento, e questo finisce con il costituire l’elemento di maggiore iniquità sociale in un Paese come il nostro, dove sono ancora forti le tracce della classe media di un tempo che ha creato ricchezza e benessere per l’attuale generazione dei millennials. Questi ultimi, poi, sono la testimonianza del fallimento delle politiche economiche degli ultimi decenni, a causa delle quali la generazione successiva sta economicamente peggio della precedente.

In tal senso, il miglior Mario Draghi ci sarebbe servito trenta anni fa, ma ci è toccato Romano Prodi.

C’è da dire che in Italia l’ipotesi di una patrimoniale è stata anche dibattuta – senza troppi sforzi – e sbrigativamente respinta dal governo per via del fiume di denaro che arriva dal PNRR e, soprattutto, per via delle conseguenze economiche dell’emergenza sanitaria, che consigliano, manco a dirlo, di non imporre al momento nuove tasse. La SPD, invece, da sempre uno dei maggiori partiti tedeschi, ha inserito la patrimoniale nel suo programma elettorale in vista delle elezioni federali del prossimo 26 settembre, e ipotizza un incremento dell’aliquota del 3% da applicare a coppie sposate con imponibile superiore a 500.000 euro l’anno e a single con imponibile superiore a 250.000. Il maggiore gettito così ottenuto, da redistribuire mediante programmi di spesa dedicati ai giovani e alla classe media, sarebbe di circa 10 miliardi di euro.

Un’altra proposta, che arriva da oltreoceano (USA) ha solleticato la curiosità dei nostri economisti, ed in particolare l’ipotesi di un prelievo una tantum del 3% sui patrimoni superiori a 50 milioni di euro, che in Italia sono quasi 2.800. In più, il nostro Paese conta ben 40 famiglie con una ricchezza superiore al miliardo di euro (140 miliardi l’aggregato totale), per cui il gettito di una simile aliquota sul patrimonio “statico” frutterebbe all’Erario circa 10 miliardi, milione più milione meno.

In ogni caso, viste le risorse che arriveranno dal PNRR nei prossimi anni, direi di stare tranquilli: un ulteriore dibattito sulla patrimoniale verrà procrastinato al 2024 – con un richiamino propagandistico in occasione della prossima tornata elettorale per il rinnovo del Parlamento – e cioè nel momento in cui si dovrà discutere su come pagare il prestito generosamente elargito per “santa intercessione” di Mario Draghi. Infatti, le speranze di creazione di ricchezza per le classi lavoratrici e medie adesso sono affidate al Piano di Resilienza, che in teoria dovrebbe riportare in equilibrio il rapporto profitto da investimenti/redditi da lavoro, nel senso di una espansione del denominatore. Solo così, infatti, sarà possibile ridurre strutturalmente la disuguaglianza in cui vivono gli italiani.

In particolare, il PNRR dovrebbe restituire continuità alla classe media di oggi, fatta soprattutto di persone ormai in avanti con l’età (i c.d. patrimonials), garantendo il passaggio generazionale verso la classe media del futuro, composta dagli attuali giovani adulti privi, allo stato, di qualunque possibilità di crescita e realizzazione economica personale al di fuori di un lavoro spesso sottopagato e senza garanzie efficaci.

Mercati cinesi giù a causa delle mosse governative, la “trappola cinese dell’orso” continua a far danni

Sulla scia delle repressioni governative, il mercato azionario cinese è talmente indebolito da non riuscire a trovare un “pavimento” dopo mesi di vendite. L’industria finanziaria internazionale sotto ricatto della “trappola dell’orso” creata dalla Cina.

Di Massimo Bonaventura

Il mercato azionario cinese non smette di riservare delusioni anche durante questo caldissimo mese di Agosto, mentre la Cina battezza l’uso politico della finanza più spregiudicato mai visto prima, tanto da fare impallidire persino l’ingordigia della finanza a stelle e strisce che, nel 2007-2008, portò il modello capitalista occidentale sull’orlo del fallimento.

Anzi, nel caso della Cina, si tratta di una strategia consapevole, messa in atto senza troppi scrupoli, e pazienza se qualche decina di milioni di cinesi sta perdendo gran parte del proprio risparmio: l’importante è mettere nel sacco i grandi fondi internazionali di matrice bancaria americana e proseguire nello sfruttamento politico-internazionale di questa immensa “trappola dell’orso”, progettata dal governo cinese fin da Aprile 2020 allo scopo di attirare nel proprio suolo i capitali dell’industria mondiale del risparmio, e adesso alimentata con il finto obiettivo di “aumentare la qualità e la futura stabilità della crescita cinese e delle sue migliori aziende”.

Con le sue repressioni, i leaders del Partito Comunista Cinese stanno mandando un messaggio agli USA e al mondo: “siamo in grado di approfittare delle vostre debolezze, e se ci fate la guerra noi rispondiamo a modo nostro”. Inoltre, incidentalmente, il PCC manda un messaggio al popolo: “non comanda il capitale, comandiamo sempre noi”. Due piccioni con una fava, come nel più classico chinese-political style.

E così, dopo mesi di imperturbabile discesa, lo Shanghai Composite è crollato dell’1,1% nell’ultima seduta (quella di ieri 19 Agosto 2021, NDR) per chiudere al minimo di tre settimane a 3.427, ritirandosi per la seconda sessione consecutiva e chiudendo la settimana in calo del 2,5%, tra le crescenti preoccupazioni per il rallentamento economico e l’inasprimento normativo di Pechino . Negli Stati Uniti, nel frattempo, la Federal Reserve dovrebbe annunciare il tapering del suo programma di acquisto di obbligazioni alla conferenza annuale a Jackson Hole la prossima settimana, per cui i mercati rischiano di trascorrere una pessima settimana di fine Agosto.

Sul fronte delle politiche, la Cina ha mantenuto stabili i tassi sui prestiti per il 16° mese consecutivo al fixing di agosto, come ampiamente previsto. Sono crollate anche le scorte di liquori (-5,8%), dopo che i media statali hanno riferito una riunione imminente del governo per la regolamentazione del mercato dei liquori (fonte: Reuters). A Hong Kong, le azioni sono crollate di oltre il 2% per toccare un minimo di oltre nove mesi e sono sulla buona strada per la peggiore settimana dall’apice della pandemia nel marzo 2020, con Alibaba Group che ha toccato il minimo dal suo debutto in borsa. Inoltre, i titoli tecnologici cinesi sono crollati a nuovi minimi venerdì e l’indice di riferimento di Hong Kong ha toccato un minimo di quasi 10 mesi, poiché un costante flusso di repressioni ha schiacciato la fiducia degli investitori.

Infine, l’Hang Seng è sceso dell’1,8%, e il suo calo settimanale del 5,8% è stato il più grande dall’apice del panico pandemico nei mercati finanziari nel marzo 2020. Anche le azioni quotate alla borsa di Shanghai sono diminuite di valore, e gli investitori hanno venduto obbligazioni China-corporate rischiose e la valuta cinese.

Relativamente al settore tecnologico, la Cina ha annunciato regole più severe sull’uso dei dati e sulla concorrenza e ha convocato i dirigenti del fondo di sviluppo immobiliare Evergrande per metterli in guardia sulla gestione del debito, aumentando così il senso di sfiducia sul mercato, che sembra ancora non trovare un pavimento dopo mesi di vendite. Infatti, quasi ogni giorno escono notizie negative, quindi si ha l’impressione che non ci sia una fine in vista.

Le azioni di Hong Kong del gigante dell’e-commerce Alibaba, per esempio, sono scese del 2,6% e si sono dimezzate rispetto al picco di ottobre, raggiungendo adesso il rapporto prezzo/utili più basso dalla sua quotazione a New York nel 2014. Il gigante dei giochi e dei social media Tencent ha toccato il minimo a 14 mesi e il fornitore di cibo Meituan ha toccato il minimo a un anno. Lo Shanghai Composite è sceso dell’1,1% alla sua chiusura più bassa in più di due settimane e le blue chip sono scese dell’1,9%. In controtendenza, China Telecom si è impennata al suo debutto a Shanghai.

Secondo Louis Tse, amministratore delegato della società di brokeraggio di Hong Kong Wealthy Securities, “siamo già arrivati ad una mentalità di gregge, e le persone che vedono un’altra che vende fanno la stessa cosa”. Inoltre, i dati recenti indicano un rallentamento della seconda economia più grande del mondo poiché i nuovi focolai di COVID-19 e i limiti di viaggio riducono la domanda, mentre gli elevati costi delle materie prime gravano sulla produzione delle fabbriche.

Fecondazione assistita e paternità imposta, quali effetti sul patrimonio del “padre involontario”?

Un uomo è obbligato a riconoscere un figlio del quale sconosceva sia il concepimento che l’esistenza? Se egli è obbligato a riconoscerlo, che effetti scaturiscono sul suo patrimonio familiare allorquando tale circostanza si manifesta?

La Francia è un paese pieno di riferimenti storici, sociali e culturali che, volente o nolente, si studiano fin da piccoli e con i quali, da adulti, spesso ci si confronta. Un dato, però, sembra essere poco noto, e pare che abbia a che fare con una certa “irrequietezza” che colpisce in particolar modo le coppie d’Oltralpe: ogni anno migliaia di uomini francesi scoprono di essere padri di figli dei quali non conoscevano l’esistenza oppure, un pò più frequentemente, dei quali non intendono occuparsi poiché nati in seguito a relazioni extraconiugali. Sono tantissimi, in particolare, i ricorsi in tribunale effettuati da donne che hanno scelto di non abortire, tenere il figlio e chiedere, a nascita avvenuta o in occasione di un successivo momento di difficoltà finanziaria (anche dopo diversi anni), il riconoscimento della paternità al padre naturale.

A prima vista, la questione sembra di facile soluzione: se hai concepito un figlio, e ne sei consapevolmente informato, ti devi assumere le tue responsabilità, e se non lo fai subito prima o poi un giudice ti obbligherà a farlo. Il problema, semmai, si pone quando l’uomo ignora del tutto sia di aver concepito un figlio, sia la circostanza che sia nato. In casi come questo – che di solito ispirano graziose commedie hollywoodiane – non è semplice trovare una soluzione, sia dal punto di vista etico che, soprattutto, giuridico-patrimoniale.

C’è da dire che, come in Italia, la legge francese non concede ai “padri involontari” la chance di non assumersi la responsabilità genitoriale verso un figlio indesiderato, con tutte le consegue del caso, anche e soprattutto finanziarie. E nonostante da più parti si levino le voci contrarie a queste norme così divisive tra i due generi – la legge esclude soltanto per i padri la volontà sia nel diritto alla filiazione che all’aborto – si è fatta strada la discutibile interpretazione secondo cui, dal punto di vista riproduttivo, non c’è equivalenza morale tra la donna e l’uomo, nel senso che le esigenze della maternità debbano prevalere sulla paternità. Di conseguenza, almeno in Francia, sta emergendo un certo consenso sull’importanza di ripensare gli effetti giuridici sulla volontà del padre al momento della nascita, sulla scorta di alcune domande che generano le risposte più disparate. E quindi, escludendo i casi di piena consapevolezza del concepimento o della concreta possibilità-probabilità che sia accaduto, un uomo è obbligato a riconoscere un figlio del quale sconosceva sia il concepimento che l’esistenza? Non è un atto di aperta discriminazione andare in modo così brutale contro la sua volontà? E poi, in particolare, se egli è obbligato a riconoscerlo, che effetti scaturiscono sul patrimonio allorquando tale circostanza si manifesta dopo anni di completa ignoranza del fatto?

Ritornando all’Italia, un fatto di cronaca abbastanza recente ha evidenziato il problema sotto una veste ancora più interessante. In breve, una coppia italiana aveva creato degli embrioni e li aveva lasciati in conservazione criogenica, con l’obiettivo di impiantarli in un momento successivo tramite la fecondazione assistita. I due, però, si separano, e nonostante questo la donna manifesta la volontà di utilizzare gli embrioni e concepire un figlio. A seguito della strenua opposizione del suo ex, si arriva alla disputa legale e la questione arriva al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, che decide di non accogliere l’opposizione dell’uomo, il quale  sarà obbligato a provvedere al mantenimento del nascituro e, forse, persino della ex moglie.

Tale decisione del tribunale, che regala al figlio una coppia genitoriale già separata e, probabilmente, litigiosa, si fonda sulla norma secondo cui “il consenso può essere revocato fino alla fecondazione dell’ovocita”, per cui non si ha alcuna possibilità di revocare il consenso dopo che la fecondazione sia avvenuta e, nonostante una separazione coniugale generalmente ha il risultato di scoraggiare qualunque ipotesi di condivisione di alcunchè, il “padre involontario” dovrà assumere la paternità e tutti i relativi obblighi economici e morali verso quel bambino nato a distanza di anni dallo scioglimento del matrimonio

Successione

Lasciando da parte le questioni etiche – che pure sono coinvolgenti, ma ci vorrebbe un intero libro solo per trattarne la prefazione – diventa interessante comprendere gli effetti sulla situazione patrimoniale del “padre a sua insaputa”, non potendo non pensare anche alle conseguenze che, inevitabilmente, possono abbattersi come un macigno sulla eventuale relazione sentimentale e familiare dell’uomo. Innanzitutto, i figli nati fuori dal matrimonio hanno diritto all’eredità? Se sì, in che modo i figli non riconosciuti (o riconosciuti a seguito di procedimento giudiziale) possono rientrare nell’asse ereditario

Attualmente, l’Ordinamento italiano riconosce ai figli naturali la medesima posizione giuridica dei figli legittimi, ma mentre per i figli naturali è necessario il riconoscimento della paternità (art. 269 del Codice Civile), per i figli legittimi esiste una sorta di automatismo. In ogni caso, il riconoscimento è una condizione fondamentale per il diritto all’eredità, e se esso si verifica dopo la successione, il figlio naturale può incardinare una c.d. azione di riduzione se ritiene di essere stato leso nei suoi diritti successori. Pertanto, prima della successione i figli naturali acquistano una serie di diritti solo grazie al riconoscimento, tra cui quello di essere legalmente rappresentati dai genitori e quello di essere mantenuti fino alla loro indipendenza economica.

Patrimonio, separazione e divorzio

Pertanto, il riconoscimento volontario o per via giudiziaria di un figlio nato fuori dal matrimonio comporta due ordini di effetti: uno, per così dire, di finanza corrente, relativa al mantenimento ordinario e straordinario del figlio, ed uno di natura ereditaria. Relativamente al primo – del secondo si è già parlato – l’obbligo al mantenimento è un fatto “pacifico”, e nasce con lo stesso concepimento, sebbene indesiderato o, come nel caso di Santa Maria Capua Vetere, addirittura “postumo” alla separazione coniugale conclamata e formalizzata in tribunale (ma la vicenda avrà sicuramente degli strascichi fino al terzo grado di giudizio e, ove non bastasse, fino alla Corte di Giustizia Europea).

In Italia, com’è noto, non esiste un limite di età definito per legge, oltre il quale un figlio non ha più diritto di essere mantenuto dai genitori. In generale, dopo gli studi universitari, non è raro provvedere alla prole fino al trentesimo anno di età, e più genericamente fino al momento in cui un figlio non ha raggiunto l’indipendenza economica. Da una certa età in poi, però, grava sul figlio anche la prova di volersi “affrancare” economicamente dai genitori, e di mettere in atto concreti e regolari tentativi di fare ingresso nel mondo del lavoro. Diversamente, egli rischia di perdere il diritto al mantenimento in tutti quei casi in cui il genitore obbligato – raramente entrambi – chiede al tribunale di poter interrompere il sostegno economico al figlio non disabile nè affetto da patologie gravi, per evidente esaurimento della funzione alimentare.

Il nostro Ordinamento, pertanto, non sancisce che “il mantenimento dei figli è per sempre” (solo per la ex moglie, in alcuni casi, può essere tale), ma il suo carattere comunque temporaneo è confermato costantemente dalla giurisprudenza di merito e di legittimità, che negli anni ha rivisto diverse volte tale istituto giuridico così importante e così dibattuto. 

Ciclo economico ormai troppo dipendente dall’intervento pubblico. PBOC più cauta della FED

Dopo il rimbalzo l’economia resterà debole ed esposta a ricadute. Banca Centrale cinese più attenta della Fed all’economia reale. Rischio margin call sui trader retail. Novelli (Lemanik): “Sarà molto difficile riassorbire i disoccupati creati dalla crisi”.

“Il principale rischio che corre il sistema è insito nella instabilità di un ciclo economico ormai troppo dipendente dall’intervento pubblico. Intervento che è comunque previsto in netto ridimensionamento nei mesi a venire e che dopo la forte spinta iniziale è destinato comunque a perdere trazione, così come sta già accadendo da tempo alla politica monetaria. Non stiamo per ora parlando di rischi di recessione, ma è abbastanza scontato che sarà decisamente difficile riassorbire completamente i disoccupati creati dalla crisi e, nella migliore delle ipotesi, dopo il rimbalzo l’economia resterà debole ed esposta a ricadute”. È l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund.

Un altro elemento di preoccupazione, per Novelli, è l’assoluta spregiudicatezza con la quale gli Stati Uniti stanno gestendo le variabili finanziarie, diffondendo apprensione internazionale negli ambienti finanziari che non fanno parte del “consensus” e gestiscono “real money” o “safe asset”, come fondi pensione, fondi sovrani, family office ed hedge fund. Mentre le autorità cinesi intervengono a regolare il ciclo economico e finanziario, togliendo ed erogando gli stimoli fiscali e monetari in relazione all’andamento economico, gli Stati Uniti sono entrati nel “tunnel” dello stimolo a oltranza, sacrificando la stabilità di lungo termine per cercare di sostenere in tutti i modi quella di breve periodo. Appare abbastanza assurdo che, se cerchi una remunerazione del capitale sul mercato dei bond governativi, devi rivolgerti al governo “comunista” della Repubblica Popolare cinese, dato che il sistema “capitalistico” occidentale non è più in grado di farlo. Così come le politiche monetarie della Banca Centrale cinese sembrano meno orientate a sostenere gli indici di borsa e più attente alle dinamiche dell’economia reale.

Questo modo di operare da parte delle Banche Centrali ha creato le premesse per l’esplosione del trading on line da parte degli investitori retail, che oggi fanno il 70% dei volumi di Wall Street e sono uno dei principali fenomeni di sostegno al trend rialzista. Anche i prestiti sottoscritti dai privati investitori per acquistare azioni ha raggiunto la cifra record di 1 trilione di dollari (pari al 5% del PIL USA) e il collaterale a garanzia di tali prestiti sono i titoli stessi acquistati a leva. La situazione ricorda il fenomeno dell’equity withdrawal sul mercato immobiliare del 2007, quando i privati accedevano a nuovi prestiti, oltre a quelli già contratti con i mutui, grazie alla rivalutazione costante dei valori immobiliari, valori che erano il collaterale di una dinamica di espansione del credito che funzionava solo con prezzi in rialzo. La stessa dinamica sostiene oggi il credito a margine sui titoli azionari, che si espande quando il valore dei titoli a collateral sale, mentre si contrae violentemente in caso di discesa dei prezzi. La storia si ripete, un eventuale calo dei prezzi di mercato produrrebbe un colossale margin call.

Come in precedenti eventi, oggi l’eccesso di aspettative è estremamente proporzionale alle incertezze che circondano la tenuta della ripresa. Si rimane dunque convinti che la FED rimarrà intrappolata, come Bank of Japan e BCE, nella situazione attuale e che la tendenza dei mercati dipenderà più dalle dinamiche di crescita e inflazione che da politiche monetarie ormai poco utili sia all’economia che alla finanza. Dato che la crescita inizierà a rallentare, e l’inflazione proseguirà ancora al rialzo per alcuni mesi, si confermano tutti i segnali compatibili per una netta contrazione della propensione al rischio nel corso del secondo semestre appena iniziato.

Lemanik: la stretta cinese non è finita

Il commento di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity. I governi cominciano a mettere in discussione il dominio economico e l’influenza intellettuale delle grandi aziende tecnologiche globali.

“Le modifiche normative apportate dal Governo cinese nel settore dell’educazione sono solo un altro passo per reprimere le industrie monopolistiche e sensibili al Governo. Tutto è iniziato nel novembre 2020, con i regolatori cinesi che hanno fermato la quotazione da 34 miliardi di dollari di Ant Group, poi lo stop nel luglio 2021 alla fusione di DouYu Int e Huya Inc, due delle migliori aziende cinesi di video streaming, controllate da Tencent, infine nuovi regolamenti per le aziende cinesi che vogliono quotarsi negli Stati Uniti. Tutto questo fa parte di una tendenza generale a indebolire il dominio delle grandi aziende tecnologiche globali, che è visibile anche negli Stati Uniti e in Europa, dove i governi cominciano a mettere in discussione il dominio economico e l’influenza intellettuale di queste aziende. In Cina, a causa della struttura politica e del potere del Governo, gli interventi di questo tipo sono chiaramente più radicali e diretti”. È il commento di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity.

Gli investitori stranieri – continua l’analisi di Zimmermann – erano già allarmati dalla politica statunitense verso la Cina. Il presidente degli Stati Uniti Biden non ha riavviato un dialogo con la Cina, come invece prevedevano alcuni partecipanti al mercato. Al contrario, gli Stati Uniti hanno aumentato la pressione sulla Cina con ulteriori sanzioni e stanno attivamente spingendo gli alleati a partecipare ai suoi sforzi. Alcuni senatori statunitensi vogliono che il mercato dei capitali Usa sia chiuso alle aziende cinesi, dopo che sono emersi diversi scandali come quello di Lucking Coffee. Negli ultimi 10 anni, più di 100 aziende cinesi quotate negli Stati Uniti sono state delistate o sospese.

In questo periodo, caratterizzato da un contesto globale di denaro facile, creato dalle principali banche centrali, il boom delle azioni cinesi di internet e della new economy ha spinto le valutazioni molto in alto verso obiettivi di lungo termine – prosegue il commento di Zimmermann. I cambiamenti normativi possono chiaramente avere un impatto drammatico sui prezzi delle azioni. Inoltre, l’aumento della volatilità dovuto ai punti menzionati e l’attuale situazione geopolitica negativa potrebbero spingere gli investitori fuori dal mercato. Nonostante questo, la Cina rimane la seconda economia più grande del mondo e l’attuale sell-off sta certamente creando valore per gli investitori con una visione a lungo termine. Il mercato azionario cinese è dominato da investitori locali e il governo conosce chiaramente i benefici a lungo termine di un sistema finanziario solido. Crediamo che gli investitori stranieri per il momento potrebbero restare venditori netti sul mercato, il che potrebbe influenzare principalmente le azioni quotate a Hong Kong e negli Stati Uniti, che hanno una grande percentuale di partecipazione straniera.

“Il governo cinese vuole che le sue società attingano ai mercati locali dei capitali con un grande bacino di liquidità. Inoltre, la sua capitalizzazione di borsa combinata vale più di 12 trilioni di dollari, la seconda più grande dopo gli Stati Uniti e abbastanza grande da assorbire nuove emissioni”, conclude Zimmermann (nella foto). “In questo contesto, è possibile riprendere gradualmente in considerazione l’esposizione verso le società cinesi di qualità sulla base di un’ulteriore debolezza dei prezzi e vediamo valutazioni in crescita nel medio termine. Il sistema politico cinese non cambierà e gli attuali commenti negativi sul suo operato probabilmente lo spingeranno ad agire nella maniera più indipendente possibile”.