Giugno 10, 2026
Home Posts tagged anasf (Page 3)

Enasarco, ok a bilancio ma cresce l’area degli scontenti. Stangata Corte dei Conti sulle elezioni

Nonostante l’argomento elezioni non fosse neanche all’ordine del giorno, neanche un cenno dalla maggioranza alle numerose richieste dell’opposizione. Bilancio approvato, ma l’area di chi non apprezza la gestione della Cassa sembra essersi allargata. “Stangata” della Corte dei Conti sulle mancate elezioni e sulle delibere già adottate in regime di prorogatio.

L’assemblea dei delegati di Enasarco, che faceva presagire un andamento scoppiettante, si è svolta oggi, tutto sommato senza scossoni. Le parti in causa, infatti, si erano già “affidate” alle future osservazioni dei ministeri vigilanti, cui nei giorni precedenti erano state inviate le note dall’opposizione e le contro-note dalle sigle di maggioranza.

L’odierna assemblea, che si è tenuta per la prima volta totalmente in videoconferenza per rispettare le disposizioni anti-Covid, è stata chiamata a votare sul bilancio consuntivo 2019, chiuso con un avanzo economico pari a 233 milioni di euro, in netto aumento rispetto al 2018, di oltre 90 milioni. L’avanzo del 2019 è già diminuito di 11 milioni, somma destinata preventivamente al Fondo FIRR, ossia il trattamento di fine rapporto degli iscritti.

Secondo la nota inviata da Enasarco, sarebbero tutti in miglioramento i saldi di bilancio principali. In particolare sono positivi i risultati conseguiti nella gestione istituzionale con un saldo complessivo di +188 milioni, a fronte dell’avanzo di +170 milioni del 2018, ed il patrimonio complessivo della Fondazione è cresciuto, arrivando a quota 7,8 miliardi, di cui 5.196 milioni costituiscono il patrimonio della previdenza (pari a 5,18 volte il valore delle pensioni in essere e 2.392 milioni il patrimonio del FIRR).

Dal lato della gestione previdenziale, il saldo (+71 mln) continua a crescere, con entrate previdenziali che finanziano la spesa per prestazioni, e i proventi finanziari ordinari lordi sono passati dai 113 mln del 2018 agli oltre 154 mln del 2019 (con un saldo finanziario totale pari a 182 mln, contro 75 mln del 2018).

Il rendimento lordo del patrimonio finanziario nel 2019 è stato del 3,9%, grazie a scelte d’investimento che hanno visto prevalere strumenti finanziari liquidi e a basso costo gestionale, con profilo di rischio/rendimento allineati all’asset allocation strategica che il Consiglio di amministrazione ha approvato. Per quanto riguarda la gestione del patrimonio immobiliare nel 2019, pur continuando le attività volte alle vendite dirette agli inquilini, si stanno sviluppando nuove strategie di gestione: dalle vendite delle unità immobiliari libere all’asta, alla gestione del patrimonio residuo diretto ed indiretto tramite lo strumento della Sicaf, con la finalità di ottimizzare i risultati e diminuire i costi di gestione.

Il voto dei delegati presenti (56 su 60), in definitiva, ha confermato il peso della maggioranza, ma l’area degli “scontenti” sembra essersi allargata. Infatti, a giudicare dai voti contrari (23, contro i 33 a favore), non sono solo i 16 delegati di opposizione (quelli firmatari delle richiesta di intervento ai ministeri vigilanti) quelli che hanno da ridire sia sul bilancio che sulla gestione della Cassa. Per cui c’è da chiedersi se la maggioranza, senza il voto di gran parte delle società preponenti – cui è riservato un peso da molti ritenuto eccessivo: 20 delegati su 60 – avrebbe mai potuto far prevalere la sua linea.

Assisteremmo ad un testa testa, probabilmente, dall’esito molto incerto

La questione non è secondaria. Infatti, all’interno di una cassa fatta dagli agenti per gli agenti, il ruolo delle aziende preponenti dovrebbe essere decisamente più marginale, se non addirittura nullo. In pratica, è come se ANASF ed Assoreti, che già si trovano a lavorare insieme dentro l’Organismo Unico (OCF), si ritrovassero a braccetto all’interno di una (molto) ipotetica cassa previdenziale privata che i consulenti avrebbero ben meritato, e che la stessa ANASF non è stata capace di far nascere in quasi tre decenni di storia della professione.

Neanche sfiorato il tema delle elezioni. La circostanza, tecnicamente, non crea alcun imbarazzo, dal momento che l’argomento non era all’ordine del giorno, ma la maggioranza si è tenuta accuratamente a distanza da qualunque accenno – che sarebbe stato invece più che doveroso, visto il rinvio sine die (questo sì, piuttosto imbarazzante) – nonostante i tentativi di diversi consiglieri dell’opposizione di richiamare in assemblea il tema che ha contribuito a creare il “caso Enasarco“.

Sembra chiaro che la questione non può considerarsi chiusa, e che a breve arriveranno le determinazioni – e, si spera, le sollecitazioni – dei ministeri che sono stati oggetto di comunicazioni formali da ambo le parti. Nel frattempo, secondo fonti ufficiose proventi dagli stessi ministeri, la Procura regionale della Sezione giurisdizionale per il Lazio della Corte dei Conti avrebbe scritto ai ministeri del Lavoro, dell’Economia e alla direzione generale per le politiche previdenziali per segnalare che che il Consiglio uscente, scaduto il 13 giugno e dunque in regime di prorogatio per un periodo massimo di 45 giorni, non può in questa condizione che adottare atti di ordinaria amministrazione. Le conseguenze sarebbero di non poco conto: le varie delibere relative per esempio agli aiuti post-covid potrebbero essere considerate tutte irregolari, e dunque a rischio di danno erariale. 

Di fronte ad un’intimazione della Corte dei conti, in caso di inottemperanza da parte della maggioranza della Cassa, si profilerebbe un commissariamento ad acta da parte del Governo.

Patrimonio Enasarco, la maggioranza non molla la presa. Chi è in buona fede non teme le elezioni

Per chi governa, le elezioni non dovrebbero fare paura, bensì incoraggiare la partecipazione, ed essere un traguardo prima del quale poter confermare la bontà del proprio operato e mettere a tacere critiche e rilievi. Pertanto, cosa ha da temere l’attuale maggioranza del Consiglio di Amministrazione di Enasarco?

Editoriale di Alessio Cardinale*

A poche settimane (o mesi, non è dato saperlo) dalle elezioni in casa Enasarco, non sorprendono i toni della contese tra le opposte fazioni. In particolare, chi ha contribuito a governare la Cassa fino ad oggi parla, già da tempo, di un “tentativo di scalata” – lo ha fatto, tra gli altri, Antonello Marzolla, componente, del Consiglio di Amministrazione, in rappresentanza dell’USARCI, da più di 14 anni – messo in atto da “…..gruppi finanziari e politici attratti dalla possibilità di gestire a loro piacimento un patrimonio di circa otto miliardi di euro e non sicuramente da quello di assicurare le pensioni degli Agenti di commercio”. In pratica, secondo questo principio, voler partecipare alla tornata elettorale, come previsto dalle regole di governo di Enasarco, viene visto (da chi probabilmente le teme) come un atto di “belligeranza”, e non come l’effetto della necessaria democrazia cui anche Enasarco, da qualche anno soltanto, deve sottostare.

Evidentemente, qualcuno non si è ancora abituato al pensiero di poter perdere il controllo della Cassa. Infatti, a giudicare dalle reazioni un po’ scomposte di alcuni “ufficiali di brigata” – e dei loro fedelissimi caporali, mandati in avanscoperta sui social dai loro leader – si ricava la sensazione esatta e contraria, e cioè che chi abbia governato fino ad oggi non intende “mollare l’osso”, e vorrebbe rimanere saldamente attaccato alla poltrona continuando a gestire quel patrimonio come se nulla fosse successo nel frattempo.

Naturalmente, il forte interesse strategico di organizzazioni come ANASF a poter gestire, oltre gli immobili, i circa 4,5 miliardi di patrimonio mobiliare non è certamente infondato, e nessuno – quindi, neanche ANASF – ha la “patente” di bravo gestore, ma coloro che oggi siedono in maggioranza nel CdA di Enasarco dovrebbero comunque tenere presente che il giudizio sul loro operato, prima e dopo il confronto elettorale, è un fatto ineluttabile, come le stesse elezioni. A meno che, pur di non farle, essi non preferiscano arroccarsi definitivamente – magari sperando in un ritorno autunnale del virus – e attendere i lunghi tempi previsti affinchè una certa politica accomodante si produca in un salvifico commissariamento.

Relativamente alla passata gestione, c’è da dire che i rilievi delle Istituzioni ai gestori del patrimonio Enasarco non sono mai mancati, anche durante la precedente presidenza di Brunetto Boco. Già nel Gennaio del 2015, la Commissione bicamerale di controllo sugli enti gestori di forme di previdenza privatizzate (presieduta dall’on. di Gioia), alla luce delle risultanze di una indagine conoscitiva sulla Fondazione, aveva segnalato ai ministeri vigilanti l’opportunità di procedere al commissariamento dell’Ente. La Commissione era arrivata a tale conclusione dopo aver svolto indagini proprio sulla gestione finanziaria e immobiliare dell’Ente, probabilmente ritenendo poco soddisfacenti le audizioni dei vertici della Cassa avvenute nei mesi precedenti. In più, sulla gestione dell’Ente erano state presentate decine di interrogazioni parlamentari di qualunque colore politico, una serie di esposti del M5S alla Banca d’Italia, alla Consob, alla Covip, alla Corte dei Conti, e la richiesta di istituire una commissione parlamentare di inchiesta (On. Ricchiuti, PD). Anche un servizio televisivo di Report (su RaiTre), contribuiva non poco a gettare ombre sulla gestione del patrimonio.

Il 2019 di Enasarco, peraltro, si qualificava come annus horribilis per i suoi ruoli apicali, costretti com’erano a fronteggiare anche due vicende piuttosto imbarazzanti. La prima è quella relativa ai fondi immobiliari Megas e Michelangelo Due, controllati in maggioranza dalla Cassa e gestiti in precedenza da Sorgente SGR, a seguito della quale l’Ente dava mandato per un esposto alla Procura della Repubblica del Tribunale di Roma contro il presidente di Sorgente Valter Mainetti, e l’ex presidente di Enasarco, Brunetto Boco, querelava per diffamazione lo stesso Mainetti (che veniva rinviato a giudizio). La seconda riguarda Il palazzo londinese di Sloane Avenue, venduto al Vaticano dal finanziere Raffaele Mincione ad un prezzo triplo rispetto a quello d’acquisto,  finito al centro di un’inchiesta della Procura di Roma che ha indagato lo stesso Mincione, insieme ad alcuni funzionari di Enasarco, per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla truffa. Gli accertamenti svolti dai carabinieri del ROS, infatti, avevano ipotizzato che per comprare il lussuoso palazzo londinese fossero stati utilizzati i soldi che l’Ente aveva destinato ad altre finalità.

Verso la fine del 2019, all’avvicinarsi del momento delle elezioni (poi rinviate sine die), le polemiche montavano come un’onda di tsunami che si avvicina alla costa, alimentate dal disappunto dei consiglieri di opposizione che lamentavano come tutti i loro appelli a discutere le modifiche statutarie relative all’ampliamento dell’elettorato passivo, alla trasparenza gestionale ed al maggior ruolo dell’Assemblea dei Delegati – tutte misure tese a favorire maggiore partecipazione alle decisioni della Cassa – fossero caduti nel vuoto, e la Commissione che si occupava di studiare le modifiche allo Statuto ed ai regolamenti fosse stata chiusa insieme a tutte le altre commissioni consiliari proprio con il voto del presidente e della forte maggioranza (10 contro cinque) che lo sostiene.

Lo scorso mese di Marzo, in piena pandemia, avviene l’epilogo: la governance della Cassa, con una delibera dei consiglieri di maggioranza del CdA uscente, adottata in occasione di un consiglio straordinario convocato ad hoc, approva (con il voto contrario di tutti e cinque i consiglieri di minoranza) il rinvio sine die delle elezioni già previste per la seconda metà di aprile, motivando che la crisi epidemica in corso rendeva impossibile svolgere riunioni elettorali e dibattiti tra liste di candidati ed elettori. Una decisione “schizofrenica”, per così dire, se consideriamo che quattro anni prima la Cassa aveva finalmente deciso di darsi una governance democratica, dopo decenni di gestione pressoché ininterrotta della Confcommercio, prevedendo l’adozione del voto elettronico, e favorendo così le prime elezioni democratiche della Fondazione svolte con modalità digitali, senza richiamare la necessità di comizi o assemblee preventive (e senza neanche il Covid19 a fare da alibi). 

Sull’argomento è recentemente intervenuto anche Manlio Marucci, Segretario di Federpromm-Uiltucs, secondo il quale “La mia posizione è che le elezioni sono una fase irrinunciabile della vita dell’Enasarco, e non si possono rinviare ancora senza causare ulteriori disagi e malintesi. In ogni caso, in occasione della riunione del prossimo 30 Giugno è mia intenzione presentare una mozione d’ordine proprio sulle elezioni, affinchè si tengano il più presto possibile”.

L’atteggiamento dilatorio dimostrato in occasione delle elezioni, poi, è stato confermato dalla dirigenza dell’Ente in occasione della discussione sull’anticipo del FIRR, misura reclamata a gran voce dalle migliaia di agenti in estrema difficoltà finanziaria a causa della pandemia. Su questa vicenda, Patrimoni&Finanza è già intervenuta con un articolo premonitore – a Marzo, quando nessuno ancora si sognava di parlarne – e con un approfondimento successivo, che ha suscitato le ire scomposte di qualcuno sui social network.

Ci sono andati giù pesante i consiglieri in quota FIARC, Confesercenti, ANASF e Federagenti, che hanno attaccato duramente “un consiglio sottoposto alla sconsiderata volontà di una maggioranza di 10 consiglieri su 15, che a colpi di delibere si è incatenata alla propria poltrona, rinviando a data da destinarsi le elezioni…un consiglio che ha insozzato la richiesta dell’anticipo del FIRR riducendola a una mera mancetta elettorale (il 10%, anziché il 30%, n.d.r.)….. Enasarco non ha soldi per gli iscritti (nemmeno quando si parla di soldi “degli” iscritti) perché anche in questi quattro anni all’amministrazione è mancato un piano serio, strutturato e trasparente”.

Del resto, la decisione di rinviare la tornata elettorale a data da destinarsi deve essere stata davvero difficile da prendere, tanto da paralizzare persino chi, nella Fondazione, cura l’aggiornamento della relativa pagina web, ancora bloccata alle date del 17-30 Aprile 2020, senza alcun doveroso riferimento ufficiale del rinvio.

LEGGI ANCHE: Enasarco si pronuncia sull’anticipo del FIRR, ma delibera una sola tranche su tre. Un inutile contentino

Pertanto, appare chiaro che l’attuale governance della Fondazione – e con essa, tutte le sigle che la sostengono in modalità “lungo sonno” da molti anni – abbia molto da spiegare, ai propri elettori, per rimanere in sella e non apparire come esclusivamente “incollata” alla poltrona. Non è mai utile, infatti, mostrare insensibilità alle richieste di cambiamento in termini di governance più condivisa, di maggiore controllo da parte dell’assemblea dei delegati, di efficiente organizzazione della struttura e di soddisfacente risultato delle politiche degli investimenti, i quali devono assicurare un rendimento tale da conservare ed accrescere la sostenibilità dei risultati e delle prestazioni di previdenza e assistenza.  Non è mai utile utilizzare le calamità naturali per opporre rinvii a data da destinarsi, senza apparire in preda alla paura per la possibile (e probabile) sconfitta. Gli elettori, infatti, fanno presto a fare cattivi pensieri, e magari immaginare, senza alcun fondamento, chissà quali inconfessabili irregolarità possono venire alla luce dopo il cambio di guardia.

Per chi governa, le elezioni non dovrebbero rappresentare un evento di cui aver paura, bensì un incoraggiamento alla partecipazione, un traguardo prima del quale poter confermare la bontà del proprio operato e mettere a tacere critiche e rilievi. Pertanto, se si è in buona fede, e si può dimostrare di aver operato nell’interesse della Cassa e degli iscritti, non c’è alcun motivo di tardare ancora il confronto elettorale. Giusto?

* Direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

Querelle Gabanelli, sul ring ANASF e Opec Financial. Se le fondamenta cedono, il palazzo crolla

Il dibattito scatenato dalla giornalista ha prodotto finora l’unico risultato di non affrontare il vero problema: la regola del mono-mandato, che dopo trent’anni  si rivela come l’unica (e debole) fondamenta su cui si regge l’edificio della consulenza finanziaria non autonoma ed il suo conseguente monopolio di fatto.

Tutto era iniziato con un video realizzato – e “mirato” – da Milena Gabanelli e Giuditta Marvelli dal titolo “Consulenti finanziari indipendenti: quanto costa un consiglio?”, che aveva suscitato un vespaio di polemiche per via degli espliciti riferimenti della celebre giornalista al conflitto di interesse che dominerebbe il mondo della consulenza finanziaria non autonoma (che rappresenta il 98% circa del totale dei professionisti in Italia), con la conseguente “celebrazione” dell’altro modello di consulenza, quello indipendente, che oggi è regolato da norme specifiche ma che stenta ancora ad emergere.

Sulle ceneri della polemica iniziale e dell’immediata replica di ANASF, con il suo presidente Maurizio Bufi a difesa della categoria, è nato subito dopo un interessante botta e risposta tra lo stesso Bufi e Tullio Dodero, segretario generale di Opec Financial, dal quale si sarebbe potuto generare un confronto costruttivo sull’intero settore, se solo il primo non avesse fatto prevalere una reazione piccata alle obiezioni del secondo che sembravano, in tutta evidenza, una richiesta di chiarimenti e di dialogo.

Invece, il botta e risposta che ne è seguito ha prodotto l’unico risultato di non affrontare, ancora una volta, il vero problema: la regola del mono-mandato che, se andava bene trent’anni fa, oggi si rivela come l’unica (e debole) fondamenta su cui si regge l’edificio della consulenza finanziaria non autonoma ed il suo conseguente monopolio di fatto.

E, si sa, se le fondazioni si indeboliscono, può crollare l’intero palazzo, con tutti i residenti dentro (senza distinzione tra quelli “ricchi” e quelli “poveri”).

Tra coloro che hanno dato ragione alle tesi della Gabanelli c’è, appunto, Tullio Dodero, “reo” di aver inviato una lettera nella quale dichiarava tutta la propria soddisfazione per  “l’autorevole voce fuori dal coro che mette il dito sulle cattive prassi e sui palesi conflitti d’interesse che hanno sempre contraddistinto l’attività delle reti bancarie di consulenza finanziaria. Ovviamente a scapito della clientela privata….”. Dodero aggiungeva ironicamente “….non mi sembra così grave chiamare ‘consulenti Finanziari Indipendenti’ i professionisti che svolgono la Consulenza Finanziaria Indipendente (era una annotazione di Bufi alle parole della Gabanelli, ndr). Mi sembra quasi consequenziale….E’ vero che le norme hanno definito tale categoria professionale come ‘Consulenti Finanziari Autonomi’, ma è certamente più colorita e innovativa la definizione degli ex Promotori Finanziari che sono diventati ‘consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede’: breve, concisa, chiara e facile da dire e da ricordare….”. Infine, Dodero si scagliava contro “la replica di ANASF, ancora una volta schierata a difesa delle banche invece che dei consulenti…. Per ANASF, evidentemente, è importante non entrare nel merito delle questioni, probabilmente perché non ha alcun argomento da portare per contraddire le tesi di Gabanelli & C….”.

LEGGI ANCHE: Aspiranti consulenti finanziari e ricambio generazionale degli “old”. Guida breve per laureati coraggiosi

La reazione del presidente di ANASF non si faceva attendere, ma non era esattamente diplomatica e, anziché tendere la mano all’avversario – magari chiedendo un confronto pubblico, come ci si sarebbe aspettati da un personaggio del suo calibro – Bufi si è lasciato andare all’irritazione, affermando che (dalla polemica scatenata dalla Gabanelli, ndr) “….è subito scaturita (e non è la prima volta) una kermesse di opinioni da parte di soggetti, la cui rappresentatività è assai dubbia, a difesa della propria posizione, o meglio, del proprio angusto recinto….”.

Un’affermazione che, purtroppo, vanifica la portata di quanto di buono Bufi abbia poi scritto, e non solo in difesa della categoria dei consulenti non autonomi: “…Quanto alla consulenza su base indipendente e non indipendente….abbiamo più volte auspicato che tale limitazione in capo alla singola rete fosse rimossa, in quanto inefficiente ed anacronistica. Il divieto, infatti, non dovrebbe valere a monte, obbligando l’intermediario a gestire due canali paralleli e distinti. Il consulente dovrebbe avere la possibilità di utilizzare entrambi i modelli in funzione del cliente assistito con il quale si stabilisce alternativamente l’applicazione dell’una o dell’altra modalità…..”.

Senza la sua provocazione verso “soggetti, la cui rappresentatività è assai dubbia”, Bufi avrebbe potuto aprire un vero dibattito, con l’obiettivo di passare dagli “auspici” alle “azioni concrete”. Invece, le sue parole hanno finito solo per svilire qualunque utilità collettiva, generando solo altre (legittime) reazioni. Dodero, infatti, ha replicato con maggiore veemenza “….È divertente osservare come reagiscono i monopolisti quando qualcuno, anche autorevole come il Corriere della Sera, si permette di sollevare il velo da pratiche poco chiare. Il motto è sempre lo stesso: non disturbare il manovratore….È vero che i rapporti di forza sull’effettiva rappresentanza delle organizzazioni si misura con i numeri…..tuttavia, conserviamo intatta la rappresentanza del nostro cervello che liberamente predilige difendere i principi, le buone prassi e gli interessi prevalenti dei risparmiatori, soprattutto quando sono tutelati dalla legge. Quest’ultima, come abbiamo detto, è spesso violata o non applicata proprio per quella posizione dominante che influenza, è inevitabile, anche gli organismi di controllo….”. E ancora “….assicuro che abbiamo letto le norme e le conosciamo, ovviamente non bene come voi che siete i custodi della verità, ma sappiamo riconoscere ciò che si può fare e ciò che non si può fare….Siamo riusciti perfino a capire, anche se sembrerà strano a qualcuno, quali sono gli evidenti limiti qualitativi delle prassi in uso presso gli intermediari, cui i consulenti abilitati all’offerta fuori sede debbono soggiacere (ubi maior minor cessat!)….”.

LEGGI ANCHE: Consulenti finanziari, la Gabanelli mette a nudo (senza saperlo) i limiti storici del mono-mandato

Nonostante si tratti di una replica molto dura, nella lunga lettera di Dodero – che non pubblichiamo interamente per motivi di spazio – non mancano chiari riferimenti ad un possibile terreno di confronto comune: “….Naturalmente, è giusto parlare anche dell’attività di consulenza finanziaria allo sportello, dove circa 200.000 addetti danno consigli senza avere la dovuta formazione professionale, spesso senza conoscere le elementari regole di diversificazione e frazionamento del rischio. Sono prassi che lasciano qualche dubbio sulle attenzioni degli Organismi di vigilanza, anche se i rischi per i clienti – e qui concordo con il Presidente di ANASF – sono molto elevati, come dimostrato dagli infausti e recenti fatti di cronaca…. mi corre l’obbligo di fare un paio annotazioni positive sul menzionato articolo di ANASF: la presa di distanza dalle banche tradizionali (anche se sono quasi sempre le capogruppo delle reti di consulenza finanziaria e la difesa degli ex promotori….)”.  

LEGGI ANCHE: Consulenti, il futuro è nella specializzazione delle competenze. Intervista a Massimo Scolari

Sebbene l’asprezza dei toni sembri scoraggiare le possibilità di un confronto veramente utile tra i vari rappresentanti dei due modelli di Consulenza Finanziaria, le distanze non sono poi così grandi, e solo un rapido “spegnimento” del dibattito potrebbe determinare il mantenimento di uno status quo che, invece, recherà più danni che benefici nel medio-lungo periodo.

Che piaccia o no ad ANASF, serve una soluzione di continuità nell’intero settore. E pazienza se qualcuno lo fa presente da un “angusto recinto”. Si riparta dagli obiettivi comuni, e tutti gli attori costruiscano insieme un futuro migliore per tutta la categoria. Anzi, al punto in cui stiamo rapidamente arrivando, tutti costoro assicurino semplicemente che ci sia, un futuro.

Consulenti finanziari, la Gabanelli mette a nudo (senza saperlo) i limiti storici del mono-mandato

“…..è necessario calmare gli animi e fare in modo che le due categorie di consulenti non entrino in polemica. Infatti, se lo scenario non cambia presto si combatterà una lotta di sopravvivenza tra banche-reti e consulenti non autonomi, a causa della quale è possibile che una delle due parti debba cessare di esistere affinchè sopravviva l’altra. Inoltre, se il sistema bancario continuerà a sviluppare la distribuzione dei contratti di consulenza, anche la categoria dei c.d. indipendenti è a rischio”.

Editoriale di Alessio Cardinale*

Se Milena Gabanelli, con la sua “entrata a gamba tesa” sul mondo della consulenza finanziaria, ha avuto un merito grandissimo (tra tanti altri), non è certo quello di aver fatto conoscere agli italiani la figura del consulente indipendente. La celebre giornalista d’inchiesta – probabilmente senza volerlo – ha scoperchiato una pentola dentro la quale cuoce a fuoco lento, da circa trent’anni, una questione da cui dipende tutta la fragilità dell’attuale modello di business: il vincolo del mono-mandato per i consulenti abilitati alle operazioni fuori sede (c.d. non autonomi). 

Per spiegare meglio i termini del problema anche ai risparmiatori più attenti  – quelli che leggono Patrimoni&Finanza e si interessano dell’affidabilità dei propri consulenti – raccontiamo in dettaglio la polemica scatenata dalla Gabanelli, e le reazioni che ne sono derivate. “Il mercato del risparmio è dominato dalle banche e dalle assicurazioni che hanno sempre venduto al cliente quello che era meglio per loro…. da qualche anno esiste però un’alternativa, quella dei consulenti puri…..dal dicembre 2018 esiste un albo, diviso in tre sezioni….la prima sezione è la più numerosa e conta…. 33.700 consulenti, gli ex promotori, che hanno un mandato da una rete o da una banca, e quindi vendono solo i prodotti che hanno in catalogo. Negli altri due elenchi dello stesso albo troviamo invece 268 consulenti autonomi e 38 società di consulenza”.

Queste, in sintesi, le parole della Gabanelli che hanno infuocato l’ambiente e risvegliato persino l’ANASF. Secondo il suo presidente, Maurizio Bufi, che ha replicato in rappresentanza degli oltre 12.000 iscritti all’associazione, la gestione del conflitto di interessi riguarderebbe tutti i settori dell’attività umana e “…ovviamente anche l’attività di consulenza finanziaria e di collocamento non sfugge a questa regola. Proprio per questo, il legislatore ha voluto gestire il conflitto di interesse in capo agli operatori dando delle indicazioni molto puntuali e molto precise, e cioè che questo venga risolto sempre e comunque nell’interesse del cliente…”. Bufi ha aggiunto che, in ogni caso, le reti di consulenza finanziaria hanno adottato il c.d. modello di architettura aperta (ossia quello che consente di vendere i prodotti finanziari di altre società di gestione, e non solo quelli “della casa”), che gestisce in modo efficace il conflitto di interesse.

Più concreta la posizione di Federpromm, per bocca del suo segretario Manlio Marucci, secondo il quale “il servizio di consulenza, indipendentemente dal modo in cui si esercita, manifesta una  esigenza specifica particolarmente sentita, come bisogno primario di protezione, da parte dei risparmiatori , che investono di tale ruolo il consulente finanziario, sia sul piano culturale che  di educatore familiare e patrimoniale. Prendere una posizione di parte così come  è stato espresso dalla stessa  ANASF  nei confronti di una giornalista, a cui si riconosce l’accuratezza e qualità dell’inchiesta, dimostra scarsa capacità di analisi e visione d’insieme dei ruoli svolti da tutte le figure professionali del mercato finanziario, creditizio ed assicurativo che, in qualità di operatori iscritti ad albi od elenchi, oltre ad essere vigilati, hanno a cuore gli interessi dei risparmiatori e una maggiore trasparenza del mercato”. “ In realtà”, conclude Marucci, “la dialettica che ne è seguita non affronta temi sostanziali come l’inquadramento effettivo del consulente sul piano normativo e contrattuale, la ricongiunzione della previdenza obbligatoria, l’assistenza sanitaria e qualificata, i nuovi modelli organizzativi dettati  dall’applicazione delle tecnologie avanzate al settore”.

LEGGI ANCHE: 2020, come in “Ritorno Al Futuro”. Consulenti e professionisti alle prese con il proprio storytelling

Al fine di evitare che un importante dibattito, come quello generato dalla Gabanelli, si risolva nel solito fatto di cronaca finanziaria rapidamente dimenticato dagli interessati, bisogna aggiungere che la vicenda, se non altro, ha avuto il merito di toccare alcuni “nervi scoperti” che risulta impossibile curare senza effettuare interventi risolutivi.

Il primo è quello di una forte competizione – prima impercettibile – tra consulenti non autonomi e consulenti c.d. indipendenti, cui la nuova normativa e la MIFiD II hanno riconosciuto un ruolo più evidente e disciplinato rispetto ad un passato di semi-oscurità. Nonostante ciò, e malgrado un notevole incremento dei professionisti che operano su base autonoma, costoro sono ancora “compressi” numericamente per via di un sistema che premia il risultato commerciale rispetto a quello squisitamente professionale. Da qui una forte rivalità (in verità molto sentita solo dai consulenti su base autonoma, soprattutto verso le banche più tradizionali), che la MIFiD II ha reso più evidente e che oggi viene veicolata anche da messaggi pubblicitari qualitativamente comparativi (come quello dell’immagine, che ritrae la pubblicità di una delle SCF operanti nella consulenza indipendente).

Il secondo nervo scoperto è quello della presunta autonomia e indipendenza, oggi usata come cavallo di battaglia per affermare una sorta di “supremazia etico-culturale” di una categoria di consulenti verso l’altra, che si vorrebbe far dipendere dall’esistenza del conflitto di interessi – sempre presente, in teoria, nel sistema banca-rete, nonostante la c.d. architettura aperta cui fa riferimento Bufi – e che, invece, si rivela essere il risultato di una forzatura del sistema italiano, fondato sul vincolo di mono-mandato, che trae le sue origini dal 1990, e che fa dei consulenti non autonomi attori del tutto incolpevoli.

Il terzo “nervo” – molto importante – è legato alla impossibilità del consulente c.d. indipendente di poter controllare in prima persona la corretta esecuzione dell’investimento da parte del cliente. Infatti, all’interno di un sistema letteralmente dominato dalle regole di funzionamento delle banche-reti, il ruolo di questa importante categoria di professionisti è limitato a quello di “mero dispensatore di consigli di investimento”, con un limite importante nella parte esecutiva delle operazioni che viene lasciata, contro ogni logica professionale, agli operatori bancari o, in ultima istanza, allo stesso cliente più o meno “tecnologicamente evoluto”. In pratica, è come se ad un avvocato venisse concesso di scrivere le memorie di difesa, ma non di poterle depositare in cancelleria e/o di discuterne in udienza.

LEGGI ANCHE: Filantropia e investimento, 8 regole per coniugare progetti sostenibili e rendimento

La polemica di cui sopra, pertanto, ha un comune denominatore: l’inadeguatezza storica del vincolo di mono-mandato, imposto da una norma ormai desueta e, soprattutto, da un sistema giunto alla sua fase di declino, per il quale è necessario comprimere continuamente (succede ormai dal 2008) i margini economici dei consulenti finanziari, alzare l’asticella del portafoglio medio e causare la fuoriuscita di migliaia di validi professionisti per consentire alle banche-reti che ne fanno parte di sopravvivere e tenere in attivo il proprio conto economico.

Pertanto, appare necessario calmare gli animi, e fare in modo che le due categorie di consulenti non entrino affatto in polemica, alimentando così una inutile rivalità che distrae tutti dalla soluzione del vero problema (che non è certo la Gabanelli). Piuttosto, bisognerebbe prendere coscienza che, in questo preciso momento storico, quella che si sta combattendo è una lotta di sopravvivenza tra gli attori della distribuzione (le banche-reti) e la categoria dei consulenti non autonomi, a causa della quale è possibile che una delle due parti, entro dieci anni, debba cessare di esistere affinchè sopravviva l’altra. Inoltre, se il sistema bancario continuerà a sviluppare la distribuzione dei contratti di consulenza, anche la categoria dei c.d. indipendenti è a rischio-sopravvivenza.

Il mondo dei consulenti non autonomi, peraltro, è strutturato come in “compartimenti stagni” dove i professionisti non comunicano tra loro nel quotidiano, e tutti loro non stanno beneficiando – chissà perché – di un indispensabile ricambio generazionale; pertanto, sembrano aver già perso la battaglia, a meno che non si sveglino dal torpore in cui vivono e, soprattutto, ritrovino unità d’intenti, magari facendo riferimento alle organizzazioni di categoria, esperte in tutela del lavoro, veramente indipendenti dagli interessi di parte dell’industria.

FORSE POTREBBE INTERESSARTI: I tre mesi che hanno cambiato la relazione tra consulente ed investitori. Partecipa all’intervista di P&F

La soluzione al problema c’è, ed è sotto i nostri occhi da almeno un secolo. Nel modello anglosassone, per esempio, esiste una sorta di cooperazione fra tre figure professionali che, pur mantenendo le proprie caratteristiche, conservano la loro autonomia: cliente, banca e consulente. Questo modello di business comporta benefici per ognuna delle figure che ne fanno parte. Infatti:

– il cliente sceglie personalmente la banca di sua fiducia presso la quale depositerà il denaro in custodia,

– il cliente sceglie il consulente a cui affidare la gestione del proprio patrimonio depositato in quella banca,

– il consulente opera in piena tranquillità ed indipendenza, senza conflitto di interesse e senza vincoli commerciali di alcun tipo, nel rispetto di un contratto di gestione di portafoglio,

– la banca depositaria, in qualità di custode, ha una funzione di controllo sull’operatività e sulla buona diligenza,

– Il consulente controlla che la banca esegua le disposizioni impartite dal cliente secondo le condizioni ed i tempi concordati.

Il vantaggio più evidente di questo modello, oltre alla eliminazione del conflitto di interessi, è la certezza dell’esecuzione degli ordini, che così ricadrebbero sotto il controllo del consulente, come accade oggi in Italia soltanto per quelli abilitati fuori sede (e non per gli indipendenti).

A ben vedere, il modello anglosassone di consulenza finanziaria rappresenterebbe la migliore soluzione per tutti i professionisti della finanza, un ideale punto di incontro per entrambe le categorie di consulenti, indipendenti e non. L’abbattimento del vincolo di mono-mandato, poi, assicurerebbe anche all’industria del risparmio gestito di continuare a prosperare – e ciò accadrebbe anche di fronte ad una scontata riduzione delle commissioni di gestione – ed alle banche-reti, forti della esperienza ormai quarantennale nella distribuzione e nel grado di prossimità alle famiglie-clienti, di modificare l’attuale modello di business (ormai in declino avanzato, anche per via della tecnologia) basato essenzialmente sulla distribuzione, trasformandolo in un modello di rete di consulenza vera e propria, in cui il vincolo di mono-mandato diventerebbe solo una opzione contrattuale, remunerata in modo specifico, a discrezione del professionista.

*direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

Consulenti Finanziari e ricambio generazionale, il nuovo art. 11 di Assoreti è un’illusione. Estinzione più vicina?

Il nuovo sistema “olistico” vagheggiato da Assoreti non sembra essere utile a risolvere il problema del ricambio generazionale dei consulenti finanziari. Senza investimenti delle società mandanti, l’onere della formazione dei giovani professionisti ricadrà inevitabilmente sui consulenti anziani.

Guardando al mondo della consulenza finanziaria, esistono dei numeri che spaventano – o, in teoria, che dovrebbero spaventare (in questo caso il condizionale è d’obbligo) – l’industria del risparmio gestito, ossia quelli relativi all’età media degli iscritti all’albo dei consulenti finanziari abilitati fuori sede, e soprattutto al loro progressivo invecchiamento.

Come già scritto di recente in questo magazine, i dati non lasciano spazio all’interpretazione. Infatti, negli ultimi dieci anni:

– i professionisti della finanza con meno di 30 anni di età sono diminuiti del 51% (una ecatombe),

– quelli tra i 30 e i 40 anni sono diminuiti del 63%,

– il numero di quelli tra i 40 e i 50 anni ha subito un decremento del 21%.

Al contrario, quelli tra i 50 e i 65 anni di età sono aumentati rispettivamente del 57%. Contestualmente, il numero dei  consulenti facenti parte di questa fascia d’età è diminuito, nei dieci anni presi in considerazione, di 3.735 unità, confermando ciò che è sotto gli occhi di tutti (anche di ANASF, che solo di recente sembra essersene accorta): manca il naturale ricambio generazionale, e così facendo il sistema rischia di consolidare solo il lavoro degli “anziani”, che prima o poi (per raggiunti limiti di età), lasceranno a chissà chi – probabilmente al sistema stesso, ripulito degli “scomodi” consulenti finanziari – un patrimonio di clientela, utili economici ed esperienza quarantennale.

Perché siamo portati a definire i consulenti finanziari, con triste ironia, come “scomodi”? Semplice: lo sono davvero, per il sistema bancario tradizionale. Essi, mentre migliaia di sportelli chiudevano i battenti, hanno raddoppiato le masse gestite, aumentando la loro quota di mercato dal 5,2% del 2008 al 12,2% del 2018. Il numero complessivo dei loro clienti, poi, è cresciuto del 22% e l’occupazione di settore del 26%. Nonostante ciò, però, i loro margini di ricavo vengono costantemente ridotti (sia dal sistema che dalle mandanti, a partire dal 2008), e questo rappresenta un controsenso difficilmente interpretabile se non con l’esigenza delle banche di risanare i propri conti economici a spese delle reti.

LEGGI ANCHE: Consulenti finanziari e strumenti di crescita del portafoglio: wealth management, costumer meeting e comunicazione digitale

Del resto, negli stessi dieci anni ha chiuso il 37% delle banche ed 8.000 sportelli, e molti oggi si affrettano ad attribuire frettolosamente la colpa di questo trend alla crisi iniziata nel 2008 ed alla tecnologia digitale, come se la miopia dei top manager bancari di tutto il mondo (Italia compresa), la loro sete di utili “ad ogni costo”, la loro diffusa incompetenza e la politica dei mega-stipendi (anche quelli, ad ogni costo) non abbiano avuto la parte più importante in questa debacle economico-finanziaria.

All’interno di questo scenario, il testo del nuovo articolo 11 sull’autonomia del consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede (contenuto nel rinnovato Codice di Comportamento di Assoreti) è stato salutato come una grande conquista per via della sua portata, del tutto ipotetica, sul problema del ricambio generazionale.  Testualmente, esso recita  “Le associate (……..), per favorire il ricambio generazionale fra i consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede, e per ottimizzare la relazione con i clienti, acconsentono a forme di collaborazione non societaria fra due o più consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede per la prestazione dei servizi di assistenza e di consulenza ai medesimi clienti, sulla base del mandato conferito individualmente a ciascuno di essi”. L’articolo in questione, quindi, non parla della creazione di società, ma della possibilità di organizzare gruppi di lavoro (collaborazione non societaria ) che lavorino su uno stesso portafoglio di clienti, al fine di dare loro una offerta di servizio più ampia per via della specializzazione di ciascun consulente in un area specifica. Si tratterebbe, pertanto, di un team di lavoro intorno al quale, per esempio, graviteranno un consulente esperto di asset allocation, un altro di credito alle famiglie, un altro ancora specializzato in attività bancarie di impresa ed un consulente esperto in servizi assicurativi. In questo modo, si potrebbe offrire ai clienti una consulenza c.d. “olistica” (dal greco olos, che significa tutto, intero), erogata da un team capace di mettere insieme professionisti con competenze differenti, ai quali viene demandato l’accordo sulle regole per condividere la gestione del cliente e la remunerazione che deriva dai servizi specifici.

Patrimonials e Millennials

Tutto molto bello, è giusto ammetterlo; come ciò possa essere utile a risolvere il problema del ricambio generazionale, però, rimane un mistero. Infatti, non si vede come un giovane alle prime armi, la cui esperienza e competenza è prossima allo zero, possa aiutare gli altri consulenti del team (soprattutto quelli già avviati e con esperienza) a massimizzare il servizio, a meno che non si intenda scaricare sui consulenti “anziani” – come accade nel modello di business americano, a cui il rinnovato art. 11 pare si ispiri – i costi della formazione di quelli nuovi, a cui poi cedere il portafoglio clienti quando i primi andranno in pensione.

Questo meccanismo, del tutto simile a quello grazie al quale le società mandanti hanno scaricato in capo alle reti commerciali molte delle mansioni amministrative di elaborazione dei contratti, comporterebbe un risparmio notevole per l’industria del risparmio gestito, in termini di (mancati) investimenti. Pertanto, se le banche-reti non allenteranno i cordoni della borsa e decideranno di non investire sulle nuove leve, i team di consulenti nati sulla scorta dell’art. 11 del codice Assoreti cercheranno di fare accordi esclusivamente con i colleghi più esperti e, soprattutto, di mettere insieme il loro patrimonio di contatti già esistenti; i giovani di primo pelo, senza contatti e senza esperienza, verranno “rimbalzati” all’esterno, e avranno poche chance di fare ingresso nel mondo della consulenza finanziaria, che oggi appare gravato da barriere all’entrata così alte da far pensare che tanto “autolesionismo” non sia proprio frutto del caso.

LEGGI ANCHE: Arte e Finanza, i gestori di fondi alla ricerca del valore. Come la logica di prodotto vanifica la ricerca di capolavori

Caro direttore, il richiamo di ANASF sul futuro dei consulenti è come un “mea culpa”

“Manca una vera presa di coscienza collettiva determinata proprio dal fatto che regna un “esasperato individualismo” che fa gioco ai soggetti abilitati, in qualità di case mandanti, a cui la istituzioni e le associazioni di tendenza non oppongono minimamente resistenza.”

Nota di Manlio Marucci (Segretario Nazionale Federpromm)

Caro Direttore di P&F,

ho letto il tuo editoriale sui Consulenti finanziari ed il richiamo – come un “mea culpa” – da parte del presidente di ANASF sui futuri scenari legati alla sopravvivenza della categoria. Un’analisi molto accorta e ricca di elementi e dati che interpretano la situazione storica del settore, anche con un taglio critico e realistico che, attraverso la lente e gli strumenti dell’analisi sociologica, evidenziano i reali problemi di una professione che non ha mai preso coscienza della propria condizione di vita e di lavoro.

Se penso alla scala sociale e ai valori che questa esprime nel determinare le scelte di investimento dei potenziali risparmiatori, alla salvaguardia del patrimonio e ricchezza della famiglie italiane, alla condizione oggettiva in cui si trovano ad interpretare questo significativo ruolo politico e, nel contempo, all’indice di gradimento del trattamento economico subito, credo che la condizione di lavoro del Consulente Finanziario si ponga ad una gradino equiparabile ad un categoria di livello esecutivo, se non inferiore.

Sembra un paradosso imbevuto di retorica, ma la realtà oggettiva di tale condizione va interpretata nel senso che manca una vera presa di coscienza collettiva determinata proprio dal fatto che regna un “esasperato individualismo” che fa gioco ai soggetti abilitati, in qualità di case mandanti, a cui la istituzioni e le associazioni di tendenza non oppongono minimamente resistenza.

Assistiamo, ahimè spesso, a espressioni capricciose ed inefficaci che non intaccano minimamente la logica del potere economico e finanziario, che invece andrebbe riposizionato attraverso una riaffermazione della necessità di valorizzare il ruolo espresso e riconosciuto della figura del Consulente Finanziario.

Sarebbe auspicabile, caro direttore, che questo sforzo riuscisse ad essere impersonale ed oggettivo sui grandi temi e problemi che coinvolgono tutto il settore dell’intermediazione finanziaria, creditizia ed assicurativa.

Probabilmente il fatto stesso che se ne comincia a parlare è già un buon segno.

Cordialmente

M. Marucci

 

Consulenti finanziari, gli “anziani” valgono 500 mld di raccolta e 10 mld di fatturato: a chi andrà questa ricchezza?

Mentre i consulenti finanziari continuano a creare valore in borsa per le società, la sensazione generale è che si voglia imprimere una data di scadenza all’intera categoria dei non autonomi. Bufi (ANASF): “c’è un tema di sostenibilità della professione”.

Editoriale di Alessio Cardinale*

Secondo un vecchio ma sempre attualissimo luogo comune, esiste la possibilità che un evento particolare, o una serie di eventi tra di loro collegati, possano costituire “l’eccezione che conferma la regola”. Quale regola? Quella secondo cui, appunto, a tutto c’è una eccezione. Adattando questo principio al mondo del risparmio e delle banche, potremmo affermare che la professione di consulente finanziario sta morendo (regola), ma va alla grande (eccezione).

Al di là dell’apparente controsenso, la faccenda sta proprio in questi termini, tanto da costringere ANASF, per bocca del suo presidente Maurizio Bufi, a dire che “….bisogna investire sui giovani professionalizzati, bisogna valorizzare tutto ciò che ruota intorno all’accesso alla professione (…), bisogna sostanzialmente che le società si convincano che il ricambio generazionale va fatto non perché lo dice ANASF,  va fatto perché c’è un tema di sostenibilità della professione”.

La terminologia utilizzata da Bufi va analizzata bene: egli non parla di “futuro”, oppure di “prospettive”, ma di “sostenibilità della professione”, e cioè  della possibilità che la categoria possa implodere su se stessa e scomparire perché, appunto, non più sostenibile.

Detto da ANASF, visti gli errori commessi fino ad oggi, è piuttosto preoccupante.

I sintomi di questo scenario ci sono tutti. Infatti, nonostante la crescita sostenuta della raccolta (portafoglio medio passato da 19,8 a 26 milioni negli ultimi cinque anni), il numero dei professionisti del risparmio sta diminuendo. Secondo i dati dell’OCF (l’Organismo di vigilanza e tenuta dell’albo unico dei Consulenti Finanziari), il numero di consulenti iscritti è pari a circa 55.000, ed è sceso di ben 12.000 unità dal 2002 (quando erano 67.000). Nessuno si lasci ingannare, poi, dal mini trend positivo inanellato dal 2013, quando gli iscritti erano poco più di 51.000: l’aumento di quasi 4.000 unità è dovuto massimamente all’ingresso di ex bancari tra le fila dei consulenti, e non di neofiti con i quali assicurare il ricambio generazionale della categoria oggi (finalmente) vagheggiato da ANASF.

LEGGI ANCHE “Enasarco, Conti Nibali: mettiamo in sicurezza i contributi dei consulenti. Stop agli sprechi e alle inefficienze

In considerazione della congiuntura (tassi negativi) favorevolissima alla raccolta gestita, quindi, negli ultimi cinque anni si è persa l’occasione di formare nuovi consulenti che, grazie ad una ritrovata formazione sul campo (supervisori in affiancamento commerciale, quanto ci mancate!), avrebbero costruito un proprio portafoglio e costituito un “serbatoio” di colleghi più giovani a cui i più anziani, una volta arrivati alle soglie della pensione, avrebbero potuto cedere il proprio portafoglio, rendendo così sostenibile la visione del futuro dell’intera categoria.

Ci si chiede perchè nulla di tutto questo sia stato fatto. Infatti, il cosiddetto ricambio generazionale si persegue facendo coesistere soggetti giovani, ai quali trasmettere conoscenza e clienti, con soggetti di provata e durevole esperienza; senza reintrodurre il praticantato e tagliando fuori i consulenti con masse inferiori a 10 milioni di euro, l’unica cosa che si ottiene è assicurare alle società mandanti la fidelizzazione dei quasi 20.000 consulenti con portafoglio “storico”, rinviando al futuro – ammesso e non concesso che se ne abbia davvero l’intenzione – la soluzione del problema di dover garantire la presenza dei nuovi professionisti, pronti a prendere il posto degli “anziani” per conservare le masse amministrate.

Le statistiche confermano queste conclusioni.  Infatti, in base ai dati forniti da OCF, l’età media dei consulenti finanziari attivi (35.000 su 55.000) è superiore a 50 anni per il 56,7% del totale degli iscritti. Ciò significa che quasi 6 professionisti attivi su 10 (esattamente 19.845) hanno di fronte, mediamente, 11-12 anni di lavoro prima della pensione. Inoltre, in considerazione della loro lunga presenza nel mercato, è ipotizzabile che il loro portafoglio sia almeno pari alla media Italia (26 milioni pro capite), il che porterebbe le masse complessivamente amministrate da questa specifica sotto-categoria di consulenti  a circa 500 miliardi di euro, per un fatturato lordo a sistema di 10 miliardi l’anno (di cui 2,5 miliardi l’anno sono il monte provvigioni complessivo dell’insieme di questi professionisti di lungo corso).

Ebbene, chi erediterà questa ricchezza nel 2032, ipotetico anno di pensionamento di questi consulenti anziani, se le società mandanti non avranno investito per tempo nelle nuove leve?  Forse qualcuno sta pensando di “disintermediare” gradualmente la gestione delle masse dei clienti per rendere sostenibile il proprio conto economico, sacrificando l’esistenza in vita dei consulenti?   

Maurizio Bufi, tramite quello che a molti è sembrato un vero e proprio “avviso pubblico agli interessati”, ha affermato a Repubblica che “…. bisogna sostanzialmente che le società si convincano che il ricambio generazionale va fatto….”, non lasciando molto spazio all’interpretazione: secondo Bufi le società mandanti non sono convinte che sia necessario adottare un nuovo modello di business, che preveda azioni concrete per permettere il ricambio generazionale. La sensazione generale, pertanto, è che si voglia imprimere una data di scadenza all’intera categoria dei consulenti finanziari abilitati fuori sede.

Bisogna dire che l’attuale scenario è grottescamente contraddittorio. Infatti,  i consulenti finanziari, nonostante grosse nubi si addensino sul loro futuro, continuano ad attribuire valore alle società mandanti. Mentre i loro margini di guadagno si riducono da dieci anni, la produttività aumenta e il valore delle banche-reti vola in borsa. Quest’ultimo fenomeno  (aumento della produttività e del portafoglio medio, e mancata espansione numerica degli iscritti effettivi) può significare una sola cosa: il settore è entrato in una fase “guidata” di declino irreversibile dell’attuale modello di business, caratterizzata da una riduzione strutturale dei margini e da una pressione normativa che aumenta  il tempo dedicato al lavoro “improduttivo” (compliance e mansioni amministrative non retribuite) e diminuisce quello da dedicare alla relazione ed allo sviluppo commerciale. Di conseguenza, il consulente dedica meno tempo anche alla formazione, e non riesce ad abbracciare compiutamente gli altri ambiti professionali (protezione del patrimonio, passaggio generazionale, gestione del patrimonio immobiliare) che dovrebbero assicurare la sua trasformazione in consulente patrimoniale quando il sistema avrà finalmente codificato (se mai lo farà) questi nuovi servizi.

Su tale scenario, alimentato da una vasta campagna mediatica sulle magiche virtù dei c.d. robo-advisor, esiste un largo consenso politico, e questo amplifica il senso di preoccupazione dei circa 15.000 professionisti attivi ancora lontani dalla soglia della pensione.

Dice benissimo Bufi, quando afferma che “….se una professione vuole avere un futuro, non può basarsi sul passaggio da genitori a figli: bisogna investire sui giovani professionalizzati, bisogna valorizzare tutto ciò che ruota intorno all’accesso alla professione, quindi praticantato e tirocinio (…),  lavorare molto con le università, prevedere corsi di laurea breve ad hoc…”.

Peccato che lo stia gridando solo adesso.

* Direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

Sei interessato al futuro della professione di consulente finanziario?

Scarica gratuitamente la guida a puntate “Da Consulente Finanziario a Consulente Patrimoniale“, e-book edito da PATRIMONI&FINANZA. Basta registrarsi! Buona lettura

Enasarco, Marucci: gli slogan sono più pericolosi delle dichiarazioni di voto

Il presidente di Federpromm replica alla nota di Elio Conti Nibali di ANASF: “Il j’accuse  di Conti Nibali ad Enasarco sembra più un grido di allarme che non intacca minimamente quelle dinamiche interne che ne hanno determinato nel corso degli anni la sua scadente funzionalità rispetto ai reali problemi che vivono e percepiscono gli oltre 220mila iscritti alla Fondazione”.

Di Manlio Marucci*

Roma 01 dicembre 2019 – Ho letto con molta enfasi e curiosità l’articolo di Conti Nibali uscito qualche giorno fa su Bluerating a proposito di Enasarco, alla sua gestione e alle criticità che nel corso degli anni ne ha messo  in evidenza  la sua immagine per non dire credibilità, quale fondo pensione obbligatorio per gli agenti e pensionati iscritti e soprattutto per le scarse attenzioni riservate alla previdenza complementare dei consulenti finanziari. Lanciando un “allarme” o perlomeno un “avviso accorato” verso i nuovi interlocutori che dalla competizione elettorale ne andranno poi ad assumere la complicata gestione, Conti Nibali ne anticipa con ciglia asciutta le sue contraddizioni. Un appello che per certi versi se ne condivide il suo valore etico e professionale ma che non intaccano –a mio parere  – la sostanza o meglio il substrato degli equilibri e delle forze in campo che ne hanno determinano e forse ne determineranno le sue attività future.

Prima di ogni considerazione politica, ritengo però che sia utile – partendo dal presupposto dello schema teorico generale e giuridico-formale di ogni democrazia – che vada tenuta presente la seguente relazione, ovvero: ogni sistema sociale,indipendentemente dalla sua forma e natura di come sia organizzato attraverso le sue istituzioni deve – come valore collettivo –  soddisfare le esigenze di ogni singolo individuo e della comunità di cui appartiene; un sistema che sia funzionalmente integrato ed interagente come modello di riferimento e di prospettiva positiva senza creare problemi di funzionamento allo svolgimento delle sue attività e del  ruolo a cui è chiamato come  funzione sociale,

In realtà il tema di fondo sollevato dal dirigente di grido dell’Anasf  ha sicuramente una solida base di verità che affronta i  vari aspetti su Enasarco: dal  suo modello di struttura organizzativa alla sua articolata e complessa gestione; dal sistema giuridico-normativo che ne regolamenta il suo funzionamento e funzionalità allo stile del  modello politico della governance, ma soprattutto dal modo come sono destinate le risorse finanziarie del vasto patrimonio accumulato da oltre settanta  anni dai versamenti degli agenti iscritti (circa otto miliardi di euro). Il j’accuse  di Conti Nibali se pur ne ha evidenziato  le criticità – a parere di chi scrive –  sembra più un grido di allarme che non ne intacca minimamente le dinamiche interne, oggettive e quelle  sottostanti che ne hanno determinato nel corso degli anni la sua scadente funzionalità rispetto ai reali problemi che vivono e percepiscono gli oltre 220mila iscritti alla Fondazione. Piuttosto si rilevano fonte di contestazione alla attuale gestione che ne amplificano lo scontro con inefficaci proposte alternative.

Il voler sottolineare poi e dare importanza a come sono investite le risorse finanziarie e come queste dovrebbero essere allocate tra i vari strumenti finanziari che corrispondano ai criteri logici e razionali nel rispetto delle politiche e strategia della Fondazione per  mantenerne l’equilibrio di sostenibilità nel medio-lungo termine tra contribuzioni e prestazioni, ci fa capire come il dirigente dell’ Anasf sia un profondo conoscitore della materia, attento e scrupoloso a tali questioni  e voglia  – sembra di capire – mettere mano in prima persona,  attraverso i suoi potenziali referenti dell’associazione che rappresenta e che parteciperanno alla prossima competizione elettorale prevista per aprile 2020 alla gestione diretta dello stesso patrimonio mobiliare dell’Ente. Un atteggiamento  sicuramente ambizioso che va rispettato nelle sue dichiarazioni  ma probabilmente privo di un’analisi critica e sostanziale con cui si determinano i rapporti di forza messi in campo dalle organizzazioni e realtà che  partecipano democraticamente alla prossima competizione elettorale: “avere un comune  interesse ad una corretta e democratica  governance di Enasarco”

Il fatto stesso che il ruolo dell’Anasf, contrariamente a Federpromm , abbia giocato su diversi tavoli la vasta e complessa problematica della previdenza in capo ai consulenti, agenti finanziari già dopo la riforma Dini del 1995 sulle pensioni e ancor prima dall’istituzione dell’albo dei Pf del 1992,  non è che una manifestazione  inconsapevole  per non aver compreso profondamente “allora” le dinamiche contrattuali del settore e  le ampie storture  di una politica professionale  legata a logiche partigiane  portata avanti in tanti anni dalla stessa associazione a tutela della categoria rappresentata.

Dietro la crosta sottile dei conformismi e dei proclami di “attenti al lupo”  va invece  riaffermato  il principio di fondo che una realtà così complessa deve avere una partecipazione e un’autonomia di giudizio aperta al dibattito su idee e sui dati reali. Sarebbe infatti utile e produttivo, contrariamente agli slogan populisti  – oggi tanto di moda –  che si affermi   il principio di voler cambiare la governance di Enasarco e il suo modus operandi attraverso  una “partecipazione partecipata” di tutte le forze in campo coinvolte per il bene della stessa Fondazione e di tutti i suoi iscritti. Una realtà con cui bisogna decidere di fare i conti.

*Presidente Federpromm

Enasarco, Conti Nibali: mettiamo in sicurezza i contributi dei consulenti. Stop agli sprechi e alle inefficienze

La richiesta forte di uscire da Enasarco si è tramutata in un più diplomatico “entriamo e (se possibile) contiamo”, finendo per venire invischiati in logiche politiche.

Articolo di Elio Conti Nibali

La previdenza è un argomento centrale nella pianificazione finanziaria. Lo sanno bene i risparmiatori che per le loro scelte si affidano ai consulenti finanziari, le ricerche e le analisi  confermano infatti che nei loro portafogli è maggiore l’incidenza dei piani di risparmio finalizzati all’aspetto previdenziale rispetto ai portafogli dei clienti seguiti da altri canali distributivi.

A maggior ragione nell’attuale contesto, nel quale si vengono a intrecciare molteplici fattori che aumentano l’incertezza sul futuro, e non solo per le giovani generazioni.

Ma la previdenza è un argomento delicato anche per gli stessi consulenti finanziari, tenuti a lungo in un limbo, fino a quando con l’obbligo della doppia contribuzione si è scelta una strada probabilmente comoda ma poco coraggiosa.
L’Anasf nel tempo ha condotto una battaglia determinata, immaginando invece nella costituzione di un’autonoma forma previdenziale, declinata con proposte diverse, una soluzione certamente più efficiente, anche in considerazione delle peculiarità della nostra categoria professionale.

I fatti dicono che poi si è andati da un’altra parte: “la madre di tutte le battaglie”, cioè la richiesta forte di uscire da Enasarco, si è tramutata in un più diplomatico “entriamo e (se possibile) contiamo”, finendo per venire invischiati in logiche più politiche che rispettose del mandato che i nostri associati ci hanno assegnato.

Il mandato cioè di mettere in sicurezza intanto i contributi che versiamo, eliminare il superfluo e abbattere le inefficienze, gestire con prudenza ma professionalmente, in una visione che non può che essere di lunghissimo termine, che però si deve confrontare con le criticità contingenti.

Coniugare tutto è un’impresa certamente difficile, ma ancor più complessa per le pluralità di soggetti e situazioni che convergono nella Fondazione Enasarco.

Un Ente dalla storia travagliata, per usare un eufemismo, ma che ha dato la sensazione ormai da un po’ di tempo quantomeno di voler cambiare rotta. E tutto questo si intreccia adesso con un momento delicato per altri versi, la competizione elettorale per il rinnovo degli organi sociali.

Per la verità, da un osservatorio esterno, sembra che ci sia più attenzione sulle composizione delle liste e sulle alleanze invece che sui contenuti, un vizio ahimè ben recepito da altri mondi. Poco si dice, o lo si fa in modo superficiale, su come concretamente si potrà continuare a tenere in piedi la “cassa” e garantire le pensioni, a tacere poi di problemi atavici, e non per questo non meritevoli di soluzione, come quello dei silenti.

Ma, tornando ai consulenti finanziari, quello che maggiormente dovrebbe interessarci, non fosse altro in ragione delle nostre competenze, è la gestione del patrimonio mobiliare, stiamo parlando cioè di attivi di diversi miliardi di euro, non di noccioline.

E se nei programmi elettorali si vuole affrontare il tema, bisogna che sia fatto con l’attenzione che merita e con il massimo rigore, evitando formulazioni generiche e abbastanza anacronistiche. In alternativa, meglio non scrivere nulla.

Leggere di un mondo di investimenti oggi diviso tra obbligazioni ed azioni francamente appare poco rispettoso anche della categoria che rappresentiamo, che si confronta quotidianamente con dinamiche dei mercati e soluzioni che debbono necessariamente spaziare ben oltre, soprattutto tenendo in considerazione un patrimonio come quello dell’Ente, e le finalità a cui è destinato.

Mettere nero su bianco che l’obbligazionario oggi sia meno complesso dell’azionario è roba da fare saltare dalla sedia, come appare miope non ampliare gli orizzonti.

Gli investimenti alternativi sono un esempio: riferendosi ad asset class spesso molto più sofisticate di quelle tradizionali, richiedono competenze specifiche e, in alcuni casi, processi di governance ad-hoc: ne vogliamo parlare?
Di come la gestione del patrimonio mobiliare dovrebbe integrare aspetti come questi ci piacerebbe leggere, al fine di valutare se l’approccio di investimento sarà davvero orientato al futuro. E in quest’ottica, è importante comprendere con quali modalità un Ente quale Enasarco debba trattare, a parere di chi si candida a guidarlo, i temi della sostenibilità, che per gli Investitori Istituzionali non sono più un optional, oramai anche in Italia.

Pensare di affrontare le complessità del nuovo scenario economico e di mercato con lo stesso approccio e gli stessi strumenti del passato è probabilmente la strada giusta per finirne schiacciati: se per  Enasarco si propone di  cambiare rotta, è bene che il cambio sia reale e sostanziale, senza timore di riconsiderare prassi e processi che si attardano a guardare nello specchietto retrovisore.

Fonte: Bluerating

Consulenti finanziari, chi detiene la titolarità del cliente? Meno lobbying e più sindacato

Per la sopravvivenza della categoria dei consulenti finanziari sarà necessario riparametrare (in aumento) i ricavi della rete rispetto a quelli della banca.

Costi del servizio, commissioni di ingresso, commissioni di gestione, altalena dei mercati, crisi dei subprime del 2008, crisi dei titoli di stato del 2011, crisi economica…..nonostante questi eventi, a volte catastrofici, succeduti nel corso degli ultimi dieci anni, il livello di relazione interpersonale consulente-cliente si è evoluto positivamente, al punto che i cambi di consulente sono stati veramente rari ed i professionisti della finanza sono diventati, grazie alla capacità di problem solving, ricercatissimi e fondamentali consiglieri delle famiglie italiane in campi anche molto differenti dalla gestione del risparmio (educazione finanziaria, pianificazione del patrimonio, passaggi generazionali, investimenti immobiliari ed altro ancora).

Cosa sarebbe successo, alle banche che si avvalgono della competenza degli ex promotori, se non avessero avuto proprio i consulenti al loro fianco a spiegare ai risparmiatori cosa stava succedendo? Consistenti deflussi di clientela, probabilmente, con il corollario di una strutturale perdita di fiducia nel sistema. Pertanto, nel vendere e poi gestire i servizi di una banca, è lecito affermare che il consulente e le modalità con cui egli informa i clienti, pesano per un buon 90% sul valore complessivo della vendita. Il rimanente 10% delle motivazioni di acquisto è costituito dai vantaggi intrinsechi degli strumenti di investimento proposti.

E’ opinione ormai comune, infatti, che il cliente, nel momento in cui entra in contatto con il consulente finanziario, non compra il prodotto/servizio, ma il consulente stesso, insieme ai valori (fiducia, affidabilità, puntualità, empatia, competenza  etc) percepiti da questo rapporto. Di conseguenza, sembra che le fortune delle banche-reti siano state determinate grazie all’insostituibile lavoro di relazione degli ex-promotori, ai quali, però, rispetto all’effettivo contributo dato all’acquisizione della clientela, le stesse banche pare abbiano destinato una fetta inadeguata dei ricavi: tra un quarto ed un terzo (nella migliore delle ipotesi) di quelle complessivamente pagate dal cliente. Di più, i consulenti, che forse avrebbero meritato migliore fortuna, sono sempre stati tenuti accuratamente lontani dalla partecipazione al capitale delle aziende mandanti: nessun piano di stock option, nessuna azione gratuita né azioni a sconto ha mai fatto parte delle proposte contrattuali delle banche, neppure nel periodo pre-MiFID, quando i promotori, a parità di portafoglio rispetto ad oggi, portavano a casa il doppio dei ricavi, e avrebbero certamente potuto permettersi di diventare finalmente “comproprietari” dell’azienda alla cui fortuna avevano partecipato attivamente.

A monte di tutto, nessun ente si è eretto a tutela di ben 55.000 consulenti: a parte Federpromm (unica vera organizzazione sindacale di categoria), ANASF persegue altri obiettivi, che l’hanno portata lontana, tra le altre cose, dal combattere per la nascita di un ordine professionale con organizzazione, governance e cassa di previdenza indipendenti, più efficace del pur valido OCF. Un ordine dei consulenti finanziari, infatti, oggi avrebbe fatto la differenza e avrebbe fatto sentire il proprio peso, soprattutto in merito ad una questione rimasta sempre “nell’aria” e che crea non poca confusione: di chi è il cliente, della banca o del consulente?

A ben vedere, questa è la “madre di tutte le domande”, e non è affatto semplice dare una risposta compiuta a meno che non si passi continuamente dal piano formale a quello sostanziale. Anzi, questi due piani, nel caso in questione, sono continuamente in contatto tra loro. Sul piano formale, nella consulenza su base non indipendente il problema non si porrebbe neanche: il consulente è un “semplice” gestore della relazione, e le persone con cui entra in relazione sono “clienti della banca”. In realtà, sul piano sostanziale, il peso del consulente e del suo lavoro di relazione, rispetto al prodotto in sé, è tale da consolidare, nella mente di tutti gli attori della distribuzione (consulente, cliente, mandante e case d’investimento), l’idea che il cliente sia proprio del consulente. Tale principio è dimostrato dal fatto che, nei piani di sviluppo di nuove masse da amministrare, le banche si dedicano molto di più alla sollecitazione commerciale verso i propri consulenti (sui quali, quindi, ripongono grandissima fiducia) ed al reclutamento di consulenti di altre reti, pagando dei premi (bonus) di ingresso, in cambio delle loro masse, su cui ancora oggi si regge questo particolare mercato delle professionalità.

Pertanto, mentre nella consulenza indipendente “il cliente è sempre del consulente” (come in tutte le altre professioni liberali), nel caso dei consulenti abilitati fuori sede esiste un contrasto netto tra il piano formale e quello di realtà, ed è questo contrasto che, giuridicamente e nella sostanza, segna la debolezza di una intera categoria di professionisti attivi (circa 40.000 oggi), la cui fragilità intrinseca è stata di recente messa a nudo dalla seconda edizione della MiFID e dalla nuova fase di riduzione dei margini di ricavo per le reti. Questi ultimi, in relazione all’importanza del consulente nel processo di distribuzione del prodotto/servizio, non sarebbero accettabili; essi, però, hanno tutti la stessa natura, derivando dalla mancata titolarità formale del cliente in capo al consulente, il quale oggi sembra gravato anche da un gravoso carico di mansioni amministrative non retribuite, trasferite in capo alla rete commerciale dalle mandanti, di cui nessuno pare abbia voglia di occuparsi.

Di conseguenza, secondo alcuni esperti, nel prossimo triennio sarà necessario uscire dal “modello lobbistico” di ANASF, del tutto insufficiente a tutelare il futuro di migliaia di professionisti della consulenza finanziaria, e fare ingresso all’interno di un più coraggioso “modello negoziale-sindacale”, che possa sostenere concretamente gli interessi della categoria, rivendicare la titolarità (o almeno la con-titolarità) del cliente, ristabilire un equilibrio economico tra ricavi della mandante e ricavi del consulente, ed infine eliminare quella cronica mancanza di unità che sembra essere, da sempre, alla base della sua debolezza nei rapporti di forza.

Sei interessato al futuro della professione di consulente finanziario?

Scarica gratuitamente la guida a puntate “Da Consulente Finanziario a Consulente Patrimoniale“, e-book edito da PATRIMONI&FINANZA. Basta registrarsi! Buona lettura