Maggio 15, 2026
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La versatilità del Trust nella consulenza patrimoniale: formazione di ricchezza, azienda e divorzio

Il Trust somiglia ad una sorta di “polizza vita patrimoniale”, e rivela grande versatilità nell’assicurare la trasmissibilità del patrimonio familiare ed aziendale alle generazioni successive, anche in caso di divorzio.

Qual è l’elemento fondamentale che qualifica – e fa sentire – un bene come “nostro”? Il possesso ed il godimento, naturalmente. E chi ci assicura che quel bene, o complesso di beni, verrà trasmesso intatto ai nostri discendenti? Nessuno, volendo considerare le variabili esogene (congiuntura economica, concorrenza, pandemie, pressione fiscale etc) che non ricadono sotto il nostro diretto controllo. Spesso, poi, siamo noi stessi ad aggiungere una variabile – questa volta endogena – che contribuisce non poco alla distruzione di un patrimonio, e cioè la nostra cattiva gestione, o gli errori compiuti in buona fede ma “letali”.  

Non potendo assicurare la sua infallibilità, quindi, sembra utile “assicurare” il patrimonio mobiliare, immobiliare e aziendale per mezzo di uno strumento che somiglia ad una sorta di “polizza vita patrimoniale”, ma che rivela una maggiore elasticità e grado di inclusione patrimoniale rispetto alla semplice polizza vita, nonostante preveda uno spossessamento del titolo di proprietà (non della fruizione) dei beni conferiti. Stiamo parlando del Trust, istituto giuridico non disciplinato all’interno del codice civile – ma presente nel nostro Ordinamento dal 1989, in occasione della ratifica della Convenzione de l’Aja (legge n. 364/89) – che si rivela molto più efficace di altri strumenti di tutela del patrimonio (come il fondo patrimoniale).

Difesa del patrimonio familiare

In un trust, una o più persone (i c.d. disponenti) trasferiscono i propri beni nella disponibilità di un Trustee, ossia un soggetto esterno, il quale assume l’obbligo di  amministrarli nell’interesse di alcuni beneficiari individuati dai disponenti per un fine determinato. Inoltre, l’atto costitutivo può prevedere la presenza di un Guardiano, che è una sorta di controllore, nell’interesse del disponente, degli atti del trustee. Si tratta, pertanto, di uno strumento giuridico che consente di affrontare diverse esigenze nei più svariati campi del diritto e del patrimonio, sia familiare che aziendale, e può essere utilmente impiegato per affrontare le problematiche poste dalla famiglia di diritto così come da quella di fatto.

Patrimonio familiare

Il Trust, inoltre, può trovare applicazioni volte alla tutela di particolari soggetti all’interno della famiglia, costituendo un’altra forma di atto di destinazione, sebbene si differenzi da quest’ultimo per via della sua natura di atto di spossessamento. Viene usato anche per trasmettere la ricchezza familiare e per pianificare la trasmissione della leadership in campo imprenditoriale alla generazione successiva, e trova particolare applicazione anche nel campo delle garanzie patrimoniali e della segregazione di partecipazioni societarie.

Nella pratica, lo strumento del trust rivela tutta la sua efficacia in relazione alla sua capacità di contenere e segregare beni di diversa natura: immobili, conti correnti, depositi, investimenti mobiliari, quote societarie e partecipazioni azionarie, e persino beni mobili soggetti a registrazione come auto e motoveicoli, navi, aerei, auto d’epoca e opere d’arte.

In relazione al conferimento di beni immobiliari, vale la pena mettere a confronto il trust con una società di persone, per verificarne l’efficacia. La società di persone, all’atto del conferimento di beni immobili e di diritti su di essi, sconta una imposta piuttosto elevata, pari al 9% del valore venale di perizia, salva l’applicazione delle aliquote differenziate a seconda della natura dei beni conferiti. La base imponibile è costituita dal valore venale dei beni conferiti al netto delle passività (mutui o altri gravami) accollate alla società conferitaria. Il trust, invece, all’atto del conferimento sconta una imposta di registro minima in forma fissa, dal momento che l’interpretazione dell’Agenzia delle Entrate sulla natura donativa del conferimento in un trust è stata sconfessata ripetutamente dalla Corte di Cassazione. Infatti, nella costituzione di un trust, la dotazione dei beni che vengono conferiti in esso è un atto fiscalmente neutro, poichè non determina  un passaggio di ricchezza da un soggetto all’altro. Nel trust, in sintesi, questo fondamentale presupposto dell’imposizione tributaria non avviene né con l’atto istitutivo né con il conferimento dei beni al trustee, il quale non beneficia di un incremento di ricchezza: egli acquista solo formalmente la titolarità dei beni, che dovranno essere amministrati e preservati al meglio per poi essere trasferiti ai beneficiari finali. Solo in quel momento l’imposta potrà essere applicata, poiché la finalità di istituire un patrimonio destinato ad un fine prestabilito, nonchè l’assenza di personalità giuridica del trust, fanno sì che esso possa ritenersi come un qualunque soggetto passivo di imposta.

Sul tema, la Corte di Cassazione è intervenuta più volte sia in passato che recentemente (11/03/2020 n.7003, 29/05/2020 n.10256, 24/12/2020 n.29507, 12/01/2021 n.224, 16/02/2021 n.3986), e nonostante ciò l’Agenzia delle Entrate si ostina ancora ad applicare la maggiore imposta derivante da successione e donazione, salvo poi essere sconfessata dalla giurisdizione tributaria.

Naturalmente, anche in relazione al trust è necessario anteporre gli stessi concetti di credibilità e idoneità di chi voglia realmente tutelare e proteggere i propri familiari, poiché questo strumento, per quanto più difficile da “smontare” in un’aula di tribunale, non può essere interpretato come una “cura” immediata (e maldestra) per risolvere una imminente azione dei creditori o dello Stato. Infatti, l’utilizzo più tipico del trust, in passato, è stato quello di creare un contenitore per proteggere il proprio patrimonio da eventuali creditori e dalle imposte. Il supposto spossessamento dei beni, in linea teorica, costituisce una barriera anche per l’amministrazione finanziaria, e nessuno potrebbe venire a  pignorare dei beni che non sono più nella disponibilità del debitore.

In teoria, appunto.

Nella realtà “i trust istituiti e gestiti al fine di realizzare una mera interposizione nel possesso dei beni e dei relativi redditi, non sono considerati validamente operanti” (Commissione Tributaria di Trento, sent. n. 88 del 26 maggio 2017). Pertanto, se il trustee non esercita in piena autonomia il proprio potere sui beni affidatigli, sul trust penderà il dubbio di validità e, più che “auto-dichiarato”, esso verrà rubricato come fittizio.

Lo strumento del trust rivelerebbe ancora di più la sua efficacia in caso di separazione o divorzio, data la sua natura di “neutralità e terzietà volontaria” che ne farebbe un meraviglioso mezzo di composizione immediata delle controversie, soprattutto economiche, in ambito separativo. Infatti, è nella natura stessa del trust la possibilità di coordinare le clausole in base a tutti i possibili mutamenti del nucleo familiare nel tempo e, sebbene in Italia non sia possibile perfezionare dei patti prematrimoniali, è lecito inserire nell’atto costitutivo di un trust la previsione che il trustee si debba attenere anche a quanto stabilito da nuovi e futuri accordi matrimoniali, estendendo quindi il suo raggio d’azione anche a quegli eventi straordinari (per quanto frequenti), come la separazione coniugale, che potrebbero arrecare disagio al lavoro del trustee effettuato nell’interesse dei beneficiari.

Immobiliare residenziale 2021, è iniziata l’era dello “stop&go”. Metropoli in crescita

Buoni segnali di ripresa dal mercato immobiliare italiano, ma nei comuni più piccoli la pandemia fa sentire ancora i suoi effetti. Transazioni e prezzi in aumento nelle metropoli. Ecco l’analisi su Milano, Roma e Napoli.

Il mercato immobiliare-residenziale italiano si sta riprendendo, ma i segnali di ripresa non coinvolgono tutto il territorio nazionale, dove prevalgono aree estese con quotazioni ancora lontane dal livello pre-pandemico. E’ questa la sintesi dell’analisi elaborata dai maggiori network di compravendita residenziale relativamente al primo semestre dell’anno in corso.

Nelle c.d. metropoli, a differenza dei piccoli comuni, la ripresa si va consolidando ogni giorno di più, facendo crescere il divario con le quotazioni dell’immediato entroterra. Infatti, il numero di compravendite concluse nei primi sei mesi del 2021 è in netto aumento rispetto anche agli anni precedenti, e adesso il capitolo pandemia, almeno dal punto di vista del mercato, sembra essere dimenticato nonostante il trend dei contagi non sia affatto rassicurante. Probabilmente, gli operatori non escludono l’ipotesi di nuove ondate e nuove restrizioni – i vaccini non sembrano così efficaci contro le varianti – ma si sono semplicemente adattati alla possibilità di un ciclo “stop&go”, fatto di pause e riprese fulminanti durante le quali concentrare i fatturati.

Relativamente alle tipologie più comprate, nel periodo considerato le scelte degli acquirenti si sono dirette verso il trilocale, con il bilocale stabile ed il monolocale in discesa. La superficie media è di circa 110 mq, e i tempi medi di vendita si sono ridotti, rispetto allo stesso periodo del 2020, da 168 giorni a 141. I tempi medi di locazione, invece, continuano a soffrire il rallentamento determinato dalla minore domanda proveniente da studenti e lavoratori fuori sede, che oggi fruiscono – ormai strutturalmente – dell’offerta formativa online e dello smartworking.  Le regioni più reattive sono state finora la Lombardia e il Lazio, con Milano e Roma a trainare il mercato.

Contestualmente all’aumento della domanda, si è registrato anche un aumento sensibile dello stock di mutui erogati, soprattutto alle fasce più giovani dei millennials sulla scorta delle agevolazioni del decreto Sostegni bis. Stranamente, c’è un interesse particolare per il tasso variabile, che in un momento di elevata inflazione (importata e prospettica) dovrebbe essere accuratamente evitato. Interessante, infine, la componente dei single, che aumenta sensibilmente: le donne sono il 41% del totale dei single, mentre gli uomini il 59%.

MILANO – A Milano aumenta  sensibilmente la domanda, con preferenza verso i bilocali (in città) e i trilocali (in periferia e nell’hinterland). In considerazione dei prezzi medi al mq – a Milano le quotazioni non sono scese nell’ultimo decennio – la quadratura media venduta è di 77,3 mq (-30% rispetto al dato nazionale, e -10% rispetto alla quadratura media della provincia milanese). E se anche a Milano le locazioni non crescono (prezzi in linea con il 2020), i tempi medi di compravendita sono da record: 102 giorni, 39 giorni in meno rispetto alla media nazionale. La domanda di mutui è sorretta, per il 75%, dai lavoratori a tempo indeterminato, per i quali la preferenza va stranamente ai mutui a tasso variabile.

ROMA – A Roma e provincia, un terzo degli acquirenti preferisce i trilocali, ma sono apprezzati anche i bilocali. La quadratura media degli immobili scambiati è di 93 mq a Roma e di 105 mq in provincia. Anche i tempi medi di vendita sono diminuiti, da 156 a 135 giorni, mentre quelli necessari per definire una locazione passano da 85 a 74 giorni. I prezzi delle abitazioni residenziali, però, scendono complessivamente del 2,7% nel secondo trimestre rispetto al primo, ed anche a Roma lo stock maggiore di mutui riguarda il tasso variabile, e gli acquirenti più numerosi sono quelli delle fasce di età che permettono l’accesso agli incentivi del decreto Sostegni bis.

NAPOLICompravendite in forte crescita (+30%), e per la fine dell’anno in corso la stima è di un risultato finale superiore al +20% rispetto al 2020. I prezzi sono stabili (+0,2%), ma sono destinati a crescere per via dell’effetto-traino delle compravendite, la cui domanda è composta soprattutto da famiglie millennials e da giovani finora in affitto che decidono di acquistare la prima casa tramite mutuo, sfruttando le agevolazioni previste dal Governo con il Fondo Consap dedicato agli under 36.

Relativamente alle previsioni di mercato per tutto il territorio nazionale, lo scenario sembra essere decisamente positivo anche per le altre regioni del Paese, confermando il ruolo fondamentale del settore immobiliare per l’intera economia nazionale. Infatti, esso è capace di generare un quinto del PIL ed entrate fiscali pari a 40 miliardi di euro (dati 2019). L’efficientamento energetico e la riqualificazione degli edifici previsti dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), poi, ha aperto un mercato da 14 miliardi di euro che dovrebbe contribuire ancora di più alla crescita del PIL nazionale.

Mercati cinesi giù a causa delle mosse governative, la “trappola cinese dell’orso” continua a far danni

Sulla scia delle repressioni governative, il mercato azionario cinese è talmente indebolito da non riuscire a trovare un “pavimento” dopo mesi di vendite. L’industria finanziaria internazionale sotto ricatto della “trappola dell’orso” creata dalla Cina.

Di Massimo Bonaventura

Il mercato azionario cinese non smette di riservare delusioni anche durante questo caldissimo mese di Agosto, mentre la Cina battezza l’uso politico della finanza più spregiudicato mai visto prima, tanto da fare impallidire persino l’ingordigia della finanza a stelle e strisce che, nel 2007-2008, portò il modello capitalista occidentale sull’orlo del fallimento.

Anzi, nel caso della Cina, si tratta di una strategia consapevole, messa in atto senza troppi scrupoli, e pazienza se qualche decina di milioni di cinesi sta perdendo gran parte del proprio risparmio: l’importante è mettere nel sacco i grandi fondi internazionali di matrice bancaria americana e proseguire nello sfruttamento politico-internazionale di questa immensa “trappola dell’orso”, progettata dal governo cinese fin da Aprile 2020 allo scopo di attirare nel proprio suolo i capitali dell’industria mondiale del risparmio, e adesso alimentata con il finto obiettivo di “aumentare la qualità e la futura stabilità della crescita cinese e delle sue migliori aziende”.

Con le sue repressioni, i leaders del Partito Comunista Cinese stanno mandando un messaggio agli USA e al mondo: “siamo in grado di approfittare delle vostre debolezze, e se ci fate la guerra noi rispondiamo a modo nostro”. Inoltre, incidentalmente, il PCC manda un messaggio al popolo: “non comanda il capitale, comandiamo sempre noi”. Due piccioni con una fava, come nel più classico chinese-political style.

E così, dopo mesi di imperturbabile discesa, lo Shanghai Composite è crollato dell’1,1% nell’ultima seduta (quella di ieri 19 Agosto 2021, NDR) per chiudere al minimo di tre settimane a 3.427, ritirandosi per la seconda sessione consecutiva e chiudendo la settimana in calo del 2,5%, tra le crescenti preoccupazioni per il rallentamento economico e l’inasprimento normativo di Pechino . Negli Stati Uniti, nel frattempo, la Federal Reserve dovrebbe annunciare il tapering del suo programma di acquisto di obbligazioni alla conferenza annuale a Jackson Hole la prossima settimana, per cui i mercati rischiano di trascorrere una pessima settimana di fine Agosto.

Sul fronte delle politiche, la Cina ha mantenuto stabili i tassi sui prestiti per il 16° mese consecutivo al fixing di agosto, come ampiamente previsto. Sono crollate anche le scorte di liquori (-5,8%), dopo che i media statali hanno riferito una riunione imminente del governo per la regolamentazione del mercato dei liquori (fonte: Reuters). A Hong Kong, le azioni sono crollate di oltre il 2% per toccare un minimo di oltre nove mesi e sono sulla buona strada per la peggiore settimana dall’apice della pandemia nel marzo 2020, con Alibaba Group che ha toccato il minimo dal suo debutto in borsa. Inoltre, i titoli tecnologici cinesi sono crollati a nuovi minimi venerdì e l’indice di riferimento di Hong Kong ha toccato un minimo di quasi 10 mesi, poiché un costante flusso di repressioni ha schiacciato la fiducia degli investitori.

Infine, l’Hang Seng è sceso dell’1,8%, e il suo calo settimanale del 5,8% è stato il più grande dall’apice del panico pandemico nei mercati finanziari nel marzo 2020. Anche le azioni quotate alla borsa di Shanghai sono diminuite di valore, e gli investitori hanno venduto obbligazioni China-corporate rischiose e la valuta cinese.

Relativamente al settore tecnologico, la Cina ha annunciato regole più severe sull’uso dei dati e sulla concorrenza e ha convocato i dirigenti del fondo di sviluppo immobiliare Evergrande per metterli in guardia sulla gestione del debito, aumentando così il senso di sfiducia sul mercato, che sembra ancora non trovare un pavimento dopo mesi di vendite. Infatti, quasi ogni giorno escono notizie negative, quindi si ha l’impressione che non ci sia una fine in vista.

Le azioni di Hong Kong del gigante dell’e-commerce Alibaba, per esempio, sono scese del 2,6% e si sono dimezzate rispetto al picco di ottobre, raggiungendo adesso il rapporto prezzo/utili più basso dalla sua quotazione a New York nel 2014. Il gigante dei giochi e dei social media Tencent ha toccato il minimo a 14 mesi e il fornitore di cibo Meituan ha toccato il minimo a un anno. Lo Shanghai Composite è sceso dell’1,1% alla sua chiusura più bassa in più di due settimane e le blue chip sono scese dell’1,9%. In controtendenza, China Telecom si è impennata al suo debutto a Shanghai.

Secondo Louis Tse, amministratore delegato della società di brokeraggio di Hong Kong Wealthy Securities, “siamo già arrivati ad una mentalità di gregge, e le persone che vedono un’altra che vende fanno la stessa cosa”. Inoltre, i dati recenti indicano un rallentamento della seconda economia più grande del mondo poiché i nuovi focolai di COVID-19 e i limiti di viaggio riducono la domanda, mentre gli elevati costi delle materie prime gravano sulla produzione delle fabbriche.

Fecondazione assistita e paternità imposta, quali effetti sul patrimonio del “padre involontario”?

Un uomo è obbligato a riconoscere un figlio del quale sconosceva sia il concepimento che l’esistenza? Se egli è obbligato a riconoscerlo, che effetti scaturiscono sul suo patrimonio familiare allorquando tale circostanza si manifesta?

La Francia è un paese pieno di riferimenti storici, sociali e culturali che, volente o nolente, si studiano fin da piccoli e con i quali, da adulti, spesso ci si confronta. Un dato, però, sembra essere poco noto, e pare che abbia a che fare con una certa “irrequietezza” che colpisce in particolar modo le coppie d’Oltralpe: ogni anno migliaia di uomini francesi scoprono di essere padri di figli dei quali non conoscevano l’esistenza oppure, un pò più frequentemente, dei quali non intendono occuparsi poiché nati in seguito a relazioni extraconiugali. Sono tantissimi, in particolare, i ricorsi in tribunale effettuati da donne che hanno scelto di non abortire, tenere il figlio e chiedere, a nascita avvenuta o in occasione di un successivo momento di difficoltà finanziaria (anche dopo diversi anni), il riconoscimento della paternità al padre naturale.

A prima vista, la questione sembra di facile soluzione: se hai concepito un figlio, e ne sei consapevolmente informato, ti devi assumere le tue responsabilità, e se non lo fai subito prima o poi un giudice ti obbligherà a farlo. Il problema, semmai, si pone quando l’uomo ignora del tutto sia di aver concepito un figlio, sia la circostanza che sia nato. In casi come questo – che di solito ispirano graziose commedie hollywoodiane – non è semplice trovare una soluzione, sia dal punto di vista etico che, soprattutto, giuridico-patrimoniale.

C’è da dire che, come in Italia, la legge francese non concede ai “padri involontari” la chance di non assumersi la responsabilità genitoriale verso un figlio indesiderato, con tutte le consegue del caso, anche e soprattutto finanziarie. E nonostante da più parti si levino le voci contrarie a queste norme così divisive tra i due generi – la legge esclude soltanto per i padri la volontà sia nel diritto alla filiazione che all’aborto – si è fatta strada la discutibile interpretazione secondo cui, dal punto di vista riproduttivo, non c’è equivalenza morale tra la donna e l’uomo, nel senso che le esigenze della maternità debbano prevalere sulla paternità. Di conseguenza, almeno in Francia, sta emergendo un certo consenso sull’importanza di ripensare gli effetti giuridici sulla volontà del padre al momento della nascita, sulla scorta di alcune domande che generano le risposte più disparate. E quindi, escludendo i casi di piena consapevolezza del concepimento o della concreta possibilità-probabilità che sia accaduto, un uomo è obbligato a riconoscere un figlio del quale sconosceva sia il concepimento che l’esistenza? Non è un atto di aperta discriminazione andare in modo così brutale contro la sua volontà? E poi, in particolare, se egli è obbligato a riconoscerlo, che effetti scaturiscono sul patrimonio allorquando tale circostanza si manifesta dopo anni di completa ignoranza del fatto?

Ritornando all’Italia, un fatto di cronaca abbastanza recente ha evidenziato il problema sotto una veste ancora più interessante. In breve, una coppia italiana aveva creato degli embrioni e li aveva lasciati in conservazione criogenica, con l’obiettivo di impiantarli in un momento successivo tramite la fecondazione assistita. I due, però, si separano, e nonostante questo la donna manifesta la volontà di utilizzare gli embrioni e concepire un figlio. A seguito della strenua opposizione del suo ex, si arriva alla disputa legale e la questione arriva al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, che decide di non accogliere l’opposizione dell’uomo, il quale  sarà obbligato a provvedere al mantenimento del nascituro e, forse, persino della ex moglie.

Tale decisione del tribunale, che regala al figlio una coppia genitoriale già separata e, probabilmente, litigiosa, si fonda sulla norma secondo cui “il consenso può essere revocato fino alla fecondazione dell’ovocita”, per cui non si ha alcuna possibilità di revocare il consenso dopo che la fecondazione sia avvenuta e, nonostante una separazione coniugale generalmente ha il risultato di scoraggiare qualunque ipotesi di condivisione di alcunchè, il “padre involontario” dovrà assumere la paternità e tutti i relativi obblighi economici e morali verso quel bambino nato a distanza di anni dallo scioglimento del matrimonio

Successione

Lasciando da parte le questioni etiche – che pure sono coinvolgenti, ma ci vorrebbe un intero libro solo per trattarne la prefazione – diventa interessante comprendere gli effetti sulla situazione patrimoniale del “padre a sua insaputa”, non potendo non pensare anche alle conseguenze che, inevitabilmente, possono abbattersi come un macigno sulla eventuale relazione sentimentale e familiare dell’uomo. Innanzitutto, i figli nati fuori dal matrimonio hanno diritto all’eredità? Se sì, in che modo i figli non riconosciuti (o riconosciuti a seguito di procedimento giudiziale) possono rientrare nell’asse ereditario

Attualmente, l’Ordinamento italiano riconosce ai figli naturali la medesima posizione giuridica dei figli legittimi, ma mentre per i figli naturali è necessario il riconoscimento della paternità (art. 269 del Codice Civile), per i figli legittimi esiste una sorta di automatismo. In ogni caso, il riconoscimento è una condizione fondamentale per il diritto all’eredità, e se esso si verifica dopo la successione, il figlio naturale può incardinare una c.d. azione di riduzione se ritiene di essere stato leso nei suoi diritti successori. Pertanto, prima della successione i figli naturali acquistano una serie di diritti solo grazie al riconoscimento, tra cui quello di essere legalmente rappresentati dai genitori e quello di essere mantenuti fino alla loro indipendenza economica.

Patrimonio, separazione e divorzio

Pertanto, il riconoscimento volontario o per via giudiziaria di un figlio nato fuori dal matrimonio comporta due ordini di effetti: uno, per così dire, di finanza corrente, relativa al mantenimento ordinario e straordinario del figlio, ed uno di natura ereditaria. Relativamente al primo – del secondo si è già parlato – l’obbligo al mantenimento è un fatto “pacifico”, e nasce con lo stesso concepimento, sebbene indesiderato o, come nel caso di Santa Maria Capua Vetere, addirittura “postumo” alla separazione coniugale conclamata e formalizzata in tribunale (ma la vicenda avrà sicuramente degli strascichi fino al terzo grado di giudizio e, ove non bastasse, fino alla Corte di Giustizia Europea).

In Italia, com’è noto, non esiste un limite di età definito per legge, oltre il quale un figlio non ha più diritto di essere mantenuto dai genitori. In generale, dopo gli studi universitari, non è raro provvedere alla prole fino al trentesimo anno di età, e più genericamente fino al momento in cui un figlio non ha raggiunto l’indipendenza economica. Da una certa età in poi, però, grava sul figlio anche la prova di volersi “affrancare” economicamente dai genitori, e di mettere in atto concreti e regolari tentativi di fare ingresso nel mondo del lavoro. Diversamente, egli rischia di perdere il diritto al mantenimento in tutti quei casi in cui il genitore obbligato – raramente entrambi – chiede al tribunale di poter interrompere il sostegno economico al figlio non disabile nè affetto da patologie gravi, per evidente esaurimento della funzione alimentare.

Il nostro Ordinamento, pertanto, non sancisce che “il mantenimento dei figli è per sempre” (solo per la ex moglie, in alcuni casi, può essere tale), ma il suo carattere comunque temporaneo è confermato costantemente dalla giurisprudenza di merito e di legittimità, che negli anni ha rivisto diverse volte tale istituto giuridico così importante e così dibattuto. 

Asset Protection Advisory. L’insostenibile leggerezza del Fondo Patrimoniale

Molto usato in passato come forma di protezione del patrimonio familiare, il Fondo Patrimoniale è stato gradualmente “depotenziato” e ricondotto dalla Cassazione alla sua funzione principale, che è quella di porsi a difesa di interessi meritevoli di tutela dei componenti della famiglia.

Il Fondo Patrimoniale, come strumento di protezione del patrimonio familiare dall’aggressione dei terzi, ha avuto in passato particolare successo tra coloro che ne magnificavano le proprietà “salvifiche” contro tutti i debiti non onorati. Successivamente, questo rimedio giuridico è stato fatto scendere dal suo piedistallo e ricondotto alla sua funzione principale, che è quella di tutelare esclusivamente gli interessi meritevoli dei componenti di una famiglia (si pensi a quelli relativi ad un figlio portatore di handicap). Da ciò ne è conseguito che, per esempio, è un grave errore conferire tutto il patrimonio all’interno del Fondo, e lasciare le “briciole” al di fuori di esso dopo aver contratto un debito “importante”, oppure subito prima.

Tecnicamente, il fondo patrimoniale è uno strumento attraverso il quale uno dei coniugi o entrambi vincolano determinati beni destinandoli ai bisogni della famiglia. In tal modo, i beni individuati (immobili, auto e motoveicoli, titoli di credito e altro) costituiscono un patrimonio separato la cui funzione è quella di soddisfare i diritti di mantenimento e assistenza di tutti i componenti della famiglia. Inoltre, i coniugi non possono disporre dei beni che formano il fondo per scopi estranei agli interessi della famiglia, né i creditori particolari dei coniugi (per obblighi sorti per scopi estranei ai bisogni della famiglia) possono soddisfare i loro diritti sui beni oggetto del fondo patrimoniale stesso. Però, come abbiamo detto, la sua opponibilità ai creditori non è supportata da un buon livello di protezione, ed è necessario, affinchè esso sia veramente efficace, che la sua costituzione sia fatta risalire con largo anticipo rispetto all’insorgenza di un contenzioso per debiti non onorati oppure, come accade nel campo della libera professione, rispetto ad una richiesta di risarcimento danni per responsabilità professionale.

In estrema sintesi, i creditori dei coniugi non possono soddisfarsi sui beni vincolati dal fondo patrimoniale quando i debiti sono stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia, in ciò intendendosi che il Fondo ha una efficacia limitata agli scopi relativi al soddisfacimento di esigenze di famiglia, con esclusione totale dei debiti sorti per finalità voluttuarie o accessorie. Tuttavia, se un credito è sorto prima della costituzione del Fondo, il creditore può avanzare un’azione revocatoria ex art. 2901 c.c., ma avrà l’onere di provare che il fondo patrimoniale è stato costituito con la volontà di arrecare un pregiudizio ai creditori. Inoltre, questi ultimi devono anche dimostrare che manchi un patrimonio residuo (oltre ai beni del Fondo) sul quale poter soddisfare il proprio credito, e se i beni della famiglia sono stati trasferiti nel Fondo nella loro interezza, la deduzione diventa indizio o prova di fronte al giudice delle esecuzioni.

Relativamente al tempismo con il quale si costituisce un fondo patrimoniale, possiamo stilare una sorta di “classifica” in base alla quale il Fondo è più o meno aggredibile.

1) Entro il primo anno dalla sua costituzione – i beni inseriti nel Fondo possono essere sempre aggrediti dai creditori e messi in vendita all’asta, senza bisogno di una azione revocatoria, poiché è sufficiente, per il giudice delle esecuzioni, confrontare la data di iscrizione del Fondo e quella del pignoramento: se sono trascorsi meno di 12 mesi, il Fondo è come se non fosse mai stato costituito.
2) Nei primi cinque anni dalla sua costituzione – il fondo patrimoniale può essere oggetto di azione revocatoria, ma i creditori devono provare che è stato costituito con l’intento di frodarli (dimostrazione facile solo nel caso in cui, come abbiamo visto, il debitore non ha altri beni pignorabili).
3) Dopo i cinque anni dalla sua costituzione – si possono ipotecare e pignorare, senza azione revocatoria, i beni inseriti nel Fondo per debiti necessari a soddisfare i bisogni della famiglia.

In relazione alla funzione del Fondo di soddisfare i diritti di mantenimento e assistenza di tutti i componenti della famiglia, la Corte di Cassazione ha sempre dato una interpretazione molto ampia, comprendendo in tali bisogni anche quelle esigenze volte al pieno mantenimento ed all’armonico sviluppo della famiglia, nonché al suo potenziamento dal punto di vista lavorativo, restando escluse solo le esigenze voluttuarie e speculative. Ciò significa che, secondo la Cassazione, rimane in capo al creditore l’onere di provare che il debito entrato in contenzioso, assunto in ambito esclusivamente lavorativo-professionale e solo incidentalmente suscettibile di effetti per la famiglia, è volto a soddisfare immediatamente e direttamente i bisogni della famiglia.

Aver costituito un fondo patrimoniale, naturalmente, non esclude che chi ne fa parte non possa indebitarsi per motivi legati alla professione (es. acquisto dello studio per mezzo di un mutuo). Pertanto, l’indebitamento in buona fede e per esigenze estranee ai beni ed agli interessi tutelati dal Fondo è sempre possibile, ed in caso di improvvisa insostenibilità finanziaria – come succede nei casi di perdita del lavoro e conseguente sovraindebitamento – le garanzie offerte dal fondo patrimoniale potranno essere validamente opposte alle azioni esecutive volte ad aggredire anche i beni contenuti nel Fondo.

Nel corso del 2021, in piena pandemia, la Corte di Cassazione è intervenuta con una ordinanza molto interessante (n. 2904 dell’8 Febbraio 2021), con la quale ha stabilito che i debiti nati nell’esercizio dell’attività di impresa o professionale hanno uno scopo normalmente estraneo ai bisogni della famiglia. In questo modo, la Cassazione ha escluso che vi possa essere un collegamento automatico tra le obbligazioni sorte per motivi professionali e la necessità per il debitore di sopperire con essi ai bisogni della propria famiglia, attribuendo l’onere di provare tale collegamento – cosa per niente facile – in capo al creditore

In sintesi, anche in presenza di un indebitamento già in essere al momento della costituzione del Fondo, ciò che conta è che esso sia regolarmente onorato a quella data. Infatti, in assenza di ritardi nei pagamenti delle rate, di contestazioni del debito e, in generale, di qualunque contenzioso o causa pregiudizievole (anche sopravvenuta ed informale), nessun creditore potrà, ad esempio, comunicare arbitrariamente al debitore la decadenza dal beneficio del termine, per poi argomentare temerariamente che il ricorso al Fondo, anziché essere sotteso alla protezione di interessi meritevoli, sia stato concepito in futuro danno ai creditori. Ma attenzione: è sufficiente anche un solo ritardo nei pagamenti del debito per poter permettere ai creditori di argomentare la necessità di misure cautelative, sorrette dalla circostanza secondo cui il conferimento di beni nel fondo patrimoniale abbia di fatto diminuito le garanzie complessive del debitore che, all’atto della analisi e delibera del prestito, erano state giudicate idonee alla sua concessione pur non essendo oggetto di garanzia reale.

Da qui la “leggerezza” della protezione prestata dal Fondo Patrimoniale, che spesso soccombe di fronte alle esigenze dei creditori e, soprattutto, rivela la scarsa credibilità di un tardivo progetto di tutela degli asset familiari.

Relativamente al titolo di proprietà dei beni conferiti nel Fondo, è interessante precisare che, nel caso in cui vengano inseriti anche beni che erano già di proprietà di uno o di entrambi i coniugi, il titolo di proprietà non muta: se uno dei due è proprietario di un appartamento, e dopo qualche tempo decide di inserirlo nel fondo patrimoniale, la proprietà resta la sua anche se l’altro coniuge può amministrare il bene in quanto parte costituente il Fondo.

A testimonianza del suo strettissimo legame giuridico e sostanziale con i bisogni della famiglia, il fondo patrimoniale non “muore” nemmeno con la separazione, e deve avvenire il divorzio (o l’annullamento del matrimonio) affinchè cessi di vivere e permetta ai beni di ciascuno dei coniugi, precedentemente inseriti nel patrimonio separato, di tornare a chi ne era il legittimo proprietario prima del conferimento. In realtà, a tornare pienamente nella sfera giuridica del proprietario non è esattamente il titolo di proprietà – che non è mai cessato – bensì la sua disponibilità e amministrazione esclusiva. In caso di comproprietà originaria, ognuno dei due coniugi conserverà la rispettiva quota, ed il bene potrà essere diviso solo con un autonomo procedimento di scioglimento della comunione legale.

L’unico caso – peraltro piuttosto frequente – in cui il fondo patrimoniale non cessa neanche con il divorzio è quando la famiglia, nel cui interesse il Fondo era stato costituito, annovera dei figli minorenni. In questo caso, finchè il figlio più piccolo non sarà diventato maggiorenne il Fondo avrà vita.

I fondi sovrani, obiettivi e criteri di gestione. E in Italia, quando ne avremo uno?

Tutti i fondi sovrani sono caratterizzati da alcuni principi ispiratori, uguali per tutti, che guidano le loro scelte di investimento. Mentre il fondo norvegese guadagna nel 2021 ben 111 miliardi di dollari, in Italia si comincia solo adesso  a dare un po’ di concretezza al progetto voluto da Draghi.

E’ notizia di pochissimi giorni fa che il mega-fondo sovrano norvegese, che contiene asset pari a circa 1.400 miliardi di dollari – il più grande del mondo – ha ottenuto un rendimento complessivo sugli investimenti mobiliari superiore al 9% solo nel primo semestre del 2021, grazie alla forte crescita dei mercati azionari globali (ad esclusione della Cina) nei settori dell’energia, della finanza e della tecnologia. Nel dettaglio, il fondo (denominato Norges Bank Investment Management) ha registrato un guadagno di 111 miliardi di dollari (pari a 990 miliardi di corone norvegesi), sovraperformando il proprio benchmark. Ancora più in particolare, gli investimenti nei titoli dell’energia hanno dato un ritorno del 19,5%, ma gli investimenti si sono concentrati maggiormente su alcune bluechip come Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon e Facebook, che hanno permesso di realizzare una performance del 13,7% e compensare le lievi perdite di valore degli asset obbligazionari.

Non è la prima volta che si ha notizia di ottimi risultati di gestione dei fondi sovrani, ma i più non sanno bene cosa siano e come vengano gestiti. Innanzitutto, un fondo sovrano è una vera e propria istituzione finanziaria partecipata dallo Stato, che ha come attività esclusiva quella di gestire il patrimonio mobiliare conferito in totale autonomia dal mondo della politica nazionale e dagli stessi ministeri competenti. Il fondo può gestire rendite e apporti provenienti dalle più disparate fonti statali, come quelle petrolifere e gli avanzi commerciali, e possono anche avere il mandato di promuovere, attraverso investimenti “mirati”, lo sviluppo dell’economia e del tessuto imprenditoriale nazionale.

Nonostante la dotazione di mezzi finanziari e la loro gestione professionale, la storia dei fondi sovrani ci ha regalato alcuni insuccessi – come lo scandalo del fondo di sviluppo malese, che è stato al centro di uno scandalo finanziario e ha imbarazzato non poco il suo advisor americano, Goldman Sachs – e iniziative vincenti (come quella del fondo irlandese ISIF), ma tutti i fondi sovrani sono caratterizzati da alcuni principi ispiratori, uguali per tutti, che guidano le loro scelte di investimento. Il primo criterio è quello di focalizzare l’attività di gestione su progetti di largo respiro e di lungo periodo, con una complessità che richiede necessariamente un intervento pubblico per assorbire una parte di rischio e per attrarre i capitali privati in momenti particolarmente difficili per un certo mercato. Allo stesso modo, e per gli stessi motivi, un fondo sovrano può attrarre anche gli investimenti di altri fondi sovrani stranieri, in modo tale da favorire l’internazionalizzazione delle aziende su cui si investe. Il secondo criterio di gestione riguarda la sostenibilità delle scelte di investimento, che sono diverse da quelle di un tipico fondo privato. Il fondo sovrano, infatti, può anche non conseguire rendimenti di mercato strabilianti, ma in ogni caso il ritorno deve essere superiore al costo del servizio del debito pubblico sommato a quello dell’eventuale impatto economico, sociale e ambientale.

In Italia, dopo l’istituzione nel 2015 del miniFondo Strategico Italiano (FSI, con un capitale sottoscritto di 4,5 miliardi di euro) si parla di fare sul serio solo da un paio d’anni, ma la particolare inclinazione della politica a non delegare il controllo di una simile iniziativa, e le vicende interne legate anche allo scoppio della pandemia, non hanno permesso un dibattito costruttivo. Solo di recente, con l’avvicinarsi della partenza del Recovery Fund (in Italia PNRR), e grazie all’opera di moral suasion del premier Mario Draghi, si è cominciato a dare un po’ di concretezza, individuando nella Cassa Depositi e Prestiti l’istituzione finanziaria più idonea a gestire il fondo sovrano tricolore, che funzionerebbe gestendo sia le disponibilità liquide di “Patrimonio destinato CDP” (44 miliardi per le spa italiane), sia le disponibilità liquide dei contribuenti che investono nei PIR (Piani individuali di risparmio, che consentono l’esenzione fiscale per 5 anni entro un tetto di 150mila euro).

Ma c’è di più. Nel fondo sovrano potrebbero confluire anche parte delle risorse del Recovery Fund ed il risparmio privato raccolto attraverso altre forme di incentivazione fiscale anche diverse da quelle dei PIR. In tal senso, basterebbe coinvolgere anche una piccola parte del risparmio privato italiano – 4.400 miliardi investiti tra titoli, fondi e conti correnti – per dare in dotazione al fondo dai 200 ai 400 miliardi di euro, da investire nel tessuto produttivo italiano, e quindi non più nel debito pubblico, ma nel capitale aziendale e, in definitiva, nella crescita del Paese.

2022, quando i clienti prenderanno il comando

I prossimi cinque anni hanno il potenziale per inaugurare un’ondata di prosperità sia per gli individui che per i gestori del patrimonio, ma tale opportunità richiede l’adozione del punto di vista del cliente e il riorientamento dell’intero modello di business.

Dopo un anno e mezzo di vita fuori dall’ordinario, accomunati da eventi che hanno scosso nel profondo coscienze e creato nuove emozioni, sia i consulenti finanziari che l​​e aziende hanno imparato a riconoscere un po’ meglio cosa è essenziale e cosa no, adattandosi a sfide straordinarie e cambiamenti vertiginosi. Tutti hanno rivalutato in prima persona l’importanza della vicinanza al cliente, della velocità del servizio e della efficienza “a distanza”.

Società mandanti, società di asset management e consulenti finanziari, ognuno nel proprio raggio d’azione, stanno gradualmente mettendo in pratica questa prospettiva nel proprio lavoro, dopo un ventennio in cui il livello di relazione con la clientela si era stabilizzato, focalizzandosi di più sulle esigenze dell’industria – quella del risparmio gestito lo è, a tutti gli effetti – e meno su quelle del cliente, nonostante i continui richiami alla consulenza “sartoriale” e all’educazione finanziaria. Infatti, la pandemia avrà anche capovolto il mondo, rendendolo più pericoloso e meno accessibile, ma ha anche creato per i professionisti della finanza l’opportunità di rifocalizzarsi sui principi e vedere cosa è veramente importante. Ebbene, i consulenti finanziari hanno affermato per anni di essere guidati dal cliente: adesso hanno la possibilità di farlo davvero, e capire che ripensare il proprio approccio non è poi così male.

Per molto tempo, il tipico modello industriale ha funzionato in modo rovesciato, e adesso è arrivato il tempo di correggerlo. Invece di seguire l’agenda aziendale, entro il 2022 i consulenti e l’industria dovranno perseguire l’agenda del cliente; invece di selezionare i clienti in base ai loro portafogli, dovranno differenziarli in base alle loro esigenze e utilizzare le informazioni comportamentali per sbloccare nuove fonti di valore; invece di lasciare che complessità e i costi dettino il ritmo dell’innovazione, dovranno lasciare che i clienti stabiliscano il ritmo, impiegando piattaforme digitali e team interfunzionali per aprire nuovi mercati, di cui farsi portatori presso la clientela già esistente e quella dei millennials in formazione.

Come evidenziato nel 21° Global Wealth Report annuale di Boston Consulting Group, i prossimi cinque anni hanno il potenziale per inaugurare un’ondata di prosperità sia per gli individui che per i gestori del patrimonio, ma il processo di dimensionamento e acquisizione di tale opportunità richiede l’adozione del punto di vista del cliente e il riorientamento dell’intero modello di business. Infatti, spostando l’attenzione dai portafogli alle esigenze, dalla semplice gestione del denaro alle gestione dei bisogni più semplici, si stima per i consulenti l’apertura di un mercato “no core” dal valore di circa 50 trilioni di euro già da oggi in tutta Europa. La stessa analisi, effettuata negli USA, ha rivelato numeri ancora maggiori per via della presenza di un maggior numero di clienti HNWI (circa 18 milioni di individui, contro i 400.000 dell’Italia, per esempio, o i 500.000 di Germania e Regno Unito).

A livello mondiale, negli ultimi anni i beni reali hanno raddoppiato le dimensioni dei propri asset, guidati principalmente dalla proprietà immobiliare. L’Asia (con esclusione del Giappone) ha la più grande concentrazione di ricchezza in beni reali, che costituiscono il 64% del patrimonio totale dell’area (84 trilioni di USD), seguito dall’Europa Occidentale (55%, 64 trilioni), mentre in Nord America i beni reali rappresentano solo il 28% della ricchezza della regione, con il restante 72%, ovvero 111 trilioni di USD, dedicati alle attività finanziarie. Nei prossimi cinque anni, tuttavia, una combinazione di fattori nel mercato dei capitali cambierà la composizione della ricchezza, soprattutto nei mercati in crescita. In Asia, ad esempio, è probabile che la crescita delle attività finanziarie supererà la crescita del patrimonio reale (7,9% contro 6,7%). In particolare, i fondi di investimento diventeranno gli strumenti finanziari in più rapida crescita, con un tasso di sviluppo dell’11,6% fino al 2025.

Inoltre, sempre nei prossimi cinque anni, il Nord America e l’Asia saranno i principali paesi generatori di ricchezza in termini assoluti, seguiti dall’Europa Occidentale, e insieme queste tre regioni rappresenteranno l’87% della nuova ricchezza finanziaria in tutto il mondo entro il 2025. Le restanti regioni del mondo avranno solo un impatto marginale impatto sulla nuova generazione di ricchezza, soprattutto se vista individualmente.

Per quanto promettente possa essere questa prospettiva, le società di asset e wealth management avranno bisogno di una visione più globale della ricchezza per riuscire ad intravedere le vere opportunità sia per le banche che per i consulenti. Oggi, per esempio, l’Asia ha un basso livelli di penetrazione del wealth management, mentre il Nord America domina, con i propri wealth managers che hanno generato 150 miliardi di usd di entrate solo nel 2020, e cioè quasi i due terzi (64%) del totale mondiale (235 miliardi di dollari). L’Europa occidentale rimane saldamente radicata al secondo posto (43 miliardi di dollari di ricavi, 18%) e l’Asia arriva in un lontano terzo posto, a 28 miliardi (12%).

Da qui le previsioni di espansione dell’Asia, entro il 2025, ad un tasso di sviluppo di nuova ricchezza finanziaria dell’11,6% annuo, con Hong Kong a fare da guida come il più grande Hub per la ricchezza transfrontaliera.

I millennials, le ansie da investimento e i consigli sui social. Accumulo, o compro casa?

I millennials si confrontano ogni giorno sui social, e discutono senza troppe riserve di tutti gli aspetti della propria vita, compresa la gestione del denaro. Navigare nei gruppi a tema finanziario offre uno spaccato delle reali esigenze degli investitori più giovani.

Di Massimo Bonaventura

Scrivere di consulenza finanziaria operativa – che è cosa diversa dalla consulenza strategica – insegna a fare molte cose solo apparentemente inutili. Una di queste è quella di girovagare tra i gruppi social di investitori italiani, e cercare di capire come la pensano realmente in materia di investimenti. Al netto degli “invasati” da criptovalute – sono tantissimi! – i social network sono addirittura meglio dei vecchi forum, dove dominano i nickname e gli interlocutori sono piuttosto elitari (alcuni veramente appassionati e competenti). Nei social, invece, troverete tantissimi millennials che, senza alcun candore, si raccontano su tutti gli aspetti della propria vita, compresa la gestione del proprio denaro.

Per un consulente finanziario, i gruppi Facebook di risparmiatori e investitori sono come un corso di formazione a cielo aperto, delle vere e proprie piazze virtuali dove poter entrare, possibilmente in punta di piedi e senza essere troppo “commerciali“, e conoscere i bisogni più intimi della generazione dei millennials, che sta prendendo il posto di quella dei babyboomers e che tra pochi anni costituirà l’ossatura di qualunque portafoglio clienti degno di questo nome. Eppure, pochi professionisti si cimentano in queste frequentazioni virtuali, e quelli che lo fanno spesso risultano un po’ maldestri nei loro tentativi di dirigere le discussioni verso i prodotti finanziari, quando ciò che chiedono i giovanissimi investitori è di essere ascoltati e di ricevere buoni consigli sulle scelte di vita da fare, non sugli specifici servizi di investimento.

I millennials non vogliono cultura finanziaria – quella, i social-investitori, già ce l’hanno – bensì un confronto da cui ricavare vera educazione finanziaria. Scrivono tutto, con tanto di nome, cognome e profilo anagrafico (alcuni pubblicano persino il proprio indirizzo e-mail), spaziando liberamente dalle cifre a disposizione alle possibilità di accantonamento. In più, quasi tutti dimostrano di conoscere bene l’importanza di individuare i bisogni e l’orizzonte temporale, nonché quella di fare una programmazione finanziaria delle proprie risorse, sia mobiliari che immobiliari.

Recentemente, mi sono imbattuto in questo post, che riporto qui fedelmente: “Da un po’ di tempo, ogni mese investo 700 euro in un PAC e dai 100 ai 150 euro in ETF che sembrano profittevoli, fermandomi ad un numero massimo di 100 azioni per ogni ETF. Mi si è aperta l’occasione di comprare un bilocale di 75 mq per 95.000 euro, sebbene necessiti di una ristrutturazione (solo facciata e balcone, ma ci sono incentivi del 110%). Questo bilocale risponderebbe al mio bisogno di andare via da casa dei miei genitori, che mi stanno mettendo un po’ di fretta (ho 32 anni). Certo, non pago bollette né cibo, ma ho una fidanzata che studia ancora e non lavora, per cui vorrei aspettare che lei sia indipendente prima di mettere su casa. Pertanto, stavo pensando di comprare questo bilocale, viverci per un po’ di tempo ed in futuro, tra una decina d’anni, affittarlo a 500 euro al mese, oppure venderlo. Ma così facendo potrei accumulare molto meno per via del mutuo, e personalmente ritengo inutile un PAC fatto con meno di 500 euro al mese. Avete qualche consiglio da darmi?”.

A prima vista, un consulente finanziario “older” potrebbe scambiare il post per uno di quei quesiti artefatti che si vedono nei corsi di formazione, dove il docente cerca di coinvolgere i discenti – tutti appartenenti ad una rete commerciale – sull’analisi dei bisogni. Ma il nostro millennial ha davvero le idee chiare: ha scelto dove investire, per quanto tempo investire e gli piace anche farlo, lo rende orgoglioso. Eppure, sente il “peso” di vivere ancora con i genitori, che più o meno velatamente lo sollecitano ad uscire da casa e diventare autonomo, imparando a gestire il proprio reddito. Il suo dilemma è chiarissimo: continuo ad accumulare, o compro casa? Le risposte ed i consigli che riceve sono tra i più disparati, ma si fa presto a capire l’identikit sociale di chi glieli dà. Eccone alcuni, tra i più rappresentativi.

1) Il consiglio del babyboomer: “… Personalmente continuerei il PAC, su di lui non paghi bollette e non va imbiancato periodicamente, per non parlare delle riunioni di condominio….”.

E-book gratuito sulla protezione del patrimonio familiare.

2) Il consiglio del millennial 1:  “…Da 33enne quale sono, capisco il tuo bisogno di indipendenza. La prima casa è importante per una futura convivenza, per cui parlane con la tua ragazza. Secondo me ti conviene sospendere temporaneamente il PAC, andare a convivere e riprenderlo in tempi migliori. Nella vita non esistono solo i soldi, e costruire una famiglia è di uguale importanza, se non superiore….”.

3) Il consiglio del millennial 2: “…Da qualche parte devi pur vivere. La questione non è tra bilocale o PAC, la domanda da porsi è: vivo per sempre dai miei genitori, mi compro una casa o ne cerco una in affitto? Io quando ho comprato casa non l’ho fatto basandomi su una scelta economica, ma sulla soddisfazione che la casa mi dava rispetto ad accumulare soldi. Farmi una famiglia era la mia priorità…”.

4) Il consiglio del consulente finanziario: “…In generale non giudico gli immobili un buon investimento, per quanto in questo periodo di cosiddette occasioni ce ne sono molte. Inoltre, le previsioni di inflazione in crescita faranno crescere il valore dei beni reali come gli immobili. Continua per quanto possibile i PAC, perché lavorare sul costo medio non ha mai deluso nessuno. Valuterai il futuro quando la tua ragazza avrà un lavoro e/o quando avrai esigenze abitative differenti. Ricordati di tutelare il capitale umano con delle polizze e di pensare anche alla tua pensione….”.

E voi, cosa avreste consigliato…?

Affitti turistici estate 2021 in Italia. Quotazioni nelle località di mare

Dalla Liguria alla Sicilia, il mercato delle locazioni turistiche è molto dinamico. In diverse località, però, si registra una restrizione dell’offerta perché i proprietari si sono riservati per sé l’abitazione. Ormai consolidato il fenomeno dello smartworking in casa vacanza.

“Il mercato degli affitti sulla casa vacanza è dinamico – afferma Fabiana Megliola, Responsabile Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa – e in alcune località di mare si sono registrate richieste già a partire da gennaio, quando durante il lockdown e per i timori di non trovare case in affitto molte persone si sono mosse ed hanno prenotato per la corrente stagione. Ma è da quando si è in zona gialla/bianca, e da quando la campagna vaccinale è entrata nel vivo, che si nota un maggiore movimento.

Tendenzialmente si prenota per 15 giorni, ma si segnalano casi in aumento di persone che hanno bloccato l’abitazione per l’intera stagione estiva, fin dal mese di Maggio, potendo lavorare in smartworking. Ad essere interessati però sono quasi sempre comuni ben collegati con la città, in modo da consentire di poter rientrare rapidamente se richiamati presso la sede di lavoro oppure facilmente raggiungibili nel caso in cui solo un coniuge poteva ricorrere allo smartworking. Inoltre, le località più richieste sono quelle vicine ai centri abitati più grandi, con servizi ed infrastrutture.

Un aspetto da segnalare riguarda l’offerta, resa meno abbondante perché molti proprietari stanno riservando per se stessi l’abitazione. La carenza di offerta, però, è compensata dal minore afflusso di stranieri, che ha favorito la clientela italiana con budget più ristretti.

LIGURIA – A Diano Marina sono in corso numerosi interventi di restyling sul territorio, creazione di parcheggi, pedonalizzazione di strade, e continuano i lavori per la creazione della pista ciclabile e per la nascita del Palacongressi. Per un bilocale di 4 posti letto si spendono 1200-1500 € a giugno, 2000-2500 € a luglio, 2500-3000 € ad agosto, 1200-1500 € a settembre. A Finale Ligure, invece, si segnala una forte domanda di affitto ma una bassa offerta. A giugno e settembre si spendono 1500 € al mese, a luglio 2000 € al mese, ad agosto 2500 € al mese. Il mercato immobiliare di Varazze, infine, è interessante e dinamico, ma anche qui l’offerta è contenuta. Per un bilocale di 4 posti letto si spendono 1000-1200 € a giugno, 2000 € a luglio e 2000 € ad agosto.

EMILIA ROMAGNA – A Cervia è buona la domanda di immobili in affitto, e si nota un aumento del periodo di permanenza. Per un bilocale di quattro posti letto, a Pinarella e Cervia, si spendono mediamente 1600 € al mese a giugno e settembre, 2400 € al mese a luglio, 3000 € al mese ad agosto. A Cesenatico c’è una buona domanda, e per un bilocale si registrano canoni di 1500-1600 € al mese a giugno, 2000-2400 € al mese a luglio e 2400-2600 € al mese ad agosto.  A Milano Marittima il mercato delle locazioni registra una domanda elevata per il periodo estivo. Per un bilocale di quattro posti letto si chiedono 1000 € a giugno e settembre, 2000 € a luglio, 2500-3000 € ad agosto. 

VENETO – Il mercato delle locazioni estive di Jesolo è attivo da Giugno a Settembre. Un bilocale di quattro posti letto costa circa 2500 € al mese ad agosto, 1200– 1500 € a luglio, 1200 € al mese a giugno e 600 € al mese a settembre. 

LAZIO – a Gaeta il mercato della casa vacanza registra un buon dinamismo, con richieste anche di acquisto che spaziano dal monolocale al trilocale. Sono in aumento quelle di immobili di prestigio dotati di pertinenze esterne, tra cui le ville presenti sul Lungomare di Serapo il cui valore supera il milione di €.  I canoni di locazione estivi per un bilocale di quattro posti letto sono di 1600 a luglio, 2500 agosto.

CAMPANIAIschia registra le seguenti quotazioni (classico bilocale 4 posti letto): Luglio 2.500, Agosto 3.500/4.000, Settembre 2.000. I valori immobiliari, rispetto alla scorsa stagione, sono stabili e la domanda di casa vacanza è dinamica, ma il budget è in leggera contrazione così come l’offerta: affitta solo chi ha necessità. Relativamente alle compravendite, ad Ischia le richieste si orientano su immobili da 70-80 mq, possibilmente con spazi esterni, sui cui investire da 250 a 300 mila €. In forte contrazione, a causa della pandemia, la ricerca da parte di stranieri, alcuni dei quali optano per l’affitto in località che sono letteralmente “esplose” negli ultimi cinque anni. E’ il caso di Santa Maria di Castellabate (Salerno), dove il mercato delle locazioni registra numerose richieste, ed infatti i canoni estivi sono elevati. Per un bilocale di quattro posti letto si spendono 1500-1600 € al mese a giugno, 2200-2500 € al mese a luglio, 3000-4000 € al mese ad agosto.

PUGLIA – A Gallipoli, i cui prezzi sono stabili, il mercato immobiliare è dinamico sia sul segmento della prima casa sia su quello della casa vacanza. Ci sono stati diversi interventi di riqualificazione su vecchi immobili in disuso, e le quotazioni del nuovo fronte mare toccano punte di 3000-3500 € al mq. L’elevata domanda di immobili in affitto per la stagione estiva ha determinato una buona domanda ad uso investimento che spesso si concentra nel centro storico della città. Per un bilocale si quattro posti letto i canoni di locazione sono: Giugno 1200 €, Luglio 2000 €, Agosto 3200 € e Settembre 1000 €.

SARDEGNA – A Villasimius sono presenti investitori che acquistano per mettere a reddito, visto che la domanda di locazione è sempre elevata e si aggira intorno a 2000 € al mese a giugno, 3000 € a luglio, 4000 € ad agosto e 2500 € a settembre. A Costa Rei il mercato della casa vacanza vede protagonisti sia persone residenti in Sardegna sia acquirenti provenienti dal resto d’Italia, tedeschi e svizzeri.  Nell’ultimo anno le compravendite si sono abbastanza divise tra chi acquista per uso diretto e chi acquista per mettere a reddito con la locazione turistica.  Chi acquista con quest’ultima finalità ha un budget più basso che non supera i 150 mila €.  Infatti, per un bilocale di quattro posti letto si spendono mediamente 2000 € al mese a giugno, 2800-3000 € al mese a luglio, 4000 € ad agosto e 2000 € a settembre.

SICILIA – Il mercato della casa vacanza a Giardini Naxos, nella seconda parte del 2020, è caratterizzato da una domanda interna, di acquirenti in arrivo dalle altre province della Sicilia. Stessa provenienza per chi cerca un immobile in affitto per l’estate. I canoni di locazione per un bilocale di quattro posti letto si aggirano intorno a 1500 € a giugno, 1700-1800 € al mese a luglio e 2000-2200 € al mese ad agosto. Nella zona di Castellammare del Golfo, invece, per un bilocale di 4 posti letto in media i prezzi per settimana si aggirano sui 500 € a Giugno, 600 € Luglio, 700-800 € ad Agosto, 600-700 € a Settembre. Su Scopello le ville senza piscina si affittano a 800 € a giugno, 1000-1200 € a luglio, 1200-1500 € ad agosto e 1000-1200 € a settembre. Per una villa con piscina, a Scopello i prezzi per settimana sono di circa 1000-1200 € a Giugno, 1500-2000 € a Luglio, 2000- 2500 € ad Agosto, 1300-1800 € a Settembre.