Giugno 16, 2026
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Global Banking Forum: il digitale è fondamentale, ma la relazione con il cliente non è sostituibile

Le opportunità offerte dal digitale e dall’intelligenza artificiale alla base delle riflessioni del Global Banking Forum. Il cliente si è evoluto e il canale digitale aiuta a costruire una relazione efficace e personalizzata, ma il rapporto umano non è sostituibile. Euro digitale: l’unico problema è non farlo.

Le riflessioni sull’evoluzione del sistema bancario hanno aperto la prima edizione del Global Banking Forum, appuntamento organizzato da Eccellenze d’Impresa e promosso da GEA, Harvard Business Review e Arca Fondi SGR. 

Il forum si è aperto con gli interventi di Enrico Sassoon (Eccellenze d’Impresa), Massimo Gaudina (Rappresentanza Commissione europea), Rony Hamaui (ASSBB) e Angelo Tantazzi (Prometeia).
Patrizia Grieco, presidente di MPS, è intervenuta sul ruolo della sostenibilità, sostenendo che certamente le banche possano e debbano diventare un fattore abilitante della transizione ambientale e sostenibile, accompagnando le filiere legate ai combustibili fossili verso una transizione giusta. Secondo Giuliano Cicioni (KPMG), invece, il principale problema del sistema bancario italiano è la reddittività, ed è inevitabile che la dinamica dell’M&A caratterizzerà i prossimi anni, in cui la sfida sarà quella di riconciliare la presenza del sistema bancario tradizionale con gli elementi di innovazione e tecnologia che nascono al di fuori del sistema bancario stesso, e contribuiscono a modificare la relazione tra banca e cliente.
Secondo Giuseppe Lusignani (Prometeia), la reazione alla crisi generata dalla pandemia si giocherà sul doppio binario della diversificazione dei servizi e della riduzione dei costi, anche attraverso una maggiore razionalizzazione della rete distributiva. Il problema principale restano però gli investimenti in tecnologia, che in Italia si attestano sul 3/5% del margine di intermediazione, mentre nei best performer europei è pari al triplo.

Giovanni Sabatini (ABI), ha sottolineato che è impensabile subire o adattarsi passivamente all’innovazione tecnologica e vedersi trasformare i tradizionali paradigmi di riferimento senza avviare un percorso condiviso a livello europeo che consenta di rafforzare il ruolo internazionale dell’euro, nonchè studiare una possibile futura moneta digitale. Secondo Davide Serra (Algebris Investment), invece, la BCE può giocare un ruolo fondamentale sul tema delle digital currency, accelerando verso la creazione dell’euro digitale.

Relativamente all’inevitabile impatto della trasformazione digitale, con le sue opportunità e difficoltà legate soprattutto all’adeguamento dei processi interni, Roberto Nicastro (Aidexa) ha sottolineato come gli imprenditori abbiano bisogno di servizi finanziari immediati, semplici, rapidi e trasparenti, resi possibile solo grazie alle nuove tecnologie e all’intelligenza artificiale. Alessandra Losito (Pictet Wealth Management Italia), invece, ha evidenziato come il rapporto con il cliente si sia evoluto, in quanto il cliente è sempre più esigente e sofisticato e il canale digitale aiuta a costruire una relazione efficace. Secondo una ricerca interna di Pictet, infatti, la piattaforma digitale è fondamentale, ma la relazione con il cliente rimane importante. 

Secondo Elena Goitini (BNL BNP Paribas), c’è la necessità di mettere il cliente al centro, soddisfacendo sempre le sue esigenze e agendo a tre livelli: organizzazione, tempi e bisogni. Infatti, il 73% dei fruitori di servizi bancari si aspetta una consulenza iper-personalizzata, pertanto la sfida non è tanto fruire della tecnologia, quanto quella di avere le skill giuste per integrare la stessa tecnologia in un modello di servizi incentrato sulla relazione. In sintesi, il sistema banca-rete usare la tecnologia per implementare la relazione con il cliente, non certo per sostituirla.

Pietro Sella (Sella Group) ha confermato come nel 2020 il volume dell’e-commerce sia quasi raddoppiato. Il ricorso sempre più massiccio alla tecnologia ha portato per le aziende tradizionali nuove sfide nella trasformazione tecnologica, culturale, organizzativa e dei modelli di business, costringendo le aziende tradizionali a cambiare per adeguarsi. Ugo Cotroneo (Boston Consulting Group) ha aggiunto che le banche tradizionali devono trasformarsi, ma il problema è soprattutto il capitale umano. Inoltre, l’Euro digitale deve essere visto non come una minaccia, ma come una opportunità. Infatti, il sistema bancario ha già affrontato novità che erano inizialmente valutate come dannose per la tenuta e la redditività stessa delle banche (basti pensare alla legge del 1991 sulle Sim e il risparmio gestito); tutte novità che, invece, hanno costituito a loro volta uno stimolo per la loro crescita, e così sarà anche per l’Euro digitale. L’unico problema è non farlo: chi lo farà prima, si prenderà una quota del mercato, e chi saprà rispondere a domande nuove farà crescere il business.

Consulenti finanziari a parcella. Nel confronto tra modello americano e italiano, vince quello inglese

Sebbene il modello italiano di consulenza finanziaria indipendente sembri essere più protettivo per gli investitori rispetto a quello americano, questo non significa che sia il migliore possibile. Infatti, quello anglosassone si rivela come il più equilibrato di tutti.

Sebbene anche il sistema finanziario degli USA si stia avvicinando, in qualche modo, verso un modello di regole più stringenti, le differenze con il sistema finanziario europeo permangono, soprattutto in termini di “maturità finanziaria” degli investitori. Negli Stati Uniti, infatti, il messaggio che i giovani adulti ricevono ormai da tre generazioni è che prima di acquistare qualunque strumento di investimento è bene chiedere una consulenza ad un buon pianificatore finanziario. In questo modo, l’americano medio ha la garanzia prestata dalla responsabilità fiduciaria di un consulente che non ha alcun incentivo a vendere un prodotto o un servizio e, quindi, è privo di qualunque conflitto di interesse. In più, è in grado di offrire un buon livello di educazione finanziaria a tutti i membri adulti della famiglia – anche ai giovanissimi, e a differenza dell’Italia è pagato per questo – sebbene possa sembrare costoso. Ma alla fine è opinione comune che ne valga la pena.

Da questo scenario si comprende come il consulente indipendente sia il primo passaggio, per la maggior parte degli americani, verso la successiva fase dell’investimento, che negli Stati Uniti si concentra subito su quattro attività fondamentali: l’accantonamento per la pensione, il mutuo per l’acquisto della casa, la copertura sanitaria (principale ed aggiuntiva, se non sono pagate dal datore di lavoro come benefit) e, per ultima, la consulenza di investimento “libero” a medio termine, di solito sovraesposta verso la componente azionaria sulla scia del vecchio adagio 60/40 (60% azionario e 40% obbligazionario).

L’americano medio va dal consulente finanziario con le idee chiare, al punto che il non affrontare anche una sola delle prime tre attività determina sospetto e diffidenza verso il professionista che si dovesse concentrare solo sulla quarta.

Un altro mondo, rispetto all’Italia, ma anche da noi qualcosa sta lentamente cambiando. In particolare, un punto di svolta è accaduto con la “consacrazione” della consulenza finanziaria fee only (o a parcella) e di coloro che la esercitano professionalmente in forza dell’iscrizione in una apposita sezione dell’Organismo Unico dei consulenti finanziari. Naturalmente, esistono i pro e i contro, ma i primi sembrano essere più rilevanti dei secondi. La parte migliore di farsi assistere da un consulente finanziario indipendente (o autonomo) è sapere che egli non vende nulla fuorchè la propria competenza e professionalità. Opera come fiduciario, garantendo l’assenza totale di conflitto di interessi. Questo, naturalmente, non garantisce che gli investitori riceveranno consigli migliori rispetto a quelli dati da uno qualunque dei consulenti non autonomi – che in Italia sono attualmente il 98% del totale dei consulenti – ma ciò aumenta le probabilità per i clienti di ricevere consigli che sono veramente destinati a essere nel loro migliore interesse.

Senza alcun legame con società specifiche, i consulenti indipendenti sono liberi di offrire una gamma più ampia di soluzioni per pianificare il raggiungimento degli obiettivi. Tuttavia, un consulente indipendente ha, per definizione, un bassissimo (e difficile) controllo dell’esecuzione delle operazioni suggerite al cliente, al contrario di un consulente non autonomo che, pur operando con un potenziale conflitto di interesse, conclude direttamente le operazioni finanziarie. Pertanto, chi vuole ricevere consulenza di investimento da un consulente indipendente dovrà rivolgersi ad un altro professionista o ad una banca per le negoziazioni titoli, per l’acquisto di fondi e di prodotti assicurativi.

Negli USA, i consulenti finanziari indipendenti sono presenti in grandissimo numero, e addebitano le proprie parcelle in diversi modi. Il metodo più comune è l’applicazione di una percentuale calcolata sulle masse amministrate (asset under management o AUM) e addebitata ogni trimestre, con pagamento automatico disposto dal cliente. Un altro metodo è quello di addebitare una tariffa oraria o mensile, oppure una tariffa fissa a prescindere dalle masse amministrate.

In generale, i pianificatori finanziari a parcella addebiteranno tra i 150 USD e i 400 USD l’ora, oppure tra i 2.500 e i 10.000 USD l’anno. Negli Stati Uniti sono ammessi gli accordi commerciali tra consulenti indipendenti e quelli non indipendenti, così per i primi è possibile guadagnare anche una parte delle commissioni, retrocesse dal broker-dealer o dall’agente assicurativo, che il cliente pagherà su prodotti di investimento e su quelli assicurativi. Da accordi come questo, però, derivano potenziali conflitti di interesse che i consulenti indipendenti americani devono evitare seguendo regole di estrema compatibilità tra i prodotti consigliati e le caratteristiche del cliente. Del resto, i controlli sono rigorosi, efficaci, rapidi ed estremamente punitivi (anche con la detenzione in carcere), e diversi professionisti vengono radiati ogni anno per avere permesso la sottoscrizione di prodotti di investimento – per mano dei broker di fiducia – non adatti alla clientela.

Infine, i consulenti USA possono anche addebitare commissioni di performance, se previste dal contratto di asset management, quando superano un benchmark di rendimento per i loro clienti. Anche le commissioni di performance, a ben vedere, creano una sorta di conflitto di interessi interno, poiché per raggiungere l’obiettivo di superamento del benchmark il consulente potrebbe essere portato a fa assumere al cliente più rischi di quanti effettivamente egli sia in grado di sopportare.

In definitiva, anche il modello americano di consulenza finanziaria non sfugge a possibili aree di conflitto di interesse, a differenza di quello italiano che, invece, prevede una separazione netta tra consulenti indipendenti e consulenti non autonomi, tra i quali non esistono attualmente punti di contatto, neanche in termini di possibili accordi professionali.

Sebbene quello indipendente italiano sembri essere, quindi, un sistema più protettivo per gli investitori rispetto a quello americano, questo non significa che sia il migliore possibile. Infatti, il modello anglosassone si rivela come il più equilibrato e tutelante di tutti, sia per gli investitori che per tutte le categorie di soggetti della catena produttiva-distributiva di servizio. Esso, in sintesi, prevede una sorta di cooperazione fra tre soggetti che, pur mantenendo le proprie caratteristiche, conservano la loro autonomia: cliente, banca depositaria e consulente.

Questa cooperazione comporta benefici per ognuna delle figure che ne fanno parte. Infatti:

– il cliente sceglie personalmente la banca di sua fiducia presso la quale depositerà il denaro in custodia,
– il cliente sceglie il consulente a cui affidare la gestione del proprio patrimonio depositato in quella banca,
– il consulente opera in piena tranquillità ed indipendenza, senza conflitto di interesse e senza vincoli commerciali di alcun tipo, nel rispetto di un contratto di gestione di portafoglio,
– la banca depositaria, in qualità di custode, ha una funzione di controllo sull’operatività e sulla buona diligenza del consulente, mentre lo stesso consulente controlla che la banca esegua le disposizioni impartite dal cliente secondo le condizioni ed i tempi concordati.

Il vantaggio più evidente, che segna così il superamento dei limiti tipici del contratto mono-mandatario attualmente in vigore in Italia, è l’eliminazione del conflitto di interessi, dal momento che il modello esclude ogni forma di retrocessione dalle società prodotto, ma attribuisce al consulente (indipendente) anche la certezza dell’esecuzione degli ordini, che così ricadrebbero sotto il proprio controllo.

Anche nel Regno Unito, naturalmente, esistono i consulenti che guadagnano una commissione dai prodotti finanziari (soprattutto assicurativi) venduti direttamente ai clienti, ma il sistema inglese non prevede alcuna collaborazione tra i c.d. tied agents – una sorta di consulenti non autonomi simili a quelli italiani – ed il consulente finanziario vero e proprio (financial adviser), e qualunque accordo economico tra le due figure è espressamente vietato.

Il Covid ha riscritto le regole sulla pianificazione finanziaria. I babyboomers “condannati” ad una lunga vita

Oggi i babyboomers hanno bisogno di una strategia su come gestire attivamente il patrimonio anche ben oltre i 60 anni, abbandonando l’idea che il loro tenore di vita possa poggiare le sue fondamenta nella pensione corrente e privilegiando la disponibilità mobiliare come strumento principale di copertura di costi sanitari e di assistenza medica per un periodo più lungo.

Raggiungere il pensionamento a 65 anni? Spese di assistenza medica assicurate dallo stato o da una compagnia privata? Un portafoglio di investimenti prudente o bilanciato? Investire in immobili rende sempre? Per decenni, europei e americani hanno vissuto secondo alcune di queste “regole” finanziarie, ma la pandemia di coronavirus le ha distrutte, costringendo famiglie di investitori a cercare nuovi approcci e strategie per costruire sicurezza finanziaria nel nuovo contesto socio-economico mondiale.

Pertanto, è utile valutare dove siamo adesso, e come la pandemia ha cambiato le aspettative in Europa e negli Stati Uniti. secondo uno studio di Northwestern Mutual, quasi un terzo degli americani oggi afferma che i loro piani pensionistici sono stati influenzati dall’impatto economico del Covid, con il 20% che prevede di ritardare il pensionamento oltre quanto previsto. In Europa la musica è la stessa: gli accantonamenti nei piani pensionistici privati sono aumentati sensibilmente, così come le coperture sanitarie personalizzate, per via delle paure scatenate dall’impreparazione dei sistemi pubblici – in particolare la Sanità – ad affrontare eventi improvvisi e di una certa gravità come la pandemia.

In Italia, poi, il sistema pensionistico ha già segnato un confine certo tra il tenore di vita degli attuali pensionati – quelli oltre il minimo, si intende – e i pensionati del futuro, che saranno penalizzati, a parità di contributi versati, rispetto a quelli di oggi. La sfiducia nel sistema sanitario e in coloro che l’hanno gestito fino ad oggi in maniera piuttosto discutibile, poi, ha fatto il resto.

Ciò che è interessante è che anche gli ostacoli finanziari agli obiettivi di pensionamento si sono spostati. Per esempio, prima che il COVID-19 si diffondesse ampiamente, il 42% degli americani citava la mancanza di risparmi come il principale ostacolo, mentre oggi il 49% di essi cita l’economia come il più grande ostacolo. In Europa, di contro, si è fatta strada tra i babyboomers l’idea di andare in pensione a 70 anni o giù di lì, soprattutto tra liberi professionisti e lavoratori autonomi (ma non solo). Tra questi, c’è chi dovrà continuare a lavorare per necessità, per via dei risparmi insufficienti e della preoccupazione per la sicurezza sociale. In Italia, a questi due elementi si aggiunge anche il desiderio di poter dare una mano ai figli che non riescono a trovare lavoro oppure l’hanno perso a causa dei profondi cambiamenti che la pandemia sta lasciando dietro di sé in tutto il tessuto economico e industriale del Paese.

A differenza del passato, le persone potevano fare affidamento su pensioni e benefici definiti senza pensare di dover sostenere se stesse per 25 o 30 anni dopo il superamento della soglia dei 60 di età, ma oggi l’allungamento della vita media, di per sé fattore socialmente positivo per le famiglie, si scontra con la necessità di dover affrontare costi sanitari e di assistenza medica elevati per un periodo più lungo, costringendo europei e americani ad avere un patrimonio mobiliare di una certa entità anche durante l’età pensionabile. In alternativa, se si hanno le possibilità di accantonamento, diviene indispensabile sottoscrivere delle assicurazioni sanitarie private, ma il settore in Italia dimostra ancora una certa approssimazione nell’offerta.

Pertanto, oggi i babyboomers hanno bisogno di una strategia su come gestire attivamente il patrimonio anche ben oltre i 60 anni, abbandonando l’idea che il loro tenore di vita possa poggiare le sue fondamenta nella pensione corrente e privilegiando, invece, la disponibilità mobiliare come strumento principale della propria pianificazione finanziaria. Non più, quindi, patrimonio “inerziale” a disposizione dei futuri eredi, da elargire generosamente in vita per matrimoni e case dei figli, ma asset prezioso necessario per far fronte alla cura di sé e della propria salute fisica. Parimenti, non più investimenti di breve periodo, ma orizzonti temporali anche lunghi – in proporzione all’età – adeguati all’aspettativa media di vita, e laddove il livello di educazione finanziaria sia basso, intervenire nella sua crescita con l’ausilio di un consulente finanziario.

Questa nuova strategia dovrebbe essere fondata su una pianificazione integrata ed elaborata su più scenari, idonei a garantire la soluzione di problemi specifici che saranno presenti durante l’età pensionabile. In particolare, si dovrà prestare attenzione all’impatto dell’inflazione e delle tasse, al desiderio di lasciare un’eredità ben ripartita, alla previsione di spese impreviste che, in relazione alla fascia di età, saranno piuttosto elevate. Una più abbondante riserva di risparmio “da emergenza”, pertanto, non dovrà mai mancare da una buona asset allocation, e sottostare a criteri di investimento di natura non esclusivamente monetaria. Sia in America che in Europa, infatti, con la recessione economica e l’elevata disoccupazione causata dalla pandemia molte persone hanno dovuto scavare nei loro risparmi per mantenere il tenore di vita, abbandonando i propri piani di risparmio a lungo termine.

Negli Stati Uniti, il classico portafoglio in cui le attività sono investite per il 60% in azioni e per il 40% in reddito fisso è stato a lungo l’elemento fondamentale della pianificazione finanziaria. Oggi, il portafoglio di investimenti personalizzato in base alle circostanze e agli obiettivi specifici di una persona è quello più richiesto dagli investitori statunitensi – che hanno un più alto livello di educazione finanziaria rispetto agli europei – per raggiungere la stabilità e la sicurezza finanziaria. Si è passati rapidamente dall’approccio “60/40” al mix che combina investimenti, assicurazioni sulla vita e coperture rafforzate sull’assistenza medica, e l’offerta di consulenza finanziaria si è spostata su queste esigenze.

In Europa e in Italia questo cambiamento è ancora in atto, perché i babyboomers hanno fatto tardi a prendere coscienza che l’investimento immobiliare non è più il miglior modo di garantire sicurezza finanziaria alle proprie famiglie, ma si stima che nell’arco dei prossimi tre anni la consulenza patrimoniale basata esclusivamente sul rendimento di portafoglio sarà un lontano ricordo.

Tra gli eccessi della Corea del Sud e la media europea, Italia ancora “paradiso fiscale” delle successioni

Alla luce della maxi tassa di successione che gli eredi del fondatore di Samsung dovranno pagare, conviene nascere e morire in Italia. Media europea pari al triplo del nostro livello medio di tassazione: qual è la giusta misura?

Anche l’Italia ha il suo piccolo “angolino offshore” in termini di tassazione, sebbene non sia esattamente uno di quelli che attira i non residenti a tornare dall’estero o gli imprenditori stranieri di origini italiane a prendere la nostra nazionalità. Eppure, i più saggi e avveduti di loro dovrebbero pensarci. In materia di imposte di successione, infatti, nel nostro Paese si continua a detenere un livello basso da record, se non fosse che la media europea  – e le garbate pressioni dell’Unione per adeguarci anche in questo senso – lasciano intravedere un futuro di aumenti delle aliquote per adeguare progressivamente il livello di tassazione italiano a quello europeo.

Successione

Infatti, nonostante la tanto attesa riforma del catasto – sempre annunciata ma mai attuata – e le raccomandazioni delle istituzioni europee, la base imponibile su cui calcolare l’imposta di successione e donazione rimane quella del valore catastale, che è significativamente inferiore al valore di mercato e riduce il gettito complessivo dell’imposta, che in Italia è pari a circa 900 milioni (dati del 2019), a fronte dei 15 miliardi della Francia e dei 7,2 miliardi della Germania. Le aliquote basse e le franchigie elevate, poi, fanno il resto.

Per comprendere quanto sia favorevole il nostro sistema di aliquote, basti dire che, considerando una eredità da un milione di euro (da padre a figlio), in Spagna si pagherebbe una imposta di circa 335.000 euro, in Francia 270.000, in Inghilterra 245.000, in Germania  115.000 e in Italia zero, grazie alla generosa franchigia da un milione a figlio (che arriva a 1,5 milioni in caso di figli disabili).

E se l’Italia si adeguasse alla media europea? Sarebbero dolori, soprattutto per le famiglie della (ormai defunta) classe media, ben patrimonializzate dagli asset immobiliari – prima e seconda casa – ma con riserve di liquidità assai più modeste e potenzialmente insufficienti per pagare imposte di successione di una certa entità. Non fanno eccezione neanche le famiglie detentrici di maggiore risparmio liquido, dal momento che ad esso corrisponde di solito un patrimonio immobiliare proporzionalmente più elevato. Per tutti, in ogni caso, si fa strada la necessità di una pianificazione finanziaria molto rigorosa, che consenta anche la costituzione di una riserva liquida da vincolare esclusivamente al pagamento delle imposte di successione da parte dei figli, qualora questi non siano in grado di farvi fronte al momento della scomparsa dei genitori. Gli strumenti finanziari che soddisfano questa specifica esigenza esistono e, trattandosi di un obiettivo di lungo-lunghissimo periodo, i rendimenti assicurati dai mercati azionari con un adeguato orizzonte temporale consentirebbero di accantonare somme sostenibili per questo obiettivo, soprattutto per gli imprenditori compresi nella fascia d’età 50-60. 

Di questo problema si discute da molto tempo, ma il dibattito attraversa lunghe fasi di sonno, da cui si desta in occasione di un “evento successorio” clamoroso che, puntualmente, lo riporta alla luce. Di recente, per esempio, la scomparsa del fondatore sudcoreano di Samsung, Lee Kun-hee, ha fatto scalpore per la maxi tassa di successione di 12 miliardi di dollari imposta agli eredi. La Corea del Sud, infatti, è il paese con la più alta tassazione al mondo in caso di successioni (60% del patrimonio del de cuius), e mette in difficoltà persino gli imprenditori sudcoreani ultra-ricchi che hanno imparato a detenere una elevata soglia di liquidità, così come le famiglie meno ricche del paese asiatico. Pertanto, il passaggio generazionale da Lee Kun-hee ai figli ha costretto i suoi eredi a mettere in vendita ville, auto, collezioni d’arte (13.000 pezzi dal valore di 2,7 miliardi di USD) e gioielli, ma anche a ricorrere all’indebitamento bancario per evitare di vendere alcuni asset importanti e cedere il controllo delle partecipate più appetibili.

Comunque vada a finire – sappiamo che il debito con l’erario sudcoreano è stato rateizzato in 5 anni – la vicenda degli eredi Samsung è interessante almeno sotto due profili.

Il primo, come già detto, è quello dell’inevitabile confronto tra l’aliquota successoria del paese asiatico (60%) e quelle italiane, che sono comprese tra il 4% ed l’8% e sono spesso rese inefficaci da franchigie generosissime per moglie e figli. Pertanto, mentre gli imprenditori ultra-ricchi sudcoreani – così come le famiglie di ogni fascia economica – si sono adattate a questo sistema impositivo così estremo accantonando una liquidità adeguata per affrontare i costi della successione (che sono anche commisurate al patrimonio, e non solo al grado di parentela degli eredi), le famiglie imprenditoriali italiane non accantonano sufficientemente e preferiscono privilegiare le quote aziendali, le partecipazioni azionarie e, soprattutto, il patrimonio immobiliare.

Il secondo, invece, genera una più larga riflessione sulla stessa ratio dell’imposta di successione, nonchè una serie di perplessità. In particolare, ci si chiede se è ancora sostenibile costringere gli eredi ad una dismissione forzosa di una parte del patrimonio, frutto di talento, fatica e senso degli affari del de cuius e/o della famiglia di origine, per consentire allo Stato un gettito fiscale da destinare, solo in via di principio, alla redistribuzione della ricchezza tra le classi sociali più svantaggiate, senza avere alcuna sicurezza che queste entrate vengano in qualche modo vincolate a questa finalità e non si perdano, invece, in mille rivoli che nulla c’entrano con l’obiettivo sociale originario. Inoltre, se la tassazione ordinaria imposta alle aziende – ancora piuttosto elevata in Italia – assolve già al principio della redistribuzione della ricchezza sociale (in questo caso tramite le politiche del lavoro finanziate dal gettito fiscale), questa ulteriore imposta viene percepita da sempre come una “doppia tassazione” sul patrimonio degli imprenditori, i cui beni personali sono legati a doppio filo con le attività imprenditoriali che sono state già debitamente tassate in vita.

La scioglimento di questi dubbi non è semplice, ma è certo che non esiste alcun vincolo contabile che costringa lo Stato a spendere il gettito fiscale derivante dalle imposte di successione e donazione a vantaggio di specifiche categorie di interessi collettivi (es. formazione alle imprese, borse di studio accademiche, sostegno agli studi per gli studenti meritevoli), per cui risulta quasi incomprensibile la necessità di mantenere tale imposta e non prevedere, invece, il mantenimento del sistema attuale o la sua totale eliminazione.

Peraltro, in Italia il tessuto imprenditoriale è fatto di piccole e medie imprese, ed un passaggio generazionale privo di qualunque imposizione fiscale di stampo “sudcoreano” (o europeo) assicurerebbe una certa continuità strategica per lo sviluppo economico del Paese. Infatti, è noto come più della metà delle PMI italiane abbiano ancora alla guida i fondatori ultra sessantenni, i quali nei prossimi 15-20 anni dovranno passare il testimone agli attuali millennials. Inoltre, la statistica è impietosa nel ricordare che il 50% delle imprese familiari italiane scompare già alla seconda generazione, e solo un quinto arriva alla terza.

La sensazione generale è che la ratio della imposta sulle successioni e donazioni, ossia l’effetto di redistribuire la ricchezza, non ha alcun appiglio con la realtà, e che ciò accadrebbe anche qualora si scegliesse di dare seguito alle pressioni dell’Europa aumentando le aliquote (e/o diminuendo la franchigia) per rimpolpare il gettito. Il rovescio della medaglia è che una maggiore imposizione potrebbe incidere irrimediabilmente su molti dei patrimoni familiari degli imprenditori, contribuendo così all’indebolimento del tessuto imprenditoriale italiano, con ricadute occupazionali negative che vanificherebbero gli incerti effetti della redistribuzione della ricchezza.

The Global Banking Forum, ovvero le sfide che attendono banca e finanza

I principali protagonisti del mondo del credito e della finanza a confronto sulle nuove sfide tecnologiche e opportunità di mercato. Dalle ore 9.30 alle 16, in diretta streaming, un’ampia riflessione a più voci sui grandi temi e le sfide generate dall’innovazione tecnologica, dal processo di raggruppamento degli istituti e dalla ripresa economica post pandemia.

Milano, 26 aprile 2021 – Il futuro del mondo finanziario e bancario in Italia e nel mondo, l’inevitabile impatto della trasformazione digitale e gli strumenti finanziari più idonei a sostenere lo sviluppo: saranno questi i temi al centro del Global Banking Forum, un nuovo appuntamento organizzato da Eccellenze d’Impresa, il laboratorio di idee e innovazione per le PMI italiane, promosso da GEA, Harvard Business Review e Arca Fondi SGR.

Il Forum ha come partner scientifici Prometeia e ASSBB, l’Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e il patrocinio di Borsa Italiana e della Commissione europea.

Il prossimo 11 maggio i principali protagonisti del mondo del credito e della finanza si confronteranno in tre sessioni (ore 9.30 – 16) in diretta streaming su www.eccellenzedimpresa.it  per un’ampia riflessione a più voci sui grandi temi e le sfide che attendono il mondo del credito alla luce dell’innovazione tecnologica, del processo di raggruppamento degli istituti e della ripresa economica post pandemia.

“In questa fase di profondo cambiamento per il settore bancario e di grandi investimenti in innovazione tecnologica questo eccezionale momento di confronto tra numerosi protagonisti del settore può aiutare a capire quali direzioni sta prendendo il sistema e a quali trasformazioni assisteremo.” dice Enrico Sassoon, direttore di Harvard Business Review Italia e ideatore dell’iniziativa.

Luigi Consiglio, presidente di GEA – Consulenti di direzione, ha aggiunto: “La trasformazione del sistema creditizio si interseca con una situazione economica eccezionale. La digitalizzazione ha favorito l’ingresso di nuovi protagonisti e nuove pratiche di mercato. Questi scenari richiedono da parte dei sistemi finanziari e di credito investimenti, ma anche un cambiamento culturale profondo.”.

“La ripresa che tutti ci auspichiamo dovrà poter contare sul supporto del sistema bancario. Si dovranno trovare anche nuovi strumenti finanziari per raccogliere e indirizzare il risparmio privato. L’Italia resta uno dei Paesi con i più alti tassi di risparmio personale, una risorsa importante che potrebbe essere utilizzata per favorire la crescita del sistema economico del Paese.” aggiunge Ugo Loeser, amministratore delegato di Arca Fondi SGR e che proprio su questo tema coordinerà la tavola rotonda del pomeriggio.

Apriranno i lavori del Forum Enrico Sassoon, direttore di Harvard Business Review Italia e presidente di Eccellenze d’Impresa, Massimo Gaudina, capo della Rappresentanza a Milano della Commissione europea che dà il patrocinio all’iniziativa, Rony Hamaui, segretario generale di ASSBB Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa e docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e Angelo Tantazzi, presidente di Prometeia.

Enrico Sassoon

Nella prima sessione, dedicata ai nuovi modelli strategici e operativi che caratterizzano l’evoluzione del sistema bancario, interverranno, moderati da Nazzareno Gregori, presidente di ASSBB e direttore generale di Credito Emiliano: Patrizia Grieco presidente di MPS, Giuseppe Latorre partner e head of Financial Services di KPMG, Elena Lavezzi head of Southern Europe di Revolut, Giuseppe Lusignani vicepresidente di Prometeia, Giovanni Sabatini, direttore generale di ABI e Davide Serra amministratore delegato di Algebris Investments.

La successiva sessione avrà come tema centrale la riflessione sul vortice della trasformazione digitale. A parlare di nuovi protagonisti, nuova organizzazione e nuovi sistemi di pagamento si alterneranno: Ugo Cotroneo managing director & partner di Boston Consulting Group, Elena Goitini amministratore delegato di BNL BNP Paribas, Alessandra Losito direttrice generale di Pictet Wealth Management Italia, Roberto Nicastro presidente di Aidexa, Ignazio Rocco ceo di Credimi e Pietro Sella ceo di Sella Group, moderati da Angelo Tantazzi, presidente di Prometeia.

Luigi Consiglio

L’ultima sessione lancerà uno sguardo oltre la crisi, analizzando gli strumenti finanziari migliori per sostenere lo sviluppo. Coordinati da Ugo Loeser ceo di Arca Fondi SGR, interverranno: Ugo Bassi direttore Mercati finanziari della Commissione europea, Raffaele Jerusalmi amministratore delegato di Borsa Italiana che patrocina l’evento, Monica Mandelli managing director di KKR, Victor Massiah past president di ASSBB, Giovanni Sandri country head for Italy di BlackRock e Giovanni Tamburi presidente di Tamburi Investment Partners.

Prima delle conclusioni dell’intensa giornata di lavori, affidate al presidente di GEA – Consulenti di direzione Luigi Consiglio, interverrà Alessandra Perrazzelli, vicedirettrice generale di Banca d’Italia.

Consulenti finanziari USA, business in forte espansione. Più stress, più clienti e più patrimonio

Secondo un recente studio, l’attività dei consulenti finanziari americani non è mai così fiorente come durante l’epidemia di Covid. In aumento sia le masse gestite che il numero dei clienti, e più tempo da passare a casa con le proprie famiglie.

In occasione di un aggiornamento del terzo “Advisor Wellness Survey” annuale di FlexShares Exchange Traded Funds (di Northern Trust Asset Management), circa 450 consulenti finanziari americani sono stati intervistati su come andava la loro attività nel periodo 2020-2021, e dall’indagine è venuto fuori una sintesi comune a tutti: più stress per via dell’adattamento alle nuove metodologie di contatto e relazione, ma più clienti e più portafoglio.

Nel dettaglio, il 62% degli intervistati ha affermato di aver aumentato il proprio patrimonio netto gestito durante la pandemia, sia nel 2020 che nel primo trimestre del 2021, e il 57% ha affermato di aver aumentato il numero di clienti. Solo il 7% ha segnalato un calo delle attività, e il 6% ha segnalato un calo dei clienti.

Il passaggio al lavoro a distanza (smartworking), pertanto, non ha avuto alcun impatto sulla loro attività, ed il 51% dei consulenti ha visto la pandemia anche come un’opportunità per trascorrere più tempo con le proprie famiglie mentre si lavora a casa, nonché un’opportunità per ripensare il proprio ruolo o modello di business (46%). Inoltre, nonostante le riaperture avvenute in tutti i quartieri finanziari delle città statunitensi, molti consulenti finanziari continuano a mantenere l’attività prevalente a casa, lavorando meno nei tradizionali uffici, i quali si stanno rapidamente trasformando in “smart building“. 

Nonostante le sfide lanciate dal Covid con continuità fino ad oggi, i consulenti hanno affermato che il loro livello di stress complessivo è essenzialmente alla pari con quello del 2018-2019, in cui i mercati sono stati la principale fonte di stress (2018 annus horribilis). Durante la pandemia, circa sette consulenti su 10 sono stati sradicati dal loro normale ambiente di lavoro, e tutti loro sono rimasti costantemente sollecitati sulla ricostruzione e aggiornamento della propria attività (44,3%) e su questioni di conformità e regolamentazione (43,5%). Anche queste cose si sono classificate come fonti di stress.

Nonostante tutto, la soddisfazione complessiva sul livello di carriera raggiunto e l’equilibrio tra lavoro e vita privata sono rimasti praticamente invariati e in gran parte positivi, secondo il sondaggio. I consulenti finanziari hanno riportato una soddisfazione professionale del 78% nel 2020, rispetto al 76% nel 2018-2019. Alla domanda su cosa amassero di più dell’essere un consulente finanziario, gli intervistati hanno dichiarato in modo schiacciante che era la loro capacità di aiutare e fornire servizi a coloro che ne avevano bisogno (58%), seguita da indipendenza e flessibilità (19%) e dalle relazioni che hanno formato (13%).

Circa un terzo degli intervistati (36%) ha attribuito uno scenario complessivamente positivo alla pandemia, che secondo loro ha fornito un rinnovato senso di scopo nel loro lavoro. Le donne consulenti hanno sperimentato livelli di stress più elevati rispetto ai loro colleghi uomini (55,3% contro 46,9%), e livelli di stress superiori alla media nazionale del 48,9%.

Secondo i risultati dello studio, lo stress è stato generato da un mix unico di fattori che influenzano le donne più degli uomini. Dal lavoro, alla vita familiare, al tenere i genitori anziani o le persone a carico al sicuro dal contagio, le donne hanno affermato di sentirsi schiacciate dalle responsabilità del lavoro e della famiglia in misura maggiore rispetto agli uomini che hanno partecipato allo studio.

Enasarco, accolta l’istanza di Fare Presto sulla elezione del Cda. Assopam: sui conti vogliamo vederci chiaro

La vicenda di Enasarco, negli ultimi 15 mesi, ha vissuto di improvvise accelerazioni dello scontro tra la vecchia-nuova governance, e la lista Fare Presto!, che rivendica ancora oggi l’invalidità della composizione dell’attuale Cda. Dopo la sentenza del tribunale di Roma dello scorso 22 Aprile, Assopam apre le danze e riaccende il confronto, che si preannuncia più aspro che mai.

Si riaccende lo scontro in Enasarco, e se qualcuno pensava che la pandemia, da un lato, ed il silenzio delle parti in causa, dall’altro, fosse un segnale di “normalizzazione” dagli eventi di Novembre e Dicembre 2020, si sbagliava di grosso.

Infatti, lo scorso 22 Aprile il Tribunale Civile di Roma, sezione XVI Civile, a proposito della elezione del Cda di Enasarco, ha accolto l’istanza cautelare presentata dalla coalizioneFare Presto!” (di cui fa parte anche Anasf) ed ha sospeso l’efficacia della delibera assunta dalla Commissione Elettorale della fondazione Enasarco del 28 dicembre 2020, sulla base della quale è stato eletto il Consiglio di amministrazione dell’Ente. A distanza di sole 24, sulla scorta della decisione giudiziale, Assopam – che fa parte della coalizione Fare Presto – da fuoco alle polveri con un comunicato stampa che se non è una dichiarazione di guerra, ci manca poco.

Il prossimo 29 Aprile, peraltro, è convocata l’assemblea dei delegati Enasarco, in occasione della quale è previsto il loro parere per l’approvazione del bilancio consuntivo. “I vertici di Assopam – si legge nella nota – prendono le distanze e sollevano una questione importantissima: come si fa a pretendere di far esprimere al voto gli ignari delegati (estranei a tutte le attività della governance Enasarco) per approvare o meno un bilancio così delicato, per di più solo alcuni giorni prima dalla data stabilita? Forse c’è chi considera i delegati come degli sprovveduti”. “E’ chiaro che la responsabilità di un eventuale approvazione del bilancio consuntivo ricadrebbe esclusivamente sulla testa dei delegati, quindi perché votare a occhi chiusi?”.

“Ci troviamo davanti ad un bilancio farraginoso – prosegue la nota di Assopam – chiuso con un utile di 50 milioni che, rapportato al patrimonio finanziario e immobiliare di oltre 6 miliardi di euro, rappresenta un misero 0,8%. Molto probabilmente un bambino di cinque anni avrebbe raggiunto risultati migliori”. “Si tratta, però, di un utile ‘sulla carta’, in cui non è stato considerato il Fondo Fenice e i rischi finanziari derivanti dal contenzioso, i quali ammontano a 162 milioni di euro per cause pendenti”.

Raffaele Tafuro

“Inoltre – affermano i vertici di Assopam – fa molto discutere il fatto che in un ente in cui vengono amministrati cifre così importanti sia orfano da oltre due anni del Direttore Finanza. E’ come far partecipare Valentino Rossi al moto mondiale senza la sua moto. In compenso, però, si spendono quasi sei milioni di euro in consulenze (per lo più in spese legali) nonostante gli oltre 20 dei 400 dipendenti della Fondazione siano avvocati. A queste spese, inoltre, bisogna aggiungere altri 450.000 euro per un software dedicato al controllo del contenzioso, e quelle sostenute per il software “urna elettorale”, costato ben 173mila euro. Infine, è necessario riflettere sui soldi spesi in hardware per lo smartworking dei dipendenti, e gli oltre due milioni di euro per un call center esterno”.

“Infine – conclude la nota firmata dal presidente di Assopam Raffaele Tafuro – è importantissimo capire se il patrimonio immobiliare sia conforme al valore dichiarato. Secondo noi no. Forse qualcuno non ha ben compreso che i tempi sono cambiati, e che i soldi delle future pensioni degli agenti devono essere custoditi con cura e senza sprechi. A proposito di sprechi, qualcuno potrebbe darci una giustificazione plausibile circa il mega stipendio del Direttore Generale?”.

Asset Management, per Moody’s l’outolook è negativo. Ecco le sfide di lungo termine imposte dal Covid

Analisi del mercato del Risparmio gestito effettuata dal lato dell’offerta. Tra i maggiori players della produzione e quelli della distribuzione di strumenti finanziari cambia la “visione industriale” del futuro.

Da diversi anni, l’insieme delle aziende che operano nel mercato degli strumenti finanziari viene sempre più spesso definito come una “industria”, poiché il processo di vendita di fondi, sicav, gestioni patrimoniali e polizze di vario ramo deve necessariamente sottostare ai tipici meccanismi della progettazione, autorizzazione, produzione, distribuzione e controllo, come in qualsiasi settore industriale.

Allo stesso modo, all’interno dell’industria del Risparmio esistono attori della produzione e attori della distribuzione, che a volte coincidono – lo vediamo nei grandi agglomerati dei maggiori gruppi bancari del mondo – ma sempre più spesso, soprattutto in Italia, sono ben distinti tra loro. La c.d. Architettura Aperta, nel settore della distribuzione, ne è la prova più evidente, con il “multimanager” che impera da circa 15 anni e costituisce un “mantra” della distribuzione e della consulenza.

Ciò che è meno chiaro ai più, però, è che tra le due categorie di attori – produzione e distribuzione di strumenti finanziari – cambia la “visione industriale”: di medio-lungo periodo per i primi, di breve periodo (con rare puntate nel medio) per i secondi. E così, mentre le banche-reti  (riunite in Assoreti) brindano ogni mese a nuovi record di raccolta, i players dell’Asset Management (società di gestione del risparmio), pur esprimendo fiducia nel futuro, non manifestano uguale euforia.

Questo sentimento di prudenza è ben sintetizzato da uno studio di Moody’s, che sintetizza i risultati a consuntivo e le prospettive, non esattamente entusiastiche, per il futuro. Secondo il suo report, infatti, nel corso del 2020 gli asset dei gestori di fondi europei sono saliti alla cifra record di 11,3 trilioni di euro, nonostante la pandemia, grazie alla spinta che i mercati finanziari hanno ricevuto dal supporto delle banche centrali e dagli stimoli dei governi. I gestori di fondi hanno riportato 156 miliardi di euro di flussi netti nella seconda metà del 2020, mentre la fiducia degli investitori è stata alimentata dalle misure di sostegno pubbliche e dall’ottimismo sull’avvio della campagna vaccinale. “I gestori di fondi europei hanno avuto un anno record, pur nel contesto della pandemia. I ricavi per le commissioni di gestione sono saliti del 10% durante la seconda metà del 2020, riflettendo la più alta media di asset in gestione e i più forti flussi nei fondi“, ha commentato all’ANSA Marina Cremonese (nella foto), analista senior di Moody’s. Il margine di EBITDA degli asset manager indipendenti è salito del 32%, rispetto al 29% della prima parte dell’anno, grazie a commissioni di gestione più alte, spese operative più contenute e costi di distribuzione stabili, mentre la pandemia ha ridotto i costi per i viaggi e il marketing.

Nonostante questo, però, l’outlook di Moody’s per l’industria globale dell’asset management resta comunque negativo, in quanto la crisi scatenata dal coronavirus intensificherà le sfide di lungo termine.

Eppure, l’industria del risparmio gestito in Italia appare in grande salute, nonostante la pandemia. Banca Generali, per esempio, ha totalizzato una raccolta netta di 646 milioni di euro nel mese di marzo, portando il totale da inizio anno a 1,66 miliardi ed evidenziando un significativo incremento delle soluzioni gestite, mentre Azimut ha raccolto nel primo trimestre 2021 2,5 miliardi al netto dell’acquisizione di Sanctuary Wealth, portando il totale delle masse (comprensive del risparmio amministrato) a 72,3 miliardi e quello delle masse in risparmio gestito a 50 miliardi.

Viene da chiedersi, alla luce di questi consuntivi, perché Moody’s parli di outlook negativo, e per farlo bisogna analizzare il contesto. Innanzitutto, nonostante l’aumento delle masse in raccolta gestita e quello degli utili dei gruppi bancari, la situazione prospettica non è priva di rischi “adattivi”, ancora in corso per le reti con massa critica inferiore alla “soglia di allarme” di 25 miliardi, che nel medio-lungo periodo compensano, con il loro maggior costo, la crescita dei ricavi: alto livello di oneri di trasparenza e compliance, compressione dei margini – sui quali l’ESMA è recentemente intervenuta – pressione sulla riduzione degli incentivi (inducement), ulteriore aumento della complessità degli accordi distributivi per via del controllo sui requisiti di trasparenza e, quindi, possibile concentrazione del numero di accordi distributivi diretti. Naturalmente, esistono anche le opportunità, individuabili nelle possibili soluzioni “industriali” idonee a ridurre la complessità degli accordi distributivi ed a mantenere elevata la remunerazione, gli investimenti sulle piattaforme di collocamento elettronico degli strumenti di risparmio gestito e la capacità del sistema e dei suoi addetti, rispettivamente, di sviluppare prodotti personalizzati e di intensificare il livello di relazione con i clienti-investitori.

Con la riduzione del rendimento delle asset class tradizionali e il tramonto ormai definitivo della remunerazione “cuscinetto” prestata dai comparti obbligazionari (in particolare quelli governativi), è irrinunciabile introdurre anche per la clientela “mass” e “affluent” nuove strategie di composizione del portafoglio – c.d. asset allocation – privilegiando i comparti meno tradizionali, e cioè quelli azionari e flessibili, al fine di ricercare il rendimento di medio-lungo periodo. A questa piccola/grande rivoluzione, che potremmo definire nel passaggio culturale dal ruolo di risparmiatore a quello di investitore, deve corrispondere, da parte delle aziende di asset management, una diversa strategia di marketing e di gestione per strutturare maggiormente l’offerta nel rispetto dei profili di rischio.

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Pertanto, è già cambiato il modello di servizio dell’Asset Management, oggi ben costruito attorno ad un mix di canali differenziato: da un lato le reti di consulenti finanziari, che continueranno a privilegiare la distribuzione tradizionale, e dall’altro i canali digitali, maggiormente idonei a raccogliere le innovazioni di prodotto e l’avanzata inarrestabile degli ETF. In ogni caso, il comune denominatore è già la crescita di volumi e la standardizzazione degli strumenti.

Infine, i trend demografici, che spingeranno verso prodotti adatti a gestire soprattutto gli aspetti previdenziali e successori.

Come la pandemia ha cambiato le priorità finanziarie degli investitori USA. E quelli italiani?

Secondo alcune ricerche, a seguito della pandemia gli investitori USA hanno aumentato l’apporto di mezzi finanziari ai propri programmi pensionistici, e i genitori americani stanno avendo più conversazioni con i propri figli in materia di finanza. In Italia, siamo lontanissimi da questo tipo di coinvolgimento.

La pandemia COVID-19 ha rimodellato i modi in cui molti investitori stanno spendendo e risparmiando i loro soldi, ma per i risparmiatori statunitensi una priorità non è cambiata affatto: quella di prepararsi per la pensione.

L’americano medio, infatti, non appena trova lavoro stabile – più o meno verso i 25 anni – mette in pratica tre azioni programmatiche di risparmio di lunghissimo periodo: pagare la copertura sanitaria (quando questa non viene inclusa nel pacchetto retributivo o come benefit, totale o parziale, dall’azienda presso cui si lavora), contrarre un mutuo per acquistare casa e sottoscrivere un fondo pensionistico.

Non ci si perde tempo, queste azioni fanno parte del bagaglio educativo e del corredo sociale che ogni americano eredita dai propri genitori. Si risparmia conoscendo già tre fondamentali obiettivi di spesa, che insegnano l’investitore USA ad avere una elevata consapevolezza finanziaria in giovanissima età, anche prima di entrare al college. Non è un caso che i consulenti finanziari americani lavorino tantissimo con i giovani millennials, e adeguino continuamente la propria offerta di servizi a queste tre esigenze di vita, che richiedono un forte supporto in termini di consulenza.

Gli italiani vivono storicamente in un contesto diverso, dove il welfare state ha spento sul nascere questo modo di intendere la finanza personale. Contestualmente, ha spento anche qualunque consapevolezza finanziaria, anche adesso che servirebbe per poter colmare, tra appena 15 anni, il vuoto pensionistico che i cinquantenni di oggi vivranno sulla propria pelle, ricavando pensioni pubbliche davvero “povere” rispetto alle generazioni precedenti.

Allo stesso modo, la consulenza finanziaria italiana e americana si differiscono moltissimo, e nel nostro paese l’ottica del rendimento di breve-medio periodo e l’assenza di una programmazione specifica padroneggiano ancora i criteri di scelta di un investimento e, in definitiva, anche del proprio consulente. In particolare, il benessere personale al raggiungimento dell’età pensionabile è ancora uno degli obiettivi più trascurati in Italia, e lo scoppio della pandemia ha aumentato i risparmi senza veicolarli in programmi pensionistici né in coperture sanitarie aggiuntive. Negli Stati Uniti, secondo i nuovi risultati del sondaggio di Ameriprise Financial, nonostante la pandemia il 69% di coloro che avevano stabilito in precedenza quando sarebbero andati in pensione ha affermato che il loro obiettivo non è cambiato. Quasi uno su cinque (18%), poi, ha addirittura accelerato i propri piani di pensionamento e, di questi intervistati, l’83% ha affermato che la decisione è stata volontaria. Solo il 13% di coloro che avevano in mente una data di pensionamento ha affermato che la pandemia ha ritardato questo obiettivo.

Lo studio sulle priorità finanziarie di Ameriprise ha intervistato più di 3.000 americani con almeno $ 100.000 in asset investibili, per capire a cosa tengono di più quando si tratta dei loro soldi e come sono cambiate le loro priorità tra le sfide dell’ultimo anno. In particolare, la maggioranza degli intervistati (63%) ha affermato che il proprio reddito familiare non è stato influenzato dalla pandemia, e il 10% ha aggiunto che il proprio reddito è effettivamente aumentato. Tuttavia, il 25% del campione ha riferito di guadagnare meno denaro, a dimostrazione del pedaggio irregolare che COVID-19 ha avuto sulle finanze degli americani.

In questo contesto, più di 6 intervistati su 10 hanno affermato che proteggere le proprie attività finanziarie (63%) e pianificare l’incertezza (62%) sono più importanti per loro adesso rispetto a prima della pandemia, e più di un quarto (26%) intende aumentare l’importo investito a lungo termine nel 2021.

Allo stesso modo, quasi la metà (45%) degli intervistati ha ridotto la propria spesa durante la pandemia e il 30% di loro si aspetta di rimanere frugale in futuro, ha rilevato il sondaggio, e una volta terminata la pandemia, un quarto degli investitori prevede di spendere più soldi del solito in attività che hanno posticipato.

Non sorprende che la salute e la sicurezza siano balzate in cima come priorità per gli investitori USA. In effetti, il 71% dei partecipanti al sondaggio ha affermato che mantenere la propria famiglia al sicuro è più importante per loro ora rispetto a prima della pandemia. Inoltre, il 63% degli investitori che non disponeva di un fondo di risparmio di emergenza prima della pandemia ne ha creato uno o prevede di farlo presto. Allo stesso modo, il 44% degli intervistati che non aveva un testamento o un piano successorio in precedenza, ne ha creato uno negli ultimi 12 mesi o prevede di farlo presto.

Gli investitori stanno anche avendo più conversazioni finanziarie con i loro parenti più stretti. Tra gli intervistati USA che sono genitori, infatti, il 30% ha affermato di discutere maggiormente le finanze con i propri figli. In Italia, siamo lontanissimi da questo tipo di coinvolgimento, che presume un elevato tasso di educazione finanziaria, molto carente nel Belpaese.

“Le circostanze straordinarie dell’ultimo anno hanno convinto molte persone, anche quelle che avevano già una solida base finanziaria, a intraprendere azioni che avrebbero potuto rimandare in precedenza”, afferma Marcy Keckler, Vicepresidente della strategia di consulenza finanziaria di Ameriprise. “Gli investitori stanno prestando maggiore attenzione alle loro finanze e stanno apportando importanti cambiamenti per rafforzare la loro situazione finanziaria”.

Il contesto appena delineato amplifica le differenze tra USA e Italia: nel primo, gli investitori cercano di sostenere le proprie finanze attribuendo un valore elevato alla consulenza di un professionista, in Italia e in Europa si tende, invece, ad un affievolimento delle funzioni e del numero dei professionisti presenti, e non sono in pochi a pensare che ciò sia il risultato di un preciso disegno politico internazionale dell’EU.

Eppure, una circostanza accomuna i consulenti finanziari di entrambi i paesi: secondo un sondaggio condotto online da Artemis Strategy Group a Gennaio 2021 tra 3.028 americani di età compresa tra 30 e 70 anni e con $ 100.000 o più in asset investibili, la maggior parte degli intervistati  ha affermato che la pandemia ha confermato l’importanza di lavorare con un consulente finanziario, ed il 39% degli intervistati che non ha un consulente al proprio fianco ritiene che lavorare con uno di essi potrebbe aiutarli a resistere a cambiamenti inaspettati. Anche in Italia, gli studi effettuati subito dopo il mese di Maggio 2020 hanno rilevato gli stessi risultati in merito all’indice di soddisfazione degli investitori assistiti da un consulente, ma nessun risultato così confortante abbiamo rispetto a quanti vorrebbero averne uno.

L’ESMA ha intenzione di sacrificare i consulenti finanziari sull’altare della politica europea?

L’ultimo documento dell’ESMA sui costi dei servizi finanziari in Italia si rivela come un concentrato di ipocrisia comunicativa, tipico di chi vuole imporre all’industria obiettivi di politica internazionale: nessun richiamo alla sostenibilità finanziaria di una ulteriore riduzione dei margini, e le performance degli strumenti finanziari analizzate solo in funzione dei loro costi. 

Di Massimo Bonaventura

Prima di rispondere alla domanda posta dal titolo di questo articolo, è buona pratica analizzare il contesto da cui essa si genera.

Dopo aver imposto all’industria del Risparmio europeo, attraverso le MiFID, una riforma che ha rivelato tutta la sua inconcludenza nei momenti difficili, e dopo aver obbligato le banche a sostenere oneri aggiuntivi per circa 2,5 miliardi di euro, l’ESMA non intende fermarsi nella sua “furia politica iconoclasta” contro i costi dei servizi di investimento, sciorinando un rapporto che finisce con l’essere una chiara manifestazione di intenti – neanche troppo futuri – con cui si mette a rischio la sopravvivenza di un intero modello economico che dà lavoro a decine di migliaia di addetti. Infatti, il recente documento dell’ESMA dal titolo molto eloquente “I clienti al dettaglio continuano a perdere a causa dei costi elevati dei prodotti di investimento” (“retail clients continue to lose out due to high investment products costs”), da un lato intende mettere a nudo le scarse capacità delle società di gestione di realizzare performance in grado di compensare adeguatamente con i risultati i costi del servizio, ma dall’altro svela una posizione “dogmatica” che, con le logiche dell’industria, c’entra poco e niente.

Infatti, nel suo terzo rapporto statistico annuale sul costo e la performance dei prodotti di investimento al dettaglio dell’Unione europea, l’ESMA rileva che i costi di investimento in prodotti finanziari chiave, come fondi OICVM, fondi alternativi al dettaglio e prodotti di investimento strutturato (SRP) rimangono elevati e riducono il risultato dell’investimento per gli investitori finali, e che “le informazioni chiare e comprensibili sull’impatto dei costi sui rendimenti sono fondamentali per consentire agli investitori di prendere decisioni di investimento informate”.

Fin qui nulla di nuovo; del resto, la rendicontazione ai clienti non è certamente più una novità, e gli investitori non sono mai stati – sulla carta – così informati come oggi grazie alla ulteriore “operazione trasparenza” messa in opera dalla MiFID II. Il rapporto, però, si snoda in una serie di osservazioni che mettono in relazione due grandezze, ossia costi e rendimenti, completamente diverse tra loro sia per natura che per finalità: i primi sono grandezze di natura quasi del tutto fissa, e servono a determinare la sostenibilità di tutti i costi e degli utili per gli azionisti delle aziende facenti parte dell’industria del Risparmio; i secondi sono una grandezza variabile che serve a remunerare il capitale investito dai risparmiatori e determinano, in funzione delle specifiche categorie a cui appartengono gli strumenti finanziari, la qualità e l’affidabilità nel tempo del lavoro svolto dai gestori e dai distributori. L’ESMA, pertanto, mette in relazione strettissima un indice di quantità e un indice di qualità, ossia due grandezze per nulla sostituibili né fungibili, ma “ne fa funzione” fino a fare dei primi (i costi) l’unica variabile che ha il dovere di mutare.

In sintesi, il messaggio implicito dell’ESMA è questo: siccome il mercato non consente di andare al di là di certi risultati, bisogna tagliare i prezzi, e quindi licenziare del personale, risparmiare sui costi fissi e variabili, per consentire ai risparmiatori di ottenere performance più soddisfacenti. Praticamente, è come dire che, se le banane vendute al mercato non sono poi così buone, bisogna tagliare i costi di produzione e distribuzione delle piantagioni di banane per ottenere un raccolto di migliore qualità.

Ma chi lo ha detto? Con una logica come questa, l’anno successivo avremo meno banane al mercato, e non è detto che quelle che arriveranno saranno più buone di quelle dell’anno prima. 

L’ESMA, pertanto, con la sua crociata contro i costi dei servizi di investimento mostra di non ritenere poi così importante l’unica grandezza che conta veramente nel settore del Risparmio, e cioè la ricerca della qualità (nel tempo). I suoi documenti, anziché contenere una contraddizione in termini, dovrebbero sollecitare – anche forzosamente – la ricerca di una maggiore profondità e selezione nelle ricerche e nello studio dei mercati finanziari, invece di “vincere facile” imponendo alle aziende di ridurre “ad oltranza” i costi per la clientela e, quindi, i propri ricavi e utili. Questo “gioco”, negli ultimi dodici anni, è costato la testa di migliaia di consulenti con un portafoglio medio inferiore ai 10 milioni di euro, sacrificati sull’altare dell’ideologia amministrativa e della politica europea che costringeva le reti a dover rincorrere i legittimi obiettivi di sostenibilità per i propri conti economici.

In definitiva, l’ultimo documento dell’ESMA sui costi dei servizi finanziari in Italia si rivela come un concentrato di ipocrisia comunicativa, tipico di chi vuole imporre all’industria obiettivi di politica internazionale: nessun richiamo alla qualità del servizio, né alla sostenibilità finanziaria di una riduzione dei margini, e le performance degli strumenti finanziari analizzate solo in funzione dei loro costi

A dimostrazione che si tratti, da parte dell’ESMA, di un atteggiamento squisitamente politico, i suoi burocrati non hanno mai prodotto un solo studio che definisca, una volta per tutte, il livello “equo” di costi che un investitore è tenuto a pagare in relazione alla qualità del servizio ricevuto, e che consenta all’industria del Risparmio (e ai suoi addetti) di avere una visione chiara del futuro che non sia quella di una totale “disintermediazione” della distribuzione e la conseguente sparizione dal mercato di reti e consulenti. E se sono bastati tredici anni per abbattere i margini commerciali del 50%, quel timore è oggi più che giustificato.

Del resto, l’approccio “burocratico” dell’Europa, come è stato dimostrato dai “elefanti normativi” delle due MiFID, mostra di privilegiare la quantità assicurata dalla c.d. Consulenza Difensiva, e non la qualità né l’interesse dei risparmiatori, i quali non hanno mai visto una campagna mediatica preventiva che spiegasse loro gli intenti dell’Europa in relazione alla trasparenza finanziaria, e nemmeno conoscono la storia delle due MiFID: in considerazione dell’altissimo valore sociale dell’iniziativa – la tutela del Risparmio – non sarebbe stato dovere dell’ESMA informare i cittadini europei, come accade in qualunque processo di formazione legislativa sui grandi temi (es. riforma della Giustizia, Clima e tutela dell’Ambiente, Sanità Pubblica, Scuola etc), prima e dopo il rilascio delle MiFID?

A quanto pare, per l’ESMA non era necessario tenere informato il pubblico dei risparmiatori, semplicemente perché non gli interessava farlo. Se non è ipocrisia questa….