Giugno 18, 2026
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INVESTITORI

Prevenire gli effetti dell’inflazione è difficile, soprattutto quando non sai esattamente come farlo

Il presidente della Fed Jerome Powell afferma che il controllo delle aspettative di inflazione è la chiave per raggiungere i doppi obiettivi della banca centrale di stabilità dei prezzi e massima occupazione. Il problema è che non è chiaro come la Fed possa farlo mentre l’economia emerge prepotentemente dalla pandemia.

Leggendo i manuali di economia, in molti sono portati a pensare che le banche centrali abbiano il controllo assoluto di variabili come l’inflazione, come se questa non possa essere influenzata da altri fattori che, al contrario, non sono controllabili se non quando si sono già avverati e stanno cominciando a far sentire i propri effetti. Le aspettative tra i consumatori, per esempio, possono variare notevolmente a seconda della loro età e del sesso, e non sono particolarmente sensibili a ciò che fa e dice la banca centrale. Inoltre, gli atteggiamenti delle imprese, probabilmente gli attori più importanti nel processo di inflazione perché fissano i prezzi, sono spesso imperscrutabili per via della scarsità di sondaggi che diano indicazioni del loro pensiero sull’argomento. Oggi, in particolare, risulta difficile gestire quelle aspettative quando ti trovi in una situazione nuova e, a detta dell’ex governatore della Fed Randall Kroszner “non sai esattamente come farlo”.

L’attenzione della banca centrale americana si è spostata sul tentativo di fermare l’aumento vertiginoso dei timori di inflazione dopo un aumento annuale dei prezzi del 5% e un balzo delle aspettative dei consumatori al loro livello più alto dal 2013 in un sondaggio mensile della Fed di New York. Powell sostiene che i forti aumenti dei prezzi si dimostreranno in gran parte transitori, e che le aspettative nel complesso sono nel punto in cui la Fed le vuole. Le proiezioni a più lungo termine sono salite a “un intervallo coerente con i nostri obiettivi”, ha detto ai giornalisti quindici giorni fa, dopo che i responsabili delle politiche hanno inaspettatamente previsto due aumenti dei tassi di interesse nel 2023 rispetto alla loro impostazione attuale vicina allo zero.

Nonostante alcuni economisti abbiano minimizzato l’importanza dei cambiamenti nelle aspettative, sostenendo che ci sono poche prove dagli anni ’80 che modificazioni nelle aspettative abbiano portato frizioni nel tasso di inflazione effettiva, le persone che in passato hanno vissuto un’alta inflazione, hanno aspettative sistematicamente più alte, nonchè una maggiore avversione per l’inflazione rispetto alle persone che non hanno avuto questa esperienza. Ciò è emerso dall’ultimo sondaggio della Fed di New York: i consumatori di età pari o superiore a 60 anni, che hanno vissuto gli anni ’70 inflazionistici, avevano aspettative notevolmente più elevate rispetto a quelli di età inferiore ai 40 anni, che conoscevano solo prezzi bassi e stabili. Inoltre, le donne tendono anche ad avere prospettive di inflazione più elevate rispetto agli uomini perché spesso fanno più acquisti per la spesa, hanno detto i ricercatori accademici. “Per la tipica famiglia statunitense, le loro aspettative saranno altamente correlate al prezzo della benzina o al prezzo del cibo. La gente non presta attenzione a ciò che sta facendo la Fed“, ha detto Gorodnichenko, professore dell’Università della California.

Questa volta, però, il salto delle aspettative potrebbe rivelarsi più insidioso, perché il boom dell’economia post-pandemia rende improbabile un altro crollo del prezzo del petrolio, come nel 2008. Anzi, i continui tagli alla produzione stanno facendo risalire il prezzo verso gli 80 dollari al barile. L’opinione standard degli economisti è che se i consumatori pensano che i prezzi saranno significativamente più alti domani, acquisteranno beni e servizi oggi invece di aspettare che il loro prezzo aumenti, spingendo così ulteriormente in su i prezzi. E’ la situazione opposta alla deflazione, durante la quale i consumatori pensano che i prezzi saranno più bassi domani, per cui rinviano gli acquisti e, così facendo, spingono in basso i prezzi. In realtà, secondo gli esperti, il processo attuale è molto più complicato, dal momento che i consumatori stanno associando l’inflazione alla sensazione – indotta dagli effetti durevoli della pandemia -di una cattiva economia, e invece di spendere di più tagliano le loro spese. Infatti, secondo il sondaggio dell’Università del Michigan di giugno, questo atteggiamento dei consumatori è alla base del fatto che l’attitudine all’acquisto di veicoli e abitazioni è scesa ai livelli più bassi dal 1982, mentre il numero di intervistati che ha fatto spontaneamente riferimento a prezzi elevati per tali acquisti ha superato il record del novembre 1974.

Relativamente alle prospettive delle imprese, le informazioni su come le aziende percepiscono le prospettive di inflazione sono ancora più discutibili, soprattutto perché i sondaggi sui loro atteggiamenti sono scarsi. L’indice della FED sulle aspettative di inflazione comune, per esempio, è composto da 21 misure diverse, ma nessuna di esse copre direttamente le aziende. Secondo la Fed di Atlanta, le aziende, al pari dei consumatori, vedono un’inflazione più rapida nell’imminente futuro. Le aziende di quel distretto, che comprende Florida, Georgia e Alabama, prevedono che i loro costi unitari aumenteranno del 3% in media nei prossimi 12 mesi.

A dire il vero, il recente spostamento dell’attenzione della Fed dall’inflazioneinterpretata come fenomeno passeggero – ha calmato le preoccupazioni dei mercati finanziari, ma le lacune degli economisti sulla dinamica delle aspettative e su come si formano non lascia ben sperare e induce un po’ di prudenza. “Anche in tempi normali, placidi e stabili, il compito di misurare le aspettative di inflazione è arduo e difficile”, ha affermato David Wilcox del Peterson Institute for International Economics. “In tempi come questi, quella difficoltà viene amplificata molte volte. Oggi non vorrei essere al posto di Powell“.

L’Italia non è un paese per Startup. Tra miti e luoghi comuni, rischiamo di rimanere indietro

Secondo molti italiani, le startup falliscono per cui è pericoloso investire in questo settore. Perché allora la Francia nel 2020 ha impiegato 4 miliardi ed ha in programma investimenti maggiori nel 2021?

Di Alberto Villa*

Il rischio di impresa è un termine conosciuto ma piuttosto inviso a molti italiani, i quali vorrebbero escluderlo a priori nel loro modo di vedere il futuro. Per quanto legittimo, mettere da parte qualunque inclinazione all’attività d’impresa – che in Italia si trasmette quasi esclusivamente da una generazione di imprenditori all’altra, mancando una “scuola” imprenditoriale diffusa – produce una serie di conseguenze riguardo l’economia reale e, soprattutto, una falsa rappresentazione del rischio, nel senso che è vero che alcune iniziative imprenditoriali possono fallire, ma è anche vero che possono avere successo ed è impensabile che possano fallire tutte, solo perché c’è il “rischio d’impresa”.

Infatti, a determinare il successo o l’insuccesso di una startup concorre una serie di elementi, ed è opportuno sfatare dei veri e propri “miti” e luoghi comuni che stanno fiorendo attorno al nascente fenomeno dell’imprenditoria giovanile trainata dai megatrend delle tecnologie in tutte le loro sfaccettature. Innanzitutto, investire nelle PMI innovative non significa soltanto “ascoltare imprenditori con idee stravaganti” – sebbene ci siano anche questi – bensì analizzare la fase di avvio di nuove imprese che nascono, crescono, producono occupazione e fanno innovazione di servizio e di prodotto. E’ questo il principio di metodo osservato dalla Francia, che nel 2020, anno della pandemia, ha visto un forte iniezione di liquidità (4 miliardi) a favore delle startup. Lo stesso presidente francese Emanuel Macron lo aveva annunciato personalmente, puntando alla leadership continentale per innovazione e tecnologia.

E in Italia, cosa succede?

Mentre in Francia sono già nate 10 startup “unicorno”, in Italia molti neanche conoscono il significato del termine e l’importanza di queste aziende per l’economia nazionale. I risultati conseguiti in Francia, però, sono anche il frutto di un ecosistema nazionale ed istituzionale che ha saputo investire con pragmatismo, facendo guadagnare ai francesi una posizione invidiabile nello scenario internazionale dei Paesi più attrattivi per le startup. A differenza dell’Italia, per esempio, in Francia esiste dal 2013 la French Tech, un’agenzia governativa che ogni anno pubblica una lista di oltre 100 startup grazie al quale è possibile conoscere in maniera approfondita il mercato ed i loro investimenti.  Anche le istituzioni creditizie giocano un ruolo importante, come la banca pubblica Bpifrance, che ha svolto varie funzioni di impulso compreso l’impiego di capitali in diversi progetti.

In sintesi, mentre la Francia è stato l’unico Paese a crescere nel 2020, raggiungendo per la prima volta i 5 miliardi di investimenti e superando Regno Unito e Germania, noi non raggiungiamo neppure il miliardo. E’ anche vero che Italia e Francia siano due economie diverse, ma possiamo escludere che i francesi abbiano intenzione di finanziare società che siano destinate a chiudere entro 3 anni. Naturalmente, anche lì c’è un elevato numero di fallimenti, ma il dato va esaminato in relazione al contesto generale di quel Paese, dove esiste una comunità che favorisce la crescita di nuove realtà. In più, entro fine anno entrerà in vigore la normativa comunitaria del settore e, in un futuro molto vicino, sarà possibile investire in queste realtà d’Oltralpe esattamente come ora si utilizzano le piattaforme di Crowdfunding per accedere alle startup italiane.

Riguardo l’alto tasso di fallimento di molte iniziative, c’è da dire che anche le PMI “tradizionali” chiudono a seguito della evidente impossibilità di proseguire, ma in percentuale molto diversa rispetto alla startup innovative. Infatti, secondo i dati presentati da Banca d’Italia prima della pandemia, un quarto delle aziende “tradizionali”, considerate come piccole e medie PMI, sopravvivevano grazie alla liquidità fornita dalle banche, le quali a loro volta utilizzano varie tipologie di garanzie come ad esempio fideiussioni o consorzi fidi per tutelarsi. Pertanto, queste realtà continuano ad esistere perché in sostanza il costo del loro fallimento sarebbe difficile da sopportare. In pratica, si tratta di “aziende zombi”, destinate comunque a chiudere. A riprova di ciò, Cerved Group, ossia l’agenzia di informazioni commerciali specializzata nel valutare la solvibilità e il merito creditizio delle imprese, ha elaborato uno studio utilizzando i dati delle società italiane e ha applicato i parametri delle nuove norme sul Fallimento, con il risultato che quasi 140 mila imprese, cioè una su cinque, è in crisi, nel senso che i loro flussi di cassa futuri non sono adeguati a coprire il livello di indebitamento dell’azienda.

Non è un caso che ad aprile scorso il Governo abbia nominato una commissione di esperti per elaborare delle proposte sul tema, compreso il differire l’entrata in vigore della riforma del Fallimento, rinviata effettivamente al 2022.

Pertanto, se l’Italia non modificherà urgentemente il modo di intendere questo settore, rischiamo di vedere crescere innovazione solo all’estero, e assistere impotenti allo spostamento di patrimoni e liquidità dei nostri investitori verso altri Paesi comunitari che assicurino soluzioni alternative e più efficaci.

* Alberto Villa, Consulente in Finanza d’Impresa, membro A.I.A.F. e Consulente Finanziario Autonomo, collabora con la rete professionale M&V Private Corporate Advisor 

New York, la frenesia abitativa nei sobborghi rallenta. A Manhattan il Real Estate torna alla normalità

Uno sguardo al mercato immobiliare Newyorkese. I contratti per l’acquisto di case suburbane sono diminuiti rispetto al loro ritmo frenetico del post pandemia. Gli acquirenti non hanno perso interesse nelle dimore spaziose, ma non riescono a trovare molta offerta sul mercato.

Mentre le restrizioni del Covid si vanno attenuando e sempre più lavoratori iniziano a pianificare un ritorno in ufficio, le vendite delle zone suburbane di New York stanno ancora aumentando a un ritmo che farebbe piacere al proprietario di qualsiasi società di intermediazione immobiliare. Ma l’aumento su base annuale delle transazioni è più misurato di quanto non fosse stato per gran parte dell’anno passato.

A Long Island, per esempio, i contratti per l’acquisto di case unifamiliari sono aumentati del 14% a giugno rispetto all’anno precedente, secondo un rapporto di Miller Samuel e Douglas Elliman Real Estate; il dato, però, è in calo rispetto a maggio e aprile, quando le offerte sono aumentate del 160% rispetto ai mesi corrispondenti del 2020. La contea di Westchester ha registrato il 20% in più di contratti il ​​mese scorso rispetto a giugno 2020, ma a maggio l’aumento annuale era stato dell’81%. A Greenwich, nel Connecticut, l’aumento del 50% dei contratti di giugno è stato il minor dato anno su anno rispetto allo scorso luglio. Secondo Scott Durkin, presidente di Douglas Elliman, “le scorte si sono esaurite”.

Dando uno sguardo agli annunci di case unifamiliari, a giugno sono diminuiti del 45% a Westchester e del 3% a Long Island, mentre a Greenwich sono scesi dell’11%.

Uscendo dai sobborghi e rientrando verso le zone di pregio, a Manhattan il volume delle vendite torna ai livelli pre-pandemia, ma i prezzi sono leggermente aumentati. Infatti, con l’aumento dei livelli di vaccinazione e la riapertura delle attività, gli immobili residenziali sono finalmente tornati al punto in cui erano prima che il Covid devastasse New York. A Manhattan, questa primavera, il numero di appartamenti venduti è stato più del doppio rispetto a un anno fa, quando la città è stata chiusa nei primi giorni della pandemia, secondo una mezza dozzina di rapporti di mercato pubblicati la scorsa settimana.

Sebbene in molti modi il mercato non avesse dove andare se non in rialzo – le proiezioni di appartamenti sono state limitate per gran parte della scorsa primavera – l’aumento delle trattative chiuse è persino forte per gli standard storici. I rapporti mostrano che nemmeno nel 2015, un periodo di grande boom, c’è stato un periodo di tre mesi con attività comparabili. In realtà c’era uno scenario misto in termini di prezzi, con cooperative e condomini scambiati per una media di 1,1 milioni di dollari, e un prezzo medio di mercato di 1,6 milioni, in leggero aumento rispetto alla scorsa primavera. I broker affermano che il fenomeno può essere spiegato da un eccesso di offerta di appartamenti, che ha alimentato gli sconti. “Il modo in cui le persone guardavano la città un anno fa, ora sarebbe concepibile in un film di fantascienza con sparizione quasi totale del genere umano, ha affermato Jonathan Miller riferendosi ai diffusi timori che moltissimi abitanti di New York si sarebbero trasferiti permanentemente nei sobborghi o nelle seconde case fuori città.

Sebbene il conteggio delle vendite totali sia variabile da agenzia ad agenzia a causa delle diverse metodologie di gestione dei dati, tutte loro hanno mostrato enormi picchi di attività, rispetto alla primavera 2020, ma anche rispetto a questo inverno. Ci sono stati 3.417 accordi completati da aprile a giugno, contro 1.357 accordi di un anno fa, con una crescita del 152%. Anche se confrontato con il trimestre gennaio-marzo, quando Manhattan ha registrato 2.457 vendite, questa primavera è sembrata particolarmente intensa. Nel terzo trimestre del 2015, una delle rilevazioni storicamente più favorevoli del mercato, c’erano state 3.654 vendite, ossia un dato molto vicino a quello odierno.

Nuovi fondi hedge e Startup miliardarie: un cammino di prosperità, sotto il segno delle biotecnologie

I lanci di hedge fund quest’anno sono in linea con i numeri dello scorso anno, anche se i rendimenti sono stati più contenuti rispetto ai grandi guadagni del 2020. E le startup del 2022 potrebbero essere ancora più grandi.

La maggior parte delle startup si concentrerà sulle azioni, specializzandosi in aree come la biotecnologia o la tecnologia e sperando di capitalizzare la sovraperformance del 2020 di tali fondi speculativi specializzati, che battono il mercato più ampio. Finora quest’anno, questi cosiddetti fondi di settore sono rimasti indietro rispetto all’S&P 500, restituendo circa un quinto dei guadagni del benchmark, ma il numero di nuove startup di successo nel 2021 è sulla buona strada per eguagliare il totale dello scorso anno (circa 60), secondo Morgan Stanley. Anche con la pandemia, lo scorso anno sono stati lanciati circa il 20% in più di fondi speculativi rispetto al 2019. Alcuni di essi hanno raccolto un miliardo di USD o anche più.

Finora quest’anno, almeno quattro nuovi fondi hedge sono sulla buona strada per raggiungere o superare il traguardo di un miliardo di dollari di raccolta. Per esempio, due ex gestori di fondi di Citadel, Niall O’Keeffe e Tio Charbaghi, hanno avviato FIFTHDELTA, con sede a Londra e dotazione di 1,25 miliardi. Rami Abdel-Misih, che ha lavorato alla Moore Capital Management di Louis Bacon per quasi dieci anni, ha aperto Mane Global all’inizio di quest’anno con circa un miliardo di dollari provenienti dalla stessa Moore Capital per il suo fondo azionario, e ha raccolto altri 200 milioni da altri clienti. In particolare, Abdel-Misih si sta concentrando sui titoli della tecnologia, dei media e delle telecomunicazioni.

Deep Track Capital di David Kroin ha aperto i battenti ad aprile con circa 800 milioni di dollari, con 500 milioni di dollari in più previsti entro la fine dell’anno. Kroin, 45 anni, ha lavorato presso Great Point Partners per 17 anni, principalmente gestendo l’hedge fund biotecnologico dell’azienda, che ha gestito circa 1,4 miliardi di dollari all’inizio del 2020. Grant Wonders, un ex manager di Viking Global, ha avviato Voyager Global quest’anno con quasi un miliardo di dollari, mentre Chris Golden, che ha co-fondato Darsana Capital Partners nel 2014, prevede di avviare la propria azienda entro la fine dell’anno o all’inizio del 2022 e secondo i bene informati potrebbe anche essere tra i debutti più grandi del 2022.

Divya Nettimi

Golden si concentrerà sulle società pubbliche e private, una tendenza che è stata abbracciata da molti fondi azionari dato il forte mercato delle offerte pubbliche iniziali.

Divya Nettimi, 35 anni di Viking Global, la cui azienda deve ancora essere svelata, si concentrerà su tecnologia, media e telecomunicazioni, e investirà anche in aziende pubbliche e private. Viking ha generato alcuni dei debutti più importanti degli ultimi anni, per cui l’esordio di Nettimi è attessissimo.

Infine, a Miami Tarigh Yusufi aprirà Forest Avenue Capital Management nella prima metà del 2022, investendo in energie rinnovabili, industriali e titoli di consumo.

Acquirenti immobiliari, in discesa i babyboomers e in aumento gli under 44

Le due fasce di età 18-35 e 36-44 anni si confermano quelle più attive nelle compravendite immobiliari. Gli over 64, invece, scendono in percentuale ma continuano ad avere una domanda molto diversificata.

Secondo i dati forniti dal gruppo Tecnocasa relativamente alle compravendite immobiliari effettuate su tutto il territorio nazionale, la fascia di età più attiva sul mercato è quella compresa tra 18 e 35 anni (28,5%), seguita dalla fascia di età compresa tra 35 e 44 anni (27,3%). Complessivamente, pertanto, gli under 44 si confermano gli acquirenti più attivi, costituendo il 55,8% del mercato immobiliare. Gli over 64 – i c.d. babyboomers – invece, scendono in percentuale ma continuano ad avere una domanda molto diversificata rispetto alle generazioni più giovani, che comprano soprattutto la prima casa e, in misura minore, la casa vacanza o quelle per investimento. A seguire, gli acquirenti di età compresa tra 45 e 54 anni (22,1%) e quelli di fascia 55-64 (13,8%), mentre gli over 64 sono in decrescita rispetto al 2019: 8,1% nel 2020 contro il 9,0%.

In relazione alle finalità, il 62,9% degli over 64 ha acquistato la casa principale, il 18,6% ha investito per mettere a reddito, l’11,2% ha comprato la casa vacanza e il 7,0% ha acquistato l’immobile per i figli. Da segnalare anche qualche acquisto per realizzare Bed & Breakfast e affittacamere (0,3%), e l’aumento del tasso di acquisto di case vacanza, che passa dal 10,0% all’11,2%, mentre diminuisce la percentuale di acquisti per investimento, che scende dal 20,6% al 18,6%. In calo anche la percentuale di acquisti per i figli, che passa dall’8,3% al 7,0% (in quest’ultimo caso ad incidere è stato anche il blocco dei corsi universitari in presenza ed il ricorso alla didattica a distanza).

La tipologia preferita dagli over 64 è il trilocale (36,7%), seguita dal bilocale (25,8%). Rispetto al 2019 non si registrano particolari variazioni, diminuisce lievemente il tasso di acquisto di bilocali e quattro locali ed aumenta leggermente la percentuale di acquisto di trilocali, che passano dal 35,0% al 36,7%. Sostanzialmente stabili i tassi di acquisto di monolocali, cinque locali e di soluzioni indipendenti e semi-indipendenti.  Infine, nel 59,7% dei casi gli acquirenti over 64 sono pensionati e nel 67,8% dei casi si tratta di coppie e famiglie.

Investimenti tematici e megatrend, i nuovi mantra dell’investimento di lungo periodo

I megatrend non individuano semplicemente alcune specifiche aree che potrebbero svilupparsi grazie a determinate circostanze microeconomiche, bensì vere e proprie tendenze macroeconomiche che hanno maggiori probabilità di successo non nel breve, ma nel lungo e lunghissimo periodo.

Nel mondo di oggi, il concetto di Megatrend viene inteso semplicisticamente come l’insieme di nuove tecnologie del futuro, come la robotica o i veicoli elettrici, oppure una somma di soluzioni legate al problema del dissesto climatico, come quelle che sfruttano l’energia solare. Più recentemente, anche l’impennata nelle vendite online è stata interpretata come un possibile megatrend trainato dalla pandemia globale, ma chi si è limitato a questa analisi piuttosto superficiale ha confuso spesso gli effetti con le cause. Infatti, i megatrend non individuano semplicemente alcune specifiche aree industriali che potrebbero svilupparsi grazie a determinate circostanze microeconomiche, bensì vere e proprie tendenze macroeconomiche che hanno maggiori probabilità di contenere tale potenziale di successo non nel breve, ma nel lungo (e lunghissimo) periodo.

Allo stesso modo, nella Finanza, il passaggio dall’analisi dei possibili trend globali all’individuazione di strumenti di investimento idonei ad esprimere la loro potenzialità non è affatto breve, e ciò che costituisce oggi l’offerta agli investitori è il risultato di una evoluzione di prodotto che ha richiesto anni di progettazione prima di coniare la classe di strumenti idonei a soddisfare la domanda di mercato. Con i c.d. investimenti tematici, per esempio, le società di gestione cercano di allineare i fattori macro necessari a definire un particolare megatrend con le loro strategie di investimento. In tal senso, potremmo dire che questa classe di prodotti è la “traduzione” del concetto di megatrend in termini di offerta finanziaria, poiché per sua natura l’investimento tematico si deve concentrare su ampi temi macroeconomici per essere tale.

Storicamente, l’investimento ha coinvolto metodologie di ricerca che hanno invariabilmente suddiviso le opportunità lungo linee geografiche (paesi, regioni, aree continentali), classi di attività e caratteristiche dei singoli titoli. Ma negli ultimi 30 anni il nuovo concetto di investimento tematico ha guadagnato sempre più terreno tra le migliori opportunità di investimento su un orizzonte a lungo termine, permettendo agli investitori di capitalizzare le tendenze future a livello macro che fioriranno nei prossimi anni o decenni. Di più, tale modalità di intendere gli investimenti ha determinato la nascita dell’investitore tematico, che grazie ad una larga esposizione nelle attività coinvolte in tali temi riesce a battere regolarmente la performance dei benchmark di mercato a lungo termine.

In genere, i megatrend-investors si concentrano sulle opportunità azionarie, anche se recenti evidenze suggeriscono che l’investimento tematico stia diventando sempre più una strategia multi-asset. Inoltre, essi tendono a ignorare i confini geografici, concentrandosi invece sulla ricerca di società e asset a livello globale che possono trarre vantaggio dalle mutevoli condizioni di mercato, concentrandosi così sull’obiettivo finale.

Alcuni dei temi di maggior successo del passato includono Internet, smartphone, televisione e computer. Per ognuna di queste tecnologie all’inizio l’interesse è cresciuto lentamente, per poi accelerare man mano che la tecnologia è diventata ampiamente accettata, continuando a crescere a un ritmo costante fino a quando gli ultimi utenti salgono a bordo e l’intero mercato viene saturato. Gli esempi odierni di temi popolari, invece, includono le tecnologie dirompenti della Quarta Rivoluzione Industriale, come l’intelligenza artificiale, l’apprendimento automatico, la robotica, la blockchain e l’analisi dei dati, ma anche le opportunità di investimento legate al concetto di sostenibilità, come l’energia pulita e i green bond, stanno suscitando molto interesse tra gli investitori tematici.

Più recentemente, per via dei noti motivi, gli investitori hanno rivolto la loro attenzione all’assistenza sanitaria, data la crisi globale scatenata dal coronavirus, ma questo è solo una piccola parte dell’insieme. Infatti, gli indici tematici si sono evoluti nel tempo raggruppando in tre distinti sotto-temi i megatrend, i temi macroeconomici e quelli microeconomici. I primi individuano le tendenze strutturali che potrebbero avere impatti a lungo termine sulla crescita in un mondo in rapida trasformazione, come la mobilità futura, la tecnologia, l’economia digitale, le città intelligenti e il ricambio generazionale (da patrimonials o babyboomers ai millennial). I secondi si rifanno alle tendenze che incidono sul contesto macroeconomico, come l’aumento dei tassi, l’inflazione, la crescita della classe media, i mercati emergenti e i modelli commerciali globali. Infine, i terzi individuano le tendenze che emergono a livello aziendale, come la struttura manageriale e le metriche di tipo ESG (ambientale, sociale e di governance). Inoltre, come ci ha insegnato la pandemia di Coronavirus, l’investimento tematico oggi può essere suddiviso e classificato tra temi ciclici, che sono sensibili ai cicli economici e congiunturali, e temi strutturali, che sono influenzati dai cambiamenti improvvisi e “violenti” nelle strutture industriali. I primi si verificano a intervalli piuttosto regolari a breve o medio termine in base ai cambiamenti nel ciclo economico, i secondi si verificano come cambiamenti “una tantum” che agiscono nel lungo termine e sono guidati da “forze potenti” come eventi naturali globali o tecnologie dirompenti che cambiano definitivamente il comportamento dei consumatori.

Pertanto, è naturale che gli investitori tematici siano interessati maggiormente ai temi strutturali, poiché saranno meno influenzati da fattori ciclici di breve termine. Non a caso gli investimenti tematici hanno guadagnato una popolarità significativa dall’inizio della pandemia, e mentre i flussi dei fondi azionari non tematici (o tradizionali) sono scesi nel gradimento degli investitori, il sotto-settore azionario tematico ha continuato a registrare flussi positivi.

 

Liberamente tratto da https://internationalbanker.com/brokerage/the-rise-and-rise-of-thematic-investing/

La FED ridurrà gli stimoli prima della BCE, sostenendo il dollaro. I tassi invariati la vera sorpresa

Secondo Filippo Garbarino, l’inflazione sarà  al picco in estate, ma più bassa nella seconda metà dell’anno, mentre i tassi dei Treasury a 10 anni andranno  verso quota 2% a fine 2021. Dopo la riunione del FOMC, la vera sorpresa sarebbe quella di non alzare i tassi, nonostante gli annunci di una stretta monetaria per il lontanissimo 2023.

Da qualche settimana, i tassi di interesse hanno cominciato ad essere al centro dell’attenzione per via della spinta inflazionistica generata dalla ripresa economica. Va da sé che questa “spinta” sui prezzi al consumo ed alla produzione stia avvenendo con diverse modalità a seconda dell’area geografica del mondo industriale: più cauta in Europa, “violenta” negli USA. A fine giugno, con ogni probabilità l’economia americana avrà annullato le perdite accusate con la pandemia, e ciò avverrebbe con oltre un anno di anticipo rispetto all’Eurozona.

In particolare, gli Stati Uniti – tradizionalmente molto “diretti” nell’annunciare le proprie politiche monetarie a breve termine – oggi stanno confondendo, e non poco, gli operatori. Infatti, prima del dato di Maggio sull’inflazione USA (+5% su base annuale) il segretario del Tesoro, Janet Yellen, aveva ribadito un concetto espresso nei mesi scorsi, e cioè che, di questo passo, il rialzo dei tassi da parte della FED sarà necessario per evitare il surriscaldamento dell’economia. Ebbene, il futuro rialzo dei tassi è stato fatto intravedere con un po’ troppo anticipo dal FOMC, che lo avrebbe programmato per il 2023 in modo da orientare i mercati senza troppi scossoni. Pertanto, visto il larghissimo anticipo (siamo ancora abbondantemente nel 2021, per cui mancherebbero due anni prima di una eventuale stretta monetaria), possiamo dire che la FED e la politica monetaria USA è più che mai accomodante, e sta dando la sensazione che la crescita sostenuta dell’inflazione sia un fatto temporaneo e destinato ad affievolirsi, consentendo così di mantenere gli stimoli inalterati (piano di acquisti di titoli da 120 miliardi di euro al mese). Invece il governo, come in un role playing ben sceneggiato, non perde occasione per mettere in guardia i mercati sulla probabile stretta monetaria, senza dire quando potrebbe accadere.

La vera sorpresa, pertanto, sarebbe quella di far rimanere immutati i tassi, nonostante i ritmi di ripresa del PIL e dell’occupazione suggeriscano di fare il contrario per evitare di perdere il controllo dei prezzi. “È probabile che il tasso di inflazione arrivi a un picco durante l’estate per poi attestarsi su livelli inferiori nella seconda metà del 2021. In tale contesto inflazionistico, è lecito aspettarsi un prosieguo nel rialzo dei tassi, con una pendenza però inferiore rispetto a quanto visto nel primo trimestre. Plausibile un tasso di circa il 2% per il Treasury Bond decennale Usa per la fine 2021 e un dollaro forte, sostenuto dalla possibile fine degli stimoli monetari da parte della Fed”. È l’analisi di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities. 

L’inflazione Usa negli ultimi mesi è salita a livelli che non si vedevano da tempo. Tuttavia ci sono alcuni fattori importanti da considerare. Tra le categorie che hanno contribuito maggiormente al rialzo dell’inflazione vi sono quelle che erano state più colpite dalla pandemia, per esempio l’alberghiero, con il +8%, i biglietti aerei con il +10%, le macchine usate con il +10%. Era assolutamente prevedibile che tali categorie, venendo da un periodo di chiusura globale, subissero un aumento di domanda e conseguentemente anche di prezzi. Le banche centrali considerano tali pressioni transitorie. Anche le aziende industriali, che hanno costi di input legati alle materie prime, non ritengono che il rialzo possa essere duraturo. 

Filippo Garbarino

Ora l’economia globale si trova in pieno rimbalzo post pandemico, ma la ripresa non è sincronizzata, poiché alcuni paesi emergenti come India e Brasile sono rimasti indietro nel contenimento del virus. I tassi dovrebbero continuare a salire ancora per alcuni trimestri, esercitando pressione sui prezzi delle obbligazioni. Sul medio-lungo periodo però vi è molta più incertezza sulla loro direzione, visto che permangono i soliti fattori deflazionistici: alti livelli di indebitamento, trend demografici in stagnazione e impatto negativo della tecnologia sui prezzi. “In questo contesto, si raccomanda un portafoglio obbligazionario con una esposizione mista sia in termini di duration (corta/lunga) sia in termini di tasso (fisso/variabile/inflation linked)”, sottolinea Garbarino. “Per quanto concerne l’esposizione al rischio cambio, si raccomanda un approccio non coperto, mantenendo esposizione al dollaro, in quanto riteniamo che la FED anticiperà la BCE nella exit strategy dagli stimoli monetari e questo dovrebbe favorire la valuta Usa”.

I risparmiatori ignoranti e la “delega emozionale”. Cultura ed educazione finanziaria non sono la stessa cosa

La manipolazione emotiva dei clienti sembra essere una delle cause principali della presenza di eccessiva liquidità nei conti correnti, intesa come un meccanismo di autodifesa “non cosciente” dalla malizia dell’industria del Risparmio, che è alla continua ricerca di margini.

Di Maurizio Nicosia*

Con Lorenzo ci conosciamo da oltre 30 anni, avendo lui sposato la più cara amica di mia moglie. Abitiamo in due regioni diverse, ma ogni estate troviamo il tempo per incontrarci. Lui è un affermato funzionario commerciale di una grossa azienda, ed è sempre oculato nella gestione delle sue risorse finanziarie. E’ laureato in economia, ha una buona conoscenza degli strumenti finanziari e sa bene quale è il mio lavoro. Ogni tanto abbiamo parlato del mondo della finanza, ma mai in modo approfondito, poiché egli è uno storico ed orgoglioso rappresentante dei BOT people, e non c’è dialogo sul tema.

La sua insoddisfazione nel modo in cui sono gestiti i suoi risparmi in banca è cresciuta costantemente in modo direttamente proporzionale alla riduzione dei tassi di interesse, e questo ha determinato crescenti richieste di approfondimento sui prodotti finanziari “non BOT” finchè, vinto dal tragico orfanage del tasso di interesse,  mi ha chiesto di analizzare i suoi investimenti. Dando una occhiata al suo portafoglio, il suo sport preferito è rimasto quello di annegare nella liquidità. Fatto 100 il suo patrimonio, 40 sono abbandonati alla deriva sul conto corrente, e 60 sono investiti in attività alla ricerca disperata del tasso perduto. “Maurizio, ho visto che con quel deposito oggi ricavo l’1,10% annuo lordo, netto imposte diventa lo 0,614%. Ma come posso fare? I fondi che ho sottoscritto negli anni non mi hanno mai dato riscontro, le azioni nel 2000 ti ricordi che fine hanno fatto…. i titoli di stato non rendono più, forse questi certificates che mi propongono possono darmi un ritorno, che ne dici?”.

Ometto le risposte, che qualunque pianificatore patrimoniale potrà facilmente immaginare. Però, rispetto alla sua storia, faccio una riflessione: la “cultura finanziaria” non è “educazione finanziaria”, nel senso che nell’educazione finanziaria è certamente compresa la cultura, ma la semplice conoscenza degli strumenti e dei rischi legati agli stessi non definisce affatto l’educazione finanziaria. Per arrivare a questa, infatti, serve collegare l’universo dei singoli investimenti a degli obiettivi di spesa programmati all’interno di un orizzonte temporale, ed è questo collegamento – così assente nella mente di quasi tutte le famiglie italiane – che rende un investitorefinanziariamente educato”.

Che la responsabilità di questo stato di cose risieda nella scarsa attitudine dei risparmiatori a gestire le proprie emozioni nella scelta degli strumenti finanziari è un dato di fatto; ma è anche vero che costoro effettuano una vera e propria “delega emozionale”, in materia finanziaria, a quegli interlocutori che, con la finanza, vivono e prosperano operando in regime di conflitto di interessi, alla continua ricerca di margini.

E’ questa l’origine della perdita di fiducia subita dalle “cattedrali bancarie”, che fino agli anni 80 venivano percepite come qualcosa di sacro e immutabile, cui rivolgersi per la crescita e della difesa del patrimonio familiare. E così la storia ci rivela che, quando i margini hanno cominciato a scricchiolare – anche per via della riduzione dei tassi, ma non solo – si è acuita la necessità di trovare soluzioni più rapide e dirette, individuate nei “prodottoni finanziari” costruiti spesso con la complicità delle fabbriche interne alle aziende. Un gioco che ha sempre permesso certezze di ritorni economici per gli intermediari, erodendo le risorse delle famiglie.

I “prodottoni”, nel pieno rispetto della delega emozionale di cui parlavamo prima, sono generalmente di due tipi: quelli che proteggono dalla paura di perdere, e quelli che assecondano l’avidità del guadagno. Il buon padre di famiglia non può assecondare la sua avidità e, poiché non si è mai alleato con il tempo, sceglie i prodottoni del primo tipo. Il “boomer” con figli adulti, con un certo grado di evoluzione, sceglie (soprattutto) i secondi perché gli piace la sensazione di un guadagno fuori misura, da conseguire esclusivamente in un periodo breve (sennò fa presto a rientrare nel primo tipo). Nel frattempo, il frullatore della vendita da banco è sempre in azione, ma la perdita di fiducia genera lunghi periodi di permanenza in conto corrente delle risorse disponibili.

La conclusione, pertanto, sembra essere quella che la manipolazione emotiva dei clienti, che dura ormai da molti anni, è la concausa principale della presenza di tutta questa liquidità sui conti, e questa tendenza del “popolo ignorante” si manifesta come un meccanismo di autodifesa – l’unico possibile, se ci fate caso – contro la malizia dei “prodottoni”.

Mentre faccio queste riflessioni, il mio amico Lorenzo mi chiama al telefono. “….Maurizio, mi propongono questo certificate che dà il 3% per 3 anni con barriera al 40% sul valore di Apple. Mi sembra straordinario…”. “Certamente – gli rispondo – è addirittura strabiliante….”.

* Manager di area di una primaria rete di consulenza finanziaria

Equity Crowdfunding, quella insostenibile leggerezza del valore premoney

Per ridurre il rischio di un cattivo investimento, l’investitore dovrà scegliere tra tutte le proposte pubblicate nelle diverse piattaforme di Equity Crowdfunding quelle che hanno scontato l’alto rischio di variabilità del valore pre-money.

Di Carlo Mauri*

I valori economico finanziari presenti nei business plan delle startup pubblicati nei portali di Crowdfunding sono espressi spesso in termini puntuali, e se non fosse per il fatto che sono inseriti in tabelle prospettiche si potrebbero facilmente confondere con dati consuntivi. Tuttavia, sarà molto difficile trovare nei bilanci dei prossimi anni gli stessi dati o anche valori ad essi approssimabili. Infatti, quei dati si trascinano dietro una forte componente aleatoria, dai contorni indefiniti.

Servirebbe una applicazione finalizzata a misurare le relazioni tra rischio e rendimento esistenti nei piani finanziari presenti  nelle piattaforme di Crowdfunding, ma prima ancora servirebbe confrontarsi con la difficoltà di esprimere una congrua misura del rischio aziendale. Le startup sono, per definizione, prive di una precisa identità storica misurabile, e questo impedisce di fondare delle stime su dati certi da cui derivare delle linee di tendenza. Nelle scienze naturali, che studiano fenomeni “complessi” (come nella  Meteorologia) le previsioni si fondano su stime probabilistiche e non puntuali, ed anche in altri contesti della fisica classica le previsioni non sono sempre precise. In Balistica, per esempio, che un “proietto”  colpisca esattamente il bersaglio non è affatto una certezza, poiché sono troppe le variabili in gioco che possono influire sul moto inerziale, soprattutto sulle lunghe gittate.

In tutti questi  scenari, pertanto, ha senza dubbio più senso esprimersi in termini di “distribuzione di probabilità”, tanto di colpire il bersaglio in Balistica, quanto di raggiungere esattamente le previsioni quantitative di un obiettivo economico aziendale per una startup, la quale si muove, al pari di un proietto, all’interno di un ampio campo di variazione. Sfortunatamente, questo modo di rappresentare le grandezze diviene meno attraente per l’investitore medio, soprattutto in relazione al valore di premoney, il quale dovrebbe così assumere dimensioni “probabilistiche” talmente variabili da renderlo incompatibile con l’esigenza di avere una grandezza ben determinata da inserire nella delibera di aumento di capitale richiesta agli investitori.

Ogni misurazione è un interrogativo rivolto alla Natura” (Erwin Schrodinger)

Come risolvere il problema? Prima di tentare una risposta dobbiamo definire bene il concetto di rischio finanziario. Per un investitore, il rischio finanziario si identifica nella concreta possibilità di perdere tutta o quasi la somma investita nell’aumento di capitale della startup. Questo tipo di rischio deriva dalla inevitabile presenza – ed estremizzazione – del cosiddetto rischio d’impresa, che a sua volta discende dal fatto che “In  un’economia di mercato il consumatore è sovrano e dalla sua libertà di scelta sorge il rischio per l’impresa” (Ghiringhelli, “Analisi di Bilancio e Driver di Valore”). Ad esempio, i potenziali clienti delle startup potrebbero non comprare i servizi/prodotti, oppure accettare lo scambio a prezzi del tutto insufficienti a coprire i costi aziendali, rendendo di fatto impossibile il recupero delle somme investite.

In definitiva, limitarsi a valorizzare nei business plan le ipotesi di rendimento atteso mostra solo un lato della questione (quello che piace all’investitore). Questa lacuna ci spinge a trovare un’adeguata misura del rischio specifico corrispondente alla proposta del rendimento atteso. Tale misura è implicitamente sempre presente nel tasso di attualizzazione dei flussi di cassa/reddito che portano a quel dato valore di premoney (ovvero il valore dell’azienda prima della raccolta dei fondi, che di fatto rappresenta il prezzo di ingresso per i nuovi soci). L’intensità di questo  specifico “segnale di rischio” dovrà essere necessariamente di gran lunga superiore a  quella  presente nei  tradizionali investimenti in equity espressi dai prezzi dei valori azionari dei mercati regolamentati .

Quindi, assumendo il valore premoney e i flussi di cassa/reddito come parametri, il tasso che equilibra questi due differenti parametri è dato dal tasso di attualizzazione dei flussi che a sua volta incorpora una misura del rischio specifico. Inoltre, il rischio in cui impatterà la startup non potrà prescindere dalla maggiore o minore volatilità del segmento di mercato che la startup stessa andrà ad occupare; questa ulteriore integrazione di rischio la si può ottenere stimando la volatilità storica dei maggiori competitors .

Riassumendo, l’investitore potrà avere una rappresentazione aggiornata di tutte le proposte pubblicate nelle diverse piattaforme di Equity Crowdfunding andando a scegliere quelle che hanno scontato l’alto rischio di variabilità del valore premoney attraverso una riduzione prudenziale del prezzo di ingresso al patrimonio aziendale, valutata da precisi dati statistici che la rendano congrua.

* Carlo Mauri, commercialista, socio AIAF,
Managing Partner di M&V Private Corporate Advisor

Stime di crescita UE incoraggianti. Il mondo sostiene la ripresa, occhio al comparto obbligazionario

Nonostante le incognite legate all’evoluzione della pandemia e all’efficacia delle misure di sostegno all’economia, la ripresa è trainata dagli investimenti. Il miglioramento economico globale porterà la fine delle politiche monetarie accomodanti ed un aumento dei rendimenti delle obbligazioni, destinate così a rendere il comparto obbligazionario scarsamente conveniente.

Il quadro generale di ripresa delle economie mondiali rimane ancora strettamente legato al miglioramento del quadro sanitario globale e, localmente, al sostegno proveniente dalla politica monetaria e dalle politiche di bilancio dei singoli stati. In Europa, poi, la crescita – Il consensus prevede un crescita del 4,3% nel 2021- sarà fortemente dipendente dal modo in cui i paesi aderenti all’UE riusciranno a spendere al meglio le risorse derivanti dai fondi europei del Recovery Plan.

In Italia, queste risorse rientrano nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, sul quale da tempo sono puntati i riflettori per via dei dubbi – assolutamente fondati, in considerazione del livello di responsabilità politica della nostra classe dirigente – mitigati dal ruolo di garanzia di Mario Draghi, che nel passaggio da “tecnico” a “politico” pare non abbia perso il patrimonio di credibilità acquisito negli anni scorsi. Nel frattempo, la BCE lascia intatti i tassi d’interesse, con il tasso principale che rimane a zero ed il tasso sui depositi a -0,50% (quello sui prestiti marginali a 0,25%). Gli acquisti netti di titoli per immettere liquidità nel sistema continueranno ad un elevato, e le stime di crescita per l’Eurozona nel 2021 e 2022 sono riviste al rialzo (+4,6% e +4,7%, +2,1% nel 2023).

L’inflazione, che negli ultimi mesi ha causato dolori in USA (con il prezzo dei treasury a picco), sarà dell’1,9% nel 2021, dell’1,5% nel 2022 e dell’1,4% nel 2023. Sul tema, la presidente Lagarde ha affermato che l’inflazione sta risalendo principalmente a causa di fattori temporanei, e che in questo momento “una stretta sarebbe prematura e creerebbe dei rischi”. In pratica, se nel primo trimestre l’economia europea ha beneficiato della riapertura dell’economia mondiale, grazie al programma di vaccinazione ed alla spesa pubblica, nel secondo trimestre la ripresa economica globale si svilupperà più lentamente, ed accelererà nella seconda metà dell’anno, creando frizioni inflazionistiche di fronte alle quali, però, le banche centrali manterranno posizioni attendiste, favorendo così i mercati emergenti oggi al traino di Cina e India.

Naturalmente, il miglioramento economico globale porterà ineluttabilmente – e gradualmente, senza scossoni – la fine delle politiche monetarie accomodanti, e le aspettative di questa circostanza porteranno ad un aumento dei rendimenti delle obbligazioni e ad una diminuzione dei loro prezzi, destinati così a rendere il comparto obbligazionario piuttosto rischioso per qualunque portafoglio che non contenga soluzioni flessibili e covered bond.

“I dati relativi all’andamento dell’economia nell’Eurozona sono incoraggianti, e spingono ad un cauto ottimismo. La BCE ha infatti alzato le stime di crescita per il 2021″, ha dichiarato Moreno Zani (nella foto), Presidente di Tendercapital. “Positiva la rassicurazione della Presidente Lagarde in merito al mantenimento del Programma di acquisto per l’emergenza pandemica (PEPP) a sostegno delle politiche di bilancio. Occorrerà, peraltro, monitorare con attenzione il tasso di inflazione core alla luce del lieve rialzo che ha portato la BCE a rivedere le proiezioni, pur rimanendo ben al di sotto del target del 2%. Preoccupa maggiormente il balzo dell’inflazione negli Stati Uniti, salita al +0,6% nel mese di maggio con una previsione per il 2021 pari al +5%”. E’ realistico – secondo Zani – ipotizzare che si tratti, almeno in Europa, di un fattore temporaneo legato alle manovre espansive, alla rapida ripartenza dell’economia ed ai prezzi delle materie prime. In tale contesto è ragionevole immaginare che il ritorno alla normalità della politica monetaria sarà graduale. “La previsione di uno strumento innovativo come il Next Generation EU – conclude Zani – è fondamentale purchè i Paesi membri utilizzino tali risorse in maniera virtuosa”.

Oltreoceano, l’economia americana crescerà almeno del 5% nel 2021, ma queste previsioni sono destinate ad essere ritoccate al rialzo per via degli effetti del pacchetto fiscale da 1,9 trilioni di dollari già approvato, e di quelli futuri di un altro pacchetto da 3 trilioni in fase di studio. Ciò aumenta i timori che un aumento strutturale dell’inflazione (al momento negato dal governo, ma non sappiamo fino a quando) costringa la Federal Reserve a reagire. Di certo, questo dibattito sulla FED-attendista-fino-a-quando sta già dominando la scena da alcune settimane, animando i mercati e mettendo pressione alla curva dei rendimenti dei Treasury.

In Cina la crescita dovrebbe tendere all’8%, ma il paese sembra attraversare una fase di debolezza nonostante la politica fiscale ancora accomodante. I consumi, infatti, sono in fase di stagnazione dopo una corsa lunga alcuni anni, ma la domanda è prevista in aumento, e questo rende solide le esportazioni, in particolare quelle di semiconduttori. Permane il rischio-bolla nel mercato immobiliare, e la banca centrale sembra indirizzata ad aumentare i tassi di interesse di soli 20 punti base, ma il governo continuerà a perseguire un programma di prudente riduzione dei rischi nei settori immobiliare e finanziario, concentrandosi sulla “crescita di qualità” e ponendo quindi maggiore attenzione sulla tecnologia, sull’ambiente e sui consumi interni.