Giugno 14, 2026
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Educazione Finanziaria: Assogestioni punta ai giovanissimi ma dimentica gli investitori over-60

Gli investitori over60 sembrano esclusi dal progetto di diffusione dell’educazione finanziaria di Assogestioni, presentato al Salone del Risparmio. Le Istituzioni, però, fanno peggio. Ecco quali azioni servirebbero per passare finalmente dalle parole ai fatti.

Di Alessio Cardinale

Tutti i “saloni di qualcosa” sono eventi utili ad avvicinare utenti e appassionati di una certo prodotto o settore merceologico alle case produttrici, che in quelle occasioni si manifestano al pubblico in tutta la loro concretezza, acquistando uno spazio fisico e uscendo fuori dalla realtà virtuale che la rivoluzione digitale ha imposto un po’ a tutta l’industria. Non fa eccezione il settore della consulenza finanziaria, che durante la 13sima edizione del Salone del Risparmio ha attratto, in soli tre giorni, quasi 15.000 visitatori in presenza e oltre 7.000 spettatori che hanno seguito in streaming le conferenze in programma.

Tra i tanti temi affrontati, non potevano mancare quelli della innovazione e della sostenibilità, ma soprattutto quello dell’educazione finanziaria, giustamente definita da Carlo Trabattoni (Presidente Assogestioni, nella foto) come un “tema fondamentale, con un ruolo chiave”. Le parole di Trabattoni hanno trovato una conferma di intenti nella stessa organizzazione dell’evento, che anche in chiusura di lavori ha dedicato uno spazio importante al tema. con la conferenza “Accompagnare l’investitore…verso scelte consapevoli”, nel corso della quale è stato svelato il progetto “2Cent” di Assogestioni, dedicato all’educazione finanziaria dei più giovani. A tal proposito, il Vicepresidente del Comitato per l’educazione finanziariaGiuliano D’Acunti, ha affermato che “…Iniziano ad esserci tante luci che ci fanno intravedere una svolta nell’ambito dell’educazione finanziaria. Stiamo comunicando sempre di più con i giovani, scegliendo mezzi e linguaggi nuovi e alternativi…”. Il progetto “2Cents”, che traduce in opera questi intenti, nasce per creare consapevolezza negli investitori del futuro e avvicinare alla finanza, in un percorso di formazione finanziaria “friendly”, un pubblico compreso tra i 16 e i 30 anni, che si affida anche ai social media – soprattutto Instagram e TikTok – per seguire i temi attinenti alla finanza, usando lo stesso linguaggio del target di riferimento.

Tutto molto bello e socialmente utile; peccato che il progetto di Assogestioni, così come quelli lanciati da tutto il sistema bancario italiano negli ultimi anni, non sia rivolto ai c.d. babyboomers, ossia all’insieme degli investitori “over-60” che detiene la maggior parte degli asset patrimoniali delle famiglie Italiane e che sicuramente avrebbe maggiore titolo ad essere coinvolto nei progetti finalizzati ad aumentare la consapevolezza finanziaria. Infatti, ancora oggi la popolazione over-60 è in grado di generare almeno la metà della crescita di tutti i consumi urbani, e sarà così da qui al 2030; inoltre, in Italia i due terzi dei patrimoni superiori ai 200.000 euro sono in mano alla fascia over-55.

Pertanto, perché dedicare un progetto solo ai giovani? Se negli anni scorsi si fosse prestata attenzione ai maggiori detentori di ricchezza, ossia gli over-55/60, si sarebbe garantita anche una trasmissione della cultura finanziaria da “padre in figlio”, che avrebbe facilitato enormemente il raggiungimento degli obiettivi oggi dichiarati durante  la kermesse del Salone del Risparmio. Questo fondamentale lascito culturale, invece, è mancato del tutto perchè non si sono mai attuati i buoni intenti di educare finanziariamente i babyboomers, e adesso questa attenzione all’educazione finanziaria dei risparmiatori giovani e giovanissimi, che detengono ancora poca ricchezza, sembra soltanto un lodevole tentativo di riparare all’errore compiuto, ma ciò facendo si continua a mantenere finanziariamente “ignoranti” proprio i maggiori detentori di asset.     

Peraltro, dall’indagine resa pubblica durante il Salone del Risparmio è emerso che l’alfabetizzazione finanziaria degli italiani continua a essere inferiore agli altri paesi europei, con il 40,9% di essi che non comprende l’effetto dell’inflazione sul potere d’acquisto, il 47,8% le ripercussioni del tasso di interesse sui prestiti bancari, il 41,6% che non sa distinguere tra azioni e obbligazioni ed un buon 37,4% di risparmiatori che considera come un colpo di fortuna – e non il frutto di buone strategie – un investimento remunerativo. Ebbene, se compariamo queste statistiche piuttosto eloquenti – e probabilmente sottostimate – alla percentuale di ricchezza detenuta ancora dai babyboomers, ricaviamo una percentuale allarmante di in ricchezza in balia della “ignoranza finanziaria”.

Evitando di scadere nelle teorie complottiste secondo le quali l’industria del risparmio gestito fonderebbe il successo del proprio business sulla “analfabetizzazione finanziaria” dei risparmiatori, è molto più probabile che l’elemento ispiratore di una simile strategia progettuale si ritrovi, invece, nella cronica inoperosità delle Istituzioni. Queste ultime, infatti, dovrebbero occuparsi in modo socialmente efficace di educazione finanziaria, stabilendo una progettualità di livello più elevato, dalla quale tutte le altre dovrebbero discendere semplicemente adeguandosi ad essa. Sfortunatamente, invece, tutti i  governi che si sono succeduti da quando si discute di cultura ed educazione Finanziaria – le due terminologie definiscono due valori piuttosto diversi, e non vanno usate a sproposito – continuano a pretendere di diffonderle senza farne materia obbligatoria nelle scuole superiori e/o nelle università, con percorsi ben codificati nell’offerta formativa.

E così, senza la formazione di livello superiore o accademico, l’italiano medio è destinato a rimanere “finanziariamente ignorante”, e si fa oggettivamente fatica a non cascare poi nelle teorie complottiste, che vedrebbero l’industria del risparmio gestito come la principale indiziata. Per usare una similitudine abbastanza vicina al contesto trattato, pretendere di diffondere la cultura della finanza personale nei risparmiatori, senza prevedere insegnamenti liceali, corsi di laurea e master post laurea in educazione finanziaria, equivale a voler fare cultura di legalità senza annoverare nel corpus accademico dello Stato la formazione universitaria di Diritto e Giurisprudenza; in più, l’assenza di educatori finanziari qualificati e abilitati equivale ad esercitare, in campo legale, la professione di avvocato senza essersi laureati  in legge e senza aver sostenuto il relativo esame di abilitazione. Pertanto, così come è impossibile concepire di potersi rivolgere ad un tribunale senza passare da una consulenza legale, identico risultato dovrebbe raggiungersi in tema di cultura finanziaria, dove oltre ai docenti in ambito scolastico e universitario, dovrebbe aggiungersi un servizio alle famiglie prestato da specifici professionisti dell’educazione finanziaria che, in tutta evidenza, non possono che essere massimamente individuati tra gli stessi consulenti finanziari autonomi e non autonomi.

Tuttavia, l’educazione finanziaria ha un elevato contenuto economico per gli utenti, stimabile caso per caso in termini di minori costi e/o maggiori risultati ottenuti grazie ad essa; pertanto, l’attribuzione della qualifica di “Educatore Finanziario” non dovrebbe essere lasciata alla licenza del singolo consulente finanziario auto-definitosi tale in virtù di qualche corso di base erogato dalla propria rete di appartenenza, bensì ad una norma dello Stato, che istituisca corsi di formazione obbligatori e un esame di abilitazione, tramite il quale ottenere l’iscrizione ad una sezione apposita di un albo/organismo unico:  solo gli iscritti potrebbero avvalersi di titolo e funzioni dall’indubbio valore economico.

In pratica, si tratterebbe di far rientrare la soluzione del problema nella classica equazione tra attività intellettuale e commodity, in base alla quale il contenuto economico di qualunque professione trova la sua corretta valorizzazione. Infatti, cos’è che definisce il valore di una attività intellettuale? La definizione più calzante è che “il valore dell’attività intellettuale è pari alla stima del vantaggio economico che ne deriva per il fruitore e/o al minor danno economico stimato in relazione ad un dato evento per cui l’attività intellettuale viene richiesta”. In base a questa definizione, quindi, possiamo affermare che l’educazione finanziaria è una “commodity” a tutti gli effetti, poiché introiettandola nel costume di gestione delle risorse finanziarie è in grado sia di procurare un vantaggio economico e, nelle fasi negative, di limitare i danni per l’investitore finanziariamente educato.

Considerare l’educazione finanziaria come una commodity – al pari delle altre tipologie di consulenza, da quella legale a quelle tecnico-economiche-fiscali – richiede un profondo ripensamento di tale attività, che va finalmente sganciata dal ruolo di semplice “accessorio” dell’attività di consulenza finanziaria e va definita come una competenza specifica ed economicamente significativa, poiché in grado di produrre effetti economici concreti in capo alle famiglie ed al loro patrimonio. Il complesso di queste azioni sarebbe in grado di elevare, rispetto all’attuale scenario di sterili buoni propositi, lo snodo della educazione finanziaria verso una riconosciuta utilità sociale, ma tutto ciò sembra sfuggire a chi pronuncia da anni grandi proclami, e finita la festa torna diligentemente sui propri passi.

Rapporto CENSIS, Federpromm: in evidenza il ruolo e l’importanza del consulente finanziario

Il 57,5% dei risparmiatori italiani ritiene “indispensabile” l’assistenza di un consulente finanziario nella scelta degli investimenti da indirizzare su imprese, settori, progetti sostenibili.

Di Rita Casula *

Recentemente, il Censis ha presentato il 56° rapporto sulla situazione sociale del Paese presso il Cnel, da cui emerge un Paese toccato da vulnerabilità e insicurezza. È “la malinconia” a definire oggi il carattere degli italiani, il sentimento proprio del nichilismo dei nostri tempi, corrispondente alla coscienza della fine del dominio onnipotente dell’”io” sugli eventi e sul mondo e alla certezza e al timore di doversi misurare con eventi esterni incontrollabili quali la pandemia, la guerra, la crisi economica e quella energetica.

In questo scenario, fra le tante declinazioni sociali ed economiche esaminate dall’Istituto emerge come le opportunità di lavoro siano inadeguate, come il mito del posto fisso e il lavoro stesso abbia perso la sua leva identitaria. La retribuzione spesso non è all’altezza delle aspettative e, nonostante i giovani siano molto preparati (spesso hanno una laurea con il massimo dei voti e un master post universitario), l’offerta di lavoro consiste quasi sempre in un tirocinio gratuito e stipendi da 800 euro mensili. L’Italia, infatti, è l’unico Paese dell’OCSE con economia avanzata che ha registrato una riduzione del valore della retribuzione negli ultimi 30 anni, esattamente il 30% in meno rispetto al 1990. In Germania, per esempio, il 30% in più. E questo induce molti giovani a lasciare il Paese.

Siamo inoltre i primi nella classifica Neet, quella che comprende i giovani sotto i 30 anni che non studiano e non lavorano, e gli ultimi per occupazione femminile. Un aspetto interessante è dato dalla propensione degli italiani per gli “investimenti green” su cui il rapporto fa interessanti osservazioni. Il 57,4% dei risparmiatori italiani considera positivamente l’idea di investire in prodotti finanziari e in imprese sostenibili. Maggiormente convinti sono i residenti nel Nord-Ovest (61,7%), i laureati (67,9%) e le persone con redditi alti (76,6%). L’89,8% dei risparmiatori vorrebbe, però, che ci fossero istituzioni o enti certificatori terzi per garantire che gli investimenti green siano effettivamente conformi agli obiettivi e ai criteri annunciati dai proponenti.

Quella della “certificazione verde” è uno snodo cruciale dell’attuale mega-trend della Sostenibilità, poichè consentirebbe di concretizzare le intenzioni dichiarate dai risparmiatori sugli investimenti green, permettendo di superare la persistente confusione e diffidenza. Resta irrisolta, ad oggi, la questione della definizione univoca di che cosa sia da intendere per “investimento green” e  il timore di possibili operazioni di greenwashing è assolutamente giustificato. Per questo gli italiani reputano essenziale l’istituzione di intermediari di riconosciuta terzietà che garantiscano che quello che viene dichiarato green lo sia effettivamente. In ogni caso, gli sforzi delle istituzioni europee per pervenire a una uniformità tassonomica e concettuale non sono stati risolutivi. Il 57,5% dei risparmiatori italiani ritiene “indispensabile” l’assistenza di un consulente finanziario nella scelta degli investimenti da indirizzare su imprese, settori, progetti sostenibili. Convinti di avere bisogno di una consulenza fidata e di competente certe per orientarsi in tempi di forte incertezza, lo sono ancora di più quando si parla di investimenti green.

* Ufficio stampa Federpromm

L’Educazione Finanziaria e i “dummies”. Federica Dossena: la conoscenza domina emozioni ed errori

Secondo l’autrice di “Educazione finanziaria for dummies”, il consulente deve avere un alto livello di Educazione Finanziaria, senza il quale non potrà trasferire la propria conoscenza alle famiglie-clienti.

Puntuale come ogni anno, il Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria sta promuovendo (1 -31 ottobre) la quinta edizione del “Mese dell’Educazione Finanziaria” (#OttobreEdufin2022), con le quali vengono attuati nell’intero territorio nazionale moltissimi eventi (anche con modalità webinar e conferenze online) dedicati allo sviluppo delle conoscenze finanziarie nelle famiglie italiane, anche e soprattutto in chiave previdenziale (Settimana dell’educazione previdenziale, in programma dal 24 al 30 ottobre).

In particolare, la presente edizione porta avanti lo slogan “Costruisci oggi quello che conta per il tuo futuro”, sottolineando l’importanza di avere anche obiettivi di lungo-lunghissimo periodo nella gestione dei propri investimenti, grazie ai quali far fronte a lontane – ma inesorabili – esigenze di natura previdenziale, che segneranno il passaggio dall’epoca delle pensioni adeguate a quella delle pensioni “di mera sopravvivenza”, che sarà necessario integrare con un trattamento aggiuntivo per far fronte ai crescenti bisogni della vecchiaia. In tema di Educazione Finanziaria, poi, la Banca d’Italia e il ministero dell’Istruzione conducono dal 2008 il Progetto “Educazione finanziaria nelle scuole”, che sin dalla Scuola Primaria introduce gli studenti ai concetti base della finanza e dell’economia con un approccio di “formazione ai formatori”, cioè agli insegnanti, cui è affidato il compito di trattare la materia in modo molto semplice dopo aver partecipato a un incontro di circa due ore organizzato dalla Banca d’Italia (che fornisce loro materiali didattici come le guide per l’insegnante, i quaderni didattici per gli studenti e un sito internet dedicato). 

Eppure, nonostante questo dispiego di forze in campo, il livello di Educazione Finanziaria degli italiani rimane sensibilmente più basso rispetto a quello degli altri cittadini europei o di quelli dei paesi asiatici, parecchio più “educati” finanziariamente degli italiani. Pertanto, è evidente che il sistema nazionale deve poter fare di più, non limitandosi a dare lustro alla materia solo in un periodo dell’anno, bensì tenendo alta l’attenzione degli utenti senza soluzione di continuità, magari creando delle figure professionali specifiche – quelle degli educatori finanziari – da affiancare all’attività di banche e reti di consulenza, in qualità di veri e propri “ambasciatori” del sistema presso le scuole e le università. Il rischio, infatti, è di affidare il miglioramento del livello di Educazione Finanziaria semplicemente attendendo che le future generazioni di italiani – oggi studenti presso tutte le scuole dove si svolgono queste attività educative, sia pure in modo insufficiente – possano esprimere un grado di conoscenza e competenza finalmente in linea con quello degli altri paesi.

Nel frattempo, in attesa che le cose migliorino, trovano legittimo spazio le iniziative di “capitani coraggiosi” che, forti della propria missione professionale sul campo, regalano al pubblico dei risparmiatori il proprio lavoro concettuale sotto forma di libri, che presto diventeranno dei veri e propri “evergreen” dell’Educazione Finanziaria. E’ il caso di Federica Dossena, consulente finanziario di una nota rete di consulenza, che ha recentemente pubblicato “Educazione finanziaria for dummies” (208 pp, € 19,90, Ed. Hoepli), un testo che andrebbe inserito con pieno diritto in tutte le scuole superiori e – perché no – da far leggere ai genitori degli attuali studenti, soprattutto per via della semplicità con cui l’autrice tratta la materia, proprio come se si trovasse di fronte ad una famiglia di risparmiatori “ignoranti” e bisognosi di conoscenza.

Educazione finanziaria for dummies” è un “manuale efficace per pensare al proprio domani in termini finanziari e prendere decisioni in merito al patrimonio, un vero e proprio corso preparatorio, che aiuta a prendere le decisioni più corrette nella gestione del patrimonio, a compiere le scelte più appropriate anche nei rapporti con le banche, a scegliere un consulente finanziario, ad attivare un piano di accumulo o anche, semplicemente, a definire la percentuale del reddito da dedicare agli investimenti”, non senza dedicare spazio alle commissioni degli strumenti di risparmio gestito.

P&F ha rivolto alcune domande a Federica Dossena sul suo libro e sullo stato dell’arte dell’Educazione Finanziaria in Italia.

Federica, chi sono esattamente i “dummies” in Educazione Finanziaria? Può farci un loro identikit?
I “dummies” in generale sono i principianti, i neofiti. In realtà, quando si parla di finanza spesso si toccano argomenti sensibili e molto legati alle emozioni, che portano i risparmiatori a  confrontarsi esattamente come per il gioco del calcio, dove di fronte a partite particolarmente avvincenti si diventa tutti un pò allenatori. Tanti pensano di avere le verità in tasca, ma di solito la scarsa conoscenza porta a dire castronerie. In finanza tutti pensano di aver fatto l’investimento migliore, poi il tempo galantuomo svela gli errori commessi. L’identikit del dummy è quello che pensa di sapere tutto, ma si perde in un bicchiere d’acqua.  Poi ci sono i dummies che “sanno di non sapere”, e decidono di informarsi con la giusta curiosità e apertura.

Quali sono i veri vantaggi dell’Educazione Finanziaria per gli investitori, e quali per i consulenti?
Attraverso l’Educazione Finanziaria l’investitore giunge ad una consapevolezza finanziaria che aiuta a liberarsi da pregiudizi fuorvianti . Avere coscienza di quali siano gli strumenti finanziari base, del funzionamento della macchina economica, avere contezza di quale sia la propria capacità di risparmio  e cosa farne, è fondamentale per sentirsi più pronti e sicuri a vivere in un mondo dominato da incertezze. Allo stesso tempo, tutto ciò favorisce il lavoro del consulente, che con maggiore efficacia può guidare il proprio cliente a districarsi nel complicato mondo dei mercati finanziari. Parlando la stessa “lingua” è più facile capirsi, e si lavora anche meglio.

Cosa non ha funzionato fino ad oggi nella diffusione dell’Educazione Finanziaria in Italia, visto il livello di “ineducazione” che si riscontra tra le famiglie italiane?
Un mix tra eccesso di confidenza delle proprie competenze, lato investitore, e una insufficiente preparazione da parte degli addetti al settore. Questo mix è stato finora decisivo a mantenerci ultimi in tutte le classifiche nell’ambito dell’Educazione Finanziaria.

Secondo lei, il ruolo di educatore finanziario è accessorio a quello di consulente, oppure potrebbe aspirare ad avere una sua individualità professionale in futuro?
Un consulente finanziario DEVE avere un’ottima Educazione Finanziaria, e deve essere in grado di trasferirla ai propri interlocutori. La figura dell’educatore finanziario sarebbe utile anche nei contesti laddove l’educazione viene impartita quindi, per esempio, nelle scuole. Non sarebbe male inserire una figura di questo tipo negli istituti. Una figura che insegni agli studenti cosa significa investire e gestire le proprie finanze.

L’Educazione Finanziaria ha un contenuto economico misurabile, oppure no?
Secondo me sì. Ogni prestazione di servizio intellettuale che va a migliorare la vita delle persone è giusto e corretto che venga adeguatamente retribuita. Troppo spesso si confonde la prestazione di risultato con la prestazione di servizio. Tant’è che oggi in Italia, con il recepimento delle normative europee, si è portato ad esplicitare i costi per i consumatori e in particolare ad evidenziare il costo riferito alla consulenza.

Con l’aumentare del livello di Educazione Finanziaria degli investitori, in che modo ritiene che possa cambiare la professione di consulente finanziario?
Sarà più semplice comunicare e sarà meglio rivalutato il ruolo del consulente finanziario che oggi, secondo me, non può essere sostituito da nessun robot advisor. L’elemento umano continua ad essere necessario per la gestione dell’emotività sia nei momenti di euforia che nei momenti di grandi ribassi. Inoltre, le consulenze di grandi patrimoni richiedono la mediazione di una figura professionale competente che consenta al cliente di potersi rivolgere alle strutture e ai professionisti giusti per soddisfare le più disparate esigenze.

Che accoglienza ha avuto il suo libro presso il pubblico, e dove è possibile ordinarlo o comprarlo?
Il libro è uscito da due settimane circa, e sta generando interesse. Ottobre è ricordato come il mese dell’Educazione Finanziaria, quindi mi auguro che venga portato all’attenzione anche da chi ha il compito di divulgare la materia. Si acquista in tutte le librerie di Italia e sugli store online (Amazon incluso).
Scriverà nuove edizioni in futuro, o sta già lavorando ad un altro testo?
Ho tanti progetti in mente che per ora sono ancora tali. Per ora sono concentrata a promuovere questo libro, che ho cercato di scrivere con tanta dedizione e umiltà.

I consulenti finanziari al tempo di guerra: chi possiede Excalibur?

Le crisi profonde dei mercati degli ultimi 20 hanno sempre confermato che l’asset allocation strategica massimizza il ritorno nel lungo termine per il cliente. Chi asseconda le sue ansie, lo porta a sbagliare.

Di Maurizio Nicosia*

Chi lavora da una trentina d’anni nel settore della Consulenza Finanziaria ne ha viste davvero tante. Fino al 2019 guerre, attentati terroristici, crisi economiche da brividi, mercati impazziti e persino i tassi di interesse negativi hanno disturbato il sonno di chi, il giorno successivo, ha dovuto tranquillizzare i clienti e dare loro i giusti messaggi di serenità e fiducia nel futuro.

Nel 2020, poi, è arrivata la pandemia, e si pensava che a questa “chicca” mancante dal nostro elenco di disgrazie planetarie sarebbe seguito un periodo comunque complicato ma dettato da una certa unità di intenti (sconfiggere il nemico di tutte le popolazioni, senza distinzione di classi o etnie), sotto la cui coperta il mondo si era protetto fino a qualche settimana fa. Niente di più sbagliato; e siccome al peggio non c’è mai fine, le braci ancora accese del dissidio tra potenze mondiali, che covavano sotto quella stessa coperta dal 2014, hanno incendiato il clima di ricostruzione economica mondiale, facendolo precipitare nell’abisso di  una guerra che in Europa conoscevamo solo dai racconti di genitori e nonni.

E così, la possibilità di un rapido evolversi di questo conflitto ha lasciato rapidamente il posto allo spettro di uno scontro duraturo – con il probabile seguito di governi in esilio e rapporti internazionali deteriorati – e la “Finanza delle Catastrofi”, nata con la pandemia, è stata sostituita dalla “Finanza di guerra” senza nemmeno un giorno di tregua. Inutile dire che noi consulenti finanziari, tanto per cambiare, ci siamo dentro fino al collo, e non abbiamo sparato un solo colpo.

Venerdì mattina, per esempio, sono le 8,30 e squilla il telefono. E’ Giovanni , prima cliente venticinquennale e poi amico. Mi chiama per avere conforto, chiede di spiegargli quale sia la logica dell’allocazione dei suoi risparmi, del perché debba affrontare questo impatto emotivo così forte e, soprattutto, quando finirà? In pratica, mi ha scambiato per Mago Merlino, ma non posso fargliene una colpa: il cliente si sente come Re Artù sotto attacco del nemico e io devo essere presente ricordandogli che, alla fine, lui possiede Excalibur, ossia il Tempo, che in Finanza tutto sconfigge. In ogni caso, sono risposte difficili da dare, e far prevalere la parte corticale-razionale del mio cervello non è facile. Devo riportare Giovanni a guardare al domani, alla tendenza al progresso ed al miglioramento verso cui il genere umano e i mercati finanziari tendono da millenni nella Storia.

Del resto, chi può farlo meglio di me e di lui? Io conosco bene quali sono i progetti del mio cliente, l’ho seguito e l’ho visto mentre realizzava i suoi sogni: la famiglia, gli studi dei figli, la sua piena realizzazione professionale, il casale a Ragusa. Oggi i suoi risparmi hanno cambiato obiettivo: sono destinati ai suoi nipoti, e servono per assicurare un benessere futuro alla sua famiglia, e questo, ancora una volta, non verrà messo in discussione dalla guerra di Putin né da una eventuale escalation, poiché il tempo ci permetterà di crescere ancora.

Gli eventi degli ultimi anni hanno rivelato a tutti i consulenti finanziari come sia cambiato profondamente il proprio ruolo. Negli anni ottanta e novanta del secolo scorso non era importante conoscere a fondo i clienti e le loro esigenze, e bastavano le tecniche di vendita professionale per compensare il gap competitivo con le banche. Tutti noi eravamo alla ricerca del “prodotto buono” e di messaggi commerciali innovativi che stupissero i clienti. Il legame tra tempo, rischio e rendimento, così come la costruzione dell’asset allocation, sono arrivati negli anni duemila, e negli anni dieci del nuovo millennio ha cominciato a prendere  forma la “consulenza olistica”, quella incentrata sul ciclo di vita del cliente e sulle sue esigenze familiari in funzione del tempo. E’ grazie a questo nuovo corso della consulenza che possiamo effettuare anche un coaching sull’emotività dei nostri clienti nei momenti di profonda  crisi.

D’altra parte, gli eventi negativi che negli ultimi 20 anni hanno colpito i mercati – dalle torri gemelle alla crisi finanziaria del 2007 alla pandemia – hanno sempre confermato che l’asset allocation strategica massimizza il ritorno nel lungo termine per il cliente. Chi asseconda le ansie del cliente e si presta a fargli ridurre il livello di rischio nel pieno corso delle crisi contribuirà consapevolmente al raggiungimento di una performance peggiore rispetto a chi non ha modificato di una virgola, in quei frangenti pieni di tensione, il proprio programma di investimento. Questo è il compito di un consulente finanziario ai tempi di guerra, e come si può vedere non c’è alcuna differenza rispetto al passato.

Viste le altissime barriere erette all’entrata della professione verso i giovani e l’età media avanzata di ognuno di noi, chiunque legga queste riflessioni sa esattamente ciò di cui sto parlando, avendo condiviso le stesse esperienze. Nel frattempo, avanziamo con fierezza verso una professionalizzazione sempre più profonda e verso una coscienza del ruolo che consente di rassicurare i clienti dalle loro pulsioni emotive in momenti difficili come questo.

La nostra mimetica è un abito grigio, ed il nostro fucile il sorriso. Abbasso la guerra.

* Area Manager di una primaria rete di consulenza finanziaria

Bancari verso la Consulenza Finanziaria, serve un “preparatore atletico” prima dell’onboarding

La professione di consulente finanziario è oggi ambita anche dal personale bancario stressato dalle politiche di budget. Tuttavia, i “cugini” provenienti dalle banche non ne conoscono gli aspetti più delicati. P&F intervista Marina Magni di Onboarding.

Da quando è esplosa la pandemia, i consulenti finanziari hanno mostrato di saper supportare con la loro presenza tutte le famiglie clienti, anche nei momenti peggiori del ciclo di borsa. Contestualmente, il sistema bancario tradizionale ha mostrato grande fragilità, manifestando in modo evidente il divario di professionalità rispetto alla consulenza finanziaria. In più, molti istituti di credito hanno accelerato il processo di razionalizzazione del modello di business, aumentando la chiusura o l’accorpamento delle filiali, favorendo la fuoriuscita di personale esperto ma in età pre-pensionabile e aumentando lo “stress da produttività” del personale più giovane, sottoposto a pressanti politiche di budget.

Di conseguenza, la professione di consulente finanziario è diventata un’attività ambita anche dal personale bancario, oltre che dai neolaureati e dai professionisti di altri settori, esperti in gestione della relazione con la clientela privata, a cui la crisi economica ha ridotto fortemente i margini. Tuttavia, ad oggi questa professione non è ancora perfettamente conosciuta, e non è semplice trovare fonti attendibili sugli aspetti più delicati che potrebbero interessare i potenziali candidati. Il mondo della consulenza finanziaria, infatti, è un “sistema chiuso”, con elevate barriere all’entrata, che oggi si va lentamente aprendo per consentire il ricambio generazionale ai circa 33.000 consulenti attivi. E’ proprio in questo scenario che nasce Onboarding, un servizio di supporto e consulenza dedicato a coloro che, prima di lanciarsi nel ciclo di colloqui di selezione nell’universo delle banche-reti, vogliano cominciarlo in modo consapevole e sapendo a cosa si va incontro.

Infatti, sempre più bancari con esperienza in gestione della clientela vengono contattati dalle reti di consulenza finanziaria, di solito dalle società di head hunting o dai manager della struttura territoriale. Nei colloqui di selezione e ingaggio, per quanto scrupolosi, non è possibile entrare in profondità su tutte le tematiche della professione, per cui non è raro che la decisione di cambiare il proprio status lavorativo avvenga con un bagaglio insufficiente di informazioni. P&F ha intervistato Marina Magni, project manager e vicepresidente di Fabbrica delle Professioni, nonchè ideatrice di Onboarding.

Marina, quando ha pensato la prima volta a “Onboarding”, e cosa l’ha spinta a tuffarsi in questa iniziativa?
Ho un’esperienza di 38 anni come manager di rete, e ho avuto la possibilità di incontrare moltissimi bancari ai quali ho proposto di intraprendere la professione. Negli anni mi sono resa conto che spesso le persone rinunciavano all’opportunità offerta, pur avendo tutti i requisiti per avere successo, perché alcuni aspetti per loro importanti vengono trattati marginalmente in occasione degli incontri di ingaggio. Per questo motivo, una volta andata in pensione e lasciato il mondo della consulenza attiva, mi è venuta l’idea di mettere la mia esperienza a disposizione di chi è attratto dal mondo della consulenza finanziaria, offrendo un percorso di conoscenza sulla professione e di consapevolezza sulle proprie skill rispetto al ruolo. A spingermi è stata la voglia di cavalcare le innovazioni e l’entusiasmo verso la professione. La consulenza finanziaria è un astro nascente nel panorama finanziario, e saranno proprio i giovani e i bancari under 50 a rinnovare una popolazione che ormai ha raggiunto un’età media di 58 anni. E poi mi piace l’idea di diventare tutor.

Consulente finanziario

Cosa è esattamente Onboarding, e in cosa si differenzia rispetto alle classiche attività di selezione e reclutamento del circuito di head hunting?
Onboarding non si occupa di selezione e reclutamento. E’ una società che offre un percorso formativo su tutti temi relativi alla professione di consulente finanziario, svelandone e approfondendone gli aspetti che nei colloqui di ingaggio non trovano sufficiente spazio. Gli argomenti vengono proposti sul nostro sito tramite video realizzati da esperti delle varie materie. Ad ogni persona che inizia il percorso viene assegnato un tutor, che ha il compito di commentare/approfondire le tematiche. E’ anche previsto un momento di coaching per comprendere se le caratteristiche di personalità siano coerenti con il ruolo che si andrà a ricoprire.

Qual è il vostro organigramma?
Il nostro organigramma è molto semplice, poichè siamo una SRLS con un unico amministratore. Personalmente mi occupo dei contenuti del sito e della scelta degli esperti e del primo contatto con chi intraprende il percorso. Ci avvaliamo della collaborazione di partner esperti di consulenza finanziaria per il tutoraggio durante l’iter formativo.

Perché un bancario dovrebbe scegliere di avvalersi della vostra consulenza?
Per un bancario seguire il percorso di Onboarding significa affrontare il cambiamento in sicurezza. Basti pensare a come si svolge il processo di reclutamento nelle reti. Si parla molto dell’Azienda, dei prodotti e servizi, dell’offerta economica, del portafoglio trasferibile e poco, ad esempio, di aspetti previdenziali, fiscali, di indennità meritocratiche, di normative e di tutto ciò che caratterizza la professione indipendentemente dalla mandante. Con noi i bancari riceve un’informazione oggettiva, senza conflitto di interesse e nei tempi che stabilisce lui stesso. Al termine sarà consapevole della propria idoneità, da tutti i punti di vista, a svolgere la professione.

Usando una terminologia calcistica, vi definireste come i “procuratori” di un aspirante consulente finanziario, oppure come dei possibili “preparatori atletici”?
Ci possiamo definire dei preparatori atletici, in quanto non negoziamo gli ingaggi. Proprio per questo ci sono manager di varie realtà che suggeriscono ai bancari con cui sono in contatto il nostro percorso, e devo dire che ciò è molto gradito dagli interessati.

Come è strutturato l’impegno economico richiesto all’aspirante consulente finanziario per avvalersi della consulenza di Onboarding?
Fino alla fine dell’anno, per favorire il lancio di Onboarding, il percorso è gratuito. Dal 2022 costerà 150 euro.

Quali sono i vostri programmi specifici per i neolaureati o per coloro che vogliono cambiare lavoro scegliendo la consulenza finanziaria?
Per chi vuole iniziare l’attività e non ha i requisiti per l’iscrizione all’albo proponiamo un corso per il superamento dell’esame, e in più una serie di seminari individuali a compendio di quanto viene già fatto dalle società mandanti. Collaboriamo, per tutte le attività formative, con Fabbrica Delle Professioni, di cui sono vice presidente e project manager.

Consulenti finanziari USA: in che modo creano e coinvolgono la propria clientela

I consulenti “invecchiano” insieme ai propri clienti, con i quali spesso condividono gli aspetti della propria crescita personale. Pertanto, è fondamentale che il professionista abbia le capacità di rinnovare il portafoglio clienti, usando le migliori strategie di acquisizione.

Di Coryanne Hicks e Susannah Snider – usnews.com

Nei servizi finanziari, le questioni più importanti sono incentrate esclusivamente sui clienti: di cosa hanno bisogno, cosa vogliono, dove sono, dove stanno andando e a chi possono fare riferimento lungo il percorso. Non c’è business senza clienti, e tutti i consulenti finanziari devono essere esperti anche nell’arte di trovarne di nuovi e di coinvolgere quelli già acquisiti in portafoglio.

Il fattore età, naturalmente, è essenziale: i bravi consulenti “invecchiano” insieme ai propri clienti, con i quali spesso condividono gli aspetti della propria crescita personale ed economica, i propri successi ma anche gli insuccessi e a volte gli eventi più tristi. Dal punto di vista degli obiettivi di investimento e del ciclo di vita del patrimonio, però, c’è un momento in cui consulente e cliente si confrontano da due posizioni differenti. Infatti, man mano che i clienti invecchiano, essi passano dalla fase dell’accumulo a quella della distribuzionequest’ultima determinata dal raggiungimento degli obiettivi di spesa – e se il denaro accumulato viene speso, le risorse di un consulente (asset in gestione) diminuiscono, e con esse anche le sue entrate. Pertanto, è fondamentale che il consulente abbia le capacità di rinnovare costantemente il portafoglio clienti, facendo leva su moderne strategie di acquisizione e nuove regole che, in particolare negli Stati Uniti, sono il risultato di una evoluzione cominciata già negli anni ’60-‘70, e che in Italia – con i dovuti distinguo – si sono diffuse già da qualche tempo, una volta abbandonate le vecchie “telefonate a freddo“. 

Restringere il focus – Secondo Kevin Darlington, vicepresidente di Broadridge Advisor Solutions (New York), “il consulente finanziario che restringe le dimensioni del proprio target di destinazione massimizza il proprio investimento in tempo e alla fine attira  i clienti ideali. Invece di prendere di mira chiunque abbia almeno 1 milione di dollari, è meglio restringere il campo ai potenziali clienti che, tra quelli con disponibilità di almeno 1 milione, abbiano un’età compresa tra 45 e 60 anni e vivono entro 50 miglia dalla sede di lavoro del consulente”.

Definire il proprio cliente ideale – Il processo di restringimento del campo aiuta a anche a definire il profilo del cliente ideale, quello con il quale il consulente finanziario ha maggiori chance di adattare la propria strategia di marketing e, una volta acquisito, di esprimere al meglio il proprio modello di servizio. Questa fase richiede l’identificazione dei bisogni primari del cliente-tipo, le sue domande e le sue preoccupazioni più probabili, individuate anche in base alla esperienza maturata con clienti simili. E’ grazie a questo studio preliminare che il consulente potrà costruire la sua proposta di valore originale, capace di “parlare” – e far parlare di sè – non solo al potenziale cliente, ma anche al mercato.

Sviluppare campagne di content marketing – Definite le domande che il cliente ideale si sta ponendo, è possibile – e conveniente, dal punto di vista dell’autorevolezza – creare campagne di content marketing che lo portino al proprio sito Web, dove troverà delle risposte di base, utili a fissare l’attenzione e, magari, a richiedere un contatto. Un consulente finanziario alla ricerca di imprenditori, ad esempio, potrebbe creare campagne sulla pianificazione della successione aziendale; oppure creare video didattici che affrontano le sfide finanziarie che gli imprenditori devono affrontare. In particolare, i contenuti video di buona qualità, rivolti al cliente ideale, generano molte risposte e aumentano il livello di “conferma” nel caso in cui il nominativo del consulente sia stato riferito da un altro cliente.

Diventare “social” – I social si amano o si odiano, ma questo non deve interessare ai consulenti più efficaci, poiché i social network sono una solida fonte per scoprire nuove opportunità per nuove relazioni con i clienti potenziali. Soprattutto su LinkedIn, dove i consulenti possono comunicare in modo efficiente il proprio brand personale, creando una sorta di “impronta digitale” con cui venga identificata la sua specializzazione. In caso contrario, infatti, si rischia di perdersi nel mare dell’uniformità e dell’anonimato in cui galleggiano moltissimi consulenti. Per vitare ciò, è consigliabile l’espansione su più canali di social media (Youtube, per esempio, oltre a Facebook, Instagram, Twitter e Linkedin), rimanendo però sempre coerenti con il proprio messaggio.

Fin qui si è parlato di “accademia”, ossia di strumenti e strategie universalmente conosciute dai consulenti (sebbene non sviluppate con regolarità). Infatti, la creatività nell’individuare metodi di acquisizione di nuova clientela, così complicata e indiretta nel mondo virtuale, non ha limiti nel mondo reale. Infatti, esistono altri modi per socializzare con i potenziali clienti oltre ai canali virtuali (con i quali molti professionisti non hanno un buon rapporto), e sebbene richiedano maggiori energie e costi, sono sicuramente molto più efficaci se perfezionati con una certa costanza e con metodo. In pratica, si tratta di identificare i possibili interessi comuni a quelli della clientela ideale, e sfruttarli per trovare opportunità di interazione al di là del PC, come facevano i consulenti di una volta. Per esempio, uno dei più bravi consulenti newyorkese, appassionato di cani, acquisiva clientela nuova organizzando – o improvvisando, molto spesso – riunioni e incontri “casuali” proprio in un parco per cani. Altri, molto più “classici”, fanno ancora identica cosa nei circoli del tennis e persino in occasione dei celebri “mercatini del vicinato” americani.

Il capitolo dedicato ai clienti già acquisiti (mercato effettivo) non certo è meno importante di quello del mercato potenziale, ed anzi necessita di grandissima attenzione, poiché i “già clienti” sono i migliori testimonial del consulente. Pertanto, è utilissimo coinvolgerli nelle proprie riunioni di acquisizione, senza alcun “copione”: parleranno comunque bene, in modo del tutto spontaneo, del professionista, e in più si sentiranno orgogliosi di averlo fatto. In generale, però, il mantenimento di un buon livello di relazione con i clienti passa dalla sensibilità del consulente nel saper definire le loro aspettative di contatto periodico, nel senso che alcuni di loro desiderano ricevere notizie solo una volta all’anno, mentre altri si aspettano contatti più frequenti (trimestrali o addirittura mensili).

Negli Stati Uniti, poi, non di rado i consulenti organizzano i c.d. “eventi trimestrali di apprezzamento dei clienti”, veri e propri happening informali, dalla durata di qualche giorno (o un week end) in occasione dei quali i clienti possono andare e venire a loro piacimento, anche più volte, magari invitando amici “non clienti” a pranzi o cene a base di vino e formaggio, oppure ad un barbecue, con tanto di giochi per i bambini, nei mesi estivi. Dopo due anni di Covid, naturalmente, la necessità del distanziamento sociale ha fatto sì che le riunioni-clienti al chiuso siano diminuite enormemente – non i “parties on barbecue” che sono all’aperto – e siano aumentati esponenzialmente gli eventi in video, molto meno coinvolgenti dal punto di vista emozionale ma più sicuri, da svolgere invitando anche le famiglie dei clienti rendendo così la pianificazione finanziaria un evento familiare.

Bancari aspiranti consulenti, ecco il processo di selezione. Spiegato bene

Intervista di P&F dedicata ai bancari che rivestono un ruolo di forte prossimità al cliente e vogliono valutare un cambiamento professionale. Rispondono alle nostre domande due recruiter professionisti di Startup Italia.

Oggi l’industria del risparmio trova nel sistema bancario il canale di distribuzione quasi esclusivo, nel quale coesistono due realtà profondamente diverse fino a qualche anno fa, ed oggi gradualmente più vicine in termini di approccio alla clientela. Bancari e consulenti finanziari, infatti, cominciano a convergere sempre di più verso un unico centro – il cliente – partendo però da due direzioni differenti: una maggiore attenzione alla qualità della relazione e del servizio post vendita per i dipendenti di banca adibiti ai rapporti con i risparmiatori, ed un processo di progressiva (e mal sopportata, a dire il vero) “bancarizzazione” per i consulenti non autonomi, cui vengono demandate mansioni amministrative (non retribuite, n.d.r.) sempre più stringenti e simili, per certi versi, a quelle di un bancario.

Le banche tradizionali, rispetto alle banche-reti, devono affrontare ogni anno problemi relativi alla sostenibilità del proprio conto economico, ormai scarsamente remunerato dall’attività caratteristica – quella del credito – e, a causa della continua chiusura delle filiali e della conseguente riduzione del personale, finiscono con l’inasprire la qualità del lavoro di molti gestori affluent e private bankers, i quali oggi vedono con favore la possibilità di trasformarsi in consulenti finanziari e migliorare la propria vita lavorativa facendo tesoro della esperienza e dell’indotto di clientela bancaria da migrare in una nuova realtà lavorativa.

Da qui deriva l’attenzione mostrata dalle reti di consulenza finanziaria verso i candidati provenienti dalle filiali bancarie, e il quadro che emerge dall’intervista che segue risulta utilissimo proprio per quei bancari che, rivestendo un ruolo commerciale di forte prossimità alla clientela, intendono valutare un percorso di selezione per nulla scontato o prevedibile, nel quale la professionalità del selezionatore e l’analisi approfondita del candidato-persona contano più di qualunque altro “numero”. Spesso, infatti, per l’azienda committente – di solito una banca-rete – i numeri contano molto, per cui la “mediazione” di professionisti votati a garantire principalmente l’interesse della risorsa umana da selezionare (che ha una storia personale e un equilibrio finanziario da assicurare alla famiglia) fa da bilanciere tra aspettative che, a volte, possono risultare non perfettamente in linea tra candidato e potenziale datore di lavoro. Per dare agli interessati un quadro abbastanza esaustivo di ciò che li aspetterebbe in caso di selezione, abbiamo intervistato Antonella Russo e Luca Baldinini (entrambi nella foto) di Startup Italia, società di Rimini specializzata, tra le altre cose, in selezione del personale per gruppi bancari e reti di consulenza finanziaria.

Da quanto tempo vi occupate di recruiting verso il personale bancario per conto delle reti di Consulenza Finanziaria?
(Antonella Russo e Luca Baldinini) Entrambi da circa 10 anni.

Siete voi a selezionare direttamente i candidati, oppure ricevete anche candidature spontanee?
(Antonella Russo e Luca Baldinini) Per la grande maggioranza la nostra è un’attività di ricerca e selezione che facciamo personalmente sul territorio. Riceviamo candidature spontanee solo marginalmente, e si tratta in genere di candidati già conosciuti in precedenza, con i quali nel corso del tempo è maturato un reciproco interesse alla valutazione.

Come riuscite a capire se un candidato ha le caratteristiche adatte per affrontare i profondi cambiamenti imposti nella migrazione da lavoratore dipendente a libero professionista?
(Antonella Russo) Andando ad approfondire sia il percorso professionale sia le ambizioni di crescita. Solitamente, ci basiamo inizialmente sugli elementi tecnici che ci permettono di verificare il target richiesto, ma nel racconto dell’esperienza lavorativa emergono anche alcune caratteristiche personali importanti, quali ad esempio la propensione allo sviluppo in autonomia dei clienti o le attitudini che portano ad una maggiore fidelizzazione del cliente.
Consulente finanziario(Luca Baldinini) E’ un processo complesso e nella maggior parte dei casi anche lungo, dura spesso ben oltre i sei mesi. Lo si comprende per gradi, assieme al manager che dovrà inserirlo nella struttura. Oltre ai dati fondamentali sulle masse e sulla qualità della relazione con la clientela, è necessario capire se il candidato bancario ha le caratteristiche caratteriali per poter diventare un imprenditore di se stesso e le capacità commerciali nello sviluppo della clientela. Queste cose si capiscono conoscendo meglio la persona e la sua storia lavorativa.

Come si svolge un iter di selezione, dal primo incontro alle dimissioni e alla firma del contratto con la società mandante?
(Antonella Russo) In genere i primi 2 o 3 incontri sono conoscitivi; si approfondiscono società, progetto di sviluppo e modalità operative, nonché esperienza e aspettative del candidato. In caso di reciproco interesse, si procede con la valutazione del potenziale attraverso una puntuale analisi del portafoglio trasferibile con successiva valutazione di sostenibilità. La società presenta quindi una proposta economica e, se accettata, una successiva lettera d’intenti. Si procede quindi con le dimissioni e la firma del contratto.
(Luca Baldinini) Molto schematicamente, c’è un primo contatto telefonico o via web per valutare target ed interesse del candidato; si procede poi con l’iter di incontri con il manager, il primo è conoscitivo ed i successivi sono di approfondimento sui temi che interessano al candidato; poi c’è l’analisi del portafoglio, la fase contrattuale e di gestione degli eventuali vincoli come un patto di non concorrenza o il normale preavviso. Lo step finale è una lettera d’intenti, che da al candidato la possibilità di procedere con le dimissioni e con il passaggio nella nuova realtà lavorativa.

A quale fase di solito si ferma il vostro intervento, e comincia quello della mandante e dei suoi recruiter?
(Antonella Russo) Questo aspetto varia a seconda del cliente che seguiamo. Sicuramente contattiamo i candidati dopo i primi incontri , sia per un feedback, ma anche per comprendere la percezione di società e persona incontrata. Cerchiamo quindi di capire se la società presentata è quella più in linea con i desiderata del candidato e se ci sia bisogno di un allineamento tra le parti. I percorsi di cambiamento dalla banca verso società di rete sono piuttosto lunghi, per cui spesso si rendono necessari successivi contatti per attività di supporto. Ci sono dei candidati che supportiamo fino quasi a fine trattativa e altri che hanno già dall’inizio le idee molto chiare (idee in genere maturate attraverso precedenti contatti con reti).
(Luca Baldinini) Generalmente affianchiamo il candidato ed il manager fino a fissare il primo incontro ed interveniamo poi con chiamate di follow up durante il percorso del candidato. Non c’è un momento preciso in cui si ferma la nostra attività, ma spesso il candidato viene preso in mano dal manager che si occupa del reclutamento fin dal primo incontro.

Quali sono, in ordine di priorità, le motivazioni che spingono un bancario a valutare l’offerta di una rete di consulenza finanziaria?
(Antonella Russo) Motivazioni economiche, ambizione e voglia di crescere professionalmente, maggiore autonomia e possibilità di offrire un servizio migliorativo al cliente.
(Luca Baldinini) Miglioramento delle condizioni lavorative, economics, maggiore libertà decisionale e gestione del proprio tempo sono le principali motivazioni, per taluni candidati può essere più importante l’una o l’altra.

Se dovesse tracciare una statistica, qual è la percentuale di successo dei bancari, in termini di migrazione portafoglio clienti, all’interno di una rete?
(Antonella Russo e Luca Baldinini) Anche in questo caso molto dipende dal ruolo del candidato e dalla seniority. Tendenzialmente un 30% per i gestori affluent e tra il 70 e l’80% per i Private con elevata seniority.

Avete registrato un incremento delle candidature di bancari negli ultimi anni?
(Antonella Russo) No, non c’è stato un aumento delle candidature rispetto al passato, probabilmente per via di una maggiore conoscenza delle società rispetto al passato.
(Luca Baldinini) Relativamente ai candidati bancari interessati rispetto ai contatti totali, abbiamo assistito negli anni ad un decremento: ad inizio attività la risposta positiva era tra il 35/40%, mentre oggi si attesta intorno al 10/20%. 

Quanto pesa lo stress accumulato nel lavoro in banca sulla scelta di cambiare radicalmente la propria posizione lavorativa?
(Antonella Russo) Lo stress indotto dalle pressioni di tipo commerciale è sicuramente uno dei principali fattori che incidono sulla decisione di cambiamento.
(Luca Baldinini) Per alcuni candidati incide sicuramente, e il miglioramento delle condizioni lavorative è una delle motivazioni più forti.

Quali sono le sue previsioni per questo segmento specifico di recruiting nei prossimi anni?
(Antonella Russo) Il progressivo incremento delle dimensioni dei gruppi bancari sicuramente renderà più interessante nei prossimi anni la nostra attività nel settore specifico, e probabilmente favorirà il processo di passaggio del bancario verso la rete. Tuttavia, c’è da considerare che anche le banche negli ultimi anni stanno proponendo dei percorsi interessanti con contratti misti o con un progressivo passaggio alla libera professione. Questo aspetto sta consentendo alle banche di mantenere un certo livello di competitività rispetto alle società di rete.
(Luca Baldinini) Per prossimi anni prevedo ancora richiesta da parte degli istituti per questo tipo di figura. Penso che anche le banche tradizionali, e non solo quelle di rete, cominceranno a muoversi in questa direzione anche se più lentamente per via della complessità delle loro strutture. Fino a che la situazione di mercato resterà questa, con i tassi molto bassi, i conti economici delle banche dipenderanno sempre di più dai ricavi derivanti dalla gestione del risparmio dei loro clienti, per cui la ricerca di figure che hanno in mano la clientela nel segmento della raccolta sarà più intensa.

Consulenza Patrimoniale: professione del futuro, ma ancora da “identificare”

L’assenza di un corso di un percorso accademico specifico e di un albo dei consulenti patrimoniali sembra dettata dalla paura delle altre professioni di dover cedere una fetta di “sovranità culturale” e di mercato ad una nuova figura professionale che, sebbene limitatamente ad alcuni aspetti, le comprende tutte.

Di Alessio Cardinale

Da circa dieci anni, ed in particolar modo da quando gli effetti della crisi del 2008 hanno consolidato la sensazione di insufficiente efficacia della consulenza finanziaria rispetto ai bisogni della clientela variamente patrimonializzata, si è fatto strada il concetto di consulenza patrimoniale, inteso come attività professionale all’interno della quale la gestione del patrimonio mobiliare rappresenta solo una parte. Nel corso degli anni, poi, dalla semplice definizione concettuale si è passati all’attribuzione di un contenuto e delle caratteristiche di questa professione, sulla quale sussiste ancora un certo grado di indeterminatezza legato, più che mai, all’assenza di una specifica disciplina giuridica. Infatti, come è già successo nella seconda metà del secolo scorso per la nascente professione di consulente finanziario, anche quella del consulente patrimoniale viene di fatto già svolta e, in un certo modo, auto-regolamentata prima ancora di una sua previsione nel nostro Ordinamento, e questo la rende estremamente inclusiva ma piuttosto vulnerabile.

Del resto, negli anni ‘70-’80 i primi fondi comuni di investimento venivano distribuiti senza alcuna regolamentazione da reti di “consulenti-venditori”, e solo agli inizi degli anni ’90 il sistema venne disciplinato grazie all’istituzione delle SIM (società di intermediazione mobiliare) e dell’albo dei promotori finanziari. Prima di allora, chiunque poteva vendere fondi comuni, e chiunque si fregiava, solo per questo, del titolo di “consulente finanziario”. Stessa cosa sta accadendo adesso, e in assenza di una disciplina giuridica molte professioni stanno rivendicando, alcune impegnandosi lodevolmente in modo ordinato e trasparente, altre in modo disordinato, i contenuti di una nuova professionalità che “va oltre” quella del consulente finanziario, dell’avvocato, del notaio e del commercialista, solo a titolo di esempio. Il consulente patrimoniale, infatti, a differenza del consulente finanziario abilitato fuori sede, non affronterà solamente il tema della consulenza di investimento, ma dovrà occuparsi di questioni che “invadono” l’area di competenza tipica di altre professionalità e che richiedono la conoscenza di ogni dettaglio relativo alla famiglia, alla sua composizione (allargata agli ascendenti), ai risparmi, alla gestione delle entrate e delle uscite, alla previdenza, agli impegni finanziari, alla situazione debitoria, al patrimonio immobiliare ed ad altro ancora, fino ad arrivare ai problemi inerenti le crisi familiari e quelli della pianificazione successoria e del passaggio generazionale.

Tutte competenze, pertanto, che richiedono una specifica formazione e che, per le loro caratteristiche, non potrebbero che essere di livello accademico. Questo basta per comprendere come non sia sufficiente, per alcune banche-reti, fregiare i propri consulenti finanziari del titolo di “consulente patrimoniale” solo in virtù della frequentazione di un corso di formazione di due o tre mesi e della consegna di un attestato. Ancora di più, è inopportuno attribuirsi da soli una simile qualifica, magari per via di un percorso di conoscenza personale, per potersi definire consulenti patrimoniali. Di certo, se volessimo individuare una formazione ed una esperienza fortemente “propedeutiche” a quella del consulente patrimoniale, il consulente finanziario sembra essere la figura più adatta per storia, prossimità alla famiglia-cliente e abilità nella gestione della relazione; essa però si scontra con innegabili (e del tutto logiche) carenze di preparazione difficilmente colmabili senza una preparazione universitaria almeno triennale o (almeno) di un master di pari livello. Pertanto, la scelta di limitare il contenuto della consulenza patrimoniale al rilascio di una semplice certificazione di basso valore pubblicistico oggi appare dettata dalla paura delle altre professioni di dover cedere una fetta di “sovranità culturale” e di mercato ad una nuova figura professionale che, sebbene limitatamente ad alcuni aspetti specifici, le comprende tutte.

In realtà, questa paura non ha alcuna ragione di esistere, poiché la previsione legislativa di un albo dei consulenti patrimoniali, cui accedere solo dopo aver superato uno specifico corso di laurea – o altri corsi equipollenti – ed un esame attitudinale, avrebbe il compito di disciplinare, oltre ai contenuti, la giungla di tariffe e parcelle che, al momento, domina confusamente il nuovo contesto. Inoltre, la sua previsione normativa attribuirebbe notorietà alla professione e assicurerebbe un percorso di crescita alle nuove generazioni di consulenti finanziari, avvocati, commercialisti (etc) all’interno di un nuovo mercato di sbocco, senza dover per questo “invadere” le aree di competenza delle altre professioni: l’accesso alla giustizia, in qualunque forma, richiederà sempre un avvocato, e l’elaborazione di una pianificazione fiscale non potrà che essere fatta da un commercialista; il trasferimento di una proprietà immobiliare, così come la redazione di un testamento o la costituzione di un fondo patrimoniale, non potranno che essere perfezionati da un notaio, e la stima di un’opera d’arte vedrà il concorso fondamentale di un esperto in materia. In ultimo, proprio la consulenza patrimoniale assicurerebbe alle categorie professionali unite in team un notevole aumento del fatturato e dell’indotto, che è impossibile non intuire.

Pertanto, in tutti questi ambiti, nessuna invasione di campo può essere consentita dalla legislazione esistente, e certamente nessun consulente patrimoniale potrà permettersi di farlo in futuro. Il lavoro in team con gli altri professionisti, quindi, è l’unica strada possibile, da percorrere sotto l’egida di un corpo di leggi e regolamenti che ne preveda la forma giuridica, il contenuto, il valore economico e il metodo di “ingaggio” consentito al consulente, il quale potrà far accedere i clienti alla consulenza patrimoniale – come “condizione di procedibilità” – solo dopo aver  curato la redazione di un “questionario esteso” che la stessa ESMA-MiFID, oggi, neanche prevede, occupata com’è a burocratizzare la consulenza agli investimenti mobiliari. Il processo di consulenza patrimoniale, invece, è rivolto sia alle famiglie che alle imprese, e mette al centro di ogni progetto la persona (o la persona-imprenditore) osservando essenzialmente tre/quattro fasi molto più inclusive di quelle tipiche del processo di consulenza finanziaria. Più precisamente:
– identificazione dello status del cliente,
– mappatura del patrimonio personale,
– mappatura del patrimonio familiare (sia in caso di unione che in caso di separazione).

In sintesi, il questionario iniziale dovrà essere esteso ad altri aspetti della vita del cliente, e prima di procedere a un’analisi del patrimonio personale e/o familiare sarà necessario identificare il suo status giuridico come single o componente della coppia: coniugato, unito civilmente o convivente (unione di fatto) con o senza un contratto che ne regolarizzi i rapporti patrimoniali. Successivamente, per non creare “confusione” tra il patrimonio personale dei singoli partner e quello familiare, bisognerà procedere ad una “ricognizione” (ricostruzione) del patrimonio personale dei coniugi, e poi far seguire la ricognizione del patrimonio familiare, che va ricostruito in funzione del regime patrimoniale scelto dalla coppia per regolarizzare tutti i loro rapporti di natura economica (comunione o separazione dei beni) nati in costanza di matrimonio. Solo dopo questi tre passaggi, il consulente patrimoniale potrà affrontare una corretta pianificazione patrimoniale e consigliare gli strumenti da adottare in tutti gli ambiti (finanza, previdenza, protezione etc).

Una eventuale quarta fase del processo di consulenza – sempre più importante – è quella dell’analisi degli effetti patrimoniali in caso di separazione o divorzio; una fase piuttosto impegnativa per qualunque professionista, soprattutto nei casi in cui la coppia abbia originariamente scelto il regime di comunione dei beni.

In definitiva, questa nuova professione, di cui tanto si sente parlare, deve ancora essere “identificata” e, in un certo senso, anche “nobilitata” sia dall’Ordinamento che, soprattutto, dagli addetti ai lavori, tra i quali non si intravede ancora chi vorrà intestarsi la paternità di un percorso di legittimazione che, per sua natura, non potrà che essere legislativo.

La Scienza di Beppe atto III, ovvero l’era delle “revenge news”

Il prof. Beppe Scienza è un sedicente esperto di risparmio e previdenza che scrive spesso sul Fatto Quotidiano. Lo scorso 4 Settembre ha pubblicato un vero e proprio capolavoro di “giornalismo vendicativo” contro i programmi di accumulo (PAC).

Di Alessio Cardinale

Se in mezzo non ci fosse il Fatto Quotidiano, che sfortunatamente gli regala una certa visibilità, gli strali del prof. Beppe Scienza sarebbero solo una nota di colore, quasi caricaturale, nel noiosissimo mondo della finanza raccontata. Purtroppo, ogni 5 o 6 mesi al giornale diretto dal duo Travaglio/Gomez si ricordano che il sistema bancario è un totem del “capitalismo tossico” che va bastonato periodicamente, giusto per non perdere l’allenamento, e così vengono chiamati all’azione modestissimi “soldati” che, anziché sortire l’effetto voluto, finiscono col far perdere credibilità alla stessa testata. La quale, a sua volta, si è già distinta per una sorta di “guerra santa” contro i consulenti finanziari; per cui, finchè non si accorge della modesta caratura dei suoi blogger, la cosa può persino tornare utile (oltre ad essere oggettivamente divertente).

Uno di questi autori è il prof. Beppe Scienza, sedicente “esperto di risparmio e previdenza” che lo scorso 4 Settembre ha pubblicato sul Fatto online un vero e proprio capolavoro di assenza argomentativa e rivalsa personale, dal titolo eloquente “Piani di accumulo capitale: un imbroglio per i risparmiatori”.

Il professore ha un conto da regolare con i “venditori di PAC“, ossia i c.d. Piani di Accumulo di Capitale, per cui vale la pena vivisezionare alcune temerarie affermazioni dell’autore, che esordisce con un incipit significativo: “È oltre mezzo secolo che ai risparmiatori italiani vengono consigliati i Piani di accumulo di capitale (Pac). Una delle prime a rifilare tali trappole, purtroppo del tutto lecite, fu Fideuram, rete porta a porta che risale al 1968…”.  Per la Scienza di Beppe, pertanto, a nulla vale che i PAC siano presenti sul mercato da cinquant’anni, e che milioni di risparmiatori li abbiano sottoscritti con soddisfazione. Non importa neanche che siano “del tutto leciti”, poiché sono comunque delle ”trappole”. Non c’è approfondimento analitico, sul perché i PAC debbano essere delle trappole per i risparmiatori, ma solo la sua modestissima opinione basata esclusivamente su una esperienza familiare, che egli erge a simbolico monito per l’intera Società dei risparmiatori: “…(Fideuram) ne sbolognò uno anche a mio padre, con costi sull’80% delle somme versate per le rate iniziali…”.

Il seguito, poi, è in puro Scienza-style: “…Ma non li spingono solo venditori porta a porta e bancari, li consigliano incessantemente anche i giornalisti economici…”. A parte il fatto che da almeno da trent’anni – forse quaranta -non c’è un solo consulente finanziario che si arrischia ad entrare in un condominio e bussare alla porta degli ignari condomini per proporre strumenti finanziari come si faceva un tempo con le pentole e le enciclopedie, ma nemmeno il fatto che i giornalisti economici consigliano la soluzione del PAC può convincere il nostro Beppe Scienza a stemperare i toni o a scrivere imbarazzanti inesattezze. Come quella che “…col termine PAC si intende però un contratto con cui uno s’impegna a versare periodicamente una certa cifra, per esempio 200 euro al mese per anni se non decenni, in un determinato fondo comune o altro contenitore…”.

Sbagliato, professore, i PAC non prevedono alcun impegno a versare, ma solo l’opportunità di farlo per via del noto meccanismo – di grande efficacia, per niente “insulso” – del costo medio di acquisto. Inoltre, le preistoriche commissioni del 70-80% sui primi 12 versamenti mensili sono defunte da almeno quindici anni, sebbene sulla carta esistano ancora – in pochissime famiglie di fondi – ed in misura molto più ridotta, ma trovare un consulente finanziario che le faccia pagare alla propria clientela è quasi impossibile; e nei rarissimi casi in cui ciò accade, non c’è niente di immorale o vessatorio, poiché si tratta della remunerazione prevista e preventivamente autorizzata da Consob/Banca D’Italia; inoltre, qualora applicate, le commissioni sui primi 12 versamenti – che già dal 2008 sono molto più contenute di quelle di un tempo – vengono idealmente “spalmate” negli anni successivi, durante i quali ulteriori commissioni possono essere annullate del tutto, riducendo il “taeg” del PAC ad uno zero virgola qualcosa in proporzione al capitale investito

Del resto, un PAC si sottoscrive per essere alimentato nel tempo e con regolarità, poichè risponde ad una esigenza fondamentale delle famiglie italiane, e soprattutto di quelle più giovani e senza risorse già formate: accumulare capitale con gradualità, secondo le proprie possibilità di accantonamento mensile, per raggiungere obiettivi di spesa a lungo termine. E i PAC, in relazione a questo, non temono confronti.

L’impegno a versare sui PAC, sul quale argomenta astutamente il prof. Scienza, è tipico di prodotti come le polizze vita, e nonostante l’offerta di strumenti finanziari sia cambiata profondamente pare che il nostro professore non se ne sia accorto, tanto è concentrato a “vendicare” il papà per l’offesa ricevuta da Fideuram qualche decina di anni fa. Poco lucido, parimenti, è l’esempio del PAC in un fondo monetario: nessun consulente con un po’ di sale in zucca lo avrebbe mai fatto sottoscrivere, per cui è ridicolo essere ingannevoli con i lettori del Fatto Quotidiano facendo riferimento ad una possibilità priva di fondamento pratico.

Solo al termine dell’articolo, il professore si riscatta parzialmente, quando afferma “Benché (i PAC) non vincolino legalmente ai versamenti…”, ma poi si perde nella sua teoria strampalata: “…i PAC intrappolano psicologicamente i clienti. Il solo senso che hanno è raschiargli via commissioni per un tempo lunghissimo...Conclusione operativa: meglio dare subito disposizioni alla propria banca di sospendere i PAC sottoscritti. Poi si vedrà”. In pratica, il consiglio del professore Scienza è quello di sospendere i versamenti nei programmi di accumulo e tenere i soldi in conto corrente; “poi si vedrà cosa fare”. Tutto questo – alla faccia del grande esperto – senza offrire uno straccio di alternativa.

Educazione finanziaria: l’asset allocation e i confini tra ruolo del risparmiatore e ruolo del consulente

Nessun consulente e nessuna asset allocation possono eliminare l’incertezza sistemica dei mercati. Il risparmiatore, però, beneficia di un insieme di principi certi e inconfutabili di grande supporto nella costruzione del suo portafoglio di investimenti.

Per gli addetti ai lavori, la finanza è un oceano senza confini di teorie da applicare. Ogni gestore di patrimoni si sceglie quelle a lui più vicine per stile e ruolo, ma di certo nessuna conoscenza può eliminare del tutto un elemento incontrollabile come l’incertezza sistemica dei mercati. Il risparmiatore, invece, può permettersi il lusso di esplorare l’”area di certezza” della finanza, e cioè quell’insieme di conoscenze di base – certe e inconfutabili, ma ai più sconosciute – che permettono a qualunque investitore di familiarizzare con la gestione del proprio denaro e di potersi confrontare con qualunque banca o consulente finanziario; soprattutto, di capire se il lavoro di allocazione dei risparmi viene svolto correttamente da chi, successivamente, dovrà lavorare per noi all’interno dell’area dell’incertezza.

La domanda “come posso investire i miei risparmi?“, pertanto, prevede una fase preliminare che partirebbe, in teoria, dal grado di conoscenza di sè stessi. Questo elemento non è delegabile al consulente: egli all’inizio sa molto poco del nuovo cliente che ha di fronte, e le informazioni che riceverà saranno inizialmente poco approfondite. Certo, un bravo consulente “riconoscerà” presto che tipo di investitore ha di fronte, ma avrà bisogno di tempo. Per cui, prima di incontrarlo è bene farsi un paio di domande del tipo “fino a che punto sono disposto a sopportare che i miei risparmi possano decrescere di valore in determinati periodi, pur di avere dei risultati soddisfacenti in futuro?”.

Un buon metodo sarebbe quello di parlarne proprio con il consulente finanziario al primissimo incontro, e confrontarsi con lui per evitare scelte inopportune, come quella di essere troppo prudenti anche quando sarebbe possibile superare quei confini che solo la paura fa vedere. In ogni caso, non potendo entrare in questa sede nel merito di aspetti così personali, nel trattare l’argomento diamo per scontato che ognuno investitore sa benissimo fino a che punto si può spingere nel valutare come sostenibile un investimento che non rientri nella categoria “risk free” (senza rischio). Anzi, a tal proposito è bene precisare che l’investimento “privo di rischio” è venuto a mancare da tempo, e probabilmente non è mai esistito. Infatti, nemmeno i “sacri” titoli di stato italiani sono considerati più come sicuri, dal momento che la loro valutazione (rating) è piuttosto bassa.

Ma procediamo con ordine. Gli investimenti – detti anche asset, un termine anglofono con cui si ricomprendono i risparmi, gli immobili, quote aziendali e altri beni di investimento – sono organizzati in classi di attività o categorie, le quali posso essere divise genericamente in base all’orizzontale temporale – breve, medio e lungo periodo – da voi scelto come momento in cui potreste trovarvi nella condizione di dover spendere il denaro accantonato per soddisfare uno o più specifici obiettivi (acquisto casa, studi all’estero dei figli, nuovo autoveicolo etc). Entrando nel dettaglio, però, serve individuare dei criteri meno generici che ci permettano di allocare gli investimenti – ossia progettare una Asset Allocation – in modo più efficace. In tal senso, possiamo rifarci a tre tipi di allocazione:

Asset Allocation Strategica, che segue l’orizzonte temporale,
Asset Allocation Tattica, con la quale adattiamo la prima seguendo le tendenze di mercato a breve periodo,
Asset Allocation Dinamica, che consiste nell’adattare rapidamente il portafoglio a bruschi cambiamenti dei mercati.

Ebbene, mentre il primo tipo di allocazione, quella strategica, è sotto il controllo di chi investe (è l’investitore che decide l’orizzonte temporale e gli obiettivi, non il consulente), gli altri due prevedono necessariamente una delega professionale al consulente. Ecco definiti i confini dei rispettivi ruoli, poichè ogni ruolo prevede delle specifiche responsabilità: quella del risparmiatore di dare le giuste informazioni al consulente, e quella di quest’ultimo di realizzare l’asset allocation adatta.

Anche in finanza, infatti, il tema dei ruoli e delle responsabilità è fondamentale, e non c’è cosa peggiore, per il risparmiatore, di “invadere” il ruolo del consulente finanziario, poiché si finisce col diventare corresponsabili di scelte eventualmente sbagliate. A volte, persino gli unici responsabili.

Il fattore tempo, come avrete visto, è fondamentale, e da solo è in grado di determinare il successo o l’insuccesso della vostra asset allocation. Infatti, rientra nella c.d. “area di certezza” il principio secondo cui il lungo periodo assicuri un maggiore rendimento (Asset Allocation Strategica) e quello che, nei periodi di ribasso dei mercati i nostri investimenti valgono di meno ma è possibile comprare un numero maggiore di titoli a prezzo più basso (Asset Allocation Tattica). Inoltre, è valido il principio per cui, in caso di eventi straordinari – ne stiamo vivendo uno bello tosto da circa un anno e mezzo – è bene adattare rapidamente il portafoglio (Asset Allocation Dinamica).  

In generale, una strategia di lungo termine minimizza le perdite e massimizza il profitto. Anzi, da qualche anno si è fatto strada il concetto secondo cui, nell’attuale congiuntura finanziaria di tassi bassissimi o sotto zero, quella di lungo periodo sia l’unica strategia possibile. Ciò che importa, tronando sui massimi sistemi, è assicurare al vostro portafoglio di essere costruito in base al principio della Diversificazione, spingendovi anche oltre alla semplice gestione del denaro (azioni, obbligazioni, valute etc) fino a valutare gli immobili a reddito e gli investimenti alternativi (preziosi, oro, orologi di lusso, auto d’epoca etc). Infatti, in un mondo come quello della finanza, da sempre un pó refrattario alle regole, ne esistono alcune che nessuno, fino ad oggi, è riuscito a confutare. La prima è che, per qualsiasi strumento di investimento, all’aumento del numero dei titoli/beni in portafoglio il rischio diminuisce; la seconda, che è una conseguenza della prima, è che un portafoglio efficace ed efficiente si definisce tale solo se è diversificato; la terza, a completamento delle prime due, è che un portafoglio diversificato non consente comunque di eliminare totalmente il rischio che una singola categoria di investimento contenuta all’interno del portafoglio possa andare male.