Giugno 14, 2026
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I millennials, le ansie da investimento e i consigli sui social. Accumulo, o compro casa?

I millennials si confrontano ogni giorno sui social, e discutono senza troppe riserve di tutti gli aspetti della propria vita, compresa la gestione del denaro. Navigare nei gruppi a tema finanziario offre uno spaccato delle reali esigenze degli investitori più giovani.

Di Massimo Bonaventura

Scrivere di consulenza finanziaria operativa – che è cosa diversa dalla consulenza strategica – insegna a fare molte cose solo apparentemente inutili. Una di queste è quella di girovagare tra i gruppi social di investitori italiani, e cercare di capire come la pensano realmente in materia di investimenti. Al netto degli “invasati” da criptovalute – sono tantissimi! – i social network sono addirittura meglio dei vecchi forum, dove dominano i nickname e gli interlocutori sono piuttosto elitari (alcuni veramente appassionati e competenti). Nei social, invece, troverete tantissimi millennials che, senza alcun candore, si raccontano su tutti gli aspetti della propria vita, compresa la gestione del proprio denaro.

Per un consulente finanziario, i gruppi Facebook di risparmiatori e investitori sono come un corso di formazione a cielo aperto, delle vere e proprie piazze virtuali dove poter entrare, possibilmente in punta di piedi e senza essere troppo “commerciali“, e conoscere i bisogni più intimi della generazione dei millennials, che sta prendendo il posto di quella dei babyboomers e che tra pochi anni costituirà l’ossatura di qualunque portafoglio clienti degno di questo nome. Eppure, pochi professionisti si cimentano in queste frequentazioni virtuali, e quelli che lo fanno spesso risultano un po’ maldestri nei loro tentativi di dirigere le discussioni verso i prodotti finanziari, quando ciò che chiedono i giovanissimi investitori è di essere ascoltati e di ricevere buoni consigli sulle scelte di vita da fare, non sugli specifici servizi di investimento.

I millennials non vogliono cultura finanziaria – quella, i social-investitori, già ce l’hanno – bensì un confronto da cui ricavare vera educazione finanziaria. Scrivono tutto, con tanto di nome, cognome e profilo anagrafico (alcuni pubblicano persino il proprio indirizzo e-mail), spaziando liberamente dalle cifre a disposizione alle possibilità di accantonamento. In più, quasi tutti dimostrano di conoscere bene l’importanza di individuare i bisogni e l’orizzonte temporale, nonché quella di fare una programmazione finanziaria delle proprie risorse, sia mobiliari che immobiliari.

Recentemente, mi sono imbattuto in questo post, che riporto qui fedelmente: “Da un po’ di tempo, ogni mese investo 700 euro in un PAC e dai 100 ai 150 euro in ETF che sembrano profittevoli, fermandomi ad un numero massimo di 100 azioni per ogni ETF. Mi si è aperta l’occasione di comprare un bilocale di 75 mq per 95.000 euro, sebbene necessiti di una ristrutturazione (solo facciata e balcone, ma ci sono incentivi del 110%). Questo bilocale risponderebbe al mio bisogno di andare via da casa dei miei genitori, che mi stanno mettendo un po’ di fretta (ho 32 anni). Certo, non pago bollette né cibo, ma ho una fidanzata che studia ancora e non lavora, per cui vorrei aspettare che lei sia indipendente prima di mettere su casa. Pertanto, stavo pensando di comprare questo bilocale, viverci per un po’ di tempo ed in futuro, tra una decina d’anni, affittarlo a 500 euro al mese, oppure venderlo. Ma così facendo potrei accumulare molto meno per via del mutuo, e personalmente ritengo inutile un PAC fatto con meno di 500 euro al mese. Avete qualche consiglio da darmi?”.

A prima vista, un consulente finanziario “older” potrebbe scambiare il post per uno di quei quesiti artefatti che si vedono nei corsi di formazione, dove il docente cerca di coinvolgere i discenti – tutti appartenenti ad una rete commerciale – sull’analisi dei bisogni. Ma il nostro millennial ha davvero le idee chiare: ha scelto dove investire, per quanto tempo investire e gli piace anche farlo, lo rende orgoglioso. Eppure, sente il “peso” di vivere ancora con i genitori, che più o meno velatamente lo sollecitano ad uscire da casa e diventare autonomo, imparando a gestire il proprio reddito. Il suo dilemma è chiarissimo: continuo ad accumulare, o compro casa? Le risposte ed i consigli che riceve sono tra i più disparati, ma si fa presto a capire l’identikit sociale di chi glieli dà. Eccone alcuni, tra i più rappresentativi.

1) Il consiglio del babyboomer: “… Personalmente continuerei il PAC, su di lui non paghi bollette e non va imbiancato periodicamente, per non parlare delle riunioni di condominio….”.

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2) Il consiglio del millennial 1:  “…Da 33enne quale sono, capisco il tuo bisogno di indipendenza. La prima casa è importante per una futura convivenza, per cui parlane con la tua ragazza. Secondo me ti conviene sospendere temporaneamente il PAC, andare a convivere e riprenderlo in tempi migliori. Nella vita non esistono solo i soldi, e costruire una famiglia è di uguale importanza, se non superiore….”.

3) Il consiglio del millennial 2: “…Da qualche parte devi pur vivere. La questione non è tra bilocale o PAC, la domanda da porsi è: vivo per sempre dai miei genitori, mi compro una casa o ne cerco una in affitto? Io quando ho comprato casa non l’ho fatto basandomi su una scelta economica, ma sulla soddisfazione che la casa mi dava rispetto ad accumulare soldi. Farmi una famiglia era la mia priorità…”.

4) Il consiglio del consulente finanziario: “…In generale non giudico gli immobili un buon investimento, per quanto in questo periodo di cosiddette occasioni ce ne sono molte. Inoltre, le previsioni di inflazione in crescita faranno crescere il valore dei beni reali come gli immobili. Continua per quanto possibile i PAC, perché lavorare sul costo medio non ha mai deluso nessuno. Valuterai il futuro quando la tua ragazza avrà un lavoro e/o quando avrai esigenze abitative differenti. Ricordati di tutelare il capitale umano con delle polizze e di pensare anche alla tua pensione….”.

E voi, cosa avreste consigliato…?

Sistema bancario vs Educazione Finanziaria, un duello ancora in corso

Dopo tante dichiarazioni di intenti sul tema dell’Educazione Finanziaria, forse per il sistema bancario e per le Istituzioni è arrivato il momento di disegnarne i confini entro cui farla funzionare davvero. Tuttavia, per ottenere risultati bisogna affrontare tematiche “politicamente scorrette”, che normalmente vengono sussurrate o sottaciute per convenienza o per necessità.

Negli ultimi cinque anni abbiamo assistito ad una fioritura di contenuti in tema di Educazione Finanziaria provenienti dalle fonti più autorevoli e disparate. Dell’argomento, infatti, si è occupato lo Stato Italiano – con il decreto-legge del 23 dicembre 2016, n. 237, convertito nella legge del 17 febbraio 2017, n. 15 (“Disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio“) – che ha avviato una strategia nazionale per l’educazione finanziaria da cui sono scaturite diverse iniziative ed una comunicazione costante (con un sito web dedicato).

Sulla sua scia, il sistema bancario e le reti di consulenza hanno fornito la loro versione della materia, facendo anch’esse dell’educazione finanziaria professione di buoni principi. Anche numerosi consulenti, individualmente, hanno cominciato ad aggiungere al proprio biglietto da visita l’appellativo di “educatore finanziario”, dandone ampia visibilità nella Rete e nei social network grazie ad una buona produzione di contenuti destinati agli utenti. Molte domande, però, rimangono sospese, ed il tema – la cui importanza è stata ribadita in tutte le più importanti sedi internazionali – sembra non decollare, rimanendo allo stato di enunciato e dichiarazione di buone prassi. Infatti, l’Istituzione fondamentale di impulso (il Governo) e gli attori protagonisti di settore (l’industria del risparmio) non appaiono esattamente “innamorati” dell’educazione finanziaria e, in qualche modo, sembrano quasi tenerla un po’ a distanza, facendo per essa lo stretto necessario e non, come forse qualcuno si sarebbe aspettato, utilizzandola come un vero cavallo di battaglia della propria comunicazione al pubblico.

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Del resto, sia la proto-professione di consulente patrimoniale che quella ancora più abbozzata di educatore finanziario rimangono senza una propria regolamentazione, e salvo l’iniziativa di chi vuole colmare, con il proprio impegno formativo o associativo, l’evidente vuoto normativo sulla più ampia consulenza patrimoniale (che non coincide affatto con la consulenza finanziaria, ma la include) chiunque oggi può appropriarsi delle due denominazioni – strettamente collegate al concetto di educazione finanziaria – anche senza averne né le caratteristiche né la preparazione adeguata.

Pertanto, sul tema dell’Educazione Finanziaria ci troviamo in una evidente fase di transizione verso un orizzonte dai contorni ancora troppo sfocati,  e ci si chiede se l’attuale sistema bancario italiano, comprendendo in esso anche l’universo della consulenza finanziaria imperniato sul ruolo dominante della banca-rete, sia concretamente pronto ad accogliere a piene mani, accettandone le conseguenze commerciali per tutti i suoi settori industriali (dalla produzione di strumenti finanziari alla loro distribuzione), l’aumento del livello medio di conoscenze finanziarie dei risparmiatori, che sta già determinando una progressiva diminuzione dei costi all’investitore ed una ulteriore diminuzione dei margini di ricavo alle reti di consulenti. In particolare, ci si chiede come un sistema fortemente incline a favorire le logiche industriali della quantità – budget, portafoglio medio, commissioni di gestione, totale expense ratio etc – possa fare propria un’attività come l’educazione finanziaria che, invece, è un elemento propedeutico ad affermare le logiche di qualità in base ai quali gli investitori indirizzeranno sempre di più le proprie scelte in futuro.

Forse, dopo aver speso tutte le possibili dichiarazioni di intenti sul tema dell’educazione finanziaria, per il sistema bancario è arrivato il momento di disegnarne il perimetro entro cui farla funzionare davvero, in un rapporto chiaro di causa-effetto che consenta anche di tracciare un confine oltre il quale i costi di tale fondamentale elemento di crescita della Società Economica Italiana non debbano più essere scaricati sulle reti di professionisti della consulenza, ai quali mancano oggi importanti innovazioni capaci di compensare la continua diminuzione dei ricavi alla rete. Per fare tutto ciò, bisogna parlare “fuori dai denti”, ed affrontare tematiche “politicamente scorrette” che normalmente vengono sussurrate o sottaciute, per convenienza o per necessità, dal mainstream dell’industria. In particolare, è necessario rispondere in modo chiaro alle frequenti domande che ogni consulente si è posto in questi ultimi anni, dandosi egli stesso le risposte più disparate non avendo trovate quelle adeguate all’interno del sistema lavorativo di cui fa parte.  

1) Cosa si intende per Educazione Finanziaria?
Come affermato da Maurizio Nicosia, l’“educazione finanziaria” non corrisponde alla “cultura finanziaria”, nel senso che nell’educazione finanziaria è certamente compresa la cultura, ma la semplice conoscenza degli strumenti e dei rischi legati agli stessi non definisce affatto l’educazione finanziaria. Per arrivare a questa, infatti, serve collegare l’universo dei singoli investimenti a degli obiettivi di spesa programmati all’interno di un orizzonte temporale, ed è questo collegamento che rende un investitore “finanziariamente educato”. Questa fondamentale differenza comporta, da parte del sistema bancario e delle Istituzioni, un cambio di passo che non è affatto avvenuto. Infatti, tutte le iniziative che si stanno mettendo in atto adesso sono circoscritte essenzialmente alla “cultura finanziaria”, e non all’aspetto più importante, e cioè quello “educativo”, che il risparmiatore non impara dai libri o da Internet, ma dal confronto con personale specializzato. E a poco vale introdurre gli elementi di cultura finanziaria nelle scuole secondarie, poiché la fascia di età in cui si inizia a risparmiare è sempre più ritardata nel tempo e, se non si farà nulla per educare i millennials e i babyboomers, si dovranno aspettare circa venti anni prima di avere una società con un livello complessivo soddisfacente di educazione finanziaria.

2) Se il cliente diventa “educato” finanziariamente, non avrà più bisogno di un consulente finanziario?
Questo timore è privo di fondamento. A meno di non diventare tutti dei veri appassionati di finanza e mercati ed abbandonare il nostro lavoro, l’educazione finanziaria non trasferisce né la conoscenza tecnica degli strumenti né l’esperienza sul campo, ossia i due elementi fondamentali che differenziano un consulente da un non-consulente. Sostenere una simile teoria, infatti, equivarrebbe a dire che non serve avere un avvocato se si è a conoscenza che, perdendo una causa in primo grado, si può ricorrere in appello.

3) Se l’investitore acquisisce sempre maggiore consapevolezza del proprio ruolo, come dovrà cambiare il ruolo del consulente?
La fondamentale funzione dell’educatore finanziario – quella che consentirebbe al risparmiatore il passaggio dall’essere finanziariamente “acculturato” ad essere “educato” – non è attualmente regolamentata nè retribuita, per cui oggi questo compito di grande responsabilità viene lasciato alla discrezione del singolo consulente o della singola filiale di banca; questi ultimi, a loro volta, non sono incoraggiati dal sistema a far evolvere i propri clienti, dal momento che sono costretti a privilegiare gli elementi quantitativi (budget, portafoglio medio, etc) rispetto a quelli di qualità. Di conseguenza, finchè le competenze di educatore finanziario non verranno regolamentate – come si sta cercando di fare per la consulenza patrimoniale, per mezzo di diplomi privatistici che attestano il compimento di un percorso formativo specifico – il ruolo del consulente finanziario non subirà alcuna variazione di rilievo, anche perché le iniziative del sistema, come evidenziato nel precedente punto n. 1, non aiutano certo i risparmiatori “ineducati” a percepire la differenza tra un consulente-educatore ed un consulente “ordinario”.

4) Il processo di progressiva Educazione Finanziaria aumenterà ancora di più il livello di trasparenza sui costi dell’investimento e causerà un minore guadagno per i consulenti finanziari?
Finchè il sistema bancario scaricherà sulle reti commerciali i minori ricavi conseguenti all’aumento della trasparenza sui costi alla clientela, è certo che ai consulenti finanziari verranno richiesti ulteriori sacrifici in termini di margini provvigionali, così come è sicuro che le filiali di banca continueranno ad essere chiuse in gran numero. In particolare, il numero dei consulenti attivi è destinato a diminuire, a meno che il sistema non si decida – finalmente – a mettere mano a quei cambiamenti che potrebbero attribuire dignità professionale ai ricavi da consulenza finanziaria, il cui modello di business trova un limite invalicabile nell’impossibilità di slegare l’attività di consulenza dalla distribuzione di fondi e sicav, e non permette anche alle reti dei professionisti non autonomi la possibilità di far sottoscrivere il contratto di consulenza indipendente – che disciplinerebbe anche i servizi in materia di patrimonio immobiliare – ed uscire parzialmente dalla logica del portafoglio medio e della continua raccolta.

5) Il passaggio dalla cultura alla Educazione Finanziaria determinerebbe maggiori o minori ricavi per il sistema?
La questione non riguarda i ricavi, ma la sostenibilità del conto economico delle banche e gli utili che la gallina dalle uova d’oro della consulenza finanziaria distribuisce ogni anno alle capogruppo e/o agli azionisti. Fino ad oggi, la diminuzione dei margini – iniziata nel 2009 e non ancora finita – ha consentito al sistema di reggere l’onda d’urto delle due MiFID, ma ha lasciato dietro di sé migliaia di “vittime”, ossia moltissimi bravi consulenti con portafoglio sotto la media espulsi dall’industria del risparmio per via della diminuzione di risorse da spendere nell’affiancamento commerciale e nella loro formazione a causa dei notevolissimi costi di adattamento alle nuove Direttive. Il risultato finale è un numero sempre crescente di consulenti “anziani” e piuttosto in avanti con l’età – ormai diventati la metà del totale – ed un sistema chiuso e incapace di rigenerarsi.

In conclusione, se la volontà “politica” del sistema bancario e delle Istituzioni è quella di lasciare il mondo così com’è, limitando alle dichiarazioni di intenti la propria attivazione in tema di educazione finanziaria dei risparmiatori, non si vedono grandi cambiamenti all’orizzonte, ed è ancora lontanissimo il momento in cui le uniche innovazioni strutturali capaci di creare il terreno educativo più fertile – ossia il contratto di consulenza indipendente alle reti, la nascita delle società o studi associati di consulenti finanziari non autonomi e la loro partecipazione agli utili delle banche-reti – vedranno finalmente la luce. 

Consulenti finanziari, non generatori di performance. Clienti “invisibili”, attenti a chi consiglia il fai da te

Come per tutte le altre professioni, il valore della consulenza finanziaria non risiede nelle somme da amministrare insieme al cliente, ma “all around”, e cioè nella capacità di ampliare anche per i clienti con pochi risparmi lo scenario di valutazione e le soluzioni più efficaci, partendo dal presupposto che le cose fatte bene hanno bisogno di tempo.

Di Laura Facchin*

Se hai un capitale di 30mila euro non ti puoi permettere un consulente finanziario”. A sostenerlo non è la fioraia sotto casa, ma un articolo de “Il Sole 24 Ore di qualche giorno fa. A scriverlo è Giorgio Carlino, gestore professionista la cui “carriera è stata funzione dell’amore per gli investimenti, dell’asset allocation, della costruzione di portafoglio e della voglia di ispirare le persone intorno a me“. Secondo Carlino, l’opportunità di beneficiare dei suggerimenti di un professionista della finanza e del patrimonio sarebbe preclusa al risparmiatore c.d. “invisibile” (quello che detiene risparmi di modesta entità) sulla base del principio squisitamente numerico – e totalmente infondato – secondo cui a questa tipologia di investitori converrebbe soltanto il fai-da-te, al fine di evitare di sostenere i costi “troppo elevati” di un consulente finanziario e pregiudicare quasi del tutto la performance dell’investimento.  

Oggettivamente, a leggere questi ragionamenti non ci si sente tanto “ispirati”, e per diversi motivi. Il primo, è che i costi annui di gestione degli strumenti finanziari, ed in particolare di quelli appartenenti all’universo del Risparmio Gestito, sono applicati in proporzione (percentuale) alla somma investita. Il secondo è che anche le eventuali commissioni di ingresso “una tantum”, che fanno ormai parte della preistoria delle reti di consulenza, sono calcolate in percentuale – e non in quota fissa – sulla somma investita, per cui non si comprende come possano miracolosamente pesare di meno a chi detiene somme maggiori rispetto al risparmiatore “invisibile”. Il terzo motivo riguarda i costi relativi alla consulenza finanziaria, che per gli investitori con un portafoglio modesto sono regolarmente azzerate o molto ridotte grazie alle tariffe “flat”, le quali difficilmente superano i 300 euro l’anno (al massimo, quindi, l’1% sui famosi 30.000 euro, e non il 3,3% a cui arriva).

Infine, c’è il quarto motivo, il più importante di tutti, che riguarda  proprio la “cura” che l’autore dell’articolo del Sole 24 Ore suggerisce incautamente al piccolo investitore, e cioè il c.d. fai-da-te. Quella che, solo a prima vista, potrebbe sembrare un consiglio disinteressato, quasi fraterno, rivelerebbe invece come l’articolo si sia ispirato al concetto che “va bene tutto, tranne che rivolgersi ad un consulente finanziario”. Infatti, pur di sostenere questa tesi – per semplice deduzione – l’autore si spinge in un vero e proprio terreno minato, e suggerisce al suo ipotetico investitore invisibile “…Che ti piaccia o no, la strada è una sola, informarti per acquisire le basi minime per poter gestire i tuoi soldi ed ottenere in autonomia un rendimento medio del 3-4%. So che la cosa ti spaventa e non ti senti all’altezza, ma ho una bella notizia per te. Non è così difficile come sembra....in giro ci sono un sacco di corsi fatti molto bene che costano circa 200 euro e ti possono veramente aiutare a gestire bene ed in autonomia i tuoi risparmi….“. Ebbene, ci vuol poco a capire, per gli addetti ai lavori, che il suggerimento dell’autore, anzichè arrecare benefici, si può trasformare in un pozzo inesauribile di costi a carico per chi si volesse cimentare, per esempio, nell’acquisto diretto di titoli a mercato, per non parlare degli enormi rischi che si corrono su tutto o su parte del capitale quando, anziché un consulente finanziario, al fianco dell’investitore c’è un docente virtuale che è interessato a venderti il suo corso low cost da 200 euro, oppure il “cugino esperto” o, peggio ancora, uno dei moderni truffatori seriali delle piattaforme online non autorizzate.

Forse, per il Sole 24 Ore che ospita questi contenuti, il consulente finanziario deve essere solo un “generatore di performance” per giustificare la sua stessa esistenza? Oppure il cliente è solo un numero da qualificare in base al suo portafoglio, e non in relazione al suo diritto di ricevere una assistenza (e una tutela) di qualità, a prescindere dall’entità dei suoi mezzi finanziari? In tal senso, si può essere d’accordo che un investitore con mezzi finanziari ingenti possa avere bisogno di soluzioni più elaborate e, in un certo modo, più “sartoriali”; ma è accettabile il principio secondo cui il cliente con pochi risparmi a disposizione debba essere abbandonato a sé stesso ed al fai-da-te solo per l’entità del suo portafoglio?

Se poi consideriamo che, nel panorama dell’offerta di servizi finanziari online, esistono già alcune piattaforme per le quali il risparmiatore “esiste” solo se ha un patrimonio finanziario di almeno 250mila euro, noi consulenti potremmo tranquillamente appendere al chiodo gli scarpini con i quali volevamo giocare la partita dell’educazione finanziaria in Italia, e non c’è partita da poter giocare se prima non si definiscono i confini del campo da gioco e le regole a cui tutti, gregari e fuoriclasse, devono sottostare.

Consigliare un corso da 200 euro ed il fai-da-te ad un investitore finanziariamente “ineducato” è come dire ad un malato di cercarsi la cura più adatta su Google, a meno che egli non possa permettersi la parcella di uno specialista. In questo modo, il messaggio che viene dato al risparmiatore è “tu vali soltanto 30mila euro, non meriti nessun tipo di servizio, arrangiati”, salvo poi fargli risalire la speciale classifica delle caste finanziarie se il risparmiatore “invisibile” vende casa e incassa improvvisamente 300-400.000 euro da investire, oppure eredita un patrimonio importante. Invece, bisogna sempre comprendere perché una persona, in un determinato momento della propria vita, detiene pochi risparmi, e capire in quale di queste fasi egli si trova esattamente. Potrebbe, per esempio, aver comprato casa ma avere un figlio disabile da tutelare, oppure avere redditi consistenti ma una gestione disordinata delle proprie finanze, e magari avere figli da mandare all’università in un’altra città. Potrei continuare all’infinito con gli esempi e, facendo leva sui fatti della vita, trovare mille motivazioni per cui vale la pena seguire anche il cliente con poche disponibilità, e seguirlo bene.

Laura Facchin

Noi consulenti finanziari non valiamo solo se interpretiamo bene il ruolo residuale di “generatori di performance”, poiché la nostra professione è esattamente pari a quella di qualunque professionista: non contiene una obbligazione di risultato, ma di mezzi, all’interno di una cornice di norme di comportamento da osservare. Così come gli avvocati vengono pagati anche quando perdono le cause – a meno che non sia il risultato di negligenza o dolo – anche i consulenti finanziari devono essere pagati persino nei momenti in cui la performance degli investimenti è negativa, e ciò giustifica pienamente i costi degli strumenti di investimento (o la parcella, per i consulenti autonomi). Infatti, il valore della consulenza finanziaria non risiede in quei 30mila euro, ma “all around“, e cioè nella capacità di ampliare lo scenario di valutazione per individuare soluzioni efficaci, efficienti e integrate, partendo dal presupposto che le cose fatte bene hanno bisogno di tempo.

E se la performance annuale del portafoglio di un cliente è stata pari all’8%, ma il suo consulente non si è preliminarmente preoccupato di tutelare i suoi interessi e proteggere il futuro dei suoi cari, lo si può tranquillamente sostituire con un robo-advisor oppure, se si ha poca immaginazione, leggere il Sole 24 Ore e gli articoli di Giorgio Carlino.

Laura Facchin, Consulente Finanziario e patrimoniale, certificato European Financial Advisor

Promotore vs Consulente finanziario, uno “scontro di status” nato nel 1985 e non ancora finito

Richiamare lo status professionale della categoria dei consulenti finanziari prima del varo della legge n.1/91 è utile per inquadrare correttamente il problema della contrastante percezione, sia interna che esterna alla categoria, che ha caratterizzato fino ad oggi la storia di questa professione.

di Manlio Marucci*

A conclusione delle precedenti  riflessioni  da me avanzate sul dibattito ancora aperto circa le varie definizioni attribuite alla figura del consulente finanziario – già “promotore finanziario” per un lungo corso di storia della Consulenza Finanziaria – ritengo che, per obiettività di giudizio e di analisi socio-politica, sia utile richiamare l’attenzione alle dinamiche e alle argomentazioni metodologiche assunte a modello nel lontano 1985 dalla Consob, la quale si è trovata a disciplinare, in assenza di una normativa specifica, la nascita di tale figura professionale. Infatti, l’Autorità di Vigilanza, a seguito della legge n. 216 del 1974 istitutiva della stessa Commissione, aveva un preciso assetto organizzativo e di controllo sui mercati finanziari ancora in formazione, poichè la struttura si richiamava implicitamente ai regolamenti e alle leggi di attuazione che regolavano i modelli di funzionamento dei paesi più avanzati.

Oggi, pertanto, sarà utile richiamare lo status professionale della categoria dei consulenti finanziari prima del varo della legge n.1/91, al fine di inquadrare correttamente il problema della contrastante percezione, sia interna che esterna alla categoria, che ha caratterizzato fin dall’inizio la storia di questa professione, e nel contempo – e una volta per tutte – rendere giustizia al riconoscimento etico, professionale e sociale della figura del Consulente Finanziario, indipendentemente dall’attribuzione dei diversi appellativi  già precedentemente richiamati (compreso l’ultimo, e cioè quello di consulente patrimoniale, ancora in attesa di una concreta codifica).

Le delibere che, a torto o a ragione, sono in qualche modo  sottoposte al giudizio critico e valutativo degli addetti ai lavori, furono varate dalla Consob nel lontano 1985: la n. 1739 e la n.1830, rispettivamente del 10 luglio e 12 settembre dello stesso anno (G.U. n.170 e n.278/85). In applicazione della stessa legge n. 216 del 1974, infatti, la Consob – senza prevederne i conseguenti risvolti – ritenne che “i soggetti  incaricati di promuovere il collocamento di prodotti finanziari e di investimento” dovevano essere  configurati  e assimilati agli “agenti di commercio o di assicurazione o dei brokers”. Con tali provvedimenti impositivi, quindi, la stessa Autority di vigilanza aggiunse che gli incaricati da parte di una società dovessero avere e osservare: a) i requisiti soggettivi minimi; b) le norme di comportamento da tenere nel rapporto con la clientela; c) la natura e il tipo di rapporto lavorativo.

Relativamente all’attività di lavoro autonomo, la stessa Consob – pretendendo l’obbligo di iscrizione al ruolo agenti di commercio o all’albo degli assicuratori – fissava  dei paletti e dettava precise condizioni al che avrebbero  salvaguardato, oltre la tutela del pubblico risparmio,  le società autorizzate al collocamento  da eventuali  contenziosi  di lavoro. I prerequisiti sostanziali dell’iscrizione ad un ruolo quale quello degli agenti di commercio o all’albo degli assicuratori non modificava tuttavia lo “status” in capo al consulente finanziario, potendo questi sempre dimostrare che il rapporto con la società autorizzata alla sollecitazione del pubblico risparmio non derivava né da un contratto di agenzia commerciale né da un atto negoziale consensuale qual è appunto il rapporto di mediazione.

E’ utile ricordare  che la questione allora fu ampiamente portata all’attenzione sia della Magistratura ordinaria che delle Istituzioni, le quali affrontarono il problema alla luce degli eventi necessari generati dall’applicazione di tali provvedimenti  – anche e soprattutto sotto il profilo della previdenza obbligatoria  – e misero in evidenza  le contraddizioni emerse con tali provvedimenti. In proposito, è utile richiamare la Circolare n.291772/ 1994 dell’Eneac del Ministero dell’industria e la circolare Inps n.134/1994, nonché la sentenza n.256/95 del Pretore di Livorno passata in giudicato fino al varo della legge 262/96.

La storia successiva, che ha riguardato l’iter di formazione della figura dell’odierno Consulente Finanziario, del suo formale riconoscimento sia sul piano giuridico-normativo che sul suo status professionale, è stata indubbiamente oggetto di attenzione su svariati campi di interesse, che è meglio lasciare alla riflessione di ognuno, con la consapevolezza che è arrivato – finalmente – il momento storico per porre fine a questo “scontro di status” e far affermare la ricchezza di contenuti  che il profilo professionale del consulente finanziario ha sempre posseduto.

*Presidente di Federpromm

Un manuale per consulenti finanziari, scritto dai consulenti finanziari. Scambia: mettiamoci in cattedra

Un testo utile non solo per i più giovani che vogliano intraprendere questa professione, ma anche per i consulenti più esperti con il desiderio di confrontare la propria storia professionale e, naturalmente, per i bancari che vogliono intraprendere questa bellissima attività.

“Si tratta di una sfida e, insieme, un’opportunità per i consulenti finanziari iscritti all’albo”, dichiara Nicola Scambia* in relazione al prossimo lavoro editoriale. “Per tutte le professioni esistono dei manuali che insegnano ai c.d. novellini a lavorare e a farsi strada nella vita – afferma Scambia – Purtroppo per i consulenti finanziari non c’è ancora nulla del genere. La professione si impara sul campo, siamo d’accordo, ma un vademecum con i ‘segreti’ dei consulenti finanziari più esperti e di lungo corso servirebbe davvero tanto e, probabilmente, riscuoterebbe un certo successo”.

In sintesi, Nicola Scambia propone ai colleghi consulenti di ogni rete di condividere le proprie esperienze, i “segreti del mestiere” e le strategie che hanno imparato sul campo, come se dovessero spiegarle a un giovane esordiente. “Da autentico innamorato di questa professione – aggiunge – da tempo sogno di poter scrivere un libro sui consulenti finanziari, in modo da raccontare e far raccontare tutto quel sapere che non si impara a scuola e che, invece, si accumula nel tempo con l’esperienza”.

Consulenza professionale

Un testo utile, quindi, per un target composito. I più giovani, innanzitutto, desiderosi di intraprendere questa professione con la consapevolezza, però, che la strada del successo di un consulente finanziario è costellata da piccoli fallimenti e da notevole impegno personale (senza limiti di orari); i consulenti più esperti, in particolare quelli che vogliano “rileggere” la propria storia professionale e confrontarla istintivamente con quella degli altri colleghi; ultimi, ma non meno importanti, i bancari che valutano concretamente di intraprendere questa bellissima attività potendo contare, a differenza dei giovanissimi, su un patrimonio di relazioni personali e professionali già ben strutturato.

“Chiedo a tutti i colleghi che vorranno farmi l’onore di collaborare – conclude Scambia – di inviarmi delle note personali, anche semplici opinioni e suggerimenti, che possano costituire argomento di insegnamento o di condivisione. Tutti coloro che avranno inviato un contributo saranno doverosamente citati nel libro. Il tutto, per chi lo chiederà espressamente, nel rispetto della riservatezza, ma con la voglia, almeno per una volta, di mettersi in cattedra e raccontarsi un po’”.

Chiunque fosse interessato al progetto editoriale di Nicola Scambia, potrà scrivere a: ns@nicolascambia.net (con oggetto “Vademecum del CF“).  Il termine di raccolta del materiale scade il prossimo 31 Dicembre 2021, la stesura sarà conclusa entro il mese di Maggio 2022 e la pubblicazione del manuale è prevista per l’autunno 2022.

Il progetto verrà presentato ufficialmente alla comunità dei consulenti italiani (Covid permettendo) in occasione di un evento pubblico a Milano, subito dopo il rientro dalle vacanze; in alternativa, la presentazione avverrà con un live in diretta streaming.

* Nicola Scambia, delegato sindacale Federpromm, consulente finanziario e scrittore, autore di “Jackfy. La Ribellione” e del manuale per investitori “Guadagnare in fondi oggi” – www.nicolascambia.net

 

Consulenti finanziari vs promotori, ovvero il formalismo nominalistico di una professione senza identità

Vi è una ideologia ben strutturata dei vari modelli terminologici utilizzati dai diversi interlocutori su come sia meglio identificare il nome del consulente finanziario, quando in realtà tale dibattito serve ad oscurare i problemi di fondo presenti all’interno della categoria.

Di Manlio Marucci*

La struttura della realtà lavorativa dei consulenti finanziari richiede una significativa rilevazione del condizionamento che lega, nel processo organizzativo interno alla realtà aziendale, i complessi problemi a livello istituzionale e normativo, nonché la percezione dei comportamenti collettivi che costituiscono l’ossatura delle relazioni umane nel rapporto personalizzato consulente-cliente

Francesco Priore

Di recente è stato dato molto spazio sulla stampa di settore a Francesco Priore (“Consulente finanziario”, ecco la storia di una denominazione che non trova pace), storico della professione nel mondo dell’intermediazione finanziaria, che ha ricostruito in modo elegante la nascita della figura del “consulente finanziario” e il suo percorso nel durante cercando di focalizzare al meglio le varie fasi con cui si è affermata  la professione del consulente finanziario e del  suo opposto il promotore finanziario all’interno del sistema finanziario italiano.

Interessante notare infatti – come ha fatto Priore  – la confusione generatasi sul modo di identificare  la qualifica del CF  prima e dopo la legge istitutiva sulle SIM del 1991; legge con cui il legislatore volle attribuire a tale professionista  il  nome poco adeguato di “Promotore dei servizi finanziari” (ex art.5 L.n.1/91), fortemente limitativo rispetto alla sua formazione culturale  e struttura  socio-professionale. Accettata passivamente tale definizione, senza una presa di posizione che rimettesse in gioco la natura e lo skill di tali professionisti, le  organizzazioni deputate a  difendere i vari interessi  in campo ne hanno passivamente accettato il  modello operativo, eludendo il problema se effettivamente la struttura ricettiva ovvero i risparmiatori e gli investitori ne condividessero l’impostazione e il ruolo.

Per  lunghissimi anni tale modello, così configurato, è stato assimilato più ad un “promoter”, ovvero un classico venditore di fondi e polizze, ancor più se la sua identificazione veniva – come tra l’altro lo è ancora oggi –  associata all’agente e rappresentante di commercio. In sostanza un  classico operatore  di  prodotti e servizi  da banco. Ne è una  diretta testimonianza  la sassata lanciata di recente dal blog del Fatto Quotidiano dell’11 maggio scorso a firma di Federico Boero, (Forse sarebbe meglio se le banche tornassero a svolgere la loro funzione originaria). che,  in modo non certo ortodosso e senza peli sulla lingua, ha  definito tale figura: “…il gatto e la volpe sono ancora in affari, ma pare ci siano meno Pinocchi in giro” ed ancora, “…a me quei promotori finanziari sembravano quelli che vendono i numeri del lotto”. Non solo. Tempo addietro si era scagliato anche il prof. Beppe Scienza, con un articolo al vetriolo contro l’intera categoria dei consulenti finanziari e anche un autorevole società indipendente come Moneyfarm con uno spot molto contestato si  era espressa in modo poco simpatico sulla figura del Cf. Tutti articoli al vetriolo che identificano gli ex promotori come “venditori di fumo” se non “piazzisti del risparmio gestito”.

Accuse pesanti, che hanno necessità di essere criticate e fare chiarezza ricostruendo la formazione di base, nonché la funzione sociale e politica di tale professione.

In realtà la volontà del legislatore – contestualizzando il periodo –  non aveva altra scelta se non assecondare gli interessi dominanti delle forze in campo e le pressioni politiche esercitate sul sistema finanziario che ne hanno determinato la sua funzione: il “promotore”  come un appendice “funzionalmente necessaria” alle logiche degli intermediari che, forti di catturare il risparmio delle famiglie italiane, avevano necessità di strutturare una figura professionale su cui scaricare le eventuali contraddizioni e senza nessuna incidenza di costo sul proprio conto economico.

Applicando quasi totalmente il modello contrattuale di agenzia”, senza un preliminare confronto con le parti sociali sui temi specifici che si affacciavano all’orizzonte per la forte crescita degli strumenti finanziari, si è impedito di fatto di neutralizzare il ruolo e la funzione specifica attribuita al consulente finanziario. Una figura professionale che, per riaccreditarsi presso la  comunità degli investitori, ha impiegato  più di venticinque anni con l’ausilio e le sollecitazioni di applicazione di norme comunitarie (Mifid I e Mifid II) che hanno dato poi corpo organico all’interno del sistema creditizio, finanziario ed assicurativo italiano.

Va anche detto tuttavia che le ragioni di fondo che portarono a  scegliere il nome di “promotore dei servizi finanziari” per l’offerta fuori sede furono anche di natura tecnica, poiché il nome di “consulente finanziario” confliggeva con la identificazione del termine “consulenza” che era invece attività primaria autorizzata per le Sim.

Successivamente, e prima del ripristino del termine “consulente finanziario” (2016), le svariate denominazioni utilizzate come meccanismi di difesa dai soggetti  coinvolti (Consulenti ed Intermediari), hanno cercato di neutralizzare il nome di “promotore” con altre denominazioni come: consulente finanziario super parters, financial advisor, wealth manager, personal banker, life banker, family banker, private advisor, personal financial advisor, private banker, bancario ambulante. Tutte allocuzioni che  non hanno fatto altro che complicare  la trasparenza nei confronti  degli interlocutori diretti (clienti) senza dare una identità al mercato.  Anche le Autority di vigilanza non hanno preso in esame tale condizione con proprie determinazioni esplicative. C’è da sottolineare che neanche la  nuova qualifica identificata dalla legge per il Consulente finanziario iscritto all’Albo è mai stata presa in considerazione dai sindacati del credito nell’ambito dell’inquadramento  del contratto collettivo di settore, cosa  che avrebbe dato dignità  sul piano giuridico-normativo e contrattuale a tali qualificati professionisti. Un errore politico imperdonabile, se si pensa che tale condizione non ha ancora oggi trovato una soluzione organica all’interno del  sistema creditizio nonostante l’importanza – al di là delle sporadiche lamentele –  che viene riconosciuta dai media alla consulenza ed assistenza offerta da tali professionisti  nella pianificazione del patrimonio della clientela e ancor più nella funzione di educatore finanziario.             

Manlio Marucci

Vi è quindi una ideologia ben strutturata dei vari modelli terminologici utilizzati dai diversi  interlocutori su come sia meglio identificare il nome del CF, quando in realtà tale dibattito serve ad oscurare i problemi di fondo presenti all’interno della categoria. Questo dibattito sembrerebbe piuttosto teso a trovare  meccanismi  di difesa  utilizzati in modo elegante con un linguaggio “esoterico”, accattivante in stile anglosassone e servono a promuovere, in termini propagandistici, come la funzione della consulenza finanziaria sia la migliore possibile.

Per obbiettività di giudizio, c’è da rilevare che nessuno ha analizzato la radice di fondo che ha determinato questa  confusione linguistica o ha cercato di scavare come sia emerso anteriormente alla legge sulle Sim questo assioma, posto il principio che per superare l‘anomia tra “Promotore” e “ Consulente” sia utile conoscere la genesi del processo di formazione di tale professione.  

* Presidente di Federpromm-Uiltucs

Crowdfunding, nel 2020 trend in crescita. Tutti i numeri di campagne, piattaforme e investitori

La raccolta media del 2020 passa a 648.000 euro per singola campagna (+37%). L’incognita più evidente riguarda l’emanazione delle nuove regole europee nel 2021 e le modifiche conseguenti che le piattaforme di Crowdfunding dovranno affrontare in futuro.

Di Alberto Villa*

Già nel 2019 il volume di emissioni in Crowdfunding era notevolmente aumentato rispetto agli anni precedenti, segnando un progresso del 65% rispetto all’anno precedente ed un totale di 68 milioni di euro raccolti in circa 400 campagne; ma è stato nel 2020 che la raccolta complessiva, nonostante la pandemia, ha avuto un vero e proprio “boom” che ha superato ogni più rosea previsione (103 milioni, +52% rispetto al 2019).

Pertanto, la pandemia non ha avuto riflessi negativi come invece si è sperimentato nella raccolta di liquidità attraverso i canali tradizionali, ed anzi oggi i numeri sono molto incoraggianti; anzi, si potrebbe persino pensare che il Covid abbia influenzato positivamente la raccolta del 2020, poichè i primi numeri del 2021 – come vedremo – riscontrano il trend rialzista.

Infatti, anche il volume medio è aumentato: 33 campagne hanno raccolto più di un milione di euro ciascuna, ed è aumentata anche la raccolta media per ogni campagna, che passa da 472 mila a 648 mila euro. La parte del leone è stata svolta dai veicoli d’investimento immobiliare, holding che investono in startup e PMI innovative: le 12 campagne di successo hanno visto più che raddoppiata la raccolta media, passando da 700 mila a quasi 2 milioni.

Altri dati interessanti riguardano l’obiettivo minimo e l’overfunding. In sostanza, nel predisporre le campagne di raccolta, le piattaforme online programmano quella che è definita raccolta minima (o obiettivo minimo) per verificare che l’operazione si possa chiudere con successo. Anche in questo caso si è avuto un incremento, così come nell’overfunding, cioè l’importo raccolto oltre il minimo programmato.

Si è assistito ad un incremento della concentrazione nelle prime 6/7 piattaforme che nel 2020 rappresentano il 95/97% di tutta la raccolta nel Paese, con un ampliamento del 7/8% del mercato.

Per quanto riguarda gli investitori, invece, i dati sono in controtendenza. Infatti, è cresciuto il totale dell’investimento medio, e questo dimostra che chi già utilizzava questo strumento per diversificare il suo patrimonio ha incrementato le proprie quote. Tuttavia, è diminuito il numero totale degli investitori. I più sofisticati, comunque, hanno preferito come strumento i veicoli d’investimento, aumentando gli importi ma apprezzando maggiormente la scelta di essere assistiti da soggetti specializzati rispetto all’investimento diretto.

L’incognita più evidente – che lascia gli operatori del settore con il fiato sospeso – riguarda l’emanazione delle nuove regole europee nel 2021 e le modifiche conseguenti che le piattaforme dovranno affrontare.

Alberto Villa

In considerazione di tutti questi numeri, possiamo estrapolare alcune considerazioni. Innanzitutto, è prevedibile che ci saranno delle modifiche alla normativa nel prossimo futuro, ma la situazione straordinaria ha costretto diversi imprenditori a cercare soluzioni alternative per poter ottenere quella liquidità necessaria per i propri progetti che i canali tradizionali bancari non riescono atavicamente a soddisfare.

I numeri indicano che, riguardo agli investitori, si tratta ancora di un settore di nicchia. Infatti, l’investimento medio non supera i 5.000 euro, e chi utilizza le piattaforme preferisce investire al massimo 1.000 euro in settori che hanno per lui un impatto emotivo piuttosto che speculativo. Invece, chi utilizza questi asset come diversificazione del patrimonio – quindi un investitore che potremmo definire “evoluto” – investe somme più cospicue, ma preferisce affidarsi a soggetti specializzati in grado di diversificare il rischio per i portafogli che investono anche in Startup e PMI innovative.

* Consulente Finanziario Autonomo, socio AIAF e partner di M&V Private Corporate Advisor 

Come la pandemia ha cambiato le priorità finanziarie degli investitori USA. E quelli italiani?

Secondo alcune ricerche, a seguito della pandemia gli investitori USA hanno aumentato l’apporto di mezzi finanziari ai propri programmi pensionistici, e i genitori americani stanno avendo più conversazioni con i propri figli in materia di finanza. In Italia, siamo lontanissimi da questo tipo di coinvolgimento.

La pandemia COVID-19 ha rimodellato i modi in cui molti investitori stanno spendendo e risparmiando i loro soldi, ma per i risparmiatori statunitensi una priorità non è cambiata affatto: quella di prepararsi per la pensione.

L’americano medio, infatti, non appena trova lavoro stabile – più o meno verso i 25 anni – mette in pratica tre azioni programmatiche di risparmio di lunghissimo periodo: pagare la copertura sanitaria (quando questa non viene inclusa nel pacchetto retributivo o come benefit, totale o parziale, dall’azienda presso cui si lavora), contrarre un mutuo per acquistare casa e sottoscrivere un fondo pensionistico.

Non ci si perde tempo, queste azioni fanno parte del bagaglio educativo e del corredo sociale che ogni americano eredita dai propri genitori. Si risparmia conoscendo già tre fondamentali obiettivi di spesa, che insegnano l’investitore USA ad avere una elevata consapevolezza finanziaria in giovanissima età, anche prima di entrare al college. Non è un caso che i consulenti finanziari americani lavorino tantissimo con i giovani millennials, e adeguino continuamente la propria offerta di servizi a queste tre esigenze di vita, che richiedono un forte supporto in termini di consulenza.

Gli italiani vivono storicamente in un contesto diverso, dove il welfare state ha spento sul nascere questo modo di intendere la finanza personale. Contestualmente, ha spento anche qualunque consapevolezza finanziaria, anche adesso che servirebbe per poter colmare, tra appena 15 anni, il vuoto pensionistico che i cinquantenni di oggi vivranno sulla propria pelle, ricavando pensioni pubbliche davvero “povere” rispetto alle generazioni precedenti.

Allo stesso modo, la consulenza finanziaria italiana e americana si differiscono moltissimo, e nel nostro paese l’ottica del rendimento di breve-medio periodo e l’assenza di una programmazione specifica padroneggiano ancora i criteri di scelta di un investimento e, in definitiva, anche del proprio consulente. In particolare, il benessere personale al raggiungimento dell’età pensionabile è ancora uno degli obiettivi più trascurati in Italia, e lo scoppio della pandemia ha aumentato i risparmi senza veicolarli in programmi pensionistici né in coperture sanitarie aggiuntive. Negli Stati Uniti, secondo i nuovi risultati del sondaggio di Ameriprise Financial, nonostante la pandemia il 69% di coloro che avevano stabilito in precedenza quando sarebbero andati in pensione ha affermato che il loro obiettivo non è cambiato. Quasi uno su cinque (18%), poi, ha addirittura accelerato i propri piani di pensionamento e, di questi intervistati, l’83% ha affermato che la decisione è stata volontaria. Solo il 13% di coloro che avevano in mente una data di pensionamento ha affermato che la pandemia ha ritardato questo obiettivo.

Lo studio sulle priorità finanziarie di Ameriprise ha intervistato più di 3.000 americani con almeno $ 100.000 in asset investibili, per capire a cosa tengono di più quando si tratta dei loro soldi e come sono cambiate le loro priorità tra le sfide dell’ultimo anno. In particolare, la maggioranza degli intervistati (63%) ha affermato che il proprio reddito familiare non è stato influenzato dalla pandemia, e il 10% ha aggiunto che il proprio reddito è effettivamente aumentato. Tuttavia, il 25% del campione ha riferito di guadagnare meno denaro, a dimostrazione del pedaggio irregolare che COVID-19 ha avuto sulle finanze degli americani.

In questo contesto, più di 6 intervistati su 10 hanno affermato che proteggere le proprie attività finanziarie (63%) e pianificare l’incertezza (62%) sono più importanti per loro adesso rispetto a prima della pandemia, e più di un quarto (26%) intende aumentare l’importo investito a lungo termine nel 2021.

Allo stesso modo, quasi la metà (45%) degli intervistati ha ridotto la propria spesa durante la pandemia e il 30% di loro si aspetta di rimanere frugale in futuro, ha rilevato il sondaggio, e una volta terminata la pandemia, un quarto degli investitori prevede di spendere più soldi del solito in attività che hanno posticipato.

Non sorprende che la salute e la sicurezza siano balzate in cima come priorità per gli investitori USA. In effetti, il 71% dei partecipanti al sondaggio ha affermato che mantenere la propria famiglia al sicuro è più importante per loro ora rispetto a prima della pandemia. Inoltre, il 63% degli investitori che non disponeva di un fondo di risparmio di emergenza prima della pandemia ne ha creato uno o prevede di farlo presto. Allo stesso modo, il 44% degli intervistati che non aveva un testamento o un piano successorio in precedenza, ne ha creato uno negli ultimi 12 mesi o prevede di farlo presto.

Gli investitori stanno anche avendo più conversazioni finanziarie con i loro parenti più stretti. Tra gli intervistati USA che sono genitori, infatti, il 30% ha affermato di discutere maggiormente le finanze con i propri figli. In Italia, siamo lontanissimi da questo tipo di coinvolgimento, che presume un elevato tasso di educazione finanziaria, molto carente nel Belpaese.

“Le circostanze straordinarie dell’ultimo anno hanno convinto molte persone, anche quelle che avevano già una solida base finanziaria, a intraprendere azioni che avrebbero potuto rimandare in precedenza”, afferma Marcy Keckler, Vicepresidente della strategia di consulenza finanziaria di Ameriprise. “Gli investitori stanno prestando maggiore attenzione alle loro finanze e stanno apportando importanti cambiamenti per rafforzare la loro situazione finanziaria”.

Il contesto appena delineato amplifica le differenze tra USA e Italia: nel primo, gli investitori cercano di sostenere le proprie finanze attribuendo un valore elevato alla consulenza di un professionista, in Italia e in Europa si tende, invece, ad un affievolimento delle funzioni e del numero dei professionisti presenti, e non sono in pochi a pensare che ciò sia il risultato di un preciso disegno politico internazionale dell’EU.

Eppure, una circostanza accomuna i consulenti finanziari di entrambi i paesi: secondo un sondaggio condotto online da Artemis Strategy Group a Gennaio 2021 tra 3.028 americani di età compresa tra 30 e 70 anni e con $ 100.000 o più in asset investibili, la maggior parte degli intervistati  ha affermato che la pandemia ha confermato l’importanza di lavorare con un consulente finanziario, ed il 39% degli intervistati che non ha un consulente al proprio fianco ritiene che lavorare con uno di essi potrebbe aiutarli a resistere a cambiamenti inaspettati. Anche in Italia, gli studi effettuati subito dopo il mese di Maggio 2020 hanno rilevato gli stessi risultati in merito all’indice di soddisfazione degli investitori assistiti da un consulente, ma nessun risultato così confortante abbiamo rispetto a quanti vorrebbero averne uno.

Consulenti finanziari e ricambio generazionale. Federpromm: ad oggi solo soluzioni tampone

Secondo Federpromm-Uiltucs occorre affrontare in modo organico le contraddizioni  del modello del contratto dì agenzia per superare il problema dei giovani consulenti  finanziari.  

“Il ricambio generazionale nell’ambito della consulenza finanziaria è certamente uno degli aspetti  su cui riflettere per il futuro della professione, se si pensa che meno del 2% dei consulenti è attualmente composto da giovani sotto i 30 anni e che l’età media  si attesta generalmente  oltre  i 50 anni”. E’ quanto afferma Federpromm-Uiltucs nel comunicato stampa di oggi.

“Recentemente  – si legge nel comunicato – tali problematiche sono state sollevate da  una vasta platea di interlocutori, dalle  associazioni di tendenza  alle organizzazioni di categoria, che si mostrano preoccupate degli scenari futuri e della perdita di forza lavoro intellettuale per la professione svolta dal consulente finanziario, e scalpitano per trovare ‘soluzioni tampone‘ al fine di mantenere  un organico  nelle reti  di collocamento che sia in grado di potenziare il loro business  e i loro affari.  Meraviglia, infatti, anche l’interesse dei media nel veicolare una comunicazione a senso unidirezionale, che non mette in rilievo i veri problemi strutturali che hanno determinato nel tempo questa situazione. “Prospettare ipotesi solo sul piano formativo con le università  o invogliare i giovani con borse di studio e minimi appannaggi  economici non fa altro che renderli precari nel circuito delle relazioni  e nella intelaiatura dei rapporti  contrattuali all’interno del sistema delle reti“.

Federpromm-Uiltucs  più volte è intervenuta sul tema nei mesi scorsi, mettendo in evidenza le reali contraddizioni che lo stesso sistema ha messo in piedi fin dal 1991 con la legge sulle Sim, con l’applicazione del modello dei contratti di agenzia, senza rendersi conto che prima o poi tale sistema sarebbe “entrato in tilt”. 

“Tuttavia – continua il comunicato – pur riconoscendo l’interesse delle riflessioni proposte, e senza voler fare polemiche, resta il fatto che la professione di consulente finanziario presenta per un giovane momenti di difficoltà che non possono essere ignorati, primo fra tutti proprio la sua definizione a livello contrattuale, e cioè il contratto di agenzia che,  come detto,  porta necessariamente il consulente a  individuare possibili potenziali sottoscrittori prevalentemente sui prodotti e servizi della casa mandante  a cui è legato dal vincolo di “monomandato”. Questo vincolo non permette allo stesso consulente di  prospettare al cliente una visione a tutto campo dei servizi e prodotti finanziari presenti sul mercato, anche se gli attuali obblighi normativi prevedono la best execution per la tutela dello stesso cliente. Inoltre, quanto raccolto va a formare un pacchetto di clienti la cui titolarità è della casa mandante e non del consulente“.

“Pertanto – conclude Federpromm – definire ‘lavoro imprenditoriale’ la consulenza finanziaria è un po’ azzardato, nonostante sia importante navigare in tale direzione e cercare soluzioni adeguate che comunque vedano una revisione del contratto di agenzia e di conseguenza del rapporto di monomandato. Revisione senza dubbio laboriosa, che però non è risolta neanche dalla figura del consulente c.d. indipendente, cui deve aggiungersi una garanzia di reddito per i primi mesi di attività messa potenzialmente in campo soprattutto dalle reti. Non si tratta di lavorare per alzare il numero dei consulenti, quanto piuttosto dare alla professione una dignità e un riconoscimento che ne premi la professionalità, importante per l’economia del Paese”.

Il consulente finanziario sostenibile è un professionista “di famiglia”. Poca forma, molta sostanza

La naturale collocazione del consulente finanziario tra le professioni intellettuali  è quella secondo la quale egli opera professionalmente per trovare il giusto equilibrio tra il ciclo di vita della famiglia ed il mantenimento del tenore di vita di tutti i componenti, fino ad arrivare al trasferimento di cose e mezzi alle generazioni future come punto di arrivo del proprio modello di consulenza.

Di Maurizio Nicosia*

Molti di noi, nel momento in cui hanno sentito parlare per la prima volta di frutta biologica, hanno provato una certa diffidenza sulla base del fatto che non è possibile verificare in prima persona il processo di produzione, e che per la maggior parte delle persone è difficile percepire la differenza tra prodotto biologico e prodotto non biologico. Eppure, le norme sulla certificazione della qualità sono nate proprio per concepire tutti i passaggi del perfetto processo Biologico di produzione dei prodotti della terra. Nonostante questo, la nostra indole ed esperienza di vita ci inducono ad avere comunque dei dubbi; quegli stessi dubbi che, allo stesso modo, molti di noi hanno sentito parlare per la prima volta di “finanza sostenibile”.

In particolare, la domanda che i più smaliziati si sono posti riguarda il perché le società di gestione del risparmio dovrebbero gravarsi di costi ulteriori per raggiungere la c.d. sostenibilità finanziaria, rinunciando al profitto. In parole povere, si tratta davvero del desiderio di rispettare la sensibilità dei clienti e delle nuove generazioni verso il tema della sostenibilità ambientale e sociale, o soltanto di una “moda” per consentire alle banche di conquistare ulteriori fette di mercato?

Il Regolamento UE 2019/2088, appena introdotto, nasce per dare una mano agli investitori nella scelta degli strumenti di finanza sostenibile, ma è difficile che un regolamento, da solo, possa fare crescere il livello di etica del prodotto all’interno di un sistema traballante. Quello della sostenibilità, infatti, è un tema vecchio quanto il mondo. E’ il classico terreno di coltura nel quale si chiede di sciogliere il dilemma secondo cui “è meglio l’uovo oggi o la gallina domani”. Ma non è questo il punto. Il punto è che le conseguenze delle nostre scelte odierne si ripercuoteranno ineluttabilmente sul nostro domani.

Nel caso della consulenza finanziaria, poi, il dilemma raddoppia la sua portata, dal momento che è necessario – ora più che mai – parlare sia della sostenibilità futura del ruolo di consulente che della sostenibilità del ciclo di vita finanziario del cliente. Infatti, la storia della gestione del risparmio, fin dai suoi albori, ci racconta dell’eterno prevalere del mero interesse commerciale alla vendita da parte delle banche tradizionali che, per favorire il continuo pushing commerciale, variano costantemente gli attori all’interno delle strutture di filiale per evitare che il rafforzamento della relazione ponga dei dubbi etici nei dipendenti chiamati di volta in volta a gestire il processo di vendita. La nascita dei promotori e la successiva evoluzione verso la consulenza finanziaria ha negli anni fatto maturare una coscienza diversa, secondo la quale il rispetto delle esigenze e degli obiettivi del cliente diventa il fulcro per la “sopravvivenza” professionale del consulente. L’esigenza di preservare e far prosperare le risorse del cliente diventano il veicolo per una relazione stabile con il consulente ed una crescita esterna del professionista, grazie alla pubblicità positiva che deriva dalla responsabilità con cui egli approccia la professione.

Il consulente diventa etico e “sostenibile” perché esserlo è la base della sua prosperità. Uno degli ambiti in cui si esplica la sua eticità è quello del supporto all’azienda-famiglia, che dal Dopoguerra ad oggi ha prodotto in Italia risorse importanti per il benessere delle generazioni successive. In questa ottica, il consulente finanziario sembra aver trovato la sua naturale collocazione tra le professioni intellettuali, ossia quella di operare professionalmente per trovare il giusto equilibrio tra il ciclo di vita della famiglia ed il mantenimento (o miglioramento) del tenore di vita di tutti i componenti, fino ad arrivare al trasferimento di cose e mezzi alle generazioni future come punto di arrivo del proprio modello di consulenza.

Siamo sicuri che tutti gli attori del processo descritto – famiglie, consulenti ed intermediari – siano pronti per mettere in pratica questo approccio di continuità e prosperità nel tempo?

In merito alle famiglie, il compito a prima vista sembra meno difficile: sarebbe sufficiente attivarsi sistematicamente quali educatori finanziari per far crescere la loro consapevolezza in un mondo, quello della Finanza, che sta cambiando di pari passo con la Società. Questo, però, sarebbe possibile realizzarlo in un “sistema finanziario perfetto” dal quale siamo ben lontani. Presto, infatti, le certezze su cui si è sempre basata la generazione dei babyboomers – mattone e pensioni – cominceranno a vacillare per i millennials, portando sempre di più la formazione del risparmio verso il rispetto degli obiettivi di integrazione previdenziale idonei a conservare un buon tenore di vita. Pertanto, oggi le famiglie stanno sottovalutando pericolosamente l’incertezza futura illudendosi di poter vivere all’infinito in un mondo che, invece, sta scomparendo.

Relativamente agli intermediari, si ha come la sensazione che, per loro, la forma prevalga sulla sostanza, nel senso che le stringenti norme legislative imposte dall’esterno fanno prevalere l’esigenza di tutelare se stessi su quella di perseguire il bene e la prosperità collettiva.

Infine, riguardo ai consulenti, essi oggi hanno sulle spalle la necessità di educare le famiglie, difendere i clienti dai comportamenti autolesionisti, e di non farsi coinvolgere dalle dinamiche commerciali e dai conflitti di interesse. La consulenza pura basata su esigenze e obiettivi è ancora una strada in salita molto ripida.

Tornando al dilemma dell’uovo-gallina, pertanto, sembra più rassicurante puntare “all’uovo oggi”, perché la “gallina domani” richiede la sopportazione di diversi sacrifici. Però, se ciascuno di noi si domanda quali sono state le più grandi soddisfazioni avute in carriera, torneranno in mente i clienti che ci hanno ringraziati per essere riusciti a programmare l’acquisto di un immobile o l’integrazione al proprio reddito, oppure quel giorno in cui ci siamo sentiti parte di una famiglia che, a parte quella di origine, non sapevamo di avere.

In definitiva, la relazione è tutto nella nostra professione. Essa non serve soltanto a conoscere i clienti nel profondo e ad orientare i loro investimenti nel modo giusto, ma diventa un pezzo importante della sostenibilità del nostro ruolo e, soprattutto, della sostenibilità del rapporto con il cliente nel tempo.

* Manager di area di un importante rete di consulenza finanziaria italiana