Il rischio di non conformarsi alle regole ESG oggi condiziona non poco le chance di successo di quelle aziende che desiderano raccogliere capitali sul mercato senza dichiarare il modo in cui si confrontano con le tematiche dell’ambiente e dell’aspetto sociale.
Negli ultimi anni, l’industria della Finanza ha mostrato tutto il suo potenziale di condizionamento sociale ed economico, mettendo in campo un particolare dispiegamento in forze nella diffusione del concetto della c.d. Finanza Sostenibile. Con quest’ultima, grazie al supporto delle decisioni politiche dei grandi organismi internazionali (ONU in testa), l’universo finanziario ha evidenziato la capacità di generare un c.d. megatrend, quello che oggi fa dei criteri ESG – acronimo che sta per Environmental, Social, Governance – il principale market mover in ambito economico/finanziario utilizzato per indicare tutte quelle attività legate all’investimento che persegue obiettivi di natura ambientale, sociale e di buona governance.
A giudicare dagli innumerevoli sviluppi concettuali che da questo tema sono derivati negli ultimi venti anni, quello della finanza sostenibile sembra essere “il padre di tutti i megatrend”. Non sono in pochi a sostenere, infatti, che le direttive ONU del 2006 cui tributiamo il merito di aver determinato la nascita dei c.d. Investimenti Responsabili siano nate solo in seguito ad un medesimo approccio dell’industria finanziaria iniziato già all’alba del 2000 e che oggi fa della Sostenibilità il megatrend più evidente in tutte le reti di distribuzione di servizi finanziari. Secondo questa visione degli eventi, quella dell’ONU altro non è che la traduzione “politica” di una volontà proveniente dal lato dell’Offerta dei servizi finanziari, e non dal lato della domanda o, meglio ancora, dei singoli governi del mondo.
Del resto, sebbene il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon annunciasse solo nel 2016 “…La sostenibilità è un imperativo globale, e gli investitori sono partner essenziali per raggiungerla. I Principi per l’Investimento Responsabile, sostenuti dalle Nazioni Unite evidenziano la rilevanza finanziaria delle tematiche ambientali, sociali e di buon governo aziendale (ESG), e forniscono un quadro di riferimento per gli investitori, al fine di contribuire allo sviluppo di un sistema finanziario più stabile e sostenibile…”, l’approccio ESG agli investimenti nasceva invece già alla fine del secolo scorso dall’iniziativa “illuminata” del marketing finanziario, desideroso di nuovi spunti commerciali. Fino a quel momento, infatti, il tema degli investimenti socialmente responsabili era relegato ad una nicchia di mercato molto ristretta, ed era stato perseguito con la semplice dichiarazione di esclusione di alcuni settori industriali “moralmente discutibili” (es. industrie produttrici di armi) dall’universo investibile di alcuni fondi, e non aveva raggiunto ancora quella visione “olistica” dei fattori ambientali, sociali e di governance perfezionata dall’industria del risparmio negli anni successivi.
E così, nel 2006 le Nazioni Unite lanciano i PRI, Principle for Responsible Investiment, diretti a diffondere i concetti generali dell’Investimento Sostenibile e Responsabile tra gli investitori istituzionali, chiamati a sottoscriverli e rispettarne l’applicazione. Da allora, i firmatari sono diventati oltre 3.200 tra investitori, società di gestione del risparmio e fornitori di servizi, tutti impegnati ad osservare le tematiche ESG nell’analisi e nei processi di investimento. Da lì, è seguita la nascita di una vera e propria famiglia di strumenti finanziari di risparmio gestito (sicav e fondi) targati “ESG”, oppure “Sustainable and Responsible Investment” o “SRI” che sta registrando una crescita significativa a livello mondiale, europeo e italiano, testimoniata dal continuo aumento delle masse gestite secondo tali strategie di investimento.
Secondo i dati della Global Sustainable Investment Alliance, all’inizio del 2018 i capitali investiti a livello globale secondo le strategie SRI ammontavano a 30,7 mila miliardi di dollari, con un tasso di crescita del 34% in due anni, e la maggioranza degli investimenti si concentra in Europa, che rappresenta il 46% del mercato SRI globale (seguono gli USA con il 39%). Il rapporto Global Sustainable Fund Flows di Morningstar, invece, stima che nel 2020 i fondi sostenibili (3.297 fondi e ETF) abbiano avuto 45,6 miliardi di dollari di sottoscrizioni nette nel periodo Gennaio-Marzo 2020 – e quindi anche in piena pandemia – contro ai 384,7 miliardi di dollari di riscatti dell’intero universo dei fondi nel primo trimestre dell’anno. L’Europa appare più sensibile rispetto alle tematiche SRI: nel trimestre considerato, i fondi europei hanno fatto la parte del leone nel volume netto delle sottoscrizioni (76% del totale contro il 22,8% degli Stati Uniti). Il dato non sorprende: l’industria statunitense delle armi e le ingenti spese per armamenti limitano molto la volontà politica dei governi americani ad accettare l’allineamento del proprio sistema finanziario ai criteri ESG e ai PRI.

Lo stretto collegamento che si è venuto a creare tra mondo della finanza e sostenibilità sembra essere talmente forte da non essere più ignorabile, ed anzi il rischio di non conformarsi alle sue regole condiziona non poco le chance di successo di quelle aziende che desiderano raccogliere capitale sul mercato senza dichiarare il modo in cui si confrontano con le tematiche dell’ambiente e dell’aspetto sociale. Anche il mondo della consulenza finanziaria non è esente da questo confronto, ed un ruolo importante è oggi determinato dalla formazione del consulente finanziario, assicurativo e previdenziale che deve guidare i clienti verso la conoscenza o dei criteri ESG.
Sulla scorta di questo scenario, pertanto, molte case di investimento stanno gradualmente completando l’allineamento dei propri fondi al regolamento europeo di sostenibilità SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation), in vigore dal 10 marzo 2021. “Sempre più spesso, i consulenti finanziari chiedono ai clienti se desiderano tenere conto degli aspetti ESG nei loro investimenti”, spiega Christian Schmitt, Senior portfolio manager di Ethenea. “Un prodotto di qualità, per essere considerato effettivamente tale, deve soddisfare le crescenti richieste di sostenibilità degli investitori, senza che questo implichi una minore attenzione alle prospettive di rendimento, alla protezione dai rischi e alla liquidità”.



A tal fine, i consulenti finanziari autonomi hanno l’obbligo di partecipare, ogni dodici mesi, a corsi di 

dopo alcune stagioni in cui il 

professione si è creato un asse tra le due associazioni. I consulenti infatti lamentano costi alti e ritorni bassi. Il numero uno di Assoreti, Paolo Molesini, ‘si aspetta che, in questo momento di mercato dove i rendimenti sono non semplici da cogliere, si assisterà a una limatura dei margini, ma che sarà inferiore all’aumento delle masse in gestione’. Luigi Conte ha concluso spiegando che è ‘interesse comune poter offrire i servizi giusti alla clientela e dall’altro lato avere le giuste remunerazioni. …..’”.
Pertanto, mentre Assoreti preannuncia un evento concreto, e cioè quello di una ennesima limatura dei margini alle reti, Anasf, per bocca del suo massimo esponente, risponde con un principio astratto, quello delle “giuste remunerazioni”, che non si sa bene cosa voglia dire con esattezza. Conte, però, chiarisce il concetto
pro capite, che riduce gli effetti dei tagli, ma solo in valore assoluto (a parità di masse, i margini sono diminuiti del 50% circa dal 2008) – non è accettabile neanche in linea di principio, perché l’aumento delle masse è merito indiscutibile dell’impegno degli stessi 
“Altra elementare forma di tutela – aggiunge il presidente di
“Infine – conclude 
Di recente, 26 paesi ed economie (di cui 12 membri dell’OCSE), provenienti da Asia, Europa e America Latina hanno dato vita alla
Tuttavia, il compito di educare gli italiani in materia di finanza personale, così restando le cose, rimane pressoché impossibile. Infatti, oltre al fatto che le basi della buona gestione del denaro e dei risparmi non sono state ancora inserite a pieno titolo – insieme alla “grande assente”, e cioè l’educazione civica e solidale – quale materia fondamentale fin dalle scuole elementari (al pari della lingua italiana o della matematica), l’attuale “corredo educativo” disponibile agli investitori e agli stessi
mancata comprensione in buona fede da parte del cliente di elementi fondamentali dell’investimento – proprio dai
Insomma, se ne parla tanto e si fa davvero poco per
cartaceo di informazioni – per lo più indecifrabili – che totalizza circa 50 pagine e una quindicina di firme. Il
Peccato che questa funzione non sia prevista, nonostante i consulenti finanziari facciano un lavoro egregio – e non retribuito, al pari delle mansioni amministrative – di informazione ed 
Si tratta di situazioni profondamente ingiuste, dal momento che quei contributi vengono erogati dal lavoratore allo scopo di ottenere una pensione, e pertanto hanno una finalità ed un interesse legittimo che riceve dal nostro Ordinamento la massima tutela costituzionale; eppure, questo denaro, per i
Peraltro, il problema riguarda anche quei contribuenti che non hanno la possibilità di ricorrere agli istituti della ricongiunzione (legge 29/1979 e legge 45/1990) e della totalizzazione (decreto legislativo 2 febbraio 2006, n. 42).
In questo contesto, il caso degli iscritti alla Fondazione Enasarco – ente che gestisce le pensioni integrative obbligatorie a favore degli 

Su tutto, e a superamento di qualunque sfumatura interpretativa del diritto, c’è un principio elementare di realtà che merita una disciplina più equa e che nessuno può contrastare con le parole: la natura obbligatoria della contribuzione Enasarco non può negare l’esistenza del denaro versato dagli agenti poi diventati silenti, e soprattutto non può negare che tale contribuzione sia finita nella disponibilità concreta di Enasarco, che ne ha fatto uso. Permanendo l’asticella della contribuzione obbligatoria ad una durata minima di venti anni, è come se questo fiume di denaro sia sparito con un “colpo di magia”: c’è, eppure non c’è (e poi non c’è più).
somministrazione dei vaccini ai propri dipendenti, ha tuttavia sottolineato come nell’aggiornamento del protocollo del Ministero della Salute del 10 marzo debbano essere inseriti anche i consulenti finanziari, nonché tutti gli operatori del settore creditizio ed assicurativo che nella loro attività professionale svolgono consapevolmente e con “rischio” il proprio lavoro nell’interesse dei clienti, dei risparmiatori e degli investitori. E questo per assicurare una copertura quanto più ampia possibile in tali settori maggiormente esposti al contagio.



La rassegna stampa, dicevamo. Bellissime (e spietate) le
neolaureati più brillanti. E così,
Pertanto, nonostante i titoli roboanti, nessuna azione concreta sull’ingresso nella professione dei giovanissimi – gli unici che garantirebbero continuità e prosperità alla categoria nel lungo periodo – né, soprattutto, dichiarazioni che superano lo status di belle parole ed anticipano un programma di investimenti sulla selezione e formazione di
Se non ne siete convinti, provate a spiegare come un giovane neolaureato brillante e determinato possa raggiungere il portafoglio medio Italia di 15 milioni nel giro di due anni. E’ più probabile – e questo sia
l’ultimo è certamente quello più costoso, perché presuppone una retribuzione “a fondo perduto” – o meglio, a break even lungo – per un periodo non inferiore a due anni. Ipotizzando l’ingresso graduale di circa 10.000 neolaureati nei prossimi tre anni, l’investimento complessivo del sistema si tradurrebbe – volendo abbondare – in circa 150 milioni di euro; una cifra che le reti sono perfettamente in grado di sostenere, e che determinerebbe l’abbassamento dell’età media a livelli di conservazione e continuità della categoria non solo nel medio, ma anche nel lunghissimo periodo.
Certamente ciò significherebbe anche l’abbandono del mantra del portafoglio medio, ma c’è da dire che l’investimento nei giovani non sarebbe del tutto a “lento break-even”, se solo il sistema decidesse di remunerare sempre di più la consulenza, rendendola indipendente dalla effettiva acquisizione delle masse del cliente, e cioè sciogliendo l’ultimo tabù – quello del contratto di consulenza indipendente “venduto” dalle reti – che potrebbe determinare buona parte della “copertura finanziaria” dell’investimento nei giovanissimi neolaureati da avviare nella professione dopo una prima fase di training (magari in affiancamento con i colleghi più esperti). 

L’art. 3 del Regolamento prevede che i soggetti che svolgono l’attività di consulenza in materia di investimenti o di assicurazioni forniscano informazioni circa le rispettive politiche sull’integrazione dei rischi di sostenibilità nella loro attività di consulenza.

A fronte di queste esigenze non rinunciabili, il
sono quelle specializzare nella vendita (67% nel 2010, 71% nel 2015). Eppure,
Pertanto, le aziende cercano
Di fronte a questo scenario, di tassi di turnover bassi e quindi di scarsa mobilità delle risorse umane, i costi connessi all’acquisizione e alla formazione delle risorse commerciali rimangono alti. Si pensi, per esempio, ai costi connessi al mancato servizio di assistenza ai clienti gestiti dai 








