Maggio 10, 2026
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Consulenti finanziari, non generatori di performance. Clienti “invisibili”, attenti a chi consiglia il fai da te

Come per tutte le altre professioni, il valore della consulenza finanziaria non risiede nelle somme da amministrare insieme al cliente, ma “all around”, e cioè nella capacità di ampliare anche per i clienti con pochi risparmi lo scenario di valutazione e le soluzioni più efficaci, partendo dal presupposto che le cose fatte bene hanno bisogno di tempo.

Di Laura Facchin*

Se hai un capitale di 30mila euro non ti puoi permettere un consulente finanziario”. A sostenerlo non è la fioraia sotto casa, ma un articolo de “Il Sole 24 Ore di qualche giorno fa. A scriverlo è Giorgio Carlino, gestore professionista la cui “carriera è stata funzione dell’amore per gli investimenti, dell’asset allocation, della costruzione di portafoglio e della voglia di ispirare le persone intorno a me“. Secondo Carlino, l’opportunità di beneficiare dei suggerimenti di un professionista della finanza e del patrimonio sarebbe preclusa al risparmiatore c.d. “invisibile” (quello che detiene risparmi di modesta entità) sulla base del principio squisitamente numerico – e totalmente infondato – secondo cui a questa tipologia di investitori converrebbe soltanto il fai-da-te, al fine di evitare di sostenere i costi “troppo elevati” di un consulente finanziario e pregiudicare quasi del tutto la performance dell’investimento.  

Oggettivamente, a leggere questi ragionamenti non ci si sente tanto “ispirati”, e per diversi motivi. Il primo, è che i costi annui di gestione degli strumenti finanziari, ed in particolare di quelli appartenenti all’universo del Risparmio Gestito, sono applicati in proporzione (percentuale) alla somma investita. Il secondo è che anche le eventuali commissioni di ingresso “una tantum”, che fanno ormai parte della preistoria delle reti di consulenza, sono calcolate in percentuale – e non in quota fissa – sulla somma investita, per cui non si comprende come possano miracolosamente pesare di meno a chi detiene somme maggiori rispetto al risparmiatore “invisibile”. Il terzo motivo riguarda i costi relativi alla consulenza finanziaria, che per gli investitori con un portafoglio modesto sono regolarmente azzerate o molto ridotte grazie alle tariffe “flat”, le quali difficilmente superano i 300 euro l’anno (al massimo, quindi, l’1% sui famosi 30.000 euro, e non il 3,3% a cui arriva).

Infine, c’è il quarto motivo, il più importante di tutti, che riguarda  proprio la “cura” che l’autore dell’articolo del Sole 24 Ore suggerisce incautamente al piccolo investitore, e cioè il c.d. fai-da-te. Quella che, solo a prima vista, potrebbe sembrare un consiglio disinteressato, quasi fraterno, rivelerebbe invece come l’articolo si sia ispirato al concetto che “va bene tutto, tranne che rivolgersi ad un consulente finanziario”. Infatti, pur di sostenere questa tesi – per semplice deduzione – l’autore si spinge in un vero e proprio terreno minato, e suggerisce al suo ipotetico investitore invisibile “…Che ti piaccia o no, la strada è una sola, informarti per acquisire le basi minime per poter gestire i tuoi soldi ed ottenere in autonomia un rendimento medio del 3-4%. So che la cosa ti spaventa e non ti senti all’altezza, ma ho una bella notizia per te. Non è così difficile come sembra....in giro ci sono un sacco di corsi fatti molto bene che costano circa 200 euro e ti possono veramente aiutare a gestire bene ed in autonomia i tuoi risparmi….“. Ebbene, ci vuol poco a capire, per gli addetti ai lavori, che il suggerimento dell’autore, anzichè arrecare benefici, si può trasformare in un pozzo inesauribile di costi a carico per chi si volesse cimentare, per esempio, nell’acquisto diretto di titoli a mercato, per non parlare degli enormi rischi che si corrono su tutto o su parte del capitale quando, anziché un consulente finanziario, al fianco dell’investitore c’è un docente virtuale che è interessato a venderti il suo corso low cost da 200 euro, oppure il “cugino esperto” o, peggio ancora, uno dei moderni truffatori seriali delle piattaforme online non autorizzate.

Forse, per il Sole 24 Ore che ospita questi contenuti, il consulente finanziario deve essere solo un “generatore di performance” per giustificare la sua stessa esistenza? Oppure il cliente è solo un numero da qualificare in base al suo portafoglio, e non in relazione al suo diritto di ricevere una assistenza (e una tutela) di qualità, a prescindere dall’entità dei suoi mezzi finanziari? In tal senso, si può essere d’accordo che un investitore con mezzi finanziari ingenti possa avere bisogno di soluzioni più elaborate e, in un certo modo, più “sartoriali”; ma è accettabile il principio secondo cui il cliente con pochi risparmi a disposizione debba essere abbandonato a sé stesso ed al fai-da-te solo per l’entità del suo portafoglio?

Se poi consideriamo che, nel panorama dell’offerta di servizi finanziari online, esistono già alcune piattaforme per le quali il risparmiatore “esiste” solo se ha un patrimonio finanziario di almeno 250mila euro, noi consulenti potremmo tranquillamente appendere al chiodo gli scarpini con i quali volevamo giocare la partita dell’educazione finanziaria in Italia, e non c’è partita da poter giocare se prima non si definiscono i confini del campo da gioco e le regole a cui tutti, gregari e fuoriclasse, devono sottostare.

Consigliare un corso da 200 euro ed il fai-da-te ad un investitore finanziariamente “ineducato” è come dire ad un malato di cercarsi la cura più adatta su Google, a meno che egli non possa permettersi la parcella di uno specialista. In questo modo, il messaggio che viene dato al risparmiatore è “tu vali soltanto 30mila euro, non meriti nessun tipo di servizio, arrangiati”, salvo poi fargli risalire la speciale classifica delle caste finanziarie se il risparmiatore “invisibile” vende casa e incassa improvvisamente 300-400.000 euro da investire, oppure eredita un patrimonio importante. Invece, bisogna sempre comprendere perché una persona, in un determinato momento della propria vita, detiene pochi risparmi, e capire in quale di queste fasi egli si trova esattamente. Potrebbe, per esempio, aver comprato casa ma avere un figlio disabile da tutelare, oppure avere redditi consistenti ma una gestione disordinata delle proprie finanze, e magari avere figli da mandare all’università in un’altra città. Potrei continuare all’infinito con gli esempi e, facendo leva sui fatti della vita, trovare mille motivazioni per cui vale la pena seguire anche il cliente con poche disponibilità, e seguirlo bene.

Laura Facchin

Noi consulenti finanziari non valiamo solo se interpretiamo bene il ruolo residuale di “generatori di performance”, poiché la nostra professione è esattamente pari a quella di qualunque professionista: non contiene una obbligazione di risultato, ma di mezzi, all’interno di una cornice di norme di comportamento da osservare. Così come gli avvocati vengono pagati anche quando perdono le cause – a meno che non sia il risultato di negligenza o dolo – anche i consulenti finanziari devono essere pagati persino nei momenti in cui la performance degli investimenti è negativa, e ciò giustifica pienamente i costi degli strumenti di investimento (o la parcella, per i consulenti autonomi). Infatti, il valore della consulenza finanziaria non risiede in quei 30mila euro, ma “all around“, e cioè nella capacità di ampliare lo scenario di valutazione per individuare soluzioni efficaci, efficienti e integrate, partendo dal presupposto che le cose fatte bene hanno bisogno di tempo.

E se la performance annuale del portafoglio di un cliente è stata pari all’8%, ma il suo consulente non si è preliminarmente preoccupato di tutelare i suoi interessi e proteggere il futuro dei suoi cari, lo si può tranquillamente sostituire con un robo-advisor oppure, se si ha poca immaginazione, leggere il Sole 24 Ore e gli articoli di Giorgio Carlino.

Laura Facchin, Consulente Finanziario e patrimoniale, certificato European Financial Advisor

Ascofind: costi elevati del risparmio gestito un freno alla partecipazione ai mercati dei clienti al dettaglio

Secondo Ascofind, l’eccessivo livello di costi e oneri dei prodotti finanziari e assicurativi costituisce un freno alla partecipazione ai mercati finanziari da parte dei clienti al dettaglio. L’ESMA ha evidenziato che in Italia i costi e gli oneri dei fondi OICVM sono tra i più elevati tra i vari stati membri dell’UE.

Di recente, Ascofind – Associazione per la Consulenza Finanziaria Indipendenteha dato risposta alla consultazione indetta dalla Commissione europea e denominata “Strategia dell’UE per gli investitori al dettaglio”. L’iniziativa della Commissione si inquadra nel processo in corso di revisione della Direttiva Mifid II, che ha come scopo quello di “far sì che i consumatori che investono sui mercati dei capitali possano farlo con fiducia, che i risultati di mercato migliorino e che la partecipazione dei consumatori aumenti”.

Il principio alla base della risposta di Ascofind è che l’aumento del numero di consumatori che investono convogliando il capitale verso le imprese del settore privato potrebbe accelerare il processo di ripresa economica dopo la pandemia di COVID-19.

Qui di seguito il testo integrale della risposta di Ascofind (tradotto dall’inglese).

“……Un recente Rapporto sugli investimenti finanziari delle famiglie italiane, pubblicato a dicembre 2020 dall’Autorità italiana Consob, rivela che solo il 33% dei risparmiatori italiani accede ai mercati finanziari. I principali deterrenti dagli investimenti finanziari sono la mancanza di fiducia, di informazione e di supporto al processo decisionale. Di conseguenza, circa un terzo delle attività finanziarie delle famiglie italiane è detenuto in strumenti liquidi, contanti e depositi bancari.

I prodotti più frequentemente detenuti dalle famiglie italiane sono i fondi comuni di investimento, i prodotti di investimento assicurativi e i titoli di Stato italiani. Sul totale delle attività finanziarie detenute dalle famiglie, i fondi OICVM rappresentano il 10,7% mentre i prodotti di investimento assicurativo rappresentano il 17,1%.

L’eccessivo livello di costi e oneri dei prodotti finanziari e assicurativi costituisce un ulteriore freno alla partecipazione ai mercati finanziari da parte dei clienti al dettaglio. Una recente pubblicazione di ESMA (Performance and Costs of EU Retail Investment Products, 2021) ha evidenziato che in Italia i costi e gli oneri dei fondi OICVM sono tra i più elevati tra i vari stati membri dell’UE.

Per quanto riguarda i prodotti previdenziali, circa il 40% dei partecipanti ha sottoscritto piani pensionistici individuali offerti dalle compagnie di assicurazione con costi medi annui del 2,20%, sei volte superiori ai fondi pensione professionali.

Una delle cause principali dell’elevato costo risiede nell’insufficiente concorrenza nella distribuzione e nelle modalità di remunerazione dei distributori e dei consulenti finanziari, sulla base delle retrocessioni delle commissioni delle aziende manifatturiere. Infatti, a causa del pagamento degli incentivi, la consulenza fornita dagli intermediari può essere sbilanciata verso prodotti con maggiori ricompense per gli intermediari, con un conseguente ulteriore impatto negativo sulla fiducia degli investitori.

La normativa MiFID II ha mitigato questi effetti negativi, introducendo regole relative alla legittimità degli incentivi nei servizi di investimento e una maggiore trasparenza sui costi pagati dagli investitori retail.

Tuttavia, sulla base dei risultati dell’indagine pubblicata dalla Consob, gli investitori mostrano una scarsa comprensione del sistema di remunerazione del servizio di consulenza: il 40% ritiene che sia pagato dalla banca, il 15% che sia gratuito, oltre il 20% non conosce la risposta. Solo il 5% circa ha capito che il servizio è a carico del cliente.

A tre anni dalla sua introduzione, le soluzioni adottate dalla Direttiva per fornire sufficiente chiarezza sugli incentivi perpetrati da distributori e consulenti finanziari evidentemente non hanno raggiunto gli obiettivi auspicati.

Un aumento della partecipazione dei clienti al dettaglio ai mercati finanziari e un clima più coerente di fiducia degli investitori non possono essere raggiunti se non è garantita la trasparenza dei costi dei prodotti e del servizio di consulenza fornito ai clienti.

Nel Consiglio tecnico alla Commissione del marzo 2020, l’ESMA propone di migliorare la comprensione da parte dei clienti degli incentivi e dell’effetto che hanno sulla distribuzione dei prodotti di investimento e sull’informativa MiFID II esistente. La Commissione dovrebbe migliorare la comprensibilità e la chiarezza delle informazioni sugli incentivi esistenti introducendo l’obbligo di includere, in tutte le informazioni sugli incentivi, una spiegazione dei termini utilizzati (ad esempio, pagamenti di terzi). Tale spiegazione dovrebbe essere sufficientemente chiara, e utilizzare termini semplici per garantire che i clienti al dettaglio comprendano la natura e l’impatto degli incentivi: “I pagamenti di terze parti sono pagamenti ricevuti dall’azienda per avervi venduto questo prodotto e fanno parte dei costi che sostenete per il servizio fornito dall’azienda, anche se tali costi non vengono pagati direttamente all’azienda”. Ascofind sostiene fortemente la proposta dell’ESMA“.

L’ESMA ha intenzione di sacrificare i consulenti finanziari sull’altare della politica europea?

L’ultimo documento dell’ESMA sui costi dei servizi finanziari in Italia si rivela come un concentrato di ipocrisia comunicativa, tipico di chi vuole imporre all’industria obiettivi di politica internazionale: nessun richiamo alla sostenibilità finanziaria di una ulteriore riduzione dei margini, e le performance degli strumenti finanziari analizzate solo in funzione dei loro costi. 

Di Massimo Bonaventura

Prima di rispondere alla domanda posta dal titolo di questo articolo, è buona pratica analizzare il contesto da cui essa si genera.

Dopo aver imposto all’industria del Risparmio europeo, attraverso le MiFID, una riforma che ha rivelato tutta la sua inconcludenza nei momenti difficili, e dopo aver obbligato le banche a sostenere oneri aggiuntivi per circa 2,5 miliardi di euro, l’ESMA non intende fermarsi nella sua “furia politica iconoclasta” contro i costi dei servizi di investimento, sciorinando un rapporto che finisce con l’essere una chiara manifestazione di intenti – neanche troppo futuri – con cui si mette a rischio la sopravvivenza di un intero modello economico che dà lavoro a decine di migliaia di addetti. Infatti, il recente documento dell’ESMA dal titolo molto eloquente “I clienti al dettaglio continuano a perdere a causa dei costi elevati dei prodotti di investimento” (“retail clients continue to lose out due to high investment products costs”), da un lato intende mettere a nudo le scarse capacità delle società di gestione di realizzare performance in grado di compensare adeguatamente con i risultati i costi del servizio, ma dall’altro svela una posizione “dogmatica” che, con le logiche dell’industria, c’entra poco e niente.

Infatti, nel suo terzo rapporto statistico annuale sul costo e la performance dei prodotti di investimento al dettaglio dell’Unione europea, l’ESMA rileva che i costi di investimento in prodotti finanziari chiave, come fondi OICVM, fondi alternativi al dettaglio e prodotti di investimento strutturato (SRP) rimangono elevati e riducono il risultato dell’investimento per gli investitori finali, e che “le informazioni chiare e comprensibili sull’impatto dei costi sui rendimenti sono fondamentali per consentire agli investitori di prendere decisioni di investimento informate”.

Fin qui nulla di nuovo; del resto, la rendicontazione ai clienti non è certamente più una novità, e gli investitori non sono mai stati – sulla carta – così informati come oggi grazie alla ulteriore “operazione trasparenza” messa in opera dalla MiFID II. Il rapporto, però, si snoda in una serie di osservazioni che mettono in relazione due grandezze, ossia costi e rendimenti, completamente diverse tra loro sia per natura che per finalità: i primi sono grandezze di natura quasi del tutto fissa, e servono a determinare la sostenibilità di tutti i costi e degli utili per gli azionisti delle aziende facenti parte dell’industria del Risparmio; i secondi sono una grandezza variabile che serve a remunerare il capitale investito dai risparmiatori e determinano, in funzione delle specifiche categorie a cui appartengono gli strumenti finanziari, la qualità e l’affidabilità nel tempo del lavoro svolto dai gestori e dai distributori. L’ESMA, pertanto, mette in relazione strettissima un indice di quantità e un indice di qualità, ossia due grandezze per nulla sostituibili né fungibili, ma “ne fa funzione” fino a fare dei primi (i costi) l’unica variabile che ha il dovere di mutare.

In sintesi, il messaggio implicito dell’ESMA è questo: siccome il mercato non consente di andare al di là di certi risultati, bisogna tagliare i prezzi, e quindi licenziare del personale, risparmiare sui costi fissi e variabili, per consentire ai risparmiatori di ottenere performance più soddisfacenti. Praticamente, è come dire che, se le banane vendute al mercato non sono poi così buone, bisogna tagliare i costi di produzione e distribuzione delle piantagioni di banane per ottenere un raccolto di migliore qualità.

Ma chi lo ha detto? Con una logica come questa, l’anno successivo avremo meno banane al mercato, e non è detto che quelle che arriveranno saranno più buone di quelle dell’anno prima. 

L’ESMA, pertanto, con la sua crociata contro i costi dei servizi di investimento mostra di non ritenere poi così importante l’unica grandezza che conta veramente nel settore del Risparmio, e cioè la ricerca della qualità (nel tempo). I suoi documenti, anziché contenere una contraddizione in termini, dovrebbero sollecitare – anche forzosamente – la ricerca di una maggiore profondità e selezione nelle ricerche e nello studio dei mercati finanziari, invece di “vincere facile” imponendo alle aziende di ridurre “ad oltranza” i costi per la clientela e, quindi, i propri ricavi e utili. Questo “gioco”, negli ultimi dodici anni, è costato la testa di migliaia di consulenti con un portafoglio medio inferiore ai 10 milioni di euro, sacrificati sull’altare dell’ideologia amministrativa e della politica europea che costringeva le reti a dover rincorrere i legittimi obiettivi di sostenibilità per i propri conti economici.

In definitiva, l’ultimo documento dell’ESMA sui costi dei servizi finanziari in Italia si rivela come un concentrato di ipocrisia comunicativa, tipico di chi vuole imporre all’industria obiettivi di politica internazionale: nessun richiamo alla qualità del servizio, né alla sostenibilità finanziaria di una riduzione dei margini, e le performance degli strumenti finanziari analizzate solo in funzione dei loro costi

A dimostrazione che si tratti, da parte dell’ESMA, di un atteggiamento squisitamente politico, i suoi burocrati non hanno mai prodotto un solo studio che definisca, una volta per tutte, il livello “equo” di costi che un investitore è tenuto a pagare in relazione alla qualità del servizio ricevuto, e che consenta all’industria del Risparmio (e ai suoi addetti) di avere una visione chiara del futuro che non sia quella di una totale “disintermediazione” della distribuzione e la conseguente sparizione dal mercato di reti e consulenti. E se sono bastati tredici anni per abbattere i margini commerciali del 50%, quel timore è oggi più che giustificato.

Del resto, l’approccio “burocratico” dell’Europa, come è stato dimostrato dai “elefanti normativi” delle due MiFID, mostra di privilegiare la quantità assicurata dalla c.d. Consulenza Difensiva, e non la qualità né l’interesse dei risparmiatori, i quali non hanno mai visto una campagna mediatica preventiva che spiegasse loro gli intenti dell’Europa in relazione alla trasparenza finanziaria, e nemmeno conoscono la storia delle due MiFID: in considerazione dell’altissimo valore sociale dell’iniziativa – la tutela del Risparmio – non sarebbe stato dovere dell’ESMA informare i cittadini europei, come accade in qualunque processo di formazione legislativa sui grandi temi (es. riforma della Giustizia, Clima e tutela dell’Ambiente, Sanità Pubblica, Scuola etc), prima e dopo il rilascio delle MiFID?

A quanto pare, per l’ESMA non era necessario tenere informato il pubblico dei risparmiatori, semplicemente perché non gli interessava farlo. Se non è ipocrisia questa….

Domanda e offerta di negozi ancora in sofferenza. Uffici, lo smartworking cambia il mercato

La contrazione dei flussi turistici è la causa principale di questa “strage” delle attività commerciali su strada. La stima per il 2020 è di almeno il 50% di visitatori in meno nelle città ad alta attrattività turistica. Anche il ricorso allo smart working ha sottratto clientela alla ristorazione e alla somministrazione.

Gli effetti della pandemia non smettono di farsi sentire nel Real Estate destinato alle attività commerciali. Il segmento della ristorazione, che era stata il vero traino del mercato dei locali commerciali negli anni scorsi, ha subito i danni più gravi, sia in termini di chiusure – temporanee e/o definitive – che in quanto ad effetti sul mercato immobiliare. Molti locali, rimasti sfitti, sono ancora senza occupazione persino nelle zone di pregio delle grandi città.

La contrazione dei flussi turistici è la causa principale di questa “strage” delle attività commerciali su strada. La stima per il 2020 è di almeno il 50% di visitatori in meno nelle città ad alta attrattività turistica. Anche il ricorso allo smart working ha sottratto clientela alla ristorazione e alla somministrazione che, per sopravvivere, si sono riorganizzate ricorrendo al delivery, utilizzando le diverse piattaforme esistenti, ampliando gli spazi quando possibile e sfruttando le aree esterne per creare dehors. A parte i marchi più noti e consolidati, già attrezzati per il delivery prima della pandemia e capaci di attrarre la maggior parte delle richieste, il fatturato derivante dal delivery riesce a compensare i costi fissi solo per il 70-80%, e così sopravvivono solo le realtà con solidità patrimoniale e con abbondante liquidità a cui poter attingere in attesa del ritorno alla normalità.

La pandemia, con il suo portato di restrizioni fisiche, ha fatto riscoprire i negozi di vicinato e i minimarket di quartiere, spesso realizzati da imprenditori immigrati. In generale si è notata una migliore tenuta delle attività commerciali con un bacino d’utenza di quartiere.

In difficoltà anche i negozianti del settore non food, che ha visto brand importanti del fast fashion chiudere punti vendita anche nelle grandi città che, da sempre, hanno rappresentato una piazza attrattiva. Hanno subito un impatto minore quelle realtà, anche locali, che hanno saputo integrare il punto vendita fisico con quello online per garantire acquisti in sicurezza.

Nelle vie di forte passaggio, pertanto, la liberazione di spazi sta portando, quando possibile, a riposizionamenti per quelle realtà del retail che possono permetterselo. Nelle vie non di passaggio continua la ricerca di spazi da destinare ad uso ufficio e, quando possibile, ad effettuare un cambio di destinazione d’uso in abitazione. In questi mesi, numerosi esercenti hanno rinegoziato i canoni di locazione per sopravvivere all’emergenza e offrire una prospettiva anche ai proprietari, non appena l’emergenza dovesse finire.

Secondo i dati di Tecnocasa, oggi l’80% di chi cerca locali in locazione vorrebbe aprire un’attività di somministrazione e ristorazione. Si registra anche una buona domanda per avviare attività di servizi alla persona. In questo scenario di incertezza, gli investitori si muovono con cautela, e si chiedono rendimenti più elevati a fronte di un maggiore rischio di vacancy. Le metrature più richieste sono inferiori a 100 mq (di cui il 75,6% in locazione).

Domanda e offerta uffici, lo smart working cambia faccia al mercato – Relativamente agli uffici, al momento si segnalano rallentamenti o comunque cambiamenti legati allo smart working. Il 74,7% delle richieste interessa uffici in locazione, il 25,3% in acquisto.

Molte aziende hanno confermato tale modalità di lavoro anche dopo la pandemia, all’interno di una revisione dei processi organizzativi. Le aziende, in particolare quelle più strutturate, stanno già pensando a come rivoluzionare gli spazi che si libereranno. In questi mesi molto duri per il comparto, si sono registrate le disdette di contratti di locazione, soprattutto da parte di chi occupava ampi spazi e ha fatto un ricorso importante allo smart working. Si segnalano anche casi di aziende che hanno espresso la richiesta di soluzioni più ampie per creare il giusto distanziamento.

Continua in questo settore un fenomeno, ormai consolidato da anni, che vede gli uffici, soprattutto quelli obsoleti e inseriti in contesti residenziali, sottoposti a cambio di destinazione d’uso in abitativo. Si conferma la ricerca di spazi di rappresentanza nelle location più centrali, la preferenza per zone servite dalla metropolitana e da parcheggi, la scelta per immobili in buono stato, in strutture in grado di garantire efficienza energetica e, di conseguenza, una riduzione dei costi. Sempre più numerosi i professionisti che si associano per abbattere i costi o si spostano in strada, posizionandosi all’interno dei negozi.

I tagli più ricercati sono inferiori a 150 mq. Riscuotono successo le soluzioni nuove (come Milano ha dimostrato con “City Life”, “Porta Nuova” e “Symbiosis”). I prezzi degli uffici negli ultimi 10 anni hanno perso il 37,3% (tipologie nuove) ed il 39,4% (tipologie usate). I canoni di locazione sono diminuiti meno e hanno registrato un calo del 34,2% per le tipologie nuove e del 32,1% per quelle usate.

Intermediazione creditizia, incontro tra Federpromm e OAM: un AEC per rivedere il monomandato

Federpromm-Uiltucs riprende il confronto con l’OAM sui temi che coinvolgono tutto il settore dell’intermediazione creditizia e finanziaria con annessi operatori: agenti in attività finanziaria e mediatori creditizi.

A seguito della richiesta avanzata da Federpromm-Uiltucs, si è svolto un incontro-confronto in modalità remoto con il presidente Antonio Catricalà e il direttore generale Federico Luchetti dell’OAM (Organismo degli agenti e mediatori creditizi) sui vari temi che coinvolgono direttamente, in questa difficilissima fase, lo svolgimento delle attività degli operatori del settore dell’Intermediazione creditizia.

Una delle questioni di rilievo riguarda, nello specifico, le modalità  di applicazione della sentenza della CGUE per il caso “Lexitor” (decisione n. C-383/18), che ha comportato l’esigenza di immediata chiarezza nei rapporti tra clientela e intermediari nell’ambito dell’attività di concessione di credito ai consumatori. In particolare, sulla scorta della sentenza della Corte di Giustizia Europea, sono sorte alcune importanti conseguenze operative in merito alla rimborsabilità di tutti i costi e oneri commissionali nei casi di estinzione anticipata del finanziamento da parte del consumatore, ivi compresi anche i costi c.d. di up front (le commissioni una tantum). Infatti, la sentenza ha segnato il superamento di qualunque distinzione tra costi “up front” e costi “recurring” (ricorrenti), prevedendo il diritto del consumatore al rimborso di tutti i costi.

Durante l’incontro FederprommOAM,  è stato rimarcato come alcuni tribunali, come quelli di Milano e Torino, abbiano applicato in modo sistematico la decisione della Corte di Giustizia, influenzandone il suo orientamento nel contesto italiano, nel rispetto del principio di prevalenza del diritto comunitario su quello dei singoli paesi in caso di norme contrastanti. E’ stata tuttavia condivisa l’ipotesi della necessità di un ricorso in sede europea da parte dello Stato italiano per rivedere nel merito le decisioni legate al recepimento di tale sentenza, attualmente applicate in maniera integrale – senza alcun criterio di armonizzazione – nel modello normativo e regolamentare del nostro Paese. 

Un apprezzamento, inoltre, è stato espresso  per le decisioni dell’OAM circa la delibera assunta lo scorso 17 Dicembre dalla Presidenza e dagli Organi deliberanti della Fondazione Enasarco, grazie alla quale è stata accettata la richiesta corale avanzata da quasi tutte le  organizzazioni del settore per la riduzione della quota associativa nell’anno 2021, per via della grave crisi che tali operatori stanno vivendo.

Inoltre, per poter affrontare la riduzione delle provvigioni che sta creando notevoli problemi agli agenti e mediatori – causa anche l’applicazione avanzata del Fintech e del crowdfunding all’intera filiera del settore – è stato proposto di riconoscere, da parte del soggetto erogatore, un compenso forfettario minimo all’agente,  sotto il quale non sarà possibile scendere e che sarà subordinato alla durata effettiva del contratto inizialmente stipulato; ciò anche al fine di non creare quegli scompensi operativi generati dalla “distonia” interna all’organizzazione dei prodotti e servizi offerti, anche tramite i canali legati alla applicazione di tali tecnologie avanzate. 

Proprio in funzione di un riordino di carattere normativo e di adeguamento alla realtà del mercato, è emersa l’esigenza – come ha sottolineato Daniela Pascolini, responsabile del coordinamento del settore di Federpromm – di rivedere il vincolo del mono-mandato in capo agli agenti finanziari, apportando le modifiche alla regolamentazione dettata dal D.Lgs.n.141/2010; esigenza  ormai inderogabile in ordine ai cambiamenti in atto.

Anche Manlio Marucci (foto sopra), segretario Federpromm, ha affrontato in modo organico il problema del rapporto di natura contrattuale che lega l’Agente all’Intermediario creditizio, ed ha proposto – vista l’esigenza di dare un riconoscimento formale a tali operatori professionali per il ruolo sociale da questi ricoperti nella relazione “intermediario-cliente-agente” – di disciplinare il settore con un Accordo Economico Collettivo (AEC), che meglio regolamenti il profilo normativo, professionale, economico e previdenziale degli agenti.

La Scienza di Beppe, atto II. La rabbia verso i “promotori” fa perdere la faccia anche con gli indipendenti

Questa volta Beppe Scienza sembra prendersela con quei  consulenti indipendenti  rei di fare abuso, secondo lui, degli ETF, e di lavorare così in modo troppo facile. Quando manca la conoscenza di base delle cose, l’informazione finanziaria muore.

Di Beppe Scienza, matematico dell’Università di Torino e generosamente indicato dal Fatto Quotidiano come esperto di risparmio e previdenza, abbiamo parlato già in un’altra occasione. Il nostro si è sempre distinto per le sue critiche al vetriolo contro i consulenti finanziari non autonomi, che si ostina ancora adesso a chiamare “promotori” in segno di spregio per la categoria.

I toni da lui abitualmente utilizzati appaiono sempre un po’ esagerati, simili più a quelli di chi “se l’è legata al dito” che a quelli di un critico autorevole. In fondo, si potrebbe trattare di una nota di colore nel grigio mondo della finanza; ma c’è un problema, e cioè che il frutto di questa sorta di “guerra santa” viene pubblicato spesso su un importante organo di stampa, il Fatto Quotidiano, il quale continua a proporre ai lettori le sue uscite senza alcun controllo di redazione che possa verificare se i concetti esposti dall’autore abbiano, o meno, sufficiente correttezza, nonchè la giusta autorevolezza per essere ospitati in cotanto giornale. E così, quando gli articoli sono pieni zeppi di macroscopiche inesattezze (per usare un eufemismo), il danno è fatto. Infatti, pubblicate in un quotidiano online seguito da centinaia di migliaia di lettori, proprio le inesattezze contribuiscono a formare, negli stessi lettori-risparmiatori, una opinione priva del suo elemento essenziale: la conoscenza di base delle cose. E quando essa manca, l’informazione muore.

In pratica, l’esatto contrario del principio di Educazione Finanziaria, che è ciò che dovrebbe perseguire un organo di stampa, e chi vi scrive.

Lo scorso 30 Luglio, il Fatto ha pubblicato l’ultimo capolavoro del prof. Scienza, dal titolo “Investimenti, attenzione agli Etf e a chi li consiglia”, con il quale l’autore si è distinto per avere condensato, in un unico articolo, una massa imbarazzante di errori concettuali (e non solo) difficilmente riscontrabile in chi viene frettolosamente riconosciuto quale “esperto di risparmio e previdenza”. In più – forse per mancanza di nuovi spunti – Scienza se la prende anche con quei consulenti indipendenti (“…e intendo proprio i consulenti e non i promotori…”), rei di adottare “…un modo di lavorare molto facile ….. una impostazione che richiede scarsissime competenze. Così moltissimi, anziché valutare e poi scegliere i titoli da comprare, subappaltano ad altri tale scelta. In questo modo hanno la pappa fatta con pochissima fatica….”.

Scienza si riferisce all’uso dei c.d. Etf (acronimo di “Exchange Traded Fund”), e cioè a quella famiglia di strumenti finanziari che replicano, a costi bassissimi, uno o più indici di borsa di qualsiasi natura (azionaria, obbligazionaria, monetaria, materie prime, valute etc). Strumenti utilissimi, pertanto, in qualunque portafoglio di investimenti che si rispetti, dal momento che consentono all’investitore “costi di mantenimento” più bassi anche del 90% rispetto all’universo dei fondi comuni e sicav, conservando la loro natura di “patrimonio indiviso e separato” da quello dell’emittente, fondato sul frazionamento del rischio in centinaia – o almeno decine – di titoli di emittenti differenti, e cioè quelli che di solito compongono un certo indice o paniere. In più, sono anche quotati ufficialmente in borsa valori, e quindi dotati di una ulteriore fonte di trasparenza e controllo a monte per chi li sottoscrive.

I consulenti finanziari indipendenti (c.d. fee only) da sempre li utilizzano – non esclusivamente, ma insieme ad una scelta ragionata di singoli titoli diversificati – per consentire ai clienti di investire in aree geografiche difficili da seguire e molto costose in termini commissionali (si pensi all’investimento diretto nel mercato azionario cinese o indiano), ed anche di realizzare un risparmio notevolissimo sul costo annuale del portafoglio, motivando legittimamente, anche in virtù di ciò, il pagamento della propria parcella professionale. A monte di tutto, poi, c’è l’assenza totale di conflitto di interessi con il cliente, tipica dei consulenti indipendenti.

Ma Scienza, evidentemente, ha bisogno di nuovi nemici sui quali lanciare i propri strali; e così, dopo aver esaurito quelli destinati ai “promotori”, si addentra senza sufficiente ponderazione nell’argomento Etf (riferendosi soprattutto a quelli obbligazionari), scrivendo: “….Gli Etf, come tutti i fondi comuni, sono solo scatole, più o meno nere o più o meno trasparenti, dove vi sono gli investimenti veri, cioè quelli finali: obbligazioni, titoli di Stato, azioni ecc. Chi possiede quote di un Etf non possiede tali titoli, ma partecipa solo a un patrimonio indiviso. Ciò ha alcune conseguenze negative, sistematicamente nascoste dai consulenti finanziari ai loro clienti.….”.

Lo schema è chiaro: prima il nostro crea curiosità tramite un “fattoide” condito da imprecisati indizi di colpevolezza (“…sistematicamente nascoste dai consulenti finanziari ai loro clienti.…), e poi cerca di argomentare l’impossibile (“…alcune conseguenze negative…”) ammantandole di schematica certezza:

“….1) A un risparmiatore alla ricerca di sicurezza conviene comprare direttamente emissioni di uno o più Stati affidabili. Fra l’altro può diversificare facilmente, perché spesso i tagli sono nell’ordine dei 1000 euro. Con un Etf invece dà un calcio alle garanzie contrattualmente previste dagli emittenti. Germania, Olanda, Stati Uniti ecc. garantiscono il rimborso dei soldi loro prestati. Ma tali garanzie non si estendono alle quote di un Etf, che pure investe negli stessi prestiti. ….. Ricordiamoci di Lehman Brothers!…”.

E poi “…2) Negli scenari peggiori gli svantaggi degli Etf sono ancora più gravi. Un piccolo risparmiatore col 3% dei suoi risparmi in obbligazioni subordinate di Veneto Banca recupererà il 95%, come ricuperò il 71% con le Alitalia. Tali indennizzi invece se li sogna, se la stessa percentuale del suo patrimonio la possiede tramite un Etf….”.

Infine “….3) Si duplicano i costi. Indirizzando un cliente verso un Etf, un consulente lo costringe a pagare, oltre alla sua parcella, la commissione periodica di gestione del fondo. Ciò riduce la redditività del reddito fisso, attualmente già striminzita….”.

A leggere queste righe così temerarie (soprattutto quelle contenute nella “osservazione” n. 1, un vero e proprio condensato della peggiore disinformazione), un addetto ai lavori sobbalza dalla sedia, poi magari si fa una risata e passa oltre. I lettori poco evoluti del Fatto Quotidiano, invece, potrebbero prendere per buone queste affermazioni, nutrire una certa diffidenza verso ottimi strumenti come gli Etf, ed essere così indirizzati verso scelte sbagliate che rimpiangerebbero amaramente. Pertanto, per loro sarebbe necessario una sorta di “tutor” d’ufficio, che li rimetta sulla retta via. Per fortuna, si ottiene lo stesso risultato dando la parola ai commentatori dello stesso articolo, i quali sparano senza pietà sulla “Scienza di Beppe” in materia di Etf:

– “…Prof. Scienza, lei era una voce fuori dal coro, cos’è successo? Come mai sta prendendo queste cantonate sugli ETF? Scusi, eh, ma qui mancano proprio le basi che può trovare su Borsa Italiana. ETF tutta la vita….”;

– “….Come fa un giornale come Il Fatto Quotidiano a pubblicare articoli del genere??…”;

– “…Articolo intriso di una ignoranza assoluta. Gli ETF sono i principali nemici dei consulenti. Gli ETF hanno dei costi di gestione bassissimi e battono sempre i fondi attivi. Il patrimonio degli ETF è separato da quello della casa d’investimento. Studiare prima di scrivere boiate no eh?...”;

– “…Lei non sa come funzionano gli Etf: Studi…..i titoli acquistati per replicare l’ ETF costituiscono patrimonio separato da quello della SGR quindi eventuale e pur remotissimo fallimento non avrebbe NESSUNA ripercussione sui titoli depositati. L’unico modo perchè fallisca un Etf sarebbe che debbano fallire contemporaneamente tutte le aziende contenute nel paniere….”;

– “…..Articolo delirante e demonizzante sugli ETF. Forse fa paura il fatto che i fondi passivi quali qli etf nel 99% dei casi rendono più di quelli attivi delle grandi case. Jack Boogle, l’inventore dei fondi passivi si starà rivoltando nella tomba….”;

– “….E’ un articolo che mi risulta incomprensibile e privo di senso. Mi scusi, ma forse ha idee molto confuse sugli ETF ed il mondo della consulenza. In filiale, alle poste, dal consulente di qualche banca online di consulenza nessuno consiglia ETF, tutto il grande business del risparmio gestito è basato su inutili fondi attivi e polizze con commissioni in gran parte occulte volte ad erodere il capitale…”;

– “….Purtroppo il “professore” sembra abbia un problema personale con gli ETFs, e lo porta qui a spasso sul FQ con cadenza bimestrale…..Quello che davvero infastidisce é che gli permettano di scrivere, e ripetere, queste assurde idee, aiutando a propagare l’ignoranza in un paese che già non brilla per cultura finanziaria….”;

– “…Ma lei è serio, prof. Scienza?...”.

Niente da aggiungere, davvero imbarazzante.

Gli anziani e la passione per gli appartamenti spaziosi. Eredi, la salvezza è il frazionamento

Sugli asset immobiliari degli anziani italiani incombe il passaggio generazionale a favore dei c.d. millennials, i quali non hanno la stessa passione per le case con molte camere o, nella maggior parte dei casi, non se le possono permettere. Come frazionare gli immobili sovradimensionati e realizzare maggior valore e rendita.

In Italia, gli anziani sono tornati improvvisamente – e tragicamente – a destare interesse per via della loro estrema fragilità di fronte alla pandemia di Covid19. Negli ultimi tre mesi, infatti, ci si è resi conto più di prima della loro grandissima importanza sociale all’interno delle reti familiari: gli anziani si prendono cura dei nipoti, hanno contatti frequenti con i propri figli adulti e li aiutano, sempre più spesso, economicamente.

Sfortunatamente, il contatto strettissimo dei giovani con i propri “anziani di famiglia” (nonni e zii) ha determinato un canale attraverso il quale il Covid19 si è trasmesso, con le conseguenze che conosciamo bene e che, in migliaia di casi, riguarderanno anche il patrimonio immobiliare oggetto di successione. In particolare, una volta che gli eredi saranno entrati in possesso delle abitazioni degli anziani genitori (o dei nonni), dovranno adottare le decisioni più disparate: andare a vivere in quelle abitazioni, lasciarle sfitte, affittarle o venderle. Negli ultimi due casi, chi ha ereditato si scontrerà ineluttabilmente con un mercato immobiliare che già prima dello scoppio della pandemia mostrava segni di “schizofrenia”: prezzi degli immobili di buona quadratura in costante diminuzione e con scambi rarefatti, e quelli della case al di sotto dei canonici 100 mq con prezzi stabili e scambi vivaci; in più, mercato dell’affitto tradizionale reso difficile dalla elevata percentuale di morosità, e “affitto breve” in ascesa.

Per chi vuole vendere gli appartamenti più grandi, pertanto, è definitivamente tramontato il mito del “mattone che sale sempre di valore” ed è necessario adattarsi a prezzi da svendita rispetto a soli cinque anni fa, ed il trend di discesa delle quotazioni non sembra aver toccato ancora il fondo.

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C’è da dire che la passione per il mattone ha sempre colpito quella fascia di popolazione che oggi, dopo molti anni di distanza dal Boom economico, costituisce la categoria degli anziani. Infatti, secondo gli ultimi dati di Bankitalia-Abi, la popolazione con 65 anni o più (circa 15 milioni di italiani), che costituisce il 20% del totale, possiede il 73% della ricchezza nazionale, di cui oltre il 61% in immobili. Questo è avvenuto perché negli ultimi trent’anni in Italia la quota di famiglie proprietarie della casa è passata da circa il 60% del 1982 a circa il 70% del 2001, anno in cui la tendenza si è stabilizzata con le nuove generazioni.

In sintesi, si rischia di far passare di mano, da una generazione all’altra, immobili difficili da gestire ad eredi che hanno redditi bassi, esattamente come un quinto degli anziani di oggi.

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Su questo enorme asset immobiliare incombe il passaggio generazionale a favore dei c.d. millennials, che non hanno la stessa passione per le case con molte stanze e, nella maggior parte dei casi, non se le possono permettere economicamente. Tale avversione, inoltre, viene alimentata dalle rendite sempre più basse degli immobili, dai loro costi di manutenzione e dalla fiscalità crescente.

Tutte queste case hanno caratteristiche che le rendono poco appetibili agli occhi dei 30-35enni di oggi. In primo luogo, esse sono dotate di finestre di scarse dimensioni per via dei metodi di costruzione tipici degli anni della crisi energetica (1970), ed anche i balconi sono del tutto inutilizzabili anche per prendere un caffè o pranzarci dentro. In secondo luogo, gli standard di costruzione non sono dei migliori, soprattutto in relazione alle norme antisismiche, e le famiglie più giovani contano generalmente un solo figlio, per cui non serve avere molte camere da letto e due servizi. In terzo luogo, gli impianti ormai vetusti richiedono continui interventi di manutenzione,  le rifiniture di capitolato (o anche quelle derivanti dalle modifiche apportate dagli attuali proprietari) non incontrano il gusto dei più giovani e richiedono, in aggiunta al prezzo dell’acquisto, anche il costo (e il disagio) di una ristrutturazione.

Quest’ultima via, però, rappresenta l’unica veramente possibile laddove si voglia realizzare una vendita più conveniente e più rapida. Frazionare un appartamento di 150 mq in due appartamenti di 65-70 mq ciascuno non richiede un investimento eccessivo (dai 15.000 ai 20.000 euro) ed i lavori, oltre ad essere finanziabili, consentono di accedere a notevoli agevolazioni fiscali.

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I vantaggi di un frazionamento sono evidenti, sia in caso di vendita, sia in caso di locazione. Relativamente alla vendita, se da un appartamento di 160 mq commerciali in una zona semi-centrale di Palermo – identico ragionamento è valido, con le dovute proporzioni, per Roma, Milano e tutte le città italiane – si possono ricavare 240.000 euro, due appartamenti da 75 mq (+ 10 mq di parti comuni), ricavati dal primo e ristrutturati, frutteranno  141.500 euro ciascuno, e cioè un totale di 283.000 euro, con una plusvalenza (al netto dei costi di ristrutturazione) di circa 20.000 euro. Per quanto riguarda le locazioni, il maggior ricavo è ancora più evidente. Infatti, nell’esempio considerato, l’immobile intero potrebbe essere affittato per 690 euro mensili (8.300 euro l’anno), mentre in caso di frazionamento ciascun appartamento non frutterebbe meno di 500 euro mensili, attribuendo una rendita maggiore rispetto all’intero (12.000 euro l’anno, + 3.700 euro) e dando la possibilità di ammortizzare i costi di ristrutturazione in soli cinque anni.

In aggiunta all’aspetto economico, ce n’è uno che riguarda il “disagio” legato tipicamente alle operazioni immobiliari: grazie al frazionamento, i tempi di attesa per entrambe le soluzioni (vendita o locazione) si ridurrebbero notevolmente, diminuendo anche il disagio complessivo dell’operazione.

Impresa e innovazione ai tempi del Covid-19. Lo zafferano di montagna siciliano, analisi costi e ricavi

Lo zafferano è una spezia di altissimo valore di mercato, fluttuante di anno in anno secondo le quantità prodotte. Il clima ideale è quello delle colline del Nord Italia, generalmente più freddo di quello della Sicilia, dove però è possibile riprodurre le stesse condizioni ad altitudini maggiori e con una migliore qualità dettata dalla maggiore esposizione al sole dell’isola.

Coniugare impresa e innovazione, anche in agricoltura, è sempre possibile, ed i requisiti richiesti sono uguali per tutti: decidere a quale settore imprenditoriale dedicarsi, avere una buona idea innovativa (o anche re-innovativa, nel senso di rielaborare nuovi processi di qualcosa che già esisteva), una media capacità di investimento, propensione alla comunicazione d’impresa ed un po’ di fortuna. Queste sono le poche tessere del puzzle che qualunque azienda deve mettere per avviare un’iniziativa che, in poco tempo, sia in grado di reggersi sulle proprie gambe, soprattutto allorquando gli effetti della pandemia di Covid-19 sull’economia (in termini di domanda) si saranno ridimensionati e permetteranno la ripresa degli scambi commerciali.

Negli ultimi anni, la maggior parte delle c.d. startup sono nate nel campo dei servizi digitali ed informatici, ma non sono pochi gli imprenditori e i manager che hanno scelto di indirizzare le proprie energie verso l’agricoltura, coniugando tecnologia e nuove idee a colture già note. Un caso a parte, per via delle caratteristiche specifiche, è quello della produzione dello Zafferano, che in Sicilia ha visto emergere la qualità di montagna grazie all’azienda agricola “La Torre” (nella foto il CEO Mauro Alcamisi, produttore dello “Zafferone“), una startup che ha sede all’interno della zona protetta del Parco delle Madonie, e che sviluppa il suo core business interamente su una mono coltivazione di altissima qualità.

Lo zafferano è una spezia molto pregiata e dalla resa molto bassa, al punto di meritarsi l’appellativo di “oro giallo”. Il paese con la maggior produzione di zafferano è l’Iran, seguito da India e Sri Lanka. Ma anche l’Italia, come vedremo, fa la sua parte. Lo zafferano italiano è qualitativamente superiore a quello proveniente dall’estero, per questo motivo piace molto ai consumatori stranieri che ne fanno grande richiesta. Basti pensare che ogni anno, l’Italia esporta ben 16 tonnellate di Zafferano in USA, Germania, Francia, Regno Unito e Brasile su tutti. La produzione diretta italiana – quella di pregio – si attesta annualmente sui 500-600 Kg., mentre tutto il resto (più di 15 tonnellate) è rappresentate da zafferano importato dall’Iran, lavorato in polvere e rivenduto all’estero.

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In Italia si produce in varie regioni, tra le quali la Toscana, le Marche, Abruzzi, Molise, Sardegna ed Emilia Romagna. Tuttavia, la produzione avviene nella pressoché totalità dei casi ad altitudini medie di 6oo metri sul livello del mare, e questo permette una produzione quantitativamente ottimale e qualitativamente soddisfacente. L’azienda di Alcamisi, però, si è spinta oltre gli 850 metri, riprendendo la tradizione – che giaceva del tutto abbandonata – di quei comuni montani che coltivavano zafferano (per uso personale, non per profitto) fino all’inizio del 1900, allorquando anche i piccoli fazzoletti di terra destinati alle coltivazioni delle spezie vennero convertiti per produrre ortaggi e legumi, necessari alla sopravvivenza.

Gli eventi storici del primo e secondo conflitto mondiale, a seguito dei quali molti contadini, chiamati alle armi, non tornarono più alle loro case, ne impedirono definitivamente il ricollocamento, e così la tradizione della produzione dello zafferano in Sicilia andò perduta.

C’è da dire che lo zafferano è una spezia di altissimo valore di mercato, fluttuante di anno in anno secondo le quantità prodotte, e richiede una grande quantità di ore/lavoro da parte di manodopera senza particolare specializzazione. Il clima ideale è quello delle colline del Nord Italia, generalmente più freddo di quello della Sicilia, dove però è possibile riprodurre le stesse condizioni ad altitudini maggiori – cioè in montagna – e con una migliore qualità dettata dalla maggiore esposizione al sole dell’isola. In Sicilia, infatti, i c.d. crochi, dai quali nascono i fiori viola dello zafferano, crescono spontaneamente nel sottobosco e nei prati di montagna del Parco delle Madonie.

La fase di startup della produzione nelle Madonie è stata avviata circa 5 anni fa, con un primo ciclo sperimentale della durata di 6 mesi, nel quale si è provveduto a preparare il terreno, ad implementare l’impianto dei primi duemila bulbi di crocus sativus. In occasione del primo raccolto (da agosto a fine ottobre), le analisi hanno confermato l’elevatissima qualità del prodotto, e così si è dato il via, dopo quasi un secolo, al primo zafferaneto di montagna che oggi occupa circa un ettaro di terreno soleggiato e conta quasi 500mila bulbi. La produzione in altura è quantitativamente inferiore (circa il 30-40% in meno) rispetto a quella collinare, ma la qualità del prodotto di montagna essiccato risulta più elevata. La conferma arriva dall’interessamento da parte dell’industria dolciaria, che ha dedicato allo zafferano di montagna una linea di prodotti specifica (come il celebre panettone dell’azienda Fiasconaro, realizzato in partnership con gli stilisti Dolce e Gabbana, agli agrumi e zafferano di Sicilia), molto apprezzata in tutto il mondo.

Per quanto riguarda le rese della coltura poliennale in collina, da 1000 m² di superficie si possono ricavare 120-150.000 fiori, e da questi si ricavano da 5 a 7 kg di stimmi freschi che, dopo l’essiccatura, divengono 1,0 – 1,4 kg. Nelle aree a coltura poliennale, di solito, al primo anno si realizzano  da 4 a 6 kg per ettaro di stimmi freschi, ma al secondo ben 12 kg e oltre. Negli anni successivi la produzione tende a diminuire, scendendo a 10 kg per ettaro al 3° anno e a livelli ancora inferiori negli anni successivi. In montagna, però, dove il livello qualitativo è molto più elevato, la produzione media non raggiunge i 5 kg per ettaro, ed è per questo motivo che la domanda risulta essere costantemente superiore all’offerta, determinando un prezzo maggiore.

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Relativamente all’analisi dei costi e dei ricavi, li possiamo sintetizzare brevemente in un elenco abbastanza esaustivo, che rende bene l’idea dell’investimento complessivo e delle aspettative di rendimento.

ANALISI DEI COSTI DI IMPIANTO

– valutazione agronomica del terreno: 200,00 euro;

– acquisto di 100.000 bulbi di zafferano olandese (dimensione > 3,18 cm di diametro – circonferenza 10/+). 30.000,00 euro;

– aratura, concimazione, fresatura, assolcatura e messa a dimora dei bulbi e successivo espianto dei bulbi con selezione: 1000 ore complessive per un totale di 10.000,00 euro;

– concime: 6.000,00 euro per 6.000 kg..

COSTI RICORRENTI

– eventuale affitto annuale del terreno: 5.000,00 euro per ettaro;

Naturalmente tutti i costi di impianto, in una coltivazione poliennale, si azzerano dal secondo anno.

Tali costi dovrebbero permettere un raccolto compreso tra 120.000 e 150.000 fiori in circa 30 giorni. Viste le dimensioni medie dello zafferaneto, serviranno complessivamente circa 8 ore (2 ore per due persone) al giorno per raccogliere tutti i fiori, e per la mondatura degli stimmi. Per l’essiccazione è sufficiente un essiccatore elettrico che consuma circa 0,5 euro di corrente all’ora, per un costo complessivo di circa 60 euro. A questi, infine, si aggiungono le analisi di laboratorio dello zafferano (fondamentali per capire il livello di qualità), al costo di 100,00 euro.

ANALISI DEI RICAVI – Occorrono circa 130 fiori per produrre 1g di zafferano essiccato; pertanto, con circa 100.000 la produzione sarà di 1,5 kg di prodotto, il cui valore – che dipende anche dalla qualità certificata dalle analisi – oscillerà tra i 10 e i 25 euro al grammo, a seconda del tipo di cliente finale (es. se utilizzatore industriale, artigianale, ristoratore o privato). Attribuendo un valore medio di 15 euro al grammo, e assumendo l’unità di prodotto in 0.20 grammi a confezione, possiamo stimare i ricavi medi annuali (tra vendite all’ingrosso e vendite al dettaglio) in circa 30.000,00 euro, ed un break-even point (punto di pareggio con rientro totale dall’investimento) a circa 20 mesi dal primo raccolto (26 mesi in totale). A questi risultati vanno aggiunti i maggiori ricavi derivanti dall’aumento spontaneo dei bulbi, utili per le produzioni future. Infatti, i bulbi di Zafferano messi a dimora solitamente si riproducono, e aumentano il capitale investito di circa il 35% ogni anno, consentendo un risparmio notevole, proprio nel bene che rappresenta l’investimento più impegnativo (i bulbi, appunto), nel caso in cui si voglia aumentare la produzione mettendo a coltura nuovo terreno da coltivare a zafferano. In alternativa, i bulbi in più che non si intende utilizzare possono essere venduti ad altri competitor o startupper, generando una voce costante di ricavo annuale che si aggiunge a quella della produzione principale.

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In definitiva, le nuove regole di distanziamento sociale e le difficoltà che i settori tradizionali dell’Economia incontreranno per effetto della pandemia di Covid-19, potrebbero favorire un ritorno delle nuove generazioni d’impresa verso l’agricoltura, che garantisce uno stile di vita più sicuro rispetto a quello cittadino delle fabbriche e dell’alta densità abitativa.

L’Italia, con la sua varietà di colture e secolari tradizioni in campo agricolo, potrebbe rivelarsi nell’imminente futuro come un laboratorio produttivo capace di creare nuovo lavoro e prosperità.

La consulenza finanziaria conviene. Un buon consulente “rende” fino al 3% annuo in più

Un consulente finanziario può riuscire a far remunerare il capitale, al netto delle commissioni, con un buon 2-3% annuo in più rispetto alla media dei rendimenti proposti dall’offerta “statica” delle banche tradizionali o della Posta.

Rispetto al passato, oggi sempre più persone si chiedono se vale la pena farsi assistere da un consulente finanziario per la gestione dei propri investimenti. Di solito, le domande più frequenti riguardano l’entità della commissione annua (“…sarà ragionevole o troppo alta?”) da pagare, il costo medio degli strumenti finanziari consigliati, la loro capacità di lavorare nell’interesse del cliente e così via.

Certo, ci sono anche quelli poco qualificati, ma il livello dei controlli e la storia ormai trentennale di questa professione così importante garantisce serietà e risultati tangibili, ed in generale un consulente finanziario può fare davvero molto per la finanza familiare (e non solo per quella, come vedremo).

Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dove il ruolo della consulenza finanziaria ha soppiantato da tempo, nella scala di valori percepita dagli investitori, l’attività di distribuzione di strumenti finanziari “in consulenza”, un singolo professionista in genere costa dallo 0.5 all’1.0% annuo, calcolato sul valore di portafoglio. Pertanto, i clienti vogliono sapere se stanno ottenendo i risultati attesi per cui pagano, e pretendono legittimamente che il costo sostenuto possa determinare un rendimento maggiore di quello ottenibile con il fai da te.

Vanguard, una delle più grandi società di investimento del mondo, da 15 anni effettua ricerche e analisi grazie alle quali ha concluso che – sì – c’è una convenienza ben quantificabile nel servirsi di un consulente finanziario, che Vanguard definisce l’”Alfa del consulente”. In particolare, se vengono seguite alcune best practice (principi di gestione finanziaria che attribuiscono qualità e sicurezza) nella gestione del denaro e degli altri asset patrimoniali, il risultato può essere un Alpha compreso nell’intervallo del 3-4% all’anno. Ad una conclusione simile arriva anche uno studio separato di Russell Investments, che stima l’aumento medio del rendimento ottenuto grazie al lavoro di un buon consulente finanziario nel 3,75% annuo.

L’Italia non fa differenza: un buon consulente (soprattutto in questa epoca di tassi negativi) può riuscire a far remunerare il capitale, al netto delle commissioni, con un buon 2-3% annuo in più rispetto alla media dei rendimenti proposti dall’offerta “statica” delle banche tradizionali o della Posta.

C’è da dire che, da noi, non tutti vogliono un consulente finanziario. Circa un quinto degli investitori ama il “fai da te”, un po’ per abitudine a far da sé, oppure perché ha un po’ di tempo a disposizione e decide di impiegarlo seguendo ossessivamente i mercati e divertendosi a creare proiezioni finanziarie immaginifiche. Si tratta di persone molto riservate, che mal sopportano di condividere e delegare la gestione di propri risparmi e che spesso rifiutano il supporto di un professionista semplicemente perché pensano di poter fare meglio di lui (così come di un buon avvocato, di un fiscalista e persino di un ingegnere). Di solito, però, gli amanti del fai da te, ad eccezione di quei pochissimi che si sono trasformati in veri e propri maestri dell’investimento personale, finiscono tutti per rimediare perdite di un certo rilievo, ammantandole poi di fitto mistero.

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Per fortuna, rimangono gli altri quattro quinti che, all’interno di un rapporto fiduciario (ma condiviso), decidono di avvalersi dei private bankers (dipendenti bancari dedicati alla clientela “più ricca”) o di un consulente, il quale ha diversi modi per aggiungere valore agli investimenti o aiutare i giovani risparmiatori a formare un capitale mediante programmi di accumulo e accantonamenti nel tempo. In particolare, ciò che fa la differenza è lo sviluppo di una strategia di investimento sostenibile, con un occhio attento anche alla previdenza ed alla protezione del patrimonio.

Il modo più efficace per ottenere benefici in termini di rendimento, contrariamente a quanto si pensi, non è strettamente legato ai numeri, bensì al c.d. coaching comportamentale, ossia la capacità dei consulenti finanziari di insegnare a tenere sotto controllo le paure e le emozioni dei loro clienti, fornendo consulenza e rassicurazioni costanti, basate sui fatti e sulla razionalità, quando i mercati “impazziscono”. Lo studio di Russell Investment ha anche identificato questo come il più grande vantaggio derivante dalla collaborazione con un consulente finanziario, ma anche la stessa Vanguard, grazie ad una ricerca – non più recente ma sempre attualissima – condotta su oltre 58.000 investitori, ha dimostrato che coloro che hanno apportato modifiche sostanziali alla loro strategia tradizionale, anche una sola volta nel quinquennio 2008-2012, hanno ottenuto un aumento dell’8% in più della performance complessiva.

Uno studio di Morningstar (la più importante società di informazione, monitoraggio e valutazione degli strumenti di risparmio gestito) rivela che gli investitori spesso ricevono rendimenti molto più bassi rispetto ai fondi in cui investono. Il motivo risiede nel fatto che essi rincorrono i fondi dopo le loro migliori performance,  oppure li abbandonano proprio prima di un loro “decollo”, magari perché li hanno visti “un po’ fermi” e si sono spazientiti. Un buon consulente, grazie al coaching comportamentale, può prevenire tali atteggiamenti irrazionali e controproducenti, spiegando ai clienti che:

  1. le c.d. correzioni (fasi in cui i tutti i mercati scendono, ivi compreso quello obbligazionario, determinando una diminuzione del valore dell’investimento) sono sempre esistite, durano poco e bisogna semplicemente farle passare,
  2. è proprio in questi momenti che bisogna investire, approfittando dei prezzi più bassi.

Nel dettaglio, affidarsi alla consulenza finanziaria consente di:

– risparmiare diligentemente per la pensione e investire in modo efficace;

– ideare un piano di pensionamento solido che genererà un reddito sufficiente nell’età avanzata;

– suggerire le coperture assicurative più efficaci per proteggere la tua casa, la tua auto, la tua vita, le tue entrate e qualsiasi altra cosa che necessiti di protezione, ivi compreso il patrimonio nella sua interezza;

– tenere sotto controllo il livello di indebitamento;

– suggerire le giuste metodologie per minimizzare le imposte immobiliari;

– supportare tutta la famiglia nella pianificazione patrimoniale e nei passaggi generazionali.

Un buon consulente finanziario, soprattutto all’inizio del rapporto, guarderà al quadro generale, valutando tutte le esigenze della famiglia ed i mezzi necessari per raggiungere gli obiettivi. Egli, in questo, modo, potrà guidare l’investitore attraverso la pianificazione della pensione, le strategie di investimento, le questioni fiscali collegate agli investimenti, la pianificazione immobiliare ed altro ancora. Soprattutto, saprà tradurre in concretezza ciò che, senza la sua presenza costante, si scontrerebbe con l’improvvisazione, quella con cui si affrontano spesso i grandi eventi della vita: pagare l’università ai figli, comprare o vendere una casa, andare in pensione, ma anche (per i più giovani millennials) progettare il futuro, sposarsi, avere o adottare un bambino, ereditare dei beni oppure determinare la scelta tra un leasing o l’acquisto diretto dell’auto, rifinanziare un mutuo o evitare maggiori imposte sul trasferimento delle proprietà familiari.

In tutto il mondo, i consulenti finanziari e patrimoniali sono circa 20 milioni (30.000 solo in Italia), e tutti loro condividono economicamente con i propri clienti le diverse fasi di mercato: la loro remunerazione è legata al valore del portafoglio di investimenti, pertanto essi guadagnano meno quando i mercati scendono, e di più quando salgono (provate a non pagare o a ridurre la parcella di un avvocato se avete perso la causa, o quella di un commercialista se le vostre imposte sono aumentate rispetto all’anno precedente.…).

Questa caratteristica rende la loro professione unica, come solo la condivisione dei risultati, nella buona e nella cattiva sorte, può fare.

 

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Banche in declino, è cominciata l’era degli “utili ad ogni costo”. Unicredit, via al taglio di sportelli e personale

Le banche italiane dovranno ridurre le base dei costi di circa 5 miliardi di euro, che corrispondono a 70.000 risorse umane e a 7.000 filiali nel corso dei prossimi 5 anni. Se poi il sistema volesse posizionarsi sui livelli medi di redditività allineati al costo del capitale (8-9%), il taglio costi necessario raddoppierebbe a 10 miliardi.

Più che una trasformazione, quella che si sta apprestando ad abbattersi sul sistema bancario e sull’economia italiana è una vera e propria rivoluzione. Si tratta di una “tempesta industriale”, che i banchieri pare vogliano affrontare con una certa miopia, dando cioè continuità al processo di riduzione dei costi già cominciato nel 2009 (e proseguito, senza sosta, fino ad oggi) ed evitando di misurarsi con un cambiamento immediato del business model, che evidentemente taglierebbe molte teste tra la dirigenza apicale.

Secondo le previsioni degli esperti (bollate dalla FABI come “terroristiche”), tra banche grandi e banche di piccola dimensione – l’aggregazione delle seconde sembra essere una condizione indispensabile per la loro sopravvivenza – in Italia servono cinque miliardi di tagli soltanto per preservare nei prossimi anni l’attuale redditività, ma l’asticella sale a dieci miliardi per consentire agli istituti di credito di mettersi al pari con la media europea.

A monte, c’è il ripensamento totale del modello industriale, nel senso di una profonda riqualificazione (significa riduzione, in linguaggio spiccio) delle competenze del personale in chiave digitale. Infatti, secondo  la società di consulenza internazionale Oliver Wyman (Rapporto “Banche italiane su un piano inclinato”, anticipato in esclusiva dal Sole24Ore), senza aumenti di capitale significativi dovuti alla nuova regolamentazione, nei prossimi cinque anni la media delle banche italiane vedrà una riduzione dei ricavi, in termini di margine di intermediazione, fino al 15%. A pesare saranno i tassi d’interessi a zero imposti dalla BCE e la conseguente compressione della redditività degli impieghi, già scesi quest’anno di 30 punti base per i mutui e di 80 punti per i prestiti alle imprese. La politica dei tassi comprimerà anche i ritorni sui titoli di debito, con una riduzione del margine di interesse del 5% rispetto ad oggi. E se qualcuno pensa che la soluzione stia nella crescita delle commissioni, il Rapporto Oliver Wyman risponde che, nella media, i ricavi commissionali non saranno di aiuto a compensare il calo del margine d’interesse, in quanto sono già a livelli più elevati rispetto alle banche europee, e la recente regolamentazione (MiFID) ha dato il colpo di grazia alle ambizioni sulla marginalità, favorendo la concorrenza più accesa.

Alla luce di tutto questo, la prima soluzione sembra essere – ed il processo è già cominciato, anche in Italia – la revisione degli attuali modelli di servizio delle banche, ancora troppo imperniati sulle filiali. In tal senso, secondo le stime di Oliver Wyman, ”… ipotizzando che lo scenario macro non peggiori, per neutralizzare la compressione dei ricavi e mantenere la redditività del capitale sui livelli attuali, le banche italiane dovranno ridurre le base dei costi di circa 5 miliardi di euro, che corrispondono a 70.000 risorse umane e a 7.000 filiali in meno nel corso dei prossimi 5 anni. Se poi il sistema volesse posizionarsi sui livelli medi di redditività allineati al costo del capitale (8-9%), il taglio costi necessario raddoppierebbe a 10 miliardi”.

Ma non è tutto. Dei dipendenti che resteranno, infatti, “oltre il 45% della forza lavoro dovrà acquisire nuove competenze in diverse aree digitali, dai processi di interazione con la clientela all’adozione dell’intelligenza artificiale nel sistema dei controlli; dalla revisione delle competenze digitali necessarie a ridurre i ruoli di filiale e del back office alle nuove professionalità come quelle di data scientist, change manager e gestione di nuove tecnologie.

E come sempre accade da dieci anni a questa parte, le banche italiane si adeguano. Il piano 2020-2023 di Unicredit è un esempio lampante dell’adattamento allo scenario di cui abbiamo parlato. La banca guidata da Jean Pierre Mustier ha annunciato che ridurrà il personale di circa 8.000 unità, soprattutto in Italia (5.500-6.000 dipendenti in meno), e gli sportelli (500 in meno).

Sembrerebbe un piano tipico di una azienda in difficoltà, eppure gli utili sgorgano copiosi, per cui i più non se lo spiegano. Infatti, i ricavi dell’istituto (che ha anche liquidato la sua partecipazione in Mediobanca, diventando meno italiana di prima) cresceranno ogni anno dello 0,8% dal 2019 al 2023 fino ad arrivare a 19,3 miliardi, mentre l’utile netto  si attesterà a 4,3 miliardi nel 2020 per salire a 5 miliardi nel 2023. Inoltre, osservando i bilanci, tra il 2008 e il 2018 Unicredit ha già ridotto il numero di dipendenti nel mondo del 50% (da 174mila a 86.786 unità a tempo pieno), ed ha chiuso 1.381 sportelli; pertanto, chiudendone altri  500, in tutta evidenza, verrà reciso ancora di più il rapporto con la clientela e il legame col territorio, tipici valori della banca tradizionale oggi in declino. Tutto ciò, però, si tradurrà nella creazione di valore per gli azionisti Unicredit pari a 16 miliardi di euro nell’arco del piano 2020-2023.

Nonostante i numeri sembrino accattivanti, gli esperti del mercato li guardano con diffidenza. Secondo loro, infatti, questo progetto non  guarda alla crescita ed al futuro, ma grazie al taglio dei costi crea le condizioni per aumentare “artificialmente” gli utili che non la banca riesce a produrre con l’attività industriale tipica.

In tutta evidenza, non si potrà tagliare il personale all’infinito, e prima o poi Mustier, e i banchieri che adottano la stessa mediocre (e pericolosa) politica degli “utili ad ogni costo”, dovranno farci sapere cosa vorranno fare da grandi.

Se mai ci diventeranno.