Giugno 19, 2026
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INVESTITORI

Patrimoni (grandi e piccoli) sempre a rischio in caso di separazione e divorzio

Avvocati e magistrati non sono in grado di contenere la mancanza di lucidità che coglie i detentori di patrimonio quando si separano. E così, senza un team di professionisti a supporto della famiglia, la salvaguardia dei beni passa quasi sempre in secondo piano.

Ad eccezione dei c.d. divorzi-lampo, anche le coppie senza figli costituiscono un nucleo familiare tenuto saldamente in piedi da progetti in comune che diventano, in un certo senso, “prole”: casa coniugale, adozione di animali domestici, beni mobili, arredi, preziosi, risparmi, solo per fare un esempio; ma anche i ricordi dei momenti passati insieme, esperienze ed amicizie comuni, a volte persino il lavoro.

Quando si separano, molti coniugi mai diventati genitori si comportano allo stesso modo di quelli che hanno figli: distruggono tutto ciò che di terreno l’amore aveva creato, a volte con maggior furia rispetto a chi si è “riprodotto”.
Pertanto, pensare di poter eliminare la società/sodalizio familiare (con o senza prole) mediante la sentenza di un giudice, è una follia. Nonostante ciò, il nostro Ordinamento – che come tutti gli ordinamenti giuridici è imperfetto, e non è dotato di sentimenti – è stato progettato per questo, e cioè per dare una sforbiciata laddove, invece, servirebbe una squadra di ricamatrici, molto tempo, diplomazia e sensibilità; tanto è vero che le nostre leggi dispongono per l’istituto della separazione, anziché un percorso tecnico più ragionato, gli affollati corridoi di un tribunale.

Siete mai entrati in un tribunale, alla prima sezione civile?

Se lo farete, vi accorgerete che un numero insufficiente di magistrati ed un numero esorbitante di avvocati tentano l’impossibile, e cioè disciplinare sentimenti ed affetti a colpi di memorie e decreti. Purtroppo, nei tribunali si va per cercare una vittoria delle proprie ragioni, e non per risolvere rapidamente ed efficacemente questioni che, altrimenti, prendono molto tempo e serenità. Diversamente, ci sarebbero altri luoghi dove gestire le vicende coniugali, magari utilizzando la mediazione multi-disciplinare, relegando giudici e legali alla fase finale del procedimento.

Cosa c’entra tutto questo con i patrimoni?

Eccome se c’entra. L’esperienza dei tribunali in materia di separazione e divorzio è fatta di scelte e prassi a volte inspiegabili (spesso di paternità esclusivamente giurisprudenziale), frutto anche di una evidente crisi di lucidità dei coniugi che né gli avvocati né i magistrati sono in grado di contenere, non avendo ricevuto la formazione adatta (l’avvocato ed il giudice sono giuristi, non psicologi). Chi si separa è mosso esclusivamente dal risentimento personale, e si perde in una guerra senza esclusione di colpi in cui il patrimonio familiare – e a volte anche lo stesso denaro, perso in mille rivoli tra spese legali ed investigatori privati – sembra non avere più alcuna importanza tanto viene sacrificato sull’altare dell’odio.

E così la salvaguardia dei beni di famiglia passa in secondo piano, con tutte le conseguenze del caso in termini di perdita di valore e di trasmissione ai figli.

La separazione della coppia, invece, sebbene rappresenti una fase molto difficile dal punto di vista emotivo (del tutto paragonabile, in quanto a sofferenza, ad un lutto), potrebbe invece rappresentare, sia per i coniugi ben patrimonializzati che per quelli con un ammontare di beni più modesto, l’opportunità di anticipare con profitto il momento della pianificazione patrimoniale (trasmissione in vita di immobili e denaro, patti di famiglia per le quote aziendali ed altro ancora); contestualmente, anche l’occasione per costruire una struttura di protezione del patrimonio, a beneficio dei propri congiunti, da opporre in futuro ad un eventuale attacco dei terzi (creditori, Stato).

LEGGI ANCHE  “Nella tutela del patrimonio in caso di divorzio è fondamentale la scelta del regime patrimoniale della coppia unita”

In generale, se un patrimonio notevole è da considerarsi sempre a rischio, il patrimonio comune delle coppie che si separano, a rischio, lo è per definizione ontologica. Infatti, oggi le famiglie italiane si vanno internazionalizzando sempre di più, e spesso i figli vivono, studiano o formano un nuovo nucleo familiare fuori dall’Italia. Di conseguenza, si prevede che il numero di divorzi e di secondi matrimoni (con tutto ciò che comporta in termini di frammentazione dei diritti successori sul patrimonio) sarà crescente. Inoltre, le generazioni successive hanno sempre una visione totalmente diversa del patrimonio creato dai propri genitori, e un numero crescente di governi europei attua misure di austerità fiscale, monitorando così, innanzitutto, le persone benestanti.

Pertanto, esistono numerose situazioni in cui l’intero patrimonio, o parte di esso, possa essere messo a rischio o addirittura scomparire in seguito all’assenza di una pianificazione patrimoniale realmente efficace.

Per esempio, studi recenti hanno dimostrato che il patrimonio viene spesso costruito da una sola generazione, e che senza una visione strategica del futuro esso scompare completamente nel corso delle successive tre generazioni. Il trasferimento tramite successione, infatti, comporta quasi sempre la divisione del patrimonio tra diversi eredi, con la conseguenza che esso verrà frammentato con alterne fortune. Le imposte sui fabbricati o di successione, poi, possono prendersi una grande fetta del patrimonio familiare.

Quella fiscale non è certo l’unica minaccia esistente per chi si separa conflittualmente. Infatti, il congelamento dei beni in caso di morte, le possibili controversie matrimoniali, il passaggio di proprietà sui beni immobili, le dispute sul controllo dell’azienda familiare, sono tutte questioni che le famiglie benestanti dovrebbero considerare con largo anticipo, semplicemente perché esse si verificano sempre. Eppure, colpevolmente, tali questioni vengono affrontate quando ormai è troppo tardi.

Pertanto, se non si è sufficientemente lucidi, la differenza tra conservazione e distruzione di un patrimonio può farla solo un team di professionisti, che non può non comprendere, nella sua composizione più estesa, un consulente finanziario, un avvocato, un commercialista ed un notaio.

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Buona lettura !

 

I vostri figli vogliono fare esperienze di lavoro nel Regno Unito o in Irlanda? Ecco pochi passi, ma essenziali

Senza un buon curriculum, il codice fiscale del paese di destinazione ed un conto bancario estero, è difficile ottenere colloqui di lavoro. Con la Brexit cambiamenti in arrivo per chi vuole lavorare a Londra e in UK

Qualcosa (o qualcuno) ha portato i vostri figli a determinarsi nel voler fare una esperienza di lavoro all’estero? Molti millennials ci provano ogni anno, e pochi tornano indietro. Quelli che lo fanno, poi, rientrano con un curriculum ed una storia personale arricchiti da una forte padronanza linguistica ed un’esperienza di vita molto significativa.

Se i futuri eredi sono passati dalla fase del “sogno-desiderio” a quella della pianificazione (N.B.: voi lo saprete al momento di affrontare la copertura finanziaria, non prima), in questo articolo troverete suggerimenti utili per pensare in maniera “operativa”, e proiettarvi con la mente in quel contesto geografico dove, nel 60% dei casi (il rimanente 40% è distribuito soprattutto tra Spagna, Francia, Portogallo e USA), i vostri figli avranno deciso di recarsi, e cioè tra il Regno Unito e l’Irlanda. Più esattamente, tra Londra e Dublino.

In queste due città (ma anche nelle altre città inglesi e irlandesi; sono poco battute ma bellissime) è veramente difficile non riuscire a trovare lavoro, e Londra, nonostante la Brexit apporterà numerosi cambiamenti, in alcuni periodi dell’anno è addirittura carente di personale in tutti i settori che hanno a che fare con il turismo (ristorazione e alberghi, soprattutto).

Tra Maggio e Dicembre di ogni anno, a Londra il lavoro lo si può trovare anche da casa,  qualunque sia la città in cui vivete, tramite alcuni siti o app specializzate, l’importante è essere pronti a partire da un momento all’altro, saper parlare la lingua in maniere più che decente ed avere già una soluzione abitativa (anche per questo, esistono siti e app specifiche).

E se è vero che chi si presta a svolgere mansioni considerate “umili” (cameriere, banconista, addetto alle cucine, servizi di pulizia etc) trova lavoro entro due settimane dal suo arrivo in territorio anglofono (a Londra anche in 48 ore, chiedendo “porta a porta”), è altrettanto vero che chi è in possesso di una laurea specialistica (es. ingegneri, architetti, manager, avvocati e fiscalisti), padroneggia l’inglese e vuole lavorare nel proprio campo di formazione accademica, non fa fatica a trovare una offerta adeguata, economicamente gratificante e immediatamente contrattualizzata.

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Però, per arrivare preparati, è necessario definire la propria posizione giuridica all’estero. Il lavoro nero, infatti, quasi non esiste (per le aziende non è conveniente rischiare, vista la bassa tassazione, ed i controlli sono severissimi), e presentarsi senza i requisiti è da incoscienti, perché i datori di lavoro pretendono un regolare contratto. A cosa ci riferiamo, più esattamente, quando parliamo di requisiti? A parte l’uso della lingua, si fa riferimento alla residenza, al “codice fiscale” straniero ed al conto bancario dove accreditare gli stipendi.

Sebbene la presenza di tali requisiti sia necessaria in entrambi i paesi, le modalità di utilizzo sono un po’ differenti passando dall’Irlanda al Regno Unito. In ogni caso, è perfettamente inutile partire senza avere un luogo in cui eleggere la residenza ed il domicilio per la corrispondenza. Serve un indirizzo, anche di un amico, o di qualcuno disposto a concederlo “virtualmente” per i primi tempi (giusto il tempo di definire la c.d. proof of address – prova di residenza, che non può essere quella di un albergo).

Volendo, se l’indirizzo di residenza all’estero è esistente, si potrà richiedere via mail (allegando il C.V.) un colloquio di lavoro mentre si è ancora in Italia; ma attenzione: i vostri figli dovranno mettere in conto di dover partire anche dall’oggi al domani, perché tutte le aziende rispondono entro pochi giorni e, se hanno concesso il colloquio, è molto imbarazzante dover chiedere un rinvio della data “perchè ancora non ho lasciato l’Italia”. Piuttosto, meglio pianificare tutto, spedire decine di curriculum ad altrettante aziende e programmare un soggiorno di almeno due settimane; se l’indirizzo di residenza è fittizio, la soluzione di una stanza con bagno in famiglia (c.d. host family) è decisamente più economica di qualunque hotel (tra i 380 euro di Dublino ed i 450 euro di Londra, per una camera con bagno, per 15 giorni).

Relativamente alle questioni burocratico-amministrative, in considerazione della Brexit vale la pena esaminarle a seconda del paese in cui ci si vuole recare.

IRLANDA – Il PPS number è un codice per il quale bisogna fare richiesta se si intende lavorare in Irlanda. Si tratta del Personal Public Service number, ed è un codice alfanumerico di 7 numeri più una o due lettere. Per ottenerlo, bisogna essere già domiciliati in Irlanda. Una volta entrati nel paese, sarà sufficiente recarsi presso il più vicino ufficio della Previdenza Sociale, portando un documento di identità (meglio due: carta d’identità e passaporto o patente di guida) e un documento che attesti il domicilio in Irlanda: una bolletta del telefono o del gas, una dichiarazione del padrone di casa o dell’amico che dichiara la sua presenza presso di lui, oppure ancora una dichiarazione scritta della host family. Una volta ottenuto il PPS, lo si aggiungerà al curriculum e si potranno effettuare tutti i colloqui di lavoro possibili. Relativamente al curriculum vitae, in Irlanda viene usato quello in formato europeo, ma in alcuni ambienti (quello finanziario, per esempio) è apprezzato anche quello in formato inglese.

Nonostante non sia urgente averlo subito, il conto bancario diventa necessario al momento dell’assunzione, perché nessuna azienda irlandese (e tanto meno inglese) effettua il pagamento degli emolumenti su conti esteri. In ogni caso, presentarsi con un conto già attivo non può che migliorare l’immagine personale presso qualunque interlocutore, attribuendo alla ricerca di lavoro la tipica affidabilità di una “scelta definitiva”, e non di una semplice “esperienza temporanea”.

In Irlanda esistono sostanzialmente due tipologie di conti. La prima è quella del c.d. Saving account, che è una sorta di libretto di risparmio, generalmente gratuito, al quale viene associata una carta bancomat (ma non una carta di credito, in quanto il conto non consente di andare in rosso); la seconda è quella del Current account, ossia del conto corrente vero e proprio, che prevede dei costi annuali e da al correntista la possibilità di avere sia la carta di credito che il bancomat. Nel dettaglio, La Bank of Ireland e la Allied Irish Bank (AIB) sono certamente le banche più ramificate in tutti i centri (anche in quelli più piccoli) del paese, e sono le più utilizzate dagli stranieri. Gli orari di apertura degli sportelli sono diversi da quelli italiani, e di solito vanno dalle 10:00 alle 12:30 e dalle 13:30 alle 16:30.

REGNO UNITO (UK) – Con la Brexit, è certo che le cose cambieranno per molti italiani residenti in Inghilterra. A partire dal 2021, infatti, ogni cittadino europeo che vorrà recarsi nel Regno Unito dovrà essere munito di visto, passaporto o permesso di soggiorno (a seconda dei i motivi che lo porteranno a recarsi lì). In questo arco di tempo lungo un anno, ovvero da gennaio 2020 a dicembre 2021, il Governo di Boris Johnson sarà impegnato a trovare un accordo con l’Unione Europea in merito alla circolazione di persone, beni e servizi su territorio inglese.

Per soggiornare per un breve periodo (o come turista), bisognerà munirsi di passaporto biometrico e visto elettronico da richiedere almeno tre giorni prima del volo (la carta di identità non sarà più valida). Il visto si ottiene tramite un’apposita procedura online, ed ha una durata massima di tre mesi, superati i quali sarà necessario procurarsi un permesso di lavoro. Pertanto, le modalità con le quali i vostri figli vorranno regolarizzare la propria posizione (e permanenza) nel territorio del Regno Unito dipenderà dal periodo lavorativo che essi vorranno trascorrere lì: entro i tre mesi, converrà entrare come turista (passaporto e visto) e poi, una volta trovata una occupazione, richiedere il codice N.I.N. (National Insurance Number, l’equivalente del P.P.S. irlandese); se l’opportunità lavorativa ha già le caratteristiche del lungo periodo, conviene richiedere direttamente un visto come lavoratore straniero.

Per ottenere il codice N.I.N., basterà recarsi, previo appuntamento, in uno dei tanti job centre sparsi nella città di Londra (ma sono presenti in tutte le città inglesi) e ottenerlo dopo un breve colloquio. Avere il NIN è un requisito fondamentale per poter lavorare legalmente nel Regno Unito. Le aziende non assumono senza questo numero (ma ai candidati ritenuti affidabili danno un margine di tolleranza di due o tre settimane dall’assunzione, per concedere il tempo necessario ad effettuare il colloquio al job centre e ottenere il codice). Di solito, si può telefonare e richiedere un appuntamento per il Job Centre solo una volta che si è arrivati in Inghilterra; infatti, il call centre (0044, se si fissa l’appuntamento dall’Italia, più il numero 08001412075, attivo tra le 8:00 e le 18:00, dal lunedì al venerdì) non risponde a telefonate da numeri stranieri, ma c’è chi ci prova con successo (tentar non nuoce).

Per quanto riguarda il C.V., quello in formato europeo viene scartato a priori (lo trovano complicato e troppo schematico); meglio prepararne uno in formato inglese.

Relativamente al conto bancario, molte banche inglesi lo aprivano anche senza avere ancora la proof of address; ultimamente, però, la c.d. Brexit ha determinato un giro di vite sulle procedure bancarie, ed oggi è meglio arrivare in banca con la prova di residenza. Anche qui, con un tradizionale Cash o Bank Account, si può avere una carta di debito VISA gratuita e fare tutte le operazioni bancarie di cui si ha bisogno, senza alcun tipo di problema. Peraltro, la gestione di un conto corrente inglese di solito non prevede alcuna commissione o costo di mantenimento, a differenza di quello italiano.

La consulenza finanziaria conviene. Un buon consulente “rende” fino al 3% annuo in più

Un consulente finanziario può riuscire a far remunerare il capitale, al netto delle commissioni, con un buon 2-3% annuo in più rispetto alla media dei rendimenti proposti dall’offerta “statica” delle banche tradizionali o della Posta.

Rispetto al passato, oggi sempre più persone si chiedono se vale la pena farsi assistere da un consulente finanziario per la gestione dei propri investimenti. Di solito, le domande più frequenti riguardano l’entità della commissione annua (“…sarà ragionevole o troppo alta?”) da pagare, il costo medio degli strumenti finanziari consigliati, la loro capacità di lavorare nell’interesse del cliente e così via.

Certo, ci sono anche quelli poco qualificati, ma il livello dei controlli e la storia ormai trentennale di questa professione così importante garantisce serietà e risultati tangibili, ed in generale un consulente finanziario può fare davvero molto per la finanza familiare (e non solo per quella, come vedremo).

Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dove il ruolo della consulenza finanziaria ha soppiantato da tempo, nella scala di valori percepita dagli investitori, l’attività di distribuzione di strumenti finanziari “in consulenza”, un singolo professionista in genere costa dallo 0.5 all’1.0% annuo, calcolato sul valore di portafoglio. Pertanto, i clienti vogliono sapere se stanno ottenendo i risultati attesi per cui pagano, e pretendono legittimamente che il costo sostenuto possa determinare un rendimento maggiore di quello ottenibile con il fai da te.

Vanguard, una delle più grandi società di investimento del mondo, da 15 anni effettua ricerche e analisi grazie alle quali ha concluso che – sì – c’è una convenienza ben quantificabile nel servirsi di un consulente finanziario, che Vanguard definisce l’”Alfa del consulente”. In particolare, se vengono seguite alcune best practice (principi di gestione finanziaria che attribuiscono qualità e sicurezza) nella gestione del denaro e degli altri asset patrimoniali, il risultato può essere un Alpha compreso nell’intervallo del 3-4% all’anno. Ad una conclusione simile arriva anche uno studio separato di Russell Investments, che stima l’aumento medio del rendimento ottenuto grazie al lavoro di un buon consulente finanziario nel 3,75% annuo.

L’Italia non fa differenza: un buon consulente (soprattutto in questa epoca di tassi negativi) può riuscire a far remunerare il capitale, al netto delle commissioni, con un buon 2-3% annuo in più rispetto alla media dei rendimenti proposti dall’offerta “statica” delle banche tradizionali o della Posta.

C’è da dire che, da noi, non tutti vogliono un consulente finanziario. Circa un quinto degli investitori ama il “fai da te”, un po’ per abitudine a far da sé, oppure perché ha un po’ di tempo a disposizione e decide di impiegarlo seguendo ossessivamente i mercati e divertendosi a creare proiezioni finanziarie immaginifiche. Si tratta di persone molto riservate, che mal sopportano di condividere e delegare la gestione di propri risparmi e che spesso rifiutano il supporto di un professionista semplicemente perché pensano di poter fare meglio di lui (così come di un buon avvocato, di un fiscalista e persino di un ingegnere). Di solito, però, gli amanti del fai da te, ad eccezione di quei pochissimi che si sono trasformati in veri e propri maestri dell’investimento personale, finiscono tutti per rimediare perdite di un certo rilievo, ammantandole poi di fitto mistero.

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Per fortuna, rimangono gli altri quattro quinti che, all’interno di un rapporto fiduciario (ma condiviso), decidono di avvalersi dei private bankers (dipendenti bancari dedicati alla clientela “più ricca”) o di un consulente, il quale ha diversi modi per aggiungere valore agli investimenti o aiutare i giovani risparmiatori a formare un capitale mediante programmi di accumulo e accantonamenti nel tempo. In particolare, ciò che fa la differenza è lo sviluppo di una strategia di investimento sostenibile, con un occhio attento anche alla previdenza ed alla protezione del patrimonio.

Il modo più efficace per ottenere benefici in termini di rendimento, contrariamente a quanto si pensi, non è strettamente legato ai numeri, bensì al c.d. coaching comportamentale, ossia la capacità dei consulenti finanziari di insegnare a tenere sotto controllo le paure e le emozioni dei loro clienti, fornendo consulenza e rassicurazioni costanti, basate sui fatti e sulla razionalità, quando i mercati “impazziscono”. Lo studio di Russell Investment ha anche identificato questo come il più grande vantaggio derivante dalla collaborazione con un consulente finanziario, ma anche la stessa Vanguard, grazie ad una ricerca – non più recente ma sempre attualissima – condotta su oltre 58.000 investitori, ha dimostrato che coloro che hanno apportato modifiche sostanziali alla loro strategia tradizionale, anche una sola volta nel quinquennio 2008-2012, hanno ottenuto un aumento dell’8% in più della performance complessiva.

Uno studio di Morningstar (la più importante società di informazione, monitoraggio e valutazione degli strumenti di risparmio gestito) rivela che gli investitori spesso ricevono rendimenti molto più bassi rispetto ai fondi in cui investono. Il motivo risiede nel fatto che essi rincorrono i fondi dopo le loro migliori performance,  oppure li abbandonano proprio prima di un loro “decollo”, magari perché li hanno visti “un po’ fermi” e si sono spazientiti. Un buon consulente, grazie al coaching comportamentale, può prevenire tali atteggiamenti irrazionali e controproducenti, spiegando ai clienti che:

  1. le c.d. correzioni (fasi in cui i tutti i mercati scendono, ivi compreso quello obbligazionario, determinando una diminuzione del valore dell’investimento) sono sempre esistite, durano poco e bisogna semplicemente farle passare,
  2. è proprio in questi momenti che bisogna investire, approfittando dei prezzi più bassi.

Nel dettaglio, affidarsi alla consulenza finanziaria consente di:

– risparmiare diligentemente per la pensione e investire in modo efficace;

– ideare un piano di pensionamento solido che genererà un reddito sufficiente nell’età avanzata;

– suggerire le coperture assicurative più efficaci per proteggere la tua casa, la tua auto, la tua vita, le tue entrate e qualsiasi altra cosa che necessiti di protezione, ivi compreso il patrimonio nella sua interezza;

– tenere sotto controllo il livello di indebitamento;

– suggerire le giuste metodologie per minimizzare le imposte immobiliari;

– supportare tutta la famiglia nella pianificazione patrimoniale e nei passaggi generazionali.

Un buon consulente finanziario, soprattutto all’inizio del rapporto, guarderà al quadro generale, valutando tutte le esigenze della famiglia ed i mezzi necessari per raggiungere gli obiettivi. Egli, in questo, modo, potrà guidare l’investitore attraverso la pianificazione della pensione, le strategie di investimento, le questioni fiscali collegate agli investimenti, la pianificazione immobiliare ed altro ancora. Soprattutto, saprà tradurre in concretezza ciò che, senza la sua presenza costante, si scontrerebbe con l’improvvisazione, quella con cui si affrontano spesso i grandi eventi della vita: pagare l’università ai figli, comprare o vendere una casa, andare in pensione, ma anche (per i più giovani millennials) progettare il futuro, sposarsi, avere o adottare un bambino, ereditare dei beni oppure determinare la scelta tra un leasing o l’acquisto diretto dell’auto, rifinanziare un mutuo o evitare maggiori imposte sul trasferimento delle proprietà familiari.

In tutto il mondo, i consulenti finanziari e patrimoniali sono circa 20 milioni (30.000 solo in Italia), e tutti loro condividono economicamente con i propri clienti le diverse fasi di mercato: la loro remunerazione è legata al valore del portafoglio di investimenti, pertanto essi guadagnano meno quando i mercati scendono, e di più quando salgono (provate a non pagare o a ridurre la parcella di un avvocato se avete perso la causa, o quella di un commercialista se le vostre imposte sono aumentate rispetto all’anno precedente.…).

Questa caratteristica rende la loro professione unica, come solo la condivisione dei risultati, nella buona e nella cattiva sorte, può fare.

 

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Il Destino non esiste. Il Futuro, sì

Comprendere gli errori che hanno generato gli eventi negativi, per non ripeterli più. Ogni singolo errore ci fa “sprecare futuro”, sebbene pensiamo semplicemente di “aver perso del tempo”.

Articolo di Alessio Cardinale*

La professione di consulente finanziario patrimonialista, al netto della propria competenza e capacità di aggiornamento professionale, richiede costantemente la gestione di due elementi esterni fondamentali: le risorse (non solo patrimoniali, ma anche culturali e affettive) dei clienti, ed il tempo che essi hanno a disposizione per amministrarle.

Recentemente, mi sono ritrovato a riflettere sulle profonde differenze ed interconnessioni esistenti tra il concetto di “Tempo” e quello di “Futuro”. Voi lo avete mai fatto? Probabilmente sì, anche se (come me, prima di allora) in maniera parziale. Spesso, come ho fatto io, vi sarete soffermati a considerare i due elementi singolarmente, magari con un tocco di romanticismo. Qualcuno avrà fantasticato sui viaggi nel tempo, qualcun altro sui successi che la vita avrebbe riservato negli anni a venire. “…Il mio futuro è nella finanza...” (questo lo pensavo verso i 24; da bimbo, in pieni anni ‘70, ero certo che sarei diventato un calciatore come Rivera).

Pochi, però, ne avranno fatto un “pensiero combinato”, una riflessione, cioè, che analizzi il tempo ed il futuro all’interno di un medesimo ragionamento di ordine pratico. Mettendo in relazione le due grandezze, infatti, il piano filosofico/romantico lascia rapidamente il posto a quello di realtà, dove il Tempo è una grandezza illimitata ma suddivisibile in corrispondenza dello svolgersi di determinati fenomeni (es. la divisione in giorni, ore, minuti, secondo il moto apparente del Sole), ed il nostro Futuro, invece, pur essendo funzione del tempo e anch’esso teoricamente divisibile in varie unità di misura, è una grandezza limitata, coincidente con la nostra stessa vita ma contenente anche altri concetti (il lavoro futuro, l’amore e la famiglia che verranno, il proprio benessere, la vecchiaia, solo a titolo di esempio) non necessariamente misurabili attraverso dei numeri.

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Il Futuro, peraltro, non è facilmente quantificabile, ma è determinabile in termini probabilistici, anche facendo tesoro dell’esperienza di quanti hanno già preso la direzione che ci interessa. Certamente non potremo sapere in anticipo quale sarà l’entità esatta del nostro fatturato/stipendio, ma di sicuro sappiamo che, iniziando un certo percorso accademico o di apprendistato professionale/imprenditoriale, e riuscendo a fare ingresso in quella determinata area professionale, è molto probabile che il nostro benessere sarà ricompreso all’interno di una fascia economica che ci consente di pianificare alcune scelte importanti della vita. La differenza, poi, la farà il nostro livello di impegno e di competenza acquisita negli anni.

Dal punto di vista geometrico, il tempo è assimilabile ad una retta, ossia ad un linea/insieme di infiniti punti, mentre il futuro è un segmento (insieme di punti o linea finiti). Pertanto, sebbene retta e segmento abbiano molto in comune e tanti le confondano tra loro, esse non sono affatto uguali, ed è un errore gravissimo trattarle allo stesso modo; il rischio, infatti, non è solo quello di non capire nulla di Geometria (che già di suo non è materia simpatica…).

Pertanto, passando al piano di realtà, confondere il concetto di tempo con quello di futuro ci porta ineluttabilmente a non capire come, a causa dei nostri comportamenti sbagliati, “sprechiamo futuro”, quando invece pensiamo semplicemente di “perdere del tempo”.

Detto così, è tutto più chiaro; basta chiamare le cose con il proprio nome per comprenderne immediatamente l’importanza: il tempo non possiamo sprecarlo, perchè non ci appartiene; c’è sempre stato prima di noi e sempre ci sarà dopo di noi. Invece il Futuro, quello nostro, eccome se ci appartiene! Per cui, può essere sprecato solo da noi stessi.

In tal senso, la vita diventa un lungo percorso lastricato di colpe e “sprechi di futuro”. Dovrebbero insegnarlo ai bambini delle elementari come non sprecare futuro, ed invece ai giovanissimi non si fa altro che ripetere di non “perdere tempo”, sviando la loro attenzione dall’aspetto più essenziale. Agli adolescenti svogliati si dovrebbe gridare “…muoviti, non perdere futuro!”, quando li si vuole scrollare dalla loro pigrizia. Se non altro, l’uso ripetuto del termine al posto dell’altro (il tempo) aumenterebbe la sua familiarità gergale e susciterebbe quella sufficiente curiosità che, in molti, farebbe scattare l’indagine sul suo profondo significato.

Soprattutto, contribuirebbe a togliere di mezzo il terzo incomodo, il peggior nemico di noi tutti: il Destino.
Dicevamo che siamo noi a determinare – spesso anche inconsapevolmente – il nostro futuro. Le scelte normali che compiamo ogni giorno, o quelle importanti (es. che scuola/università frequentare, decidere di sposarci, o di mettere al mondo dei figli) che affrontiamo poche volte nella vita, contribuiscono passo dopo passo a far avverare molti degli avvenimenti che poi facciamo fatica a riconoscere come prodotto delle nostre azioni (a parte i figli, sennò è un guaio…). Di conseguenza, tendiamo a catalogare gli eventi negativi come “destino” o “sfortuna”, e quelli positivi come “merito”. Invece, anche i primi dovrebbero essere rubricati come i secondi, ma nell’opposto significato di “demerito” o, se vogliamo, di “merito negativo”. In ogni caso, non si tratta affatto di “destino”. Anzi, attribuire ad un falso concetto, privo di qualunque fondamento logico, la causa dei nostri mali, è il peggior atto di autocommiserazione e de-responsabilizzazione che potremmo commettere. E’ come mentire consapevolmente a se stessi, rimuovere dal profondo un’azione o iniziativa sbagliata da cui si è generato il problema e addossarne la colpa ad una entità del tutto astratta e indefinibile (il destino, appunto).

La conseguenza peggiore, peraltro, è quella di non comprendere mai gli errori che hanno generato gli eventi negativi, che quindi si ripeteranno nel tempo e determineranno l’evoluzione del termine “destino” – che è un termine generico e contiene potenzialmente il suo positivo – in “sfortuna” (accezione solo negativa). La tipica frase “…quanto sono stato sfortunato nella vita!..” dovrebbe essere tradotta in “…quanti errori ho fatto nella vita, e non li ho capiti!…”.

Pertanto, noi – e solo noi – siamo artefici del nostro Futuro, ed è una verità scomoda.

I principi di cui parlo in questo articolo sono validi ancor di più se applicati alla gestione del proprio patrimonio, così come nell’attività di consulenza patrimoniale, nella quale è importante dedicare del tempo alla comprensione degli errori commessi nel passato, al fine di poterli riconoscere ed evitarli in futuro.

Sbagliare il meno possibile, quella è l’unica virtù possibile. Indovinare sempre la mossa giusta da fare non è una virtù terrena.

*editore e direttore editoriale di PATRIMONI&FINANZA, consulente patrimoniale

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Buona lettura !

Investitori, consulenti e strategie di investimento: non conta predire la pioggia, serve saper costruire l’arca

Qual è il bisogno che ci spinge a scegliere un investimento, cosa siamo portati a fare veramente quando decidiamo di investire?

 Articolo di Francesca Sciabica

È successo di nuovo, succede ancora  troppo spesso purtroppo…La classica domanda del “quanto mi dai, quanto mi rende?” Non passa mai di moda.

La mia risposta è: ti do la somma di speranze, illusioni, progetti, paure e consapevolezza tutta in un unico pacchetto.

Ovviamente, dopo una risposta così, il mio interlocutore mi guarderà spiazzato e cercherà di interpretare ciò che ho detto. Allora riprendo io e faccio sempre un esempio: quando Noè costruì l’arca non sapeva né quando sarebbe arrivato il diluvio ne quanto sarebbe durato, però costruì l’arca nel migliore dei modi per essere sicura.

Oggi, per non farsi trovare impreparati e credere a chi promette chissà quali risultati, senza mai parlare di rischio tempo e costi bisogna usare una sola arma: la CONOSCENZA. Questa passa attraverso una sorta di doppio binario ferroviario, che ad un certo punto del tragitto si trova in prossimità di uno scambio. In quel punto, la Conoscenza (o parte di essa) del consulente deve essere trasmessa all’investitore, imprimendo un cambio di direzione delle strategie utilizzate fino a quel punto.

Ma torniamo alla prima domanda. Quanto mi rende? Ecco una serie di risposte che, per via della professione che svolge un consulente, potrebbero essere considerate “obbligatorie”:

1.Qual’è il bisogno che ti spinge a cercare un investimento (guadagnare di più non è una buona ragione)?

2. Quanto tempo sei disposto ad impiegare per ottenere dei risultati?

3.Cosa vuoi fare un domani con il tuo investimento?

Infatti, quando decidiamo (o crediamo di aver deciso) di investire i nostri risparmi, si attiva tutta una serie di procedimenti logici ed emozionali che ci spinge a scegliere cosa fare con i nostri  soldi. Entro in un negozio, vedo una maglietta, mi piace, la provo, veste bene, già immagino a quando la indosserò per quell’aperitivo con i colleghi…la voglio….la compro!

Il mio cervello ha deciso in pochissimo tempo che quella maglietta deve essere mia, perché le emozioni, il desiderio e la “programmazione “ di quando la indosserò hanno determinato la mia scelta di acquisto.

I miei soldi, quanto lavoro e quanti sacrifici ho fatto per metterli da parte…Certo, con un buon investimento potrei farli fruttare!

E se li perdessi? E se dovessero servirmi? E se sbagliassi il modo di investire?

Se….se…se….tutti questi se attivano meccanismi di lancio e poi di protezione, che non aiutano a prendere lucidamente buone decisioni.

Pertanto, qual è il bisogno che mi spinge a scegliere un investimento, cosa sono portato a fare veramente quando io investo?

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PROGETTO, senza dubbio. Ecco il bisogno primario che ci spinge a destinare una somma ad un fine, ed è questo aspetto che il consulente deve far emergere: figli da mandare all’università tra 10 anni, una casa da acquistare, ampliare la propria attività d’impresa, per esempio, sono tutti  progetti che si possono “toccare con mano” e sentire con l’anima e lo stomaco.

Tirati fuori i bisogni, sentite le emozioni che ci spingono a scegliere di investire i nostri risparmi, possiamo passare alla fase 2: quanto mi renderà?

Diciamocelo: è la domanda più comune che si possa sentire. Purtroppo (altra verità assoluta) nessuno, nemmeno la maga Circe, può dire quanto renderà un investimento.  Possiamo però tracciare una strategia che ci permetta di tollerare le naturali oscillazioni, nervosismi ed emozioni del mercato. In questo senso, il consulente ha il suo ruolo fondamentale, ed il mix emozionale, unito al fattore tempo, determinerà la scelta della linea da seguire e permetterà di stilare un piano di investimento che rispetti queste due esigenze.

In definitiva, oggi nessuno di noi può predire la pioggia, ma possiamo senz’altro costruire, con l’aiuto di un consulente, un’arca solida e sicura, sulla quale viaggiare in caso di diluvio.

 

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Banche in declino, è cominciata l’era degli “utili ad ogni costo”. Unicredit, via al taglio di sportelli e personale

Le banche italiane dovranno ridurre le base dei costi di circa 5 miliardi di euro, che corrispondono a 70.000 risorse umane e a 7.000 filiali nel corso dei prossimi 5 anni. Se poi il sistema volesse posizionarsi sui livelli medi di redditività allineati al costo del capitale (8-9%), il taglio costi necessario raddoppierebbe a 10 miliardi.

Più che una trasformazione, quella che si sta apprestando ad abbattersi sul sistema bancario e sull’economia italiana è una vera e propria rivoluzione. Si tratta di una “tempesta industriale”, che i banchieri pare vogliano affrontare con una certa miopia, dando cioè continuità al processo di riduzione dei costi già cominciato nel 2009 (e proseguito, senza sosta, fino ad oggi) ed evitando di misurarsi con un cambiamento immediato del business model, che evidentemente taglierebbe molte teste tra la dirigenza apicale.

Secondo le previsioni degli esperti (bollate dalla FABI come “terroristiche”), tra banche grandi e banche di piccola dimensione – l’aggregazione delle seconde sembra essere una condizione indispensabile per la loro sopravvivenza – in Italia servono cinque miliardi di tagli soltanto per preservare nei prossimi anni l’attuale redditività, ma l’asticella sale a dieci miliardi per consentire agli istituti di credito di mettersi al pari con la media europea.

A monte, c’è il ripensamento totale del modello industriale, nel senso di una profonda riqualificazione (significa riduzione, in linguaggio spiccio) delle competenze del personale in chiave digitale. Infatti, secondo  la società di consulenza internazionale Oliver Wyman (Rapporto “Banche italiane su un piano inclinato”, anticipato in esclusiva dal Sole24Ore), senza aumenti di capitale significativi dovuti alla nuova regolamentazione, nei prossimi cinque anni la media delle banche italiane vedrà una riduzione dei ricavi, in termini di margine di intermediazione, fino al 15%. A pesare saranno i tassi d’interessi a zero imposti dalla BCE e la conseguente compressione della redditività degli impieghi, già scesi quest’anno di 30 punti base per i mutui e di 80 punti per i prestiti alle imprese. La politica dei tassi comprimerà anche i ritorni sui titoli di debito, con una riduzione del margine di interesse del 5% rispetto ad oggi. E se qualcuno pensa che la soluzione stia nella crescita delle commissioni, il Rapporto Oliver Wyman risponde che, nella media, i ricavi commissionali non saranno di aiuto a compensare il calo del margine d’interesse, in quanto sono già a livelli più elevati rispetto alle banche europee, e la recente regolamentazione (MiFID) ha dato il colpo di grazia alle ambizioni sulla marginalità, favorendo la concorrenza più accesa.

Alla luce di tutto questo, la prima soluzione sembra essere – ed il processo è già cominciato, anche in Italia – la revisione degli attuali modelli di servizio delle banche, ancora troppo imperniati sulle filiali. In tal senso, secondo le stime di Oliver Wyman, ”… ipotizzando che lo scenario macro non peggiori, per neutralizzare la compressione dei ricavi e mantenere la redditività del capitale sui livelli attuali, le banche italiane dovranno ridurre le base dei costi di circa 5 miliardi di euro, che corrispondono a 70.000 risorse umane e a 7.000 filiali in meno nel corso dei prossimi 5 anni. Se poi il sistema volesse posizionarsi sui livelli medi di redditività allineati al costo del capitale (8-9%), il taglio costi necessario raddoppierebbe a 10 miliardi”.

Ma non è tutto. Dei dipendenti che resteranno, infatti, “oltre il 45% della forza lavoro dovrà acquisire nuove competenze in diverse aree digitali, dai processi di interazione con la clientela all’adozione dell’intelligenza artificiale nel sistema dei controlli; dalla revisione delle competenze digitali necessarie a ridurre i ruoli di filiale e del back office alle nuove professionalità come quelle di data scientist, change manager e gestione di nuove tecnologie.

E come sempre accade da dieci anni a questa parte, le banche italiane si adeguano. Il piano 2020-2023 di Unicredit è un esempio lampante dell’adattamento allo scenario di cui abbiamo parlato. La banca guidata da Jean Pierre Mustier ha annunciato che ridurrà il personale di circa 8.000 unità, soprattutto in Italia (5.500-6.000 dipendenti in meno), e gli sportelli (500 in meno).

Sembrerebbe un piano tipico di una azienda in difficoltà, eppure gli utili sgorgano copiosi, per cui i più non se lo spiegano. Infatti, i ricavi dell’istituto (che ha anche liquidato la sua partecipazione in Mediobanca, diventando meno italiana di prima) cresceranno ogni anno dello 0,8% dal 2019 al 2023 fino ad arrivare a 19,3 miliardi, mentre l’utile netto  si attesterà a 4,3 miliardi nel 2020 per salire a 5 miliardi nel 2023. Inoltre, osservando i bilanci, tra il 2008 e il 2018 Unicredit ha già ridotto il numero di dipendenti nel mondo del 50% (da 174mila a 86.786 unità a tempo pieno), ed ha chiuso 1.381 sportelli; pertanto, chiudendone altri  500, in tutta evidenza, verrà reciso ancora di più il rapporto con la clientela e il legame col territorio, tipici valori della banca tradizionale oggi in declino. Tutto ciò, però, si tradurrà nella creazione di valore per gli azionisti Unicredit pari a 16 miliardi di euro nell’arco del piano 2020-2023.

Nonostante i numeri sembrino accattivanti, gli esperti del mercato li guardano con diffidenza. Secondo loro, infatti, questo progetto non  guarda alla crescita ed al futuro, ma grazie al taglio dei costi crea le condizioni per aumentare “artificialmente” gli utili che non la banca riesce a produrre con l’attività industriale tipica.

In tutta evidenza, non si potrà tagliare il personale all’infinito, e prima o poi Mustier, e i banchieri che adottano la stessa mediocre (e pericolosa) politica degli “utili ad ogni costo”, dovranno farci sapere cosa vorranno fare da grandi.

Se mai ci diventeranno.

Investimenti e mercati. Non chiamatele emergenti: le ex tigri asiatiche verso il dominio del mondo

Oggi il termine “emergente” non risulta più idoneo a definire la qualità di queste asset class, che è sicuramente superiore a molte altre ritenute tradizionalmente più affidabili.

Con l’espressione Paesi Emergenti ci si riferisce, di solito, a Stati in rapida espansione la cui struttura economica è in ritardo rispetto ai paesi c.d. sviluppati. Si tratta quindi di economie ricche, nelle quali la popolazione cresce velocemente, con i conti pubblici in ordine, ma caratterizzati da forti squilibri sociali, un certo connubio tra malavita organizzata e politica ed un elevato tasso di corruzione (vi ricorda qualcosa…?). Pertanto, i mercati emergenti rappresentano una opportunità di investimento che, a fronte di alte potenzialità di guadagno (in determinate condizioni di mercato), presentano rischi piuttosto elevati.

L’elenco dei Paesi che fanno parte di questo gruppo, come vedremo, è in continuo divenire. Alcuni di essi, infatti, sono diventati a tutti gli effetti “sviluppati”, mentre altri hanno peggiorato la propria condizione, arricchendo la statistica riguardante le regioni più povere del mondo (come il Venezuela, ad esempio).

Tecnicamente, un Paese si definisce emergente quando:

– rappresenta un mercato sufficientemente “grande” in termini di popolazione e superficie geografica;

– ha un tasso di crescita del PIL elevato;

– possiede una grande potenzialità di consumi interni non ancora sviluppati;

– ha una buona infrastruttura commerciale, un sistema politica economicamente liberista ed è aperto agli scambi internazionali.

Sulla base di queste caratteristiche, fino a pochi anni fa era possibile individuare circa trenta paesi c.d. emergenti, che vanno dall’Asia all’Africa, passando per l’est Europa: Cina, Hong Kong, Singapore, Taiwan, Israele, Corea del Sud, Repubblica Ceca, Ungheria, India, Polonia, Turchia, Malesia, Russia, Messico, Thailandia, Cile, Argentina, Arabia Saudita, Egitto, Pakistan, Indonesia, Filippine, Brasile, Sud Africa, Perù, Venezuela, e Colombia. Negli ultimi 30 anni, però, le trasformazioni avvenute in questi stati sono state epocali, e da “arretrati” (rispetto a quelli europei e USA), molti di essi sono diventati “sviluppati”, al pari (se non di più) di quelli occidentali.

Di conseguenza, volendo conservare la definizione di “emergenti”, oggi i gestori professionali possono scegliere tra circa 50 paesi e mercati differenti, ognuno dei quali con differenti opportunità e rischio (compresa la possibilità di fallire, come il Venezuela). Infatti, rivedendo a ritroso gli sviluppi di quei paesi che una volta chiamavamo “tigri asiatiche”, abbiamo assistito a una rapida trasformazione della loro economie e delle loro società civili, tanto che oggi il termine “emergente” non risulta più idoneo a definirli. La qualità di queste asset class è sicuramente superiore a molte altre ritenute tradizionalmente più affidabili, e pertanto il giudizio su dovesse deve ritenersi superato, così come il concetto di maggior rischio ad essi associato.

Trenta anni fa, quelle economie miravano soprattutto a produrre merci a basso costo da fornire alle economie occidentali affamate di materie prime e semilavorati, concentrando la propria ricchezza nelle mani di pochi imprenditori dell’export; oggi, invece, si è sviluppata in quei paesi una classe media che ha spinto i consumi interni, tanto che molti di questi paesi, ormai del tutto “emersi”, superano quelli occidentali in termini di diffusione capillare di beni e servizi all’interno della società.

Sicuramente l’export continua ad essere un tratto distintivo delle loro economie, ma esse si caratterizzano ormai per il consumismo ed il livello di trasformazione tecnologica, che consente a questi paesi di bruciare le tappe del loro sviluppo rispetto a quanto è successo nei paesi occidentali in assenza di tecnologia. Questo consente di poter investire, in campo azionario, su una rosa molto ampia di aziende promettenti e attive nel campo dell’innovazione, oltre a poter valutare i loro strumenti di debito (obbligazioni corporate) ad esse legati. Le aziende che operano nell’e-commerce, ad esempio, stanno cambiando in maniera irreversibile il panorama economico in diversi settori, come le banche, l’alimentare, le vendite al dettaglio, i viaggi e le consegne di cibo a domicilio; ma anche il Cloud computing, l’intelligenza artificiale, l’Internet delle cose, la tecnologia 5G rappresentano tutte opportunità di crescita che molti investitori faticano ancora a cogliere.

Immaginando i prossimi trenta anni, è impossibile non individuare negli ex emergenti altre grandi opportunità, perché la classe media presente in quei paesi, molto popolosi e con un continuo travaso di residenti dalle campagne alle megalopoli, continua a crescere in maniera vertiginosa. Si stima che in paesi come la Cina e l’India (ma anche in Indonesia e nello Sri Lanka), per esempio, le classi media consumatrici aumenteranno di almeno un miliardo di individui nei prossimi 15 anni, ed un altro miliardo di essi migliorerà le proprie condizioni di vita attuali. Ciò si tradurrà in elevati ritmi di sviluppo dei consumi interni e delle relative economie per un lunghissimo periodo, suggerendo di spostare l’attenzione verso gli strumenti finanziari che investono in quei paesi.

Non sono in pochi a prevedere che il mercato europea e quello statunitense, molto presto, potrebbero entrare in una fase di “declino” strutturale e di profonda stagnazione economica. I sintomi ci sono già tutti: tassi negativi, consumi interni in diminuzione, assenza di inflazione e PIL appena positivo; in più, la guerra commerciale USA – Cina, che ci rivela come questa fase di transizione del potere economico mondiale verso gli ex emergenti sia già in atto da qualche anno.

Nel frattempo, occhio al continente africano, su cui Cina e USA hanno già messo le mani da tempo. Entro qualche anno, dopo aver raggiunto una maggiore stabilità geo-politica, saranno alcuni dei maggiori stati africani a diventare i nuovi mercati emergenti su cui puntare.

L’era delle “tigri sub-sahariane” sta per cominciare.

P&F e Italpress, una partneship nel segno dell’informazione di qualità

Da oggi Patrimoni&Finanza si avvale dell’esperienza di Italpress e dei suoi 22 notiziari tematici, che spaziano dall’Agroalimentare alla Salute, passando per la Politica e l’economia.

Patrimoni&Finanza, magazine indipendente di informazione patrimoniale e finanziaria per investitori e professionisti, da oggi si avvale dell’esperienza trentennale di Italpress, agenzia di stampa nazionale nata a Palermo dall’iniziativa di Gaspare Borsellino e specializzata nell’informazione di qualità.

Italpress è una realtà editorale affermata, con una cinquantina di testate abbonate, dal Corriere della Sera al piccolo giornale di periferia, ed è diventata un punto di riferimento per vari Enti. Conta su una redazione  12 giornalisti professionisti e 500 collaboratori sparsi in tutta Italia.

Da Palermo Italpress racconta la Sicilia e l’Italia attraverso cinque notiziari regionali (Sicilia, Mezzogiorno, Lombardia, Lazio e altre Regioni), e pur essendo un punto di riferimento per lo sport vanta ben 22 notiziari tematici, dall’Agroalimentare alla Salute, passando per la Politica e l’economia..

Dopo il suo trentennale, Italpress ha annunciato nuove sfide editoriali (come il multimediale) ed una proiezione verso nuovi mercati, anche all’estero.

Relativamente alla tecnologia digitale, “si tratta di strumenti importanti che vanno utilizzati nel giusto modo“, ha dichiarato Gaspare Borsellino, “ma dietro ad un software o un’applicazione c’è sempre l’idea e la visione di una persona, nel nostro caso di un giornalista, che produce informazione di qualità“.

In virtù di questa partnership, Patrimoni&Finanza ha dedicato una pagina alle top news di Italpress, dove presto verrà aggiunta la sezione video.

Innovazione e ascolto del cliente, la tecno-finanza batte le banche d’investimento

Le start-up fin-tech, contrariamente a quanto si pensa, sono in grado di offrire ai clienti prodotti e servizi sempre più flessibili e personalizzati. La leadership delle banche d’investimento sempre più a rischio.

Con il dilagare della Tecno-finanza, gli utenti hanno potuto beneficiare delle nuove tecnologie a basso costo che stanno rivoluzionando il mondo dei mercati finanziari, delle banche tradizionali e delle assicurazioni. Iniziata in sordina, la rivoluzione fin-tech cammina a passo svelto e costringe i più famosi istituti bancari (HSBC, Credit Suisse, Unicredit, solo a titolo di esempio) ad investire nello sviluppo dei processi interni basati sulla tecnologia applicata alla finanza, oppure ad acquisire la titolarità di progetti fin-tech.

La loro tecnologia è alla portata di tutti, e le app sfruttano ormai software che utilizzano l’intelligenza artificiale o dei big data. Di conseguenza, le applicazioni di pagamento online (PayPal, Apple Pay, Satispay), le criptovalute (Bitcoin, Ripple, Ethereum etc), la c.d. blockchain, il crowdfunding, le chatbot ed i robo-advisor sono entrati a far parte del vocabolario comune dei millennials, maggiori utilizzatori di tecnologia (al contrario dei più anziani patrimonials, rimasti fedeli alla relazione tradizionale con il mondo bancario).

Si tratta, pertanto, di una innovazione talmente disruptive (che rompe, cioè, il sistema dominante) da alterare la maniera in cui operano i mercati finanziari, e costringere le istituzioni finanziarie a ripensare il proprio approccio all’industria del risparmio, senza perdere di vista leggi e regolamenti; come ad esempio quelle che disciplinano l’automazione e la digitalizzazione della normativa antiriciclaggio, nonché quelle che identificano e verificano l’identità dei clienti delle società finanziarie per prevenire la compartecipazioni a truffe, frodi e terrorismo.

Parallelamente, negli ultimi anni si è sviluppato anche il settore dell’insurtech, settore che regola l’uso della tecnologia per semplificare e migliorare l’efficienza del settore assicurativo. In particolare, un recente rapporto di Capgemini e EFMA evidenzia come le compagnie assicurative tradizionali stiano affrontando una crescente pressione concorrenziale a causa della nascita di una serie di start-up specializzate nell’insurtech.

Ma è nella competizione tra aziende fin-tech e banche d’investimento tradizionali che si sta consumando una guerra commerciale senza precedenti. Infatti, secondo l’analisi di The Boston Consulting Group, nel 2006 le seconde pesavano per il 48% dei ricavi totali generati dai mercati di capitale, mentre nel 2017 la percentuale si è ridotta al 33%, con un andamento negativo ormai quinquennale. Pertanto, sui mercati dei capitali le grandi banche di investimento hanno visto progressivamente erodere la loro base ricavi a causa di nuove categorie di operatori che basano la propria attività sulle nuove tecnologie in grado di sfruttare il web, i sistemi cloud e l’intelligenza artificiale. Contrariamente a quanto si possa pensare, infatti, le start-up fin-tech sono in grado di offrire ai propri clienti prodotti e servizi interessanti, flessibili e personalizzabili, che mettono sempre il cliente al centro. Al contrario delle banche d’investimento, che sono ancora troppo strutturate in funzione del prodotto e del modo di produrlo al costo minimo piuttosto che sulla relazione con il cliente.

Secondo una recente ricerca (Trustpilot), più del 40% degli soggetti intervistati ritiene che le aziende di questo settore siano altamente affidabili, perchè nate in tempi molto recenti ed in grado di spaziare nella più assoluta creatività di servizio, senza la “zavorra” dei cicli produttivi delle aziende tradizionali e con l’obiettivo di mantenere e rafforzare la fiducia dei clienti. La loro “capacità di ascolto” è tale da migliorare costantemente l’esperienza del cliente, ritenuta significativamente più importante della notorietà del brand e del prezzo del servizio.

Capitolo a parte merita la reputazione online: più di un terzo delle start-up fin-tech, infatti, reputa le recensioni positive come fondamentali per trasformare un cliente potenziale in un cliente effettivo, mentre la metà di esse le ritiene almeno “importanti”.

Amanti delle obbligazioni alla ricerca dell’inflazione. Come avvicinarsi ai portafogli alternativi al risparmio gestito

L’assenza durevole di inflazione può trasformarsi in un grosso problema per l’Economia e per la remunerazione dei risparmi. Con la deflazione alle porte, chi ama le obbligazioni farebbe meglio a diversificare (con il supporto di un consulente finanziario) in valute diverse dall’Euro e dal Dollaro.  

Negli ultimi due anni, complice l’arretramento stabile a livello zero dei tassi di interesse (anzi, a livello negativo…), si è fatta strada la consapevolezza di un profondo cambiamento nello stile di gestione dei propri risparmi, che insieme ad una generale incertezza sta lentamente facendo nascere, nei risparmiatori passivi di un tempo, la necessità di una trasformazione in “investitori attivi”, bisognosi anche di un più elevato tasso di informazione relativamente ai mercati, agli strumenti di investimento ed alla comprensione dei rischi ad essi legati.

Questo cambiamento è ancora in atto, non si è ancora pienamente realizzato, e ciò è dimostrato dalla grande massa di liquidità che staziona per molti mesi nei conti correnti delle famiglie prima di essere investita nel risparmio gestito (principale beneficiario di questo contesto, insieme agli ETF).

Ma è proprio vero che, in un mercato senza inflazione, non ci sia alcuna possibilità di evitare il ricorso a fondi comuni, sicav, gestioni patrimoniali e polizze per realizzare un buon portafoglio di investimento? La risposta è che esiste un modo alternativo di investire senza ricorrere al c.d. risparmio gestito, ma prima di approfondire la materia è bene ribadire alcuni concetti di base sull’inflazione e sui rischi derivanti da una sua assenza prolungata.

E’ noto che la stabilità dei prezzi permetta di avere una visione più sicura del prossimo futuro (sia in termini di investimenti che di attività economiche), e che una inflazione fuori controllo, invece, distrugge il potere d’acquisto e indebolisce l’economia. L’ideale è, pertanto, perseguire un “livello aureo” di inflazione per evitare che un contesto  di inflazione inesistente si trasformi nel lungo periodo in un grosso problema, rappresentato dal disincentivo verso i consumi: perché comprare un telefonino oggi quando tra tre mesi costerà meno?

Negli ultimi 24 mesi, le principali banche centrali avevano individuato questo “livello aureo” di inflazione nel 2%, salvo accorgersi che non è affatto semplice da raggiungere. Così, la FED ha annunciato che perseguirà il raggiungimento un tasso di inflazione medio del 2 per cento nel corso di un certo periodo, in ciò rivelando che si potrà tollerare in futuro un tasso di inflazione superiore all’obiettivo del 2 per cento per un periodo altrettanto lungo.

Quest’ultimo scenario è certamente favorevole all’investimento in obbligazioni c.d. emergenti, e cioè quelle espresse nella valute di paesi che hanno una inflazione non ancora vicina al “livello aureo medio” tratteggiato dalla FED, ma in progressivo miglioramento rispetto alle soglie che possono creare preoccupazione.

Dal punto di vista operativo, i possibili titoli utili a definire un portafoglio di obbligazioni espresse in valute emergenti è bene che vengano scelti all’interno di un paniere di emittenti privi di rischio, e cioè BEI (o EIB, European Investment Bank, cioè Banca Europea degli Investimenti), BERS (in inglese EBRD, European Bank of Reconstruction and Development)  e World Bank (Banca Mondiale), evitando le obbligazioni governative espresse nella stessa valuta (che hanno invece un rating molto basso). I vantaggi di questa scelta sono molteplici, e sono in grado di compensare, nel medio-lungo periodo, la tipica volatilità delle valute emergenti:

– rating massimo (stabilmente tripla A), in quanto le emissioni sono sovranazionali ed eliminano il c.d. Rischio Emittente, e cioè quello che chi ha emesso i titoli possa fallire mandando in default  l’obbligazione;

– ritenuta fiscale dei rendimenti in misura agevolata (12.5% anziché 26.0%);

– cedole elevate, visibili sul conto bancario ad ogni scadenza, da reinvestire per aumentare il REN (rendimento effettivo netto) del portafoglio;

– quotazione ufficiale giornaliera;

– acquisto diretto nel mercato secondario (immissione nel deposito titoli);

– elevato risparmio nel costo di gestione del portafoglio (nessuna commissione di gestione, a differenza del risparmio gestito, e commissioni di negoziazione trattabili da banca a banca).

Ecco un elenco di paesi ritenuti interessanti dai maggiori gestori di portafogli specializzati in economie emergenti (per ciascuno di essi un esempio di titoli con rating AAA su cui poter investire), raccomandando di evitare accuratamente il “fai da te” e di studiare attentamente, con l’ausilio di un consulente finanziario, il peso da attribuire a ciascuno di essi all’interno di questo ipotetico portafoglio.

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TURCHIA – buoni fondamentali macro-economici, distensione geo-politica con USA ed inflazione in forte discesa nei prossimi 2 anni fanno prevedere un notevole apprezzamento delle obbligazioni ed un buon recupero della valuta. Rimane una buona volatilità dovuta all’indebitamento privato in USD, ma il fenomeno è in riduzione grazie al nuovo corso di politica monetaria del governo turco ed alla distensione del clima geo-politico che ha determinato, nell’estate del 2018, il crollo della Lira.

– EIB TF Ap26 Try 11.00% – Isin XS1807207581* (Lira Turca)                                     https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1807207581&market=MOT&lang=it

– EIB TF Ap24 Try 10.50% – Isin XS1059896016* (Lira Turca)                   https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1059896016&market=MOT&lang=it

MESSICO – L’imminente accordo commerciale USA-MEX-CAN (c.d. NAFTA) ha stabilizzato il cambio e attribuisce oggi al Peso Messicano lo status di “valuta forte” all’interno del panorama di quelle c.d. emergenti.

– EIB TF Lg27 Mxn 6.50% – Isin XS1588672144* (Peso Messicano)                                                  https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1588672144&market=MOT&lang=it

RUSSIA – L’economia russa è strettamente dipendente dal petrolio, per cui se i prezzi del greggio crollano, anche il rublo dovrebbe scendere, e viceversa. l’intervento veloce da parte della Banca centrale russa, che ha lasciato crollare il rublo nel 2018 ed ha alzato i tassi di interesse per evitare un’inflazione eccessiva, hanno permesso all’economia del paese di assorbire il forte ribasso del prezzo del greggio. Il biennio 2019-2020 si prospetta migliore, dal momento che non ci sono in vista fattori in grado di destabilizzare l’economia, di influenzare i tassi di cambio o di modificare l’inflazione.

– EIB TF Fb22 Rub 6.75% – Isin XS1947924921* (Rublo Russia)                          https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1947924921&market=MOT&lang=it

SUDAFRICA – La Banca centrale sudafricana ha tagliato di recente i tassi di 25 punti base portando il costo ufficiale del denaro al 6.50%, e questa mossa potrebbe non rimanere isolata. Al momento il mercato sconta un’ulteriore riduzione nei tassi entro la fine del 2019, e se le previsioni della banca centrale per l’economia sudafricana non appaiono particolarmente esaltanti (+ 0.6% la crescita attesa nel 2019) l’inflazione non appare un problema.

– EIB TF Fb23 Zar 7,25% – Isin XS1179347999* (Rand Sudafricano)                    https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1179347999&market=MOT&lang=it

INDONESIA – L’Indonesia è un Paese con inflazione sotto il livello target, con profilo di rischio investment grade, e a livello geopolitico non si intravedono grandi problemi. Di qui, ne consegue che le preoccupazioni riguardo questo Paese emergente, formulate nel recente passato quando la valuta (come tutte le altre emergenti) si è indebolita, sono eccessive, ed oggi rimetterla in portafoglio è una buona opportunità.

– EIB TF Gen25 Idr 5.75% – Isin XS1757690992* (Rupia Indonesiana, quotato alla borsa di Berlino) https://www.boerse-berlin.com/index.php/Bonds?isin=XS1757690992

– EBRD TF Dc22 Idr 6.45% – Isin XS1734550897* (Rupia Indonesiana , quotato alla borsa di Berlino)                 https://www.boerse-berlin.com/index.php/Bonds?isin=XS1734550897

INDIA – A influenzare negativamente le valute dei mercati emergenti, compresa quella indiana, è stata nel corso della prima parte del 2019 l’escalation della guerra commerciale USA-Cina. Nonostante questo, la rupia indiana sembra recupere bene le perdite conseguite contro il dollaro e, grazie all’emissione di obbligazioni sovrane in valuta estera, dovrebbe rafforzarsi per tutto il 2020. L’unico rischio potrebbe essere quello di doversi appoggiare pesantemente alle emissioni di valuta forte come mezzo di recupero, per cui è meglio attribuire un peso molto moderato all’interno di un portafoglio ideale di valute emergenti.

– EBRD TF Fb23 Inr 6.00% – Isin XS1766853367* (Rupia Indiana)                https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1766853367&market=MOT&lang=it

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* N.B. Le informazioni pubblicate nel presente articolo non devono essere considerate una sollecitazione al pubblico risparmio o la promozione di alcuna forma di investimento, ne raccomandazioni personalizzate ai sensi del Testo Unico della Finanza, trattandosi unicamente di informazione standardizzata rivolta al pubblico indistinto. Le eventuali raccomandazioni fornite tengono conto unicamente delle caratteristiche degli strumenti finanziari oggetto della raccomandazione e devono essere intese a mero titolo di esempio generale, non conoscendosi alcuna informazione relativa alle conoscenze ed esperienze, alla situazione finanziaria e agli obiettivi di investimento dei singoli lettori, i quali soltanto potranno adattare il contenuto dell’articolo alla specifica situazione personale in corrispondenza con il proprio personale profilo di rischio.