Aprile 21, 2026
Home Posts tagged risparmiatori

Manlio Marucci: la libertà professionale dei consulenti finanziari passa dal plurimandato

Intervista al presidente di Federpromm sulla richiesta dell’Antitrust di abolire il monomandato per gli agenti in attività finanziaria: “punto di svolta anche per i consulenti finanziari”.

di Massimo Bonaventura

L’abbandono del modello contrattuale di monomandato e la possibilità dei consulenti di avere più mandati contemporaneamente dalle stesse case di investimento è una questione che si dibatte da qualche decennio, a volte sommessamente e altre volte pubblicamente. Fino ad oggi, la legge istitutiva della figura del consulente finanziario (già promotore) impedisce di fatto il plurimandato; pertanto, soltanto modificando la normativa primaria del TUF e del TUB si potrebbe creare la figura del professionista capace di collocare e fare consulenza su strumenti di investimento di diverse società mandanti, in totale autonomia. Di recente, tuttavia, si è aperto uno spiraglio grazie alla Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcom), che con il Bollettino 46/2025 del 01.12.2025 sembra aver fornito un assist ad un possibile percorso verso il cambiamento anche per i consulenti finanziari. Ne abbiamo parlato con Manlio Marucci, presidente di Federpromm.

Manlio Marucci

Prof. Marucci, perché la recente richiesta dell’Antitrust sulla abolizione del monomandato per gli agenti in attività finanziaria è così importante?
Perché segna un punto di svolta atteso da anni in un settore in cui la rigidità strutturale ha spesso prevalso sulla logica della concorrenza e sulla tutela effettiva del pubblico dei risparmiatori. La stessa Autority ha messo in evidenza le criticità che emergono dal testo legislativo nella versione attualmente all’esame del Parlamento nata per recepire la direttiva Ue 2023/2225 relativa ai contratti di credito ai consumatori. Tale importante decisione finisce inevitabilmente per coinvolgere anche i consulenti finanziari per l’offerta fuori sede, disciplinati dalla normativa del Testo Unico della Finanza (TUF), art.31 comma 2, anch’esso in discussione in Parlamento per le opportune osservazioni e modifiche presso le Commissioni Riunite Giustizia e Finanze del Senato e della Camera (atto di Governo n.331).

Cosa comporterebbe l’imposizione del plurimandato, sia per i consulenti finanziari che per la clientela?
Cominciamo col dire che il vincolo di monomandato ha rappresentato per decenni un limite evidente alla libertà professionale, alla possibilità di offrire una gamma più ampia di strumenti e alla piena maturazione di un mercato moderno, trasparente e realmente orientato al cliente. L’intervento dell’Autorità, maturato dopo analisi approfondite, lancia il messaggio secondo cui la pluralità non è un fattore di disordine, ma un elemento di qualità e di crescita condivisa tra professionisti e clienti. Significa permettere agli operatori professionali, agenti e consulenti, di operare con più società di ampliare la scelta, innalzare il livello della consulenza e favorire una competizione sana tra le reti, costrette non più a contare sulla fedeltà contrattuale ma sulla forza dei servizi, della professionalità e della fidelizzazione dei consulenti finanziari operata attraverso nuovi modelli organizzativi.

Sembra una specie di rivoluzione….
Effettivamente lo sarebbe. Per fare un altro esempio molto concreto, la stessa educazione finanziaria, oggi effettuata con grande fatica e scarsi risultati sul livello di consapevolezza e cultura finanziaria dei risparmiatori/investitori, non verrebbe attuata più a “compartimenti stagni” – da un lato il sistema chiuso delle banche-reti e dall’altro i clienti, ma troverebbe un punto di incontro quotidiano nel lavoro degli stessi consulenti finanziari, i quali diventerebbero a pieno titolo educatori finanziari grazie al maggior tasso di preparazione tecnica richiesto dalla possibilità di lavorare con più modelli di offerta e, di conseguenza, all’approfondimento dell’analisi sugli obiettivi e sulle scelte di investimento. La stessa gestione amministrativa della rendicontazione al cliente richiederebbe una crescita che oggi appare frenata dal sistema attuale.

Qual è stato il contributo del sindacato in relazione a questo nuovo percorso?
Negli anni abbiamo contestato, con coerenza e determinazione, un impianto normativo ormai datato e non più in linea con gli standard europei. Nessuno potrà negare che Federpromm Uilca hanno avuto un ruolo centrale nel denunciare la sproporzione tra vincoli imposti ai consulenti finanziari e reali benefici per i risparmiatori, e nel promuovere una cultura professionale fondata sulla responsabilità e sull’autonomia. Pertanto, ci auguriamo che il Parlamento possa inserire il plurimandato nella modifica dello schema di decreto legislativo per il recepimento della Direttiva Ue 2023/2225, e si spera anche nel TUF. Con la revisione del Testo Unico della Finanza, infatti, il Parlamento ha l’opportunità irripetibile di trasformare un orientamento dell’Antitrust per la figure degli agenti e consulenti finanziari in una riforma strutturale capace di incidere sul futuro del settore del credito e della finanza.

Come risponde a quanti sostengono che l’introduzione del plurimandato per i professionisti della finanza possa generare difficoltà nei controlli e minore tutela per i risparmiatori? 
L’introduzione del plurimandato, al contrario di ciò che sostengono i molti interessati a mantenere lo status quo, non significherebbe allentare i controlli o ridurre le tutele, che già ci sono e non sono in alcun modo sindacabili o opinabili; significherebbe invece renderle più coerenti con un mercato in evoluzione, dove la qualità del consiglio conta più dell’appartenenza esclusiva a una rete. I meccanismi di vigilanza resterebbero solidi e invariati, mentre cambierebbe la possibilità per il consulente di scegliere realmente come costruire la propria attività e, soprattutto, per il risparmiatore di ricevere suggerimenti meno condizionati e più vicini ai propri bisogni reali.

Le banche-reti avrebbero qualcosa da temere da questa rivoluzione del settore? 
Assolutamente no. L’abolizione del monomandato ridisegnerebbe certamente gli equilibri del settore, ma le maggiori banche-reti sono già pronte a recepire il richiamo del plurimandato a competere su innovazione, efficienza e formazione, sono già state in qualche modo lungimiranti nel recente passato e sanno che, nell’immediato futuro, il sistema basato sulla semplice forza contrattuale non può più reggere. Probabilmente avrebbe fine il meccanismo contorto del “calcio-mercato” di alcuni consulenti finanziari, che le società del settore e le banche si contendono a suon di incentivi e bonus, e questo forse metterebbe in crisi non tanto le aziende – che sul recruiting sono costrette a sacrificare notevoli margini di ricavo – quanto quei professionisti che cambiano ripetutamente azienda ogni quattro, cinque anni. La clientela pertanto sarebbe la grande beneficiaria di un nuovo modello di concorrenza che sposterebbe l’attenzione sulle competenze effettive e sulla qualità della consulenza finanziaria, e non sui prodotti.

Qual sarebbe, in definitiva, l’impatto sostanziale del plurimandato per agenti e consulenti finanziari?
L’impatto sarebbe essenzialmente di due tipi: culturale ed economico. In primis, infatti, il plurimandato restituirebbe centralità alla figura del consulente finanziario (parimenti agli agenti) come professionista autentico, capace di selezionare prodotti per valore e non per appartenenza, o in conflitto di interesse. Dal punto di vista economico, mentre il monomandato ha permesso alle società mandanti di diminuire sistematicamente i margini di ricavo a tutti i consulenti finanziari (ed anche agli agenti), la concorrenza tra le reti dettata dalla necessità di fidelizzare i migliori professionisti darebbe a questi ultimi contratti di qualità e più stabili opportunità di guadagno.

Adesso che succede, prof. Marucci? 
Succede che adesso il compito passa alla politica parlamentare, chiamata a compiere una scelta che può allineare l’Italia ai modelli più avanzati e, soprattutto, rispondere alle esigenze di un mercato che chiede più libertà e più qualità. Se il Parlamento avrà il coraggio di cogliere questa occasione, il settore della consulenza finanziaria, come quella del credito, potranno finalmente compiere quel salto evolutivo atteso da anni, mettendo al centro competenza, trasparenza e reale tutela del risparmio.

Rapporto CENSIS, Federpromm: in evidenza il ruolo e l’importanza del consulente finanziario

Il 57,5% dei risparmiatori italiani ritiene “indispensabile” l’assistenza di un consulente finanziario nella scelta degli investimenti da indirizzare su imprese, settori, progetti sostenibili.

Di Rita Casula *

Recentemente, il Censis ha presentato il 56° rapporto sulla situazione sociale del Paese presso il Cnel, da cui emerge un Paese toccato da vulnerabilità e insicurezza. È “la malinconia” a definire oggi il carattere degli italiani, il sentimento proprio del nichilismo dei nostri tempi, corrispondente alla coscienza della fine del dominio onnipotente dell’”io” sugli eventi e sul mondo e alla certezza e al timore di doversi misurare con eventi esterni incontrollabili quali la pandemia, la guerra, la crisi economica e quella energetica.

In questo scenario, fra le tante declinazioni sociali ed economiche esaminate dall’Istituto emerge come le opportunità di lavoro siano inadeguate, come il mito del posto fisso e il lavoro stesso abbia perso la sua leva identitaria. La retribuzione spesso non è all’altezza delle aspettative e, nonostante i giovani siano molto preparati (spesso hanno una laurea con il massimo dei voti e un master post universitario), l’offerta di lavoro consiste quasi sempre in un tirocinio gratuito e stipendi da 800 euro mensili. L’Italia, infatti, è l’unico Paese dell’OCSE con economia avanzata che ha registrato una riduzione del valore della retribuzione negli ultimi 30 anni, esattamente il 30% in meno rispetto al 1990. In Germania, per esempio, il 30% in più. E questo induce molti giovani a lasciare il Paese.

Siamo inoltre i primi nella classifica Neet, quella che comprende i giovani sotto i 30 anni che non studiano e non lavorano, e gli ultimi per occupazione femminile. Un aspetto interessante è dato dalla propensione degli italiani per gli “investimenti green” su cui il rapporto fa interessanti osservazioni. Il 57,4% dei risparmiatori italiani considera positivamente l’idea di investire in prodotti finanziari e in imprese sostenibili. Maggiormente convinti sono i residenti nel Nord-Ovest (61,7%), i laureati (67,9%) e le persone con redditi alti (76,6%). L’89,8% dei risparmiatori vorrebbe, però, che ci fossero istituzioni o enti certificatori terzi per garantire che gli investimenti green siano effettivamente conformi agli obiettivi e ai criteri annunciati dai proponenti.

Quella della “certificazione verde” è uno snodo cruciale dell’attuale mega-trend della Sostenibilità, poichè consentirebbe di concretizzare le intenzioni dichiarate dai risparmiatori sugli investimenti green, permettendo di superare la persistente confusione e diffidenza. Resta irrisolta, ad oggi, la questione della definizione univoca di che cosa sia da intendere per “investimento green” e  il timore di possibili operazioni di greenwashing è assolutamente giustificato. Per questo gli italiani reputano essenziale l’istituzione di intermediari di riconosciuta terzietà che garantiscano che quello che viene dichiarato green lo sia effettivamente. In ogni caso, gli sforzi delle istituzioni europee per pervenire a una uniformità tassonomica e concettuale non sono stati risolutivi. Il 57,5% dei risparmiatori italiani ritiene “indispensabile” l’assistenza di un consulente finanziario nella scelta degli investimenti da indirizzare su imprese, settori, progetti sostenibili. Convinti di avere bisogno di una consulenza fidata e di competente certe per orientarsi in tempi di forte incertezza, lo sono ancora di più quando si parla di investimenti green.

* Ufficio stampa Federpromm

L’Europa dei consulenti finanziari. In Irlanda gli indipendenti contano più dei “consulenti collegati”

In Irlanda esistono diversi tipi di consulenti finanziari, che offrono una gamma di servizi di pianificazione e prodotti, spesso in combinazione tra loro, ed il cliente è abituato a pretendere grande trasparenza sulle strutture tariffarie e sui singoli costi.

L’Irlanda, da quando i suoi governi hanno adottato la politica della bassa tassazione alle imprese e , soprattutto, a quelle operanti nell’industria del risparmio gestito, è diventata celebre non solo per le pinte di birra Guinness o per le verdi scogliere a picco sul mare. Con la Brexit, poi, quasi tutti gli istituti di credito operanti maggiormente in Europa hanno trasferito la propria sede da Londra a Dublino, seguendo le centinaia di società di gestione del risparmio – anche italiane – che negli ultimi quindici anni, grazie al notevole risparmio fiscale, avevano già localizzato in Irlanda la sede legale di numerosissimi fondi. Un sistema del genere, a ben vedere, avrebbe potuto distruggere gli equilibri sui quali la consulenza finanziaria di modello anglosassone si poggia da decenni, ed effettivamente qualche effetto lo sta avendo; ma la struttura portante del settore è rimasta saldamente in mano agli advisor indipendenti, in un rapporto di forze che li vede prevalere, nelle abitudini di investimento degli irlandesi, sui c.d. “agenti/consulenti collegati”, i quali guadagnano esclusivamente in base alle provvigioni retrocesse dai distributori di strumenti finanziari.

Come in Inghilterra, infatti, anche in Irlanda i risparmiatori si rivolgono prima ad un consulente indipendente, dal quale ricevere consulenza in materia di pianificazione finanziaria e asset allocation, e poi ad un “tied agent” – o agente collegato, abbastanza simile ai consulenti finanziari non autonomi operanti massimamente in Italia – presso il quale eseguire le indicazioni del financial planner. Anzi, le due figure professionali sono spesso riunite all’interno dello stesso studio associato, poiché i primi, ossia i consulenti indipendenti (financial planner), non potendo collocare direttamente prodotti finanziari, sono i più prolifici collettori di clientela “indiretta” per i consulenti “collegati” che distribuiscono i prodotti utili a realizzare l’asset allocation del cliente.

Sembrerebbe un sistema simile a quello italiano, che vede due figure professionali differenti, ma i rispettivi rapporti di forza sono capovolti; inoltre, rispetto al modello anglosassone puro, quello irlandese consente, sulla base di una trasparenza maniacale da opporre agli investitori in relazione a costi e funzioni, una “mescolanza” che in Italia è oggi impensabile e fa sì che i circa 400 consulenti indipendenti italiani non abbiano alcun punto di contatto con l’”armata” dei 33.000 consulenti non autonomi iscritti e attivi. Infatti, pur prevedendo l’esistenza di due sole tipologie di consulenti (indipendenti e “collegati”), in Irlanda di fatto se ne aggiunge una terza, quella dei financial planner che ricevono in assoluta trasparenza sia le commissioni dirette da parte della clientela (tariffa oraria per consulenze occasionali, continuativa annuale per rapporti durevoli), sia una parte delle provvigioni stornate dai tied agent.

Questa commistione, come dicevamo, sarebbe impensabile oggi in Italia e, se non fosse per la trasparenza imposta dalla Banca Centrale d’Irlanda (che disciplina il Registro dei consulenti), difficilmente tale sistema sarebbe attuabile anche nella patria della birra Guinness e degli U2. E allora, cosa ha permesso una tale “mescolanza” di interessi potenzialmente in conflitto? Certamente l’imprinting dato alla consulenza finanziaria dal modello anglosassone, che nei decenni passati ha privilegiato nell’opinione comune il ruolo del consulente indipendente, il quale ha sempre avuto il controllo esecutivo delle operazioni di investimento suggerite ai clienti, da eseguire presso gli istituti di credito che distribuivano gli strumenti finanziari selezionati. In pratica, in Inghilterra e Irlanda è nata prima la consulenza indipendente, e poi la “consulenza di prodotto” e la categoria dei consulenti non autonomi, i quali lavorano molto di più con i servizi previdenziali (retirement plan o pianificazione pensionistica) che con il risparmio gestito.

Ciò ha permesso una sorta di “supremazia professionale” dei primi sui secondi, nonché un rapporto di strettissima collaborazione tra le due categorie, che sembra funzionare grazie all’abitudine degli irlandesi di chiedere, prima ancora di parlare di obiettivi e orizzonte temporale, la struttura tariffaria del consulente che hanno di fronte, quali sono le fonti del suo guadagno – le eventuali provvigioni ricevute dai tied agent devono essere obbligatoriamente esplicitate, a pena di sospensione e/o radiazione dal registro – e la sua qualifica specifica. Infatti, in Irlanda esistono diverse qualifiche dei consulenti finanziari, definiti dalla Commissione per la protezione della concorrenza e dei consumatori (CCPC, poi trasformata in FCCPC)) come segue:
consulenti multi-agent (tied agent o consulenti “limitati”), che vendono prodotti finanziari dei fornitori a cui sono “collegati“, e non possono offrire prodotti finanziari di altri fornitori;
consulenti “certificati” (certified financial planner), che forniscono pianificazione finanziaria personalizzata e consulenza anche su tutti i prodotti finanziari presenti in tutto il mercato (chiamati anche consulenti di analisi indipendente).
consulenti collegati con “status misto”, che forniscono consulenza su un numero di prodotti e di fornitori che varia a seconda del ramo di applicazione, per cui un consulente di questo tipo può offrire la propria consulenza su un elevato numero di prodotti di altrettanti fornitori di servizi finanziari, ma si può legare in esclusiva ad un’unica compagnia di assicurazioni, non appartenente a nessun distributore di strumenti finanziari, in relazione alla consulenza e vendita di assicurazioni, per esempio, sulla casa o sulla responsabilità civile/professionale.

Il capovolgimento dei ruoli rispetto al sistema italiano si percepisce anche in merito alla relazione con il risparmiatore: il cliente, generalmente, “appartiene” al certified financial planner, mentre il tied agent è quasi sempre un semplice fornitore di strumenti finanziari, e trova molto più conveniente legarsi ad un certo numero di consulenti indipendenti per lavorare senza la necessità impellente di reperire clientela da solo. Per questo motivo, la stragrande maggioranza delle relazioni tra i pianificatori finanziari ei loro clienti è continuativa, e quella con i tied agent irrilevante, ad eccezione dei piccoli risparmiatori che, non essendo disponibili a pagare la parcella di un financial planner, costruiscono inizialmente una relazione professionale con il tied agent. Infatti, le tariffe di un indipendente possono variare da 150 a 350 euro l’ora, oppure sono calcolate in quota fissa a seconda del patrimonio e dell’attività richiesta (difficilmente si va al di sotto dei 750 euro anche per una consulenza occasionale).

In ogni caso, qualunque consulente irlandese – ed in special modo quelli indipendenti – deve esplicitare al cliente la natura e l’entità dei pagamenti che riceve, anche indirettamente, come “condizione di procedibilità” per l’erogazione del servizio. Pertanto, i financial planner sono obbligati formalmente a comunicare al potenziale cliente se ricevono anche commissioni dal fornitore (tied agent) presso il quale il risparmiatore viene inviato, diversamente quest’ultimo sceglierà in autonomia un “consulente collegato” che venderà materialmente i prodotti consigliati.

Tutti i dettagli economici vengono forniti al cliente attraverso un documento contenente le informazioni sugli addebiti previsti, sia per la consulenza di pianificazione sia in relazione ai prodotti finanziari che verranno sottoscritti dall’investitore.

La Scienza di Beppe atto III, ovvero l’era delle “revenge news”

Il prof. Beppe Scienza è un sedicente esperto di risparmio e previdenza che scrive spesso sul Fatto Quotidiano. Lo scorso 4 Settembre ha pubblicato un vero e proprio capolavoro di “giornalismo vendicativo” contro i programmi di accumulo (PAC).

Di Alessio Cardinale

Se in mezzo non ci fosse il Fatto Quotidiano, che sfortunatamente gli regala una certa visibilità, gli strali del prof. Beppe Scienza sarebbero solo una nota di colore, quasi caricaturale, nel noiosissimo mondo della finanza raccontata. Purtroppo, ogni 5 o 6 mesi al giornale diretto dal duo Travaglio/Gomez si ricordano che il sistema bancario è un totem del “capitalismo tossico” che va bastonato periodicamente, giusto per non perdere l’allenamento, e così vengono chiamati all’azione modestissimi “soldati” che, anziché sortire l’effetto voluto, finiscono col far perdere credibilità alla stessa testata. La quale, a sua volta, si è già distinta per una sorta di “guerra santa” contro i consulenti finanziari; per cui, finchè non si accorge della modesta caratura dei suoi blogger, la cosa può persino tornare utile (oltre ad essere oggettivamente divertente).

Uno di questi autori è il prof. Beppe Scienza, sedicente “esperto di risparmio e previdenza” che lo scorso 4 Settembre ha pubblicato sul Fatto online un vero e proprio capolavoro di assenza argomentativa e rivalsa personale, dal titolo eloquente “Piani di accumulo capitale: un imbroglio per i risparmiatori”.

Il professore ha un conto da regolare con i “venditori di PAC“, ossia i c.d. Piani di Accumulo di Capitale, per cui vale la pena vivisezionare alcune temerarie affermazioni dell’autore, che esordisce con un incipit significativo: “È oltre mezzo secolo che ai risparmiatori italiani vengono consigliati i Piani di accumulo di capitale (Pac). Una delle prime a rifilare tali trappole, purtroppo del tutto lecite, fu Fideuram, rete porta a porta che risale al 1968…”.  Per la Scienza di Beppe, pertanto, a nulla vale che i PAC siano presenti sul mercato da cinquant’anni, e che milioni di risparmiatori li abbiano sottoscritti con soddisfazione. Non importa neanche che siano “del tutto leciti”, poiché sono comunque delle ”trappole”. Non c’è approfondimento analitico, sul perché i PAC debbano essere delle trappole per i risparmiatori, ma solo la sua modestissima opinione basata esclusivamente su una esperienza familiare, che egli erge a simbolico monito per l’intera Società dei risparmiatori: “…(Fideuram) ne sbolognò uno anche a mio padre, con costi sull’80% delle somme versate per le rate iniziali…”.

Il seguito, poi, è in puro Scienza-style: “…Ma non li spingono solo venditori porta a porta e bancari, li consigliano incessantemente anche i giornalisti economici…”. A parte il fatto che da almeno da trent’anni – forse quaranta -non c’è un solo consulente finanziario che si arrischia ad entrare in un condominio e bussare alla porta degli ignari condomini per proporre strumenti finanziari come si faceva un tempo con le pentole e le enciclopedie, ma nemmeno il fatto che i giornalisti economici consigliano la soluzione del PAC può convincere il nostro Beppe Scienza a stemperare i toni o a scrivere imbarazzanti inesattezze. Come quella che “…col termine PAC si intende però un contratto con cui uno s’impegna a versare periodicamente una certa cifra, per esempio 200 euro al mese per anni se non decenni, in un determinato fondo comune o altro contenitore…”.

Sbagliato, professore, i PAC non prevedono alcun impegno a versare, ma solo l’opportunità di farlo per via del noto meccanismo – di grande efficacia, per niente “insulso” – del costo medio di acquisto. Inoltre, le preistoriche commissioni del 70-80% sui primi 12 versamenti mensili sono defunte da almeno quindici anni, sebbene sulla carta esistano ancora – in pochissime famiglie di fondi – ed in misura molto più ridotta, ma trovare un consulente finanziario che le faccia pagare alla propria clientela è quasi impossibile; e nei rarissimi casi in cui ciò accade, non c’è niente di immorale o vessatorio, poiché si tratta della remunerazione prevista e preventivamente autorizzata da Consob/Banca D’Italia; inoltre, qualora applicate, le commissioni sui primi 12 versamenti – che già dal 2008 sono molto più contenute di quelle di un tempo – vengono idealmente “spalmate” negli anni successivi, durante i quali ulteriori commissioni possono essere annullate del tutto, riducendo il “taeg” del PAC ad uno zero virgola qualcosa in proporzione al capitale investito

Del resto, un PAC si sottoscrive per essere alimentato nel tempo e con regolarità, poichè risponde ad una esigenza fondamentale delle famiglie italiane, e soprattutto di quelle più giovani e senza risorse già formate: accumulare capitale con gradualità, secondo le proprie possibilità di accantonamento mensile, per raggiungere obiettivi di spesa a lungo termine. E i PAC, in relazione a questo, non temono confronti.

L’impegno a versare sui PAC, sul quale argomenta astutamente il prof. Scienza, è tipico di prodotti come le polizze vita, e nonostante l’offerta di strumenti finanziari sia cambiata profondamente pare che il nostro professore non se ne sia accorto, tanto è concentrato a “vendicare” il papà per l’offesa ricevuta da Fideuram qualche decina di anni fa. Poco lucido, parimenti, è l’esempio del PAC in un fondo monetario: nessun consulente con un po’ di sale in zucca lo avrebbe mai fatto sottoscrivere, per cui è ridicolo essere ingannevoli con i lettori del Fatto Quotidiano facendo riferimento ad una possibilità priva di fondamento pratico.

Solo al termine dell’articolo, il professore si riscatta parzialmente, quando afferma “Benché (i PAC) non vincolino legalmente ai versamenti…”, ma poi si perde nella sua teoria strampalata: “…i PAC intrappolano psicologicamente i clienti. Il solo senso che hanno è raschiargli via commissioni per un tempo lunghissimo...Conclusione operativa: meglio dare subito disposizioni alla propria banca di sospendere i PAC sottoscritti. Poi si vedrà”. In pratica, il consiglio del professore Scienza è quello di sospendere i versamenti nei programmi di accumulo e tenere i soldi in conto corrente; “poi si vedrà cosa fare”. Tutto questo – alla faccia del grande esperto – senza offrire uno straccio di alternativa.

Sistema bancario vs Educazione Finanziaria, un duello ancora in corso

Dopo tante dichiarazioni di intenti sul tema dell’Educazione Finanziaria, forse per il sistema bancario e per le Istituzioni è arrivato il momento di disegnarne i confini entro cui farla funzionare davvero. Tuttavia, per ottenere risultati bisogna affrontare tematiche “politicamente scorrette”, che normalmente vengono sussurrate o sottaciute per convenienza o per necessità.

Negli ultimi cinque anni abbiamo assistito ad una fioritura di contenuti in tema di Educazione Finanziaria provenienti dalle fonti più autorevoli e disparate. Dell’argomento, infatti, si è occupato lo Stato Italiano – con il decreto-legge del 23 dicembre 2016, n. 237, convertito nella legge del 17 febbraio 2017, n. 15 (“Disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio“) – che ha avviato una strategia nazionale per l’educazione finanziaria da cui sono scaturite diverse iniziative ed una comunicazione costante (con un sito web dedicato).

Sulla sua scia, il sistema bancario e le reti di consulenza hanno fornito la loro versione della materia, facendo anch’esse dell’educazione finanziaria professione di buoni principi. Anche numerosi consulenti, individualmente, hanno cominciato ad aggiungere al proprio biglietto da visita l’appellativo di “educatore finanziario”, dandone ampia visibilità nella Rete e nei social network grazie ad una buona produzione di contenuti destinati agli utenti. Molte domande, però, rimangono sospese, ed il tema – la cui importanza è stata ribadita in tutte le più importanti sedi internazionali – sembra non decollare, rimanendo allo stato di enunciato e dichiarazione di buone prassi. Infatti, l’Istituzione fondamentale di impulso (il Governo) e gli attori protagonisti di settore (l’industria del risparmio) non appaiono esattamente “innamorati” dell’educazione finanziaria e, in qualche modo, sembrano quasi tenerla un po’ a distanza, facendo per essa lo stretto necessario e non, come forse qualcuno si sarebbe aspettato, utilizzandola come un vero cavallo di battaglia della propria comunicazione al pubblico.

Patrimoni & Finanza - test advisor

Del resto, sia la proto-professione di consulente patrimoniale che quella ancora più abbozzata di educatore finanziario rimangono senza una propria regolamentazione, e salvo l’iniziativa di chi vuole colmare, con il proprio impegno formativo o associativo, l’evidente vuoto normativo sulla più ampia consulenza patrimoniale (che non coincide affatto con la consulenza finanziaria, ma la include) chiunque oggi può appropriarsi delle due denominazioni – strettamente collegate al concetto di educazione finanziaria – anche senza averne né le caratteristiche né la preparazione adeguata.

Pertanto, sul tema dell’Educazione Finanziaria ci troviamo in una evidente fase di transizione verso un orizzonte dai contorni ancora troppo sfocati,  e ci si chiede se l’attuale sistema bancario italiano, comprendendo in esso anche l’universo della consulenza finanziaria imperniato sul ruolo dominante della banca-rete, sia concretamente pronto ad accogliere a piene mani, accettandone le conseguenze commerciali per tutti i suoi settori industriali (dalla produzione di strumenti finanziari alla loro distribuzione), l’aumento del livello medio di conoscenze finanziarie dei risparmiatori, che sta già determinando una progressiva diminuzione dei costi all’investitore ed una ulteriore diminuzione dei margini di ricavo alle reti di consulenti. In particolare, ci si chiede come un sistema fortemente incline a favorire le logiche industriali della quantità – budget, portafoglio medio, commissioni di gestione, totale expense ratio etc – possa fare propria un’attività come l’educazione finanziaria che, invece, è un elemento propedeutico ad affermare le logiche di qualità in base ai quali gli investitori indirizzeranno sempre di più le proprie scelte in futuro.

Forse, dopo aver speso tutte le possibili dichiarazioni di intenti sul tema dell’educazione finanziaria, per il sistema bancario è arrivato il momento di disegnarne il perimetro entro cui farla funzionare davvero, in un rapporto chiaro di causa-effetto che consenta anche di tracciare un confine oltre il quale i costi di tale fondamentale elemento di crescita della Società Economica Italiana non debbano più essere scaricati sulle reti di professionisti della consulenza, ai quali mancano oggi importanti innovazioni capaci di compensare la continua diminuzione dei ricavi alla rete. Per fare tutto ciò, bisogna parlare “fuori dai denti”, ed affrontare tematiche “politicamente scorrette” che normalmente vengono sussurrate o sottaciute, per convenienza o per necessità, dal mainstream dell’industria. In particolare, è necessario rispondere in modo chiaro alle frequenti domande che ogni consulente si è posto in questi ultimi anni, dandosi egli stesso le risposte più disparate non avendo trovate quelle adeguate all’interno del sistema lavorativo di cui fa parte.  

1) Cosa si intende per Educazione Finanziaria?
Come affermato da Maurizio Nicosia, l’“educazione finanziaria” non corrisponde alla “cultura finanziaria”, nel senso che nell’educazione finanziaria è certamente compresa la cultura, ma la semplice conoscenza degli strumenti e dei rischi legati agli stessi non definisce affatto l’educazione finanziaria. Per arrivare a questa, infatti, serve collegare l’universo dei singoli investimenti a degli obiettivi di spesa programmati all’interno di un orizzonte temporale, ed è questo collegamento che rende un investitore “finanziariamente educato”. Questa fondamentale differenza comporta, da parte del sistema bancario e delle Istituzioni, un cambio di passo che non è affatto avvenuto. Infatti, tutte le iniziative che si stanno mettendo in atto adesso sono circoscritte essenzialmente alla “cultura finanziaria”, e non all’aspetto più importante, e cioè quello “educativo”, che il risparmiatore non impara dai libri o da Internet, ma dal confronto con personale specializzato. E a poco vale introdurre gli elementi di cultura finanziaria nelle scuole secondarie, poiché la fascia di età in cui si inizia a risparmiare è sempre più ritardata nel tempo e, se non si farà nulla per educare i millennials e i babyboomers, si dovranno aspettare circa venti anni prima di avere una società con un livello complessivo soddisfacente di educazione finanziaria.

2) Se il cliente diventa “educato” finanziariamente, non avrà più bisogno di un consulente finanziario?
Questo timore è privo di fondamento. A meno di non diventare tutti dei veri appassionati di finanza e mercati ed abbandonare il nostro lavoro, l’educazione finanziaria non trasferisce né la conoscenza tecnica degli strumenti né l’esperienza sul campo, ossia i due elementi fondamentali che differenziano un consulente da un non-consulente. Sostenere una simile teoria, infatti, equivarrebbe a dire che non serve avere un avvocato se si è a conoscenza che, perdendo una causa in primo grado, si può ricorrere in appello.

3) Se l’investitore acquisisce sempre maggiore consapevolezza del proprio ruolo, come dovrà cambiare il ruolo del consulente?
La fondamentale funzione dell’educatore finanziario – quella che consentirebbe al risparmiatore il passaggio dall’essere finanziariamente “acculturato” ad essere “educato” – non è attualmente regolamentata nè retribuita, per cui oggi questo compito di grande responsabilità viene lasciato alla discrezione del singolo consulente o della singola filiale di banca; questi ultimi, a loro volta, non sono incoraggiati dal sistema a far evolvere i propri clienti, dal momento che sono costretti a privilegiare gli elementi quantitativi (budget, portafoglio medio, etc) rispetto a quelli di qualità. Di conseguenza, finchè le competenze di educatore finanziario non verranno regolamentate – come si sta cercando di fare per la consulenza patrimoniale, per mezzo di diplomi privatistici che attestano il compimento di un percorso formativo specifico – il ruolo del consulente finanziario non subirà alcuna variazione di rilievo, anche perché le iniziative del sistema, come evidenziato nel precedente punto n. 1, non aiutano certo i risparmiatori “ineducati” a percepire la differenza tra un consulente-educatore ed un consulente “ordinario”.

4) Il processo di progressiva Educazione Finanziaria aumenterà ancora di più il livello di trasparenza sui costi dell’investimento e causerà un minore guadagno per i consulenti finanziari?
Finchè il sistema bancario scaricherà sulle reti commerciali i minori ricavi conseguenti all’aumento della trasparenza sui costi alla clientela, è certo che ai consulenti finanziari verranno richiesti ulteriori sacrifici in termini di margini provvigionali, così come è sicuro che le filiali di banca continueranno ad essere chiuse in gran numero. In particolare, il numero dei consulenti attivi è destinato a diminuire, a meno che il sistema non si decida – finalmente – a mettere mano a quei cambiamenti che potrebbero attribuire dignità professionale ai ricavi da consulenza finanziaria, il cui modello di business trova un limite invalicabile nell’impossibilità di slegare l’attività di consulenza dalla distribuzione di fondi e sicav, e non permette anche alle reti dei professionisti non autonomi la possibilità di far sottoscrivere il contratto di consulenza indipendente – che disciplinerebbe anche i servizi in materia di patrimonio immobiliare – ed uscire parzialmente dalla logica del portafoglio medio e della continua raccolta.

5) Il passaggio dalla cultura alla Educazione Finanziaria determinerebbe maggiori o minori ricavi per il sistema?
La questione non riguarda i ricavi, ma la sostenibilità del conto economico delle banche e gli utili che la gallina dalle uova d’oro della consulenza finanziaria distribuisce ogni anno alle capogruppo e/o agli azionisti. Fino ad oggi, la diminuzione dei margini – iniziata nel 2009 e non ancora finita – ha consentito al sistema di reggere l’onda d’urto delle due MiFID, ma ha lasciato dietro di sé migliaia di “vittime”, ossia moltissimi bravi consulenti con portafoglio sotto la media espulsi dall’industria del risparmio per via della diminuzione di risorse da spendere nell’affiancamento commerciale e nella loro formazione a causa dei notevolissimi costi di adattamento alle nuove Direttive. Il risultato finale è un numero sempre crescente di consulenti “anziani” e piuttosto in avanti con l’età – ormai diventati la metà del totale – ed un sistema chiuso e incapace di rigenerarsi.

In conclusione, se la volontà “politica” del sistema bancario e delle Istituzioni è quella di lasciare il mondo così com’è, limitando alle dichiarazioni di intenti la propria attivazione in tema di educazione finanziaria dei risparmiatori, non si vedono grandi cambiamenti all’orizzonte, ed è ancora lontanissimo il momento in cui le uniche innovazioni strutturali capaci di creare il terreno educativo più fertile – ossia il contratto di consulenza indipendente alle reti, la nascita delle società o studi associati di consulenti finanziari non autonomi e la loro partecipazione agli utili delle banche-reti – vedranno finalmente la luce. 

L’ESMA ha intenzione di sacrificare i consulenti finanziari sull’altare della politica europea?

L’ultimo documento dell’ESMA sui costi dei servizi finanziari in Italia si rivela come un concentrato di ipocrisia comunicativa, tipico di chi vuole imporre all’industria obiettivi di politica internazionale: nessun richiamo alla sostenibilità finanziaria di una ulteriore riduzione dei margini, e le performance degli strumenti finanziari analizzate solo in funzione dei loro costi. 

Di Massimo Bonaventura

Prima di rispondere alla domanda posta dal titolo di questo articolo, è buona pratica analizzare il contesto da cui essa si genera.

Dopo aver imposto all’industria del Risparmio europeo, attraverso le MiFID, una riforma che ha rivelato tutta la sua inconcludenza nei momenti difficili, e dopo aver obbligato le banche a sostenere oneri aggiuntivi per circa 2,5 miliardi di euro, l’ESMA non intende fermarsi nella sua “furia politica iconoclasta” contro i costi dei servizi di investimento, sciorinando un rapporto che finisce con l’essere una chiara manifestazione di intenti – neanche troppo futuri – con cui si mette a rischio la sopravvivenza di un intero modello economico che dà lavoro a decine di migliaia di addetti. Infatti, il recente documento dell’ESMA dal titolo molto eloquente “I clienti al dettaglio continuano a perdere a causa dei costi elevati dei prodotti di investimento” (“retail clients continue to lose out due to high investment products costs”), da un lato intende mettere a nudo le scarse capacità delle società di gestione di realizzare performance in grado di compensare adeguatamente con i risultati i costi del servizio, ma dall’altro svela una posizione “dogmatica” che, con le logiche dell’industria, c’entra poco e niente.

Infatti, nel suo terzo rapporto statistico annuale sul costo e la performance dei prodotti di investimento al dettaglio dell’Unione europea, l’ESMA rileva che i costi di investimento in prodotti finanziari chiave, come fondi OICVM, fondi alternativi al dettaglio e prodotti di investimento strutturato (SRP) rimangono elevati e riducono il risultato dell’investimento per gli investitori finali, e che “le informazioni chiare e comprensibili sull’impatto dei costi sui rendimenti sono fondamentali per consentire agli investitori di prendere decisioni di investimento informate”.

Fin qui nulla di nuovo; del resto, la rendicontazione ai clienti non è certamente più una novità, e gli investitori non sono mai stati – sulla carta – così informati come oggi grazie alla ulteriore “operazione trasparenza” messa in opera dalla MiFID II. Il rapporto, però, si snoda in una serie di osservazioni che mettono in relazione due grandezze, ossia costi e rendimenti, completamente diverse tra loro sia per natura che per finalità: i primi sono grandezze di natura quasi del tutto fissa, e servono a determinare la sostenibilità di tutti i costi e degli utili per gli azionisti delle aziende facenti parte dell’industria del Risparmio; i secondi sono una grandezza variabile che serve a remunerare il capitale investito dai risparmiatori e determinano, in funzione delle specifiche categorie a cui appartengono gli strumenti finanziari, la qualità e l’affidabilità nel tempo del lavoro svolto dai gestori e dai distributori. L’ESMA, pertanto, mette in relazione strettissima un indice di quantità e un indice di qualità, ossia due grandezze per nulla sostituibili né fungibili, ma “ne fa funzione” fino a fare dei primi (i costi) l’unica variabile che ha il dovere di mutare.

In sintesi, il messaggio implicito dell’ESMA è questo: siccome il mercato non consente di andare al di là di certi risultati, bisogna tagliare i prezzi, e quindi licenziare del personale, risparmiare sui costi fissi e variabili, per consentire ai risparmiatori di ottenere performance più soddisfacenti. Praticamente, è come dire che, se le banane vendute al mercato non sono poi così buone, bisogna tagliare i costi di produzione e distribuzione delle piantagioni di banane per ottenere un raccolto di migliore qualità.

Ma chi lo ha detto? Con una logica come questa, l’anno successivo avremo meno banane al mercato, e non è detto che quelle che arriveranno saranno più buone di quelle dell’anno prima. 

L’ESMA, pertanto, con la sua crociata contro i costi dei servizi di investimento mostra di non ritenere poi così importante l’unica grandezza che conta veramente nel settore del Risparmio, e cioè la ricerca della qualità (nel tempo). I suoi documenti, anziché contenere una contraddizione in termini, dovrebbero sollecitare – anche forzosamente – la ricerca di una maggiore profondità e selezione nelle ricerche e nello studio dei mercati finanziari, invece di “vincere facile” imponendo alle aziende di ridurre “ad oltranza” i costi per la clientela e, quindi, i propri ricavi e utili. Questo “gioco”, negli ultimi dodici anni, è costato la testa di migliaia di consulenti con un portafoglio medio inferiore ai 10 milioni di euro, sacrificati sull’altare dell’ideologia amministrativa e della politica europea che costringeva le reti a dover rincorrere i legittimi obiettivi di sostenibilità per i propri conti economici.

In definitiva, l’ultimo documento dell’ESMA sui costi dei servizi finanziari in Italia si rivela come un concentrato di ipocrisia comunicativa, tipico di chi vuole imporre all’industria obiettivi di politica internazionale: nessun richiamo alla qualità del servizio, né alla sostenibilità finanziaria di una riduzione dei margini, e le performance degli strumenti finanziari analizzate solo in funzione dei loro costi

A dimostrazione che si tratti, da parte dell’ESMA, di un atteggiamento squisitamente politico, i suoi burocrati non hanno mai prodotto un solo studio che definisca, una volta per tutte, il livello “equo” di costi che un investitore è tenuto a pagare in relazione alla qualità del servizio ricevuto, e che consenta all’industria del Risparmio (e ai suoi addetti) di avere una visione chiara del futuro che non sia quella di una totale “disintermediazione” della distribuzione e la conseguente sparizione dal mercato di reti e consulenti. E se sono bastati tredici anni per abbattere i margini commerciali del 50%, quel timore è oggi più che giustificato.

Del resto, l’approccio “burocratico” dell’Europa, come è stato dimostrato dai “elefanti normativi” delle due MiFID, mostra di privilegiare la quantità assicurata dalla c.d. Consulenza Difensiva, e non la qualità né l’interesse dei risparmiatori, i quali non hanno mai visto una campagna mediatica preventiva che spiegasse loro gli intenti dell’Europa in relazione alla trasparenza finanziaria, e nemmeno conoscono la storia delle due MiFID: in considerazione dell’altissimo valore sociale dell’iniziativa – la tutela del Risparmio – non sarebbe stato dovere dell’ESMA informare i cittadini europei, come accade in qualunque processo di formazione legislativa sui grandi temi (es. riforma della Giustizia, Clima e tutela dell’Ambiente, Sanità Pubblica, Scuola etc), prima e dopo il rilascio delle MiFID?

A quanto pare, per l’ESMA non era necessario tenere informato il pubblico dei risparmiatori, semplicemente perché non gli interessava farlo. Se non è ipocrisia questa….

Portafogli, attendere o ribilanciare? Il PIL del mondo indica la rotta, ma stare fermi non paga abbastanza

Forti dell’esperienza fatta durante la crisi del 2008, oggi è bene non raccontare ai risparmiatori la storia che è meglio tenere il portafoglio così com’è per riprendere presto il valore perduto, bensì essere attivi e, se serve, consigliare di cambiare le proprie abitudini di investimento.

C’è chi sostiene che in ogni crisi finanziaria, quale che sia la sua natura, la mossa migliore sia tenere tutto e aspettare che passi. Altri, invece, ritengono che sia meglio creare o sfruttare la liquidità per essere pronti a qualsiasi scenario. Allo stesso modo, i consulenti finanziari, in questo momento, si dividono tra quelli che stanno dicendo ai propri clienti di tenere tutto così com’è finchè il mercato non tornerà a salire, e quelli che, al contrario, consigliano di aumentare gradualmente la componente azionaria del portafoglio.

Tutto questo, MIFiD permettendo, naturalmente…

Pertanto, in questo frangente di crisi sanitaria che sta infettando anche l’economia mondiale, ci si chiede  quale sia il miglior consiglio che un risparmiatore possa ricevere tra quello di tenere tutto senza cambiare nulla oppure modificare il portafoglio. E mentre si cerca la risposta, i listini sono venuti giù (una catastrofe, dall’inizio dell’anno) e la pandemia fa il resto, in quanto a paura irrazionale. E di fronte la paura, i più scappano, mentre gli altri, al massimo, restano immobili. Pochi hanno il coraggio di muoversi, ben sapendo che nell’ottica di lungo periodo stare fermi non paga, dal momento che tutti gli strumenti finanziari affidabili – persino quelli targati H2O – riprendono inesorabilmente quota, soprattutto se sono sufficientemente esposti verso il mercato azionario in un orizzonte temporale di almeno 36 mesi.

La vera domanda, semmai,  è “quanto durerà l’emergenza?”. In soldoni, quanto dovranno attendere gli investitori prima di recuperare la temporanea minusvalenza odierna? Posta in questo modo, la questione diventa finalmente costruttiva, e ci consente di dire al cliente “…le cose sono andate malissimo per via della pandemia, ma ho un piano!”.

Forti dell’esperienza fatta durante la crisi del 2008, oggi è bene non raccontare ai clienti la storia che è meglio tenere il portafoglio così com’è per riprendere presto il valore perduto, bensì essere attivi e, se serve, consigliare di cambiare le proprie abitudini di investimento. L’approccio interventista non è esattamente nelle corde di tutti i clienti, però prevede la possibilità di prendere decisioni proprio nei momenti più gravi delle crisi dei mercati, ed è premiante laddove ci si basa esclusivamente sull’analisi quantitativa e sul lungo periodo, senza pretendere di sapere dove i mercati potranno andare nel breve periodo, come fanno gli improbabili guru trentenni della finanza che pullulano in Rete.

Non v’è dubbio che questa sia una crisi differente, generata dall’intervento di un fattore esterno ai mercati che incute paura riguardo al binomio perfetto della vita: salute e denaro. Nonostante questo, però, è sorprendente come la profondità della discesa dei mercati, in proporzione al terrore dettato dal Coronavirus, non sia stata così estesa: nel 2008 andò molto peggio, soprattutto per le materie prime e per alcuni listini, che arrivarono a perdere anche il 70%; mentre oggi ci troviamo con un calo medio delle borse inferiore al 30% (massima profondità -45% circa, soprattutto dopo l’uscita geniale della Lagarde), con il corollario del prezzo del petrolio in caduta libera o quasi.

L’universo del Risparmio Gestito ha risentito moltissimo del calo generalizzato, ma complessivamente ha tenuto. Un caso a parte è rappresentato dai fondi targati H2O, che fino al 2019 avevano ottenuto risultati strabilianti ma, con l’arrivo della pandemia, l’approccio stile hedge fund – attuato mediante operazioni a leva sia al rialzo sia al ribasso – ha causato perdite rilevanti ai sottoscrittori (-50% e oltre su alcuni fondi azionari, obbligazionari e a ritorno assoluto) ed ha costretto la società ad inviare loro una lettera di scuse.

LEGGI ANCHE: Pandemia e finanza di coppia, i piani familiari per gestire le emergenze. Suggerimenti utili

Qualcuno si chiede, in vista di una ripresa possibile, se sia bene affidarsi alla selezione di società con buoni dividendi. Non è detto, in alcuni casi le aziende con cedole generose finiscono con il rivelare, in un momento in cui è bene conferire solidità all’azienda e rinviare i dividendi al 2021, una mossa rinunciataria verso il reinvestimento degli utili ed il rafforzamento dell’azienda per il futuro, con conseguente creazione di maggior valore quando l’economia si riprenderà.

In ogni caso, la crisi in atto sta facendo saltare anche i dividendi già deliberati. Eni, per esempio, ha perso fino al 50% del proprio valore, e la distribuzione di una cedola non sarebbe un elemento favorevole da prendere in considerazione per chi vuole acquistarla adesso. Peraltro, nel caso in questione, il prezzo del petrolio – oggi più che mai – dipende da chi ha il minore costo di estrazione, cioè i paesi arabi, per cui il prezzo dell’azione ENI (così come di altri titoli petroliferi) dipenderà dalla eventuale volontà di Arabia Saudita & co. di tenere sotto scacco il prezzo mondiale dell’oro nero.

In ogni caso, i risparmiatori si trovano in un momento particolare sia dal punto di vista finanziario che umano, ma oggi hanno la possibilità di fare scelte più razionali, anche per via della maggiore disponibilità del proprio consulente che, come il cliente, si trova a casa, ha molto tempo in più da spendere e, come tutti, ha molta difficoltà a dire che è in riunione o in mezzo al traffico.

Ritornando alla domanda precedente (tenere tutto senza cambiare niente oppure modificare il portafoglio), avere un piano segnerà ineluttabilmente i tempi di recupero del valore: nel lungo periodo, se si rimane immobili ci vorrà più tempo; se si interviene, ce ne vorrà di meno. Quanto di meno? Lo sa solo l’Onnipotente, però qualcosa possiamo dirla anche noi. Per esempio, possiamo dire che molto dipenderà dalle modalità della ripresa post-Covid19, che non sappiamo come sarà, e quanto tempo durerà, e soprattutto come sarà diversificata in ogni singola area geografica del mondo (anche se uno scenario a doppio traino alternato Cina-USA si va già delineando).  Volendo cercare un indicatore buono per tutti nel brevissimo periodo, solo l’ufficialità dei dati sul PIL potrebbe portare un secondo e breve scossone alle borse. Queste hanno certamente incorporato, nelle quotazioni, le previsioni di un Prodotto Interno Lordo “da guerra mondiale”, tuttavia c’è ancora un po’ di incertezza sulla sua esatta entità, paese per paese. In Italia, per esempio, il M.E.F. parla di un PIL negativo del 5.5% nel primo trimestre e del 10.5% nel secondo, mentre il dato annuale si porterà al -8.0%, con un recupero parziale del 4.7% nel 2021. Un saldo negativo, pertanto, del 3.3% nel biennio 2020-2021, e lo spettro di una recessione tutt’altro che “tecnica”, ma strutturale, dalla quale ci si potrà risollevare rapidamente solo con misure altrettanto strutturali nella loro eccezionalità. Come unica consolazione, le importazioni cadrebbero più delle esportazioni, dando luogo ad un contributo netto alla crescita di segno positivo da parte  del commercio estero, e ad un ampliamento del surplus delle partite correnti nella bilancia dei pagamenti.

L’Eurozona, nel complesso, dovrebbe vedere il PIL ridursi del 7,5%, con la Spagna a -8%, la Francia a -7,2% e la Germania  a -7%, mentre per gli Stati Uniti la contrazione del 2020 sarebbe del  5,9%. La Cina (+1,2%) e l’India (+1,9%), invece, dovrebbero salvarsi dalla recessione in quanto tale, ma le percentuali “risicate” rispetto agli usuali +5-7% sono comunque sorprendenti. 

LEGGI ANCHE: Investire a lungo termine al tempo della pandemia. Tre azioni promettenti, e occhio alle truffe

La pandemia, nel suo complesso, si abbatterà sull’economia mondiale con un PIL globale previsto in calo del 3% dal World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, e si tratta di risultato peggiore di quello della crisi finanziaria del 2008. Per questo motivo, a prima vista, non si comprende come le borse mondiali non siano scese molto di più di quanto effettivamente hanno fatto. Probabilmente, rispetto al 2008, la risposta corale delle banche centrali – in grande affanno e disarmoniche in occasione della crisi dei mutui subprime – ha fatto la differenza, limitando i danni.

A monte di tutto, non dimentichiamoci del “fattore esterno”, e cioè del Covid19: una eventuale ripresa del contagio, in autunno o anche prima – se scambieremo l’allentamento delle restrizioni come un insensato “liberi tutti” – potrebbe segnare una nuova fase di paura irrazionale ed un nuovo crollo dei mercati che, questa volta, non incontrerebbe ostacoli in nessun Quantitative Easing umanamente concepibile.  

Coronavirus, speculatori, controllori e cattivi politici: chi deve chiedere scusa ai risparmiatori

I fondi speculativi,  la Consob e il duo Angela Merkel-Christine Lagarde: tutti attori protagonisti, per spietatezza, cinismo politico o inadeguatezza al ruolo, di un copione già scritto nel fine settimana del 6-8 Marzo 2020 e impossibile da non prevedere.

Mentre si continua a parlare degli effetti  della pandemia sulle popolazioni, le cause rimangono ancora misteriose attorno alla diffusione del  Covid-19: dove è nato il virus, da quando esattamente è cominciato a circolare tra le persone, se ha origine naturale o in laboratorio, chi ha commesso l’errore (o l’orrore) di diffonderlo….sono tutte domande a cui si dovrà rispondere, prima o poi, e qualcuno dovrà pagare al mondo intero il dazio dei “danni di guerra” con cui faremo i conti ancora per diversi mesi.

Nel frattempo, occupandoci degli effetti del Covid-19 sul mondo della finanza e del risparmio, è già possibile elaborare un primo consuntivo, dopo un crollo generalizzato dei corsi che, in meno di un mese, va dal -40% del mercato azionario al -15% di quello obbligazionario.

Chi lavora da qualche decennio nel settore della consulenza finanziaria sa bene che quello che stiamo vivendo oggi non è certamente il primo shock di borsa a cui si assiste, però questo è diverso da tutti gli altri, perché diverse sono  le rispettive cause scatenanti: fattori endogeni (interni) al sistema finanziario in tutti quelli precedenti , un fattore esogeno-esterno (bisognerà vedere quanto esogeno, finchè non si scoprirà esattamente l’origine, umana o naturale, del virus) in quello odierno.

E invece, cosa accomuna i crolli azionari dal 1987 fino a quello targato Coronavirus?

Diversi fattori: l’inadeguatezza – per alcuni si parla addirittura di negligenza – dei controllori, la complicità (quanto involontaria?) dei massimi esponenti politici internazionali di turno e, soprattutto, la presenza dei professionisti  delle vendite allo scoperto (c.d. Hedge Fund), veri e propri “avvoltoi” pronti a banchettare sul cadavere del risparmio gestito e di intere economie.  Infatti, oggi sappiamo che a Marzo 2020 il fondo speculativo Bridgewater (circa 150 miliardi di USD in gestione) ha scommesso, vendendo allo scoperto, 5,2 miliardi sul calo di sedici società quotate francesi, 4,8 miliardi contro diverse aziende tedesche, 1,7 miliardi contro cinque società olandesi e circa 2 miliardi su cinque società spagnole e tre italiane. Si parla, quindi, di una massa di 13,7 miliardi di vendite allo scoperto che avrebbero fruttato al Bridgewater Fund una plusvalenza di circa 25 miliardi (e 5 miliardi di commissioni di performance) in poco più di una settimana, arricchendo i suoi partecipanti e fondatori che – giova dirlo – erano già ricchissimi.

Peraltro, già all’inizio del 2018 Bridgewater aveva venduto allo scoperto, solo in Italia, su azioni come Eni, Enel, Intesa Sanpalo, Unicredit per un totale di 2,6 miliardi di euro, contribuendo non poco al -17% di perdita annuale del listino italiano. Prima del 2018 e di oggi, però, la storia recente ci ha “regalato altri episodi in cui le vendite allo scoperto hanno fatto danni grandissimi ai mercati finanziari ed alle economie. Vediamone alcune, tra le più recenti.

1)Il 19 ottobre 1987 crolla Wall Street, con l’indice Dow Jones che perde il 22,6% in un solo giorno trascinando con sé altre borse di tutto il mondo. Si tratta del primo crollo dell’era informatica e, in quanto a “violenza” dello strappo è stato anche peggiore di quello di oggi.

2) Nell’agosto 1998 il rublo perde il 60 per cento del suo valore in 11 giorni (-17,13% in un solo giorno), mentre negli USA l’hedge fund Long Term Capital Management (LTCM) viene salvato dalla Federal Reserve statunitense dopo aver subito perdite rilevanti su investimenti altamente speculativi.

3) Nelle prime due settimane di Aprile del 2000, scoppia la bolla di Internet, e  l’indice del Nasdaq cala del 39,3% nel corso dell’anno, portando con sé al ribasso tutti i titoli legati alla internet economy.

LEGGI ANCHE: Covid-19, il governo dei mercati in mano ai peggiori di sempre. L’Europa dei burocrati sorride alla speculazione

4) A causa della crisi dei cosiddetti “subprime” statunitensi ( titoli finanziari garantiti da ipoteche ad alto rischio), i principali mercati azionari perdono dal 30 al 50% del loro valore.

5) In seguito al declassamento del debito statunitense (5 agosto 2011), i mercati finanziari vanno nel panico e le borse mondiali vedono la loro settimana peggiore dalla crisi del 2008, dominate dalla paura di un nuovo crollo e, soprattutto, dalle voci di un peggioramento della situazione del debito nell’eurozona e dell’Italia.

In tutti questi episodi – solo quelli più conosciuti e di ampio raggio – i fondi speculativi hanno fatto la fortuna dei loro sottoscrittori e fondatori, grazie alle vendite allo scoperto rese possibili da un controllo quasi inesistente fino al 2011. Il problema dei “controllori” si è ripetuto, in tutta evidenza, anche nel caso del Covid-19, in occasione del quale le vendite allo scoperto, già al lavoro fin dalla fine di Febbraio 2020 e colpevolmente ignorate dagli organismi di controllo, hanno fatto da padrone causando perdite fortissime in pochi giorni, costringendo i gestori dei fondi a vendere qualunque cosa fosse immediatamente monetizzabile per costituire liquidità e far fronte alle richieste di riscatto dei risparmiatori in preda al panico, ai quali la Consob oggi dovrebbe porgere le proprie scuse.

Sembrano eventi lontani nel tempo, ma ciò di cui parliamo è successo appena 20 giorni fa; e per tracciare una linea interpretativa, è sufficiente ricordare come, dopo tre giorni (6, 7 e 8 Marzo) di notizie allarmanti sulla diffusione del Coronavirus, l’irruzione dei fondi speculativi era ampiamente prevedibile, e avrebbe reso necessario, da parte della Consob, adottare già nella serata del 9 Marzo, subito dopo il -10,30% realizzato dal listino italiano, a vietare temporaneamente le vendite allo scoperto almeno fino al successivo venerdì. Invece, il Controllore prima dorme, poi tentenna fino al 12 Marzo e, dopo quasi trenta punti di ribasso (tra cui quel -16,92% che molti ricorderanno in futuro), si dà una prima svegliata e vieta le vendite allo scoperto per la sola giornata del 13 Marzo, replicando anche il successivo 16 Marzo. Ma la speculazione non fa cenno di arretrare, e così, finalmente, si arriva a quel 17 Marzo, allorquando la Consob realizza in un colpo solo una serie di “prime volte” che, al pari della sua indecisione costata quaranta punti percentuali di perdita, rimarrà nella storia. Infatti, per la prima volta il divieto ha una durata così lunga (tre mesi), per la prima volta il divieto vale per tutte le azioni negoziate sul mercato regolamentato italiano e, ancora, per la prima volta tutto ciò avviene solo dopo che l’ESMA (la “Consob europea”) ha dovuto agire di sua iniziativa per dare la sveglia ai controllori italiani. Infatti, mentre la Consob tentennava, l’ESMA scendeva in campo esercitando i poteri previsti dal regolamento europeo del 2012 sullo short selling. Fino a quel momento, tutti i provvedimenti in questa materia erano stati adottati su iniziativa delle singole autorità nazionali di vigilanza.

In definitiva, quanto è costato ai risparmiatori l’incredibile indecisione della Consob? La risposta, probabilmente, è ancora da scrivere, ed il consuntivo potrà essere definito solo tra qualche mese, quando i mercati sapranno intravedere con chiarezza gli scenari economici futuri e, anticipando gli eventi, ricostruiranno gradualmente il valore perduto. I fondi speculativi e la Consob, però, in quanto a responsabilità sono in buona compagnia; infatti, il mondo – e i risparmiatori italiani, in particolare – hanno già potuto constatare come Angela Merkel e Christine Lagarde, arrivate da “avversarie” (per via del forte disaccordo sulle misure economiche da adottare in UE per affrontare una possibile recessione) all’appuntamento con l’emergenza Covid-19, si sono poi rinsaldate nei loro discutibili intenti contro la nostra economia e rivelate attrici protagoniste della peggiore politica internazionale, perfette interpreti di una storia già scritta nel fine settimana del 6-8 Marzo 2020 e, per questo, ancora tutta da chiarire.

Coronavirus finanziario, risparmiatori vittime di un gioco predatorio. Serve una “mordacchia” per la speculazione

In questo scenario dalle tinte catastrofiche, la psicologia comportamentale  deve  riuscire ad affrontare in modo più convincente il tema della diffusione delle informazioni e delle opinioni all’interno del mondo finanziario, ingabbiando così, come in una metaforica  “mordacchia”, gli intenti speculativi di borsa.

Articolo di Manlio Marucci (*)

Stiamo assistendo in questa fase della nostra vita ad un evento storico che sta sconvolgendo le nostre abitudini e lo stile di comportamento  ricorrente a cui eravamo abituati nell’ambito della regolazione dei rapporti istituzionali, sociali, umani, produttivi, finanziari, di relazione  con il mondo dei media e dei social. Il vissuto umano legato a dei valori culturali ed ideali interiorizzati dagli schemi tradizionali del mondo occidentale ha iniziato ad incrinarsi con gli avvenimenti recenti determinati da situazioni “spurie” – forse naturali – del fenomeno “coronavirus”,  mettendo in evidenza la fragilità della condizione umana e della sua debolezza psicologica. E’  entrato così in “profonda crisi” il nostro modo di vivere e di pensare sul nostro futuro.

Relegati in quarantena forzata, i nostri giorni sembrano adombrare il tramonto di tutta una fase storica, coniata dal mito dell’efficientismo, dell’onnipotenza e quindi dell’uso indiscriminato della scienza e se vogliamo della finanza intesa come strumento di utilità sociale.  In realtà, se osserviamo questo fenomeno di paura associato a quello che sta avvenendo sui mercati finanziari notiamo come vi sia uno stretto legame, e cioè una “correlazione significativa”, quasi “funzionale” tra il corpus della paura dettato dal contagio del nuovo virus (può toccare anche a me)  con quanto di negativo sta avvenendo in borsa.

In tale scenario, infatti, assistiamo insofferenti ad una spietata speculazione da parte di traders senza scrupoli che proprio in funzione della instabilità e volatilità dei mercati intervengono pesantemente creando panico e incertezza ai poveri risparmiatori, vittime sacrificali di tale sistema. Essi adottano, come astuti avvoltoi, la vendita allo scoperto (o short selling), che consente di vendere un bene che non si possiede realmente, nella speranza che il prezzo scenda, così da riacquistarlo in futuro a un prezzo più basso e ottenere così “sostanziosi” profitti. In questa logica le istituzioni di controllo dei mercati borsistici a volte intervengono in ritardo – o addirittura non intervengono come nel caso della UE – amplificando le perdite e sviluppando un clima di incertezza e di paura.  I ribassi registrati dalle Borse nelle ultime settimane, pertanto, dimostrano che si è sotto il dominio incontrastato di questi speculatori che operano a leva. Ad esempio, il re degli hedge fund, Ray Dalio, con la sua Bridgewater  Associates sta scommettendo contro le Borse europee con una forza d’urto pari a 10 miliardi di dollari.

In un tale meccanismo entrano in gioco fattori che non hanno nulla a che fare con l’economia reale, ma si legano a impressioni, sensazioni, paure ed ipotesi catastrofiche, che annullano qualunque traccia di ottimismo. Su tutto, emerge e domina la paura, che è un meccanismo di difesa inconscio utile a proteggersi da sensazioni dolorose e spiacevoli che si reputano imminenti. Una sorta di premonizione, quindi, che ci mette in uno stato di allerta per evitare ulteriori danni e disastri.

LEGGI ANCHE: Covid-19, adesso è recessione tecnica. Dopo le rapide mosse della FED la BCE resta a guardare. Per quanto ancora?

I molteplici cambiamenti intervenuti di recente ci hanno ricondotto bruscamente ad interpretare la realtà in modo diverso dagli  standard di vita corrente, e quindi ci hanno portato a riconsiderare la nostra vita in una società – ormai integrata ed interconnessa a livello globale – a cui ridare pienamente valore ai beni primari, quali la salute e il denaro, quest’ultimo come elemento e fattore economico e di sicurezza. Questi temi di psicologica sociale ci inducono così  a ripensare il paradigma dell’Homo Economicus, che basa le sue scelte sull’ipotesi di preferenze di stabilità, razionalità perfetta ed equilibrio in senso stretto.

Il campo di ricerca ormai consolidato dalla vasta letteratura delle teorie economiche ci ha fornito sufficienti prove dimostrando che il comportamento umano dipende in modo prevalente dai fattori  psico-sociali, dai fattori istituzionali, culturali e  biologici; e così, capire l’attuale situazione di “stress”  con la lente degli strumenti forniti della scienza psicologica e dell’indagine sociologica, ci aiuta ad inquadrare positivamente il problema.

Nel caso del Coronavirus, gli studi di psicologia sperimentale ci aiutano a capire come le esperienze acquisite dagli individui siano influenzate dal contesto generale di paura generato dal coronavirus e dal linguaggio utilizzato dai media per rappresentarlo, e che questa “cornice” crea confusione ed informazioni errate e/o incomplete che hanno rimesso in discussione un principio fondamentale della nostra vita qual è “la sicurezza”.  Si verifica così il framing effect, ossia quel fenomeno in base al quale gli individui decidono in modo diverso a seconda della “cornice” di informazioni percepita e  assumono atteggiamenti non idonei al tipo di scelta da fare.  Con la diffusione del Covid-19, la probabilità che ognuno di noi entri in contatto con un pericolo potenzialmente gravissimo per la salute produce meccanismi di difesa inconsci difficilmente controllabili razionalmente, poiché spesso si traducono in comportamenti che sfociano nell’irrazionalità.

Esempio di “mordacchia”, strumento punitivo usato nell’antichità per ridurre al silenzio il condannato

In conclusione, si può affermare come il contributo dato dalla  psicologia comportamentale sui mercati finanziari sembra aver raggiunto oggi una maturità sufficiente per poter affiancare l’economia reale nel tentare di raggiungere una migliore comprensione delle dinamiche dei comportamento degli attori che operano nel complesso e vasto mondo finanziario, aiutati anche dalla tecnologia avanzata, dell’informatica applicata e dell’intelligenza artificiale. In questo quadro di problemi della società moderna, la psicologia sperimentale (così come le altre scienze umane) deve riuscire ad affrontare in modo più convincente il tema della diffusione delle informazioni e delle opinioni all’interno del mondo finanziario, ingabbiando  come in una metaforica “mordacchia” le speculazioni di borsa.

Si tratta di un tema di primaria importanza, dal momento che frequentemente i mercati finanziari danno l’impressione di essere guidati da un comportamento di tipo collettivo. Anche le componenti di tipo affettivo ed emotivo dovranno esser prese in considerazione maggiormente nel prossimo futuro. Si tratta di spiegare, in ultima analisi, il modo in cui le persone interpretano le dinamiche di tipo finanziario, favorendo un processo di formazione/informazione su vasta scala a cui le istituzioni devono impegnarsi per  liberare i risparmiatori dall’ignoranza finanziaria ed abbattere così la speculazione di borsa selvaggia a cui stiamo assistendo impotenti. Su questo versante, le Autority del mercato italiane, europee ed internazionali dovranno fare molto, rivedendo profondamente i meccanismi di controllo e di regolamentazione che le stesse, nonostante le evidenze, continuano a ritenere efficaci.

Forse è il caso di ricordare loro la favola di Esopo: HIC RHODUS, HIC SALTA !  (trad. non letterale “dimostraci le tue affermazioni, qui e  adesso!”)

LEGGI ANCHE: Quale Europa? (Mai) più Europa

(*) Nella foto: Manlio Marucci, presidente Federpromm (Uiltucs)

 

 

 

COP25: il suo fallimento è uno “stress test” per la domanda di risparmio e bond sostenibili

Il mercato di green bond e risparmio gestito “sostenibile” ha registrato notevoli progressi ed è ancora in piena fase espansiva, ma presto la domanda dovrà scontare l’attuale impasse mondiale sulle questioni climatiche.

Articolo di Matteo Bernardi

Nonostante i mille appelli ad una maggiore educazione e consapevolezza finanziaria, la maggioranza dei risparmiatori finisce sempre alla ricerca, più che di un bravo consulente, di un “buon prodotto” su cui investire. Infatti, viviamo in una società finanziariamente “ineducata”, in cui gli investitori si interessano ancora al rendimento che una certa attività genera, non prestando attenzione alla consulenza sugli strumenti di investimento proposti e, soprattutto, a quale tipologia di aziende finirà per destinare il suo denaro.

Questo diffusa superficialità è amplificata dalla natura stessa dei prodotti di risparmio gestito (ormai preferiti alle obbligazioni governative o corporate, per via dei tassi negativi), i quali contengono nel proprio portafoglio piccole quote di centinaia di emittenti internazionali che il singolo risparmiatore, spinto dalla logica del rendimento, non è interessato a conoscere.

Per coloro che, invece, vogliono avere un controllo diretto sulla destinazione del proprio denaro, da qualche anno è possibile destinare i propri risparmi a fondi/sicav specializzati sul tema della sostenibilità ambientale, oppure ai c.d. green bond, cioè ad obbligazioni emesse da imprese e istituzioni che intendono impiegare le risorse per  fronteggiare il più grande problema della nostra epoca: i cambiamenti climatici. Queste obbligazioni, in particolare, permettono ai risparmiatori di nuova generazione (soprattutto i c.d. millennials, molto attenti a queste tematiche) di monitorare costantemente i progetti finanziati, ricondotti all’interno della “finanza sostenibile”, ossia quel complesso di decisioni di investimento che porta a tenere in considerazione prioritariamente i fattori ambientali e sociali, con l’obiettivo di orientare verso questi ultimi i risparmi degli investitori, in un’ottica di lungo periodo.

Questo punto di vista è stato riassunto nel “Piano d’azione della Commissione europea per finanziare la crescita sostenibile”, presentato a marzo 2018 e implementato a partire dal 2019. Il Piano ha lo scopo di collegare il mondo della finanza alle esigenze specifiche dell’economia per apportare benefici alla nostra società e al nostro pianeta, proseguendo il percorso già intrapreso con l’Accordo di Parigi sul clima del 2015, all’interno del quale l’Unione europea ha stabilito l’obiettivo di ridurre del 40%, entro il 2030, le emissioni di gas-serra rispetto ai livelli del 2005. Questo obiettivo richiederà investimenti supplementari pari a circa 180 miliardi di euro all’anno, ed in questo contesto sarà necessario:

– riorientare i flussi di capitali verso investimenti sostenibili,

– gestire i rischi finanziari derivanti dai cambiamenti climatici, dall’esaurimento delle risorse, dal degrado ambientale e dalle questioni sociali,

– promuovere la trasparenza e la visione di lungo termine nelle attività economico-finanziarie.

I green bond, tecnicamente, rispondono perfettamente a questi criteri, e rientrano a pieno titolo nelle forme di investimento SRI (Sustainable and Responsible Investment), ossia quegli strumenti finanziari che, insieme alla ricerca di performance, mirano a generare un valore aggiunto sociale e ambientale e consentono di finanziare progetti di sostenibilità sui quali, finalmente, si va concentrando anche il marketing delle grandi banche di investimento (attraverso la valutazione e selezione dei titoli che rispettano i criteri c.d. ESG – Environmental, Social and Governance). Essi si presentano come una valida alternativa agli investimenti tradizionali, dal momento che hanno rendimenti simili e investono in progetti che promettono di salvaguardare e migliorare il contesto climatico in cui viviamo.

I principali obiettivi che gli emittenti dei green bond vogliono perseguire riguardano l’efficienza energetica, l’uso sostenibile dell’acqua potabile e dei terreni, la prevenzione dell’inquinamento, il ricavo di energia da fonti pulite e il trattamento dei rifiuti. Queste obbligazioni, oltre a soddisfare la domanda di strumenti  SRI, risultano particolarmente interessanti anche dal punto di vista operativo. La caratteristica che le contraddistingue è un’assoluta trasparenza: l’investitore è in grado di monitorare il progetto dal momento della sottoscrizione a quello della liquidazione, ricevendo report periodici sull’avanzamento dei progetti finanziati.

La crescita dei Green Bond – così come degli strumenti di risparmio gestito attivi in questo settore – è in rapida ascesa; basti pensare che il loro mercato è passato da 17 miliardi di dollari nel 2014 a 440 miliardi di dollari nell’agosto del 2019. Uno dei principali emittenti di queste obbligazioni è la Banca Mondiale, la quale presenta un rating da tripla A e, secondo i dati riportati sul suo sito, dal 2008 ad oggi ha emesso 13 miliardi di dollari di “obbligazioni verdi” attraverso oltre 150 transazioni in 20 diverse valute.

Recentemente la Commissione Europea ha elogiato le potenzialità di questo mercato, presentando un pacchetto di misure intitolato “Energia pulita per tutti gli europei”, secondo il quale dal 2021 sarà necessario un implemento di 177 miliardi per raggiungere gli obiettivi climatici che sono stati posti per il 2030.

Nonostante gli scambi  le emissioni abbiano registrato notevoli progressi, la domanda è ancora in piena fase espansiva, e presenta interessanti opportunità di investimento future; essa, però, deve scontare l’attuale impasse mondiale sulle questioni climatiche. Infatti, La 25esima conferenza sul cambiamento climatico organizzata dall’ONU a Madrid, la cosiddetta COP25, è stata considerata praticamente da tutti un fallimento. Alla conferenza hanno partecipato i rappresentanti di più di 190 paesi del mondo, che avevano l’obiettivo di trovare una soluzione su uno dei punti più importanti e discussi dell’Accordo di Parigi sul clima: il meccanismo previsto dall’articolo 6, che dovrebbe permettere ai paesi che inquinano meno di “cedere” la loro quota rimanente di gas serra a paesi che inquinano di più, per permettere loro una transizione più facile senza compromettere il raggiungimento degli obiettivi generali. Oltre a non avere concordato nulla sull’articolo 6, la COP25 non ha prodotto niente di vincolante sull’obbligo per i singoli paesi di presentare piani per ridurre ulteriormente le proprie emissioni di gas serra, necessari per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi nel 2015.

Pertanto, sembra che le nuove politiche di marketing delle banche di investimento e delle società emittenti stiano anticipando (e di molto, il dibattito sul clima è stato rinviato al 2020, in Scozia) la futura evoluzione della domanda di questi strumenti, che prima o poi si scontrerà con l’incapacità dei singoli stati (soprattutto Stati Uniti, Australia e

Brasile) di superare le forti reticenze ad assumersi nuovi impegni e responsabilità sulle questioni legate al cambiamento climatico.

Pertanto, il fallimento della conferenza di Madrid è, in tutta evidenza, uno “stress test” sulla tenuta della domanda di green bond e risparmio gestito a tema SRI, il cui successo è strettamente collegato alla profonda eco mediatica con cui le questioni climatiche vengono trattate.  In particolare, grazie al traino dei media, si prevede una domanda sostenuta fino a quasi tutto il 2020, dopodiché sarà necessaria una “conferma politica” sulla validità delle istanze degli ambientalisti, oppure l’industria del risparmio gestito e gli emittenti “green” dovranno fronteggiare una nuova bolla e trovare nuovi terreni su cui battere.